
Gli scritti di Atanasio l’Athonita (ca 925-997), per la prima volta tradotti in italiano insieme ad altri documenti coevi e corredati da una ricca introduzione storico-critica, presentano un singolare incrocio tra le più alte aspirazioni della vita monastica - che Atanasio nutrì per l’intera sua esistenza - e la loro faticosa incarnazione in una vita quotidiana che deve tenere conto di limiti naturali, personali e comunitari. Atanasio, attirato alla vita monastica dal desiderio di silenzio e di solitudine, e rifugiatosi sul Monte Athos per eludere la sua fama crescente che gli attirava numerosi ammiratori, qui scoprì e accettò la sua chiamata a essere guida di una comunità cenobitica sempre più numerosa e variegata. A distanza di oltre mille anni, i suoi scritti ci trasmettono una sapiente sintesi tra il desiderio di Dio e l’obbedienza alla vita.
Fragile, vulnerabile, limitato: caratteristiche di chi è posto ai margini, lasciato in ombra. E se non fosse così? Se si trattasse invece di una marginaliltà che è il centro? L’esperienza dell’incontro con l’altro ci pone sempre una sfida: come vivere la vulnerabilità, cui ogni relazione è esposta? E se nelle fratture che emergono nella relazione scoprissimo le fondamenta dell’incontro? L’autore ci guida a esplorare la notte della nostra fragilità per scoprirvi il luogo in cui si producono tutti i veri incontri. La notte, infatti, ci spinge verso quella terra sacra che è il nostro cuore, nel quale Dio prende dimora e dove si trovano le fondamenta della casa della fraternità. I segni delle crepe nei nostri vasi di creta possono così trasformarsi, nella luce dell’evento pasquale, in luoghi di ospitalità per tante vite spezzate.
Questo libro è un po’ diario di viaggio e un po’ guida alla scoperta del chassidismo, un libro fatto di narrazioni e incontri, di volti e di nomi, di atti e di parole; è una dichiarazione d’amore per degli uomini che hanno aperto strade che altri non potevano aprire. L’hanno fatto in un mondo, quello dello shtetl dell’Europa orientale, oggi scomparso, ma che altrove e con nuove modalità continua a esprimersi vivacemente. Un mondo ancora da raccontare, tornando a visitare luoghi che chiamano alla meditazione, alla preghiera e alla conversione. Per provare a salire un gradino dopo l’altro, sostenuti dalla mano di coloro che in quei luoghi hanno vissuto e sono sepolti, la scala che ci porta là - in alto o forse solo nel nostro cuore - dove il Signore ci attende.
Ingiustamente accusato di antigiudaismo, sospettato di essere poco ecumenico, il Vangelo secondo Giovanni è a volte giudicato anche non molto propizio al dialogo interreligioso. Al contrario la tradizione giovannea, lungi dall’essere di ostacolo a motivo della propria coscienza identitaria, potrebbe essere di esempio, proprio perché testimoniata da una comunità che, avendo sofferto divisioni al proprio interno, ha poi riscoperto la passione per l’unità e si è aperta all’incontro con l’altro. L’attenta ricerca condotta dall’autore mostra come l’odierna lettura del testo evangelico può incoraggiare, sostenere e illuminare i cammini inseparabili e complementari dei dialoghi ebraico-cristiano, ecumenico e interreligioso, riconosciuti essenziali per la chiesa, per la sua fedeltà a Cristo e per il futuro del nostro mondo.
Di fronte alla sfida dell’incessante frenesia e crescente velocità della vita moderna, questo libro propone di ritrovare l’arte perduta di fermarsi, di rallentare il passo. Vivendo bene una giornata, cioè accogliendo la sua unicità, entrando nella sua lentezza, possiamo celebrare la sua santità. La necessità di riscattare il tempo e assaporare la vita, per il credente in Gesù Cristo, deve trovare espressione concreta in pratiche specifiche, di cui l’autore invita a riappropriarsi: l’osservanza del riposo sabbatico, il culto del giorno del Signore, la preghiera mattutina e serale, la preghiera dei Salmi, gli impegni presi "un giorno alla volta", la preghiera per il pane quotidiano, la compagnia a tavola, l’ospitalità, l’attenzione alla presenza di Dio. Per un cristiano, ogni nuovo giorno dovrebbe essere vissuto come un "sacramento" della grazia di Dio.
Cosa dire della vecchiaia in un tempo in cui assistiamo a un’esaltazione nevrotica della vita nella sua "eccellenza"? La vita deve essere bella, perfetta, intelligente, ricca di successo. La vita conta se appare, se maschera gli anni cancellando le rughe... La vecchiaia può trovare accoglienza, a patto che sia truccata. Contro l’immaginario comune che la considera niente più che una stagione di decadenza e di tristezza, l’autore cerca di risignificare questa età della vita mettendone in luce la bellezza e la ricchezza. Perché la presenza degli anziani può portare uno sguardo più sapiente sui tempi della vita e della grazia!
"Si può essere felici se si è grati. La gratitudine viene prima. La gratitudine è un modo di guardare, una possibile attitudine di vita che può dilatare spazi interiori di libertà. Di libertà e di gioia". Che cos’è la gratitudine? Da dove nasce? Perché parlarne? Per che cosa posso ringraziare? L’autrice, attraverso alcune suggestioni e spunti, tratti dalle pagine della Scrittura, che non hanno la pretesa di essere esaustivi, prova a rispondere a queste domande con la speranza che anche il lettore si lasci interrogare da questa disposizione interiore.
"La tolleranza autentica fiorisce non in spazi ermeticamente separati, ma in un intreccio rispettoso ove la verità dell’uno dialoga concretamente e attivamente con la verità dell’altro. Il principio di tolleranza, dunque, non vale a giustificare tutto. Non tutto è tollerabile!". In una società attraversata da una forte tendenza a chiudersi e a considerare la diversità una minaccia, occorre riscoprire il valore della tolleranza non come semplice sopportazione della differenza, ma come disposizione a entrare in dialogo con essa, per maturare nella libertà e nel rispetto reciproco. E andare oltre, in un cammino di avvicinamento e conoscenza dell’altro mai finito.
L’attuale inflazione di immagini ci invita a porci una questione essenziale: da dove deriva la forza delle immagini che ci colpisce, risveglia e inquieta? E come possiamo contemplare e ascoltarne il richiamo? Le immagini (visuali, concettuali, linguistiche, mentali, plastiche, …) hanno un’innegabile potenza ambivalente: possono essere messe a servizio delle ideologie, ma possono anche essere segno che evoca un’unità, una luce, una bellezza che infonde speranza anche in contesti di lacerazione, tenebra, bruttezza. Al cuore di queste pagine vi è un’acuta e profonda rilettura del divieto biblico della rappresentazione che mostra come tale proibizione, finalizzata a preservare la libertà contro l’idolatria, riguardi quelle immagini che ostacolano l’accesso all’invisibile. Al contrario, sta sotto il segno della benedizione ogni immagine che mette sulle tracce di un’assenza e lascia intravedere la relazione con l’invisibile e la trascendenza. Questo richiede uno sforzo notevole di educazione dello sguardo nell’epoca dell’inflazione e della manipolazione delle immagini quale è la nostra. Prefazione di Silvano Petrosino.
Questo libro offre un commento ai quindici salmi cosiddetti "delle salite", dal 120 al 134, che hanno in comune il tema del pellegrinaggio a Gerusalemme, una salita verso la città santa che è metafora dell’intero cammino della vita: in questo viaggio spesso difficile e comunque faticoso, il pellegrino sa di non essere solo e che la meta non è tanto un luogo quanto una presenza, quella del Signore. Per ogni salmo viene proposta una chiave di lettura che aiuta a fare di ciascuno una preghiera per accompagnare i nostri passi. Preghiere, quasi poesie, che intendono smuoverci e provocarci a cambiare, suggerendoci al contempo parole autentiche e vere con le quali rivolgerci al Signore.

