
Oggi l'identità è un problema; Giorgio Gaber l'avrebbe messa fra le cose di destra, come il bagno nella vasca, o di sinistra, come la doccia? Certo può essere un momento di carica emotiva violenta, in reazione alla perdita di certezze, che è dissoluzione delle strutture culturali. Ma non esiste una cultura "chiusa"; storicamente ogni cultura si incontra con altre; in più viviamo in una società aperta, fatta di vari gruppi, ciascuno dei quali produce identità, senza bisogno di radicalizzazioni. I movimenti "autoctoni" fanno dell'identità una bandiera da usare dalla parte del manico. A di là di battute nostrane, parlare di identità significa mettere in discussione molti paradossi del nostro tempo, dal
versante individuale della coscienza, alla rimozione di quello sociale della cultura, attraverso una vera e propria "apocalissi culturale". Così il termine di identità è diventato un "tabù" perché evoca distruzione e violenza; noi facciamo finta di non sapere "chi siamo" e ignoriamo "da dove veniamo", mentre qualcuno profetizza "dove andiamo", alla ricerca di una improbabile, totale palingenesi. Papà Freud avrebbe trovato abbondante materia di studio. Il problema resta la "domanda di senso" fondamentale sull'uomo e il suo destino; è questo il discrimine dell'identità, attraverso cui ciascuno entra in una "visione del mondo", che fonda un "sistema di valori", dove il campo dell'identità si apre e, con esso, l'istanza morale. Ovviamente non si tratta di una questione individuale e ciò rappresenta un altro momento di crisi per la modernità. L'identità personale continua ad avere senso solo all'interno di una comunità che dà senso, riconoscendo il singolo e mettendo in gioco la sua capacità e responsabilità. Il fenomeno oggi va sotto il nome di "intercultura": ogni cultura è già in sé "interculturale", sempre aperta al confronto con la realtà storica che la circonda e all'ibridazione con altre letture del mondo.
I poveri sono stati la causa della mia vocazione, i poveri sono il contenuto della mia fede, fonte di ispirazione della mia poesia e della mia predicazione. Per loro mi san fatto "voce"; sempre a sognare i grandi sogni di umanità e giustizia.
Il libretto raccoglie una sorta di "elogio" delle "cose" e del tempo della povertà
vissuto negli anni dell'infanzia da David Maria Turoldo in terra friulana. Nessuna tonalità nostalgica, ma una rivisitazione intensa di emozione di volti, di scene, di silenzi e di scarne parole, di odori e profumi, e sapori. Una rivisitazione che ripropone quella radice mai spenta in Turoldo, che ha continuato ad alimentare con la sua linfa, con la sua proposta di umanità dignitosa e cosciente il pensiero e l'atteggiamento esistenziale del padre David, la sua "profezia" talora sferzante ma ricca di pietà fino alla tenerezza. Con lui, tramite il suo vivo racconto, entriamo nella vecchia casa, affumicata e dove però ancora si condensa un amore rugoso e resistente, più eloquente delle rare parole, fatto gesto di puro dono, liturgia di una familiarità rigenerativa.
La natura dell'uomo, che crede nella risurrezione di Cristo, viene trasmutata dall'azione fecondatrice di Dio. Le tendenze inquinate del suo essere sono lentamente abolite; le aridità mentali, fecondate; le ferite, contratte nel duro combattimento dell'esistenza, guarite; le durezze emotive, disciolte dal nuovo alito di amore; la rigidezza implacabile della ragione, disgelata dalla luce calda dello Spirito; il deviamento dei sensi, attratti dal fascino dell'esteriore, corretto dall'intima luce. Allora la vita è bellezza, gioia e libertà, allegrezza di ogni ora e sicurezza del sempre, e il tempo e lo spazio non hanno più alcun significato.
Oggi si viaggia molto, annullando però l'esperienza della "strada" nella velocità. Anche perciò ci è parso utile riflettere su tale dimensione, che si allaccia a quella della "via". Percorrere una via implica una strada, un sentiero, una pista, una traccia da seguire, sulle rocce o sul mare o nel bosco o in un deserto o nella neve. A sua volta, l'aprire una via crea una forma di strada. Né la strada è un provvisorio passaggio da una casa o località all'altra, per ritrovare la "stanzialità", che sarebbe la "norma". È invece condizione di possibilità del vivere umano. Il mondo è umanizzato non meno dalle strade che dalle case: infatti le guerre distruggono prima di tutto le strade e i ponti. Guai se non "abitassimo" anche le strade, e se non vivessimo anche le case come tende mobili e crocicchi di incontro. La strada ha suggerito molte metafore (farsi strada, trovare la propria strada, essere su una cattiva strada, ecc.) ed è all'origine del termine "metodo". Non basta essere arrivati a un certo punto. Va precisato il metodo, la strada seguita, così che anche altri ci possano poi arrivare, e noi stessi ci possiamo arrivare di nuovo. Strada dice un aspetto essenziale della nostra ragione e della organizzazione ragionevole dell'esperienza. "Via" ci rinvia all'etica, quando si parli di "retta via". Se il moralismo impone rigide prescrizioni, il rigore morale chiede di seguire con rettitudine la via individuata in coscienza come giusta, anche se non rettilinea: vie tortuose, anche interrotte (gli Holzwege, di cui parla Heidegger), possono condurre a scoprire nel bosco radure, a raggiungere luoghi inesplorati dell'esperienza umana. Ci auguriamo che il presente quaderno, nella varietà degli aspetti considerati, possa offrire ai lettori luci sui loro personali percorsi.
«Vi abbiamo suonato il flauto» (Luca 7, 32), flauto che è l'annuncio evangelico domenicale, sembra dire con questo libro Giancarlo Bruni; sotto tale immagine, per lo meno, appare la presente offerta di brevi considerazioni intorno ai testi evangelici lucani, che si leggono nel corso del ciclo C dell'anno liturgico. «Musica domenicale» la definisce l'Autore, «le cui note vanno declinate nei sei giorni della settimana», per gustarne a fondo la dolce melodia, recepirne l'armonia che avvolge lo spirito e conforta la fatica della quotidianità vissuta.
"Ci troviamo stretti tra due esigenze: quella di non mollare la presa su di lui come l'abbiamo conosciuto e praticato, di tenerlo, per così dire, in vita davanti e accanto a noi, e quella di un opportuno e salutare distacco. Un difficile contemperamento. Ma sono questi i due binari che ci consentiranno una comprensione e rappresentazione il più possibile compiuta di lui, di quello che io ho chiamato l''evento Turoldo'".
"Il libro d'ore" ebbe, nella prima metà del Novecento, vastissima fortuna e fu la base della fama di Rilke presso i suoi contemporanei. Il testo racchiude tre serie di liriche che il poeta concepì come intensamente spirituali, nella ricerca di una religiosità radicata nell'incontro tra l'occidente e l'oriente cristiani, capace a propria volta di illuminare i nuovi scenari aperti dalla nascente civiltà industriale. L'incompiutezza di Dio, la sua condizione di esule in un mondo che pure gli appartiene, la necessità di aiutarlo donandogli nuovamente gli spazi dell'esistenza, la consapevolezza del proprio fremere interiore al cospetto dell'infinito silenzio di Dio e del rumore crescente della vita sociale, la dignità indiscutibile della sofferenza e della povertà sono motivi che Rilke affida alla voce di un giovane monaco russo pittore di icone, protagonista di una vicenda che dalla vita monastica porta al pellegrinaggio nella vastità della Russia e poi alla contemplazione della povertà e della morte.
"Vorrei comprendere molte cose, tue e mie. Molte cose che mi è caro capire, anche per rendermi ragione di certi stati d'animo nei tuoi confronti; di questo perdurare della tua memoria, e di queste preferenze verso di te che ormai superano di molto la generazione che ti ha conosciuto; preferenze di tutto il mondo che ti è stato contemporaneo, e che ora si sono mutate in struggente nostalgia, e passione, e rimpianto della tua presenza e di quei tempi. Capire cose tanto piccole quanto sbalorditive. E così semplici, così naturali!"

