
Caserme dismesse, Case del Fascio riconvertite, statue rimosse o restaurate, affreschi coperti e poi riscoperti: l’Italia contemporanea convive ogni giorno, spesso senza accorgersene, con l’eredità materiale lasciata dal fascismo. Questo libro ricostruisce i modi in cui il nostro Paese ha affrontato - tra rimozione, oblio e valorizzazione - i segni ingombranti del Ventennio. Dal 1943 in avanti la rottura con il passato ha convissuto con la continuità, il vastissimo e ubiquo lascito fascista è stato ora percepito come una vergogna da nascondere, ora come testimonianza storica o persino come patrimonio culturale da esibire. Così, si sono alternate ondate di iconoclastia, tentativi di cancellazione simbolica, ma anche scelte di conservazione o recupero. All’inizio le reazioni furono guidate dall’urgenza di marcare la distanza dal regime, ma negli anni del boom economico questa esigenza ha convissuto con l’eredità fascista, non ponendo particolare attenzione al suo significato simbolico. Negli ultimi decenni il dibattito si è riacceso: dalla riscoperta, a partire dagli anni Ottanta, di un patrimonio artistico e architettonico che è stato restaurato e messo in mostra, fino ai dibattiti sulla ‘eredità difficile’ dei totalitarismi e alle polemiche sulla presunta cancel culture. Così, monumenti, edifici, opere d’arte, e persino nomi delle strade, sono diventati terreno di battaglia per la memoria collettiva, rivelando le difficoltà dell’Italia repubblicana a fare i conti con la propria storia.
Il ritorno di Donald Trump alla presidenza ha visto un’accelerazione della deriva autoritaria che aveva già segnato il suo primo mandato: agenti mascherati a caccia di migranti invadono le città; l’antifascismo è messo all’indice come terrorismo domestico; gli attivisti pro-Pal minacciati di deportazione; conformità ideologica è estorta alle grandi università; e così via, a ritmo frenetico. Rispondere a questi choc quotidiani con lo scandalo o la satira non basta. Dietro lo spettacolo grottesco di un potere sempre più crudo e volgare, votato al culto della sopraffazione, si scorgono logiche profonde. A partire dalla cronaca politica, Alberto Toscano ci porta a riflettere sulle dinamiche sociali di cui Trump non è causa, bensì formidabile reagente: dal revanscismo bianco alle guerre culturali, dall’ascesa dell’ala reazionaria di Silicon Valley al cesarismo tipico della politica americana. Figlio esemplare dell’American century, Trump è anche il segnale che gli Stati Uniti hanno perso la capacità di creare egemonia e sono perciò votati a continui parossismi di dominio. Make America Great Again voleva esorcizzare l’idea di un’America destinata al declino, ma non ha fatto che acutizzarla. Trump si voleva l’imprenditore di una grande rinascita della azienda USA, ma si sta rivelando l’idolo del suo crepuscolo.
Dall’Alaska, ‘ultima frontiera’ nella quale svaniscono nel nulla migliaia di persone, all’Alabama e alla Georgia dei conflitti razziali, dalla rivolta dei Sioux del South Dakota contro le big oil all’Appalachia della povertà estrema dei bianchi, Massimo Gaggi e Tamara Jadrejcic, coniugi giornalisti, sono stati per vent’anni testimoni di straordinari cambiamenti. Arrivati nel 2004, hanno conosciuto un’America ottimista, orgogliosa, quasi euforica. Che, però, dopo il crollo finanziario e la Grande recessione del 2008-2009 ha smesso di credere nelle istituzioni e di fidarsi delle élite. Un Paese sempre più insicuro, cupo, arrabbiato, spaventato dalla minaccia esterna del terrorismo jihadista e scosso dalle lacerazioni del tessuto sociale interno. Un Paese armato fino ai denti che ha cercato rifugio nel populismo e in cui il razzismo riemerge coi suprematisti, sdoganati da Trump dopo i tentativi di riconciliazione di Obama. Racconti paralleli di vita quotidiana - istruzione, sport, abitudini alimentari folli, le incredibili inefficienze e i costi assurdi della sanità più avanzata del mondo - ma anche viaggio nell’involuzione di una società che non riesce più a riconoscersi in valori comuni e nella radicalizzazione politica che uccide il confronto, il dialogo: al Congresso come a tavola con parenti e amici. Mentre Trump lascia spazio ai miliardari del tecnoautoritarismo. Diario, reportage, cronache, testimonianza di un legame profondo con un Paese straordinario sul quale grava un interrogativo fino a ieri impensabile: quello sulla tenuta della democrazia.
Quando l’umanità ha cominciato a coltivare i campi e ad addomesticare gli animali è cominciata una storia diversa, che è ancora la nostra. Diecimila anni fa si sono messe in moto trasformazioni che ancora ci riguardano, che ancora influenzano il nostro modo di lavorare, di vestirci, di mangiare, di confrontarci con gli altri membri della nostra comunità. È la rivoluzione neolitica: il momento in cui, più che in qualunque altro, biologia e cultura si sono intrecciate, influenzandosi a vicenda e producendo la nostra storia. Passando dallo studio del DNA a quello delle lingue, dagli scavi archeologici alle manipolazioni genetiche, e anche attraverso il racconto di alcune storie esemplari, Guido Barbujani ci porta indietro nel tempo fino a 10.000 anni fa, alla rivoluzione neolitica.
Nella Resistenza italiana, parte integrante di un conflitto globale che ha travolto i confini nazionali e spazzato vite e destini ai quattro angoli del pianeta, hanno combattuto migliaia di persone che italiane non erano. Spinte alla lotta da una pluralità di motivazioni e da una molteplicità di percorsi individuali, che vanno dall’internazionalismo consapevole alla semplice ricerca di una via di salvezza individuale, si trovarono coinvolte nello stesso spicchio di guerra mondiale, nello stesso periodo e sullo stesso lato della barricata. Una storia della Resistenza a lungo trascurata e che oggi possiamo finalmente riscoprire.
È il 17 settembre del 1998 quando un gruppo di esperti si riunisce nella basilica di Santa Giustina a Padova, intorno all’urna dove, secondo tradizione, si conservano i resti dell’evangelista Luca, sigillata da quattrocento anni. Al suo interno, insieme a disparati oggetti e a un numero esorbitante di vertebre di serpente, c’è lo scheletro, senza testa, di un uomo alto circa un metro e sessanta, morto in tarda età. Si tratterebbe dei resti dell’evangelista Luca. Ma è davvero così? La reliquia è autentica? O è andata persa, o è custodita altrove: in Vaticano, o a Venezia, o magari a Praga? E in questo caso, di chi sono quei resti, e in ogni caso, come ci sono arrivati, a Padova? Il vescovo di Padova chiede risposte a una variegata commissione di storici, chimici, filologi, archeologi, e anche un paleontologo, per via dei serpenti. Il genetista chiamato ad analizzare il DNA dello scheletro per capire se è compatibile con le origini siriane del santo è Guido Barbujani, che in questo libro racconta una straordinaria avventura attraverso duemila anni di storia. Ci sono Giuliano imperatore e Lawrence d’Arabia, le crociate e le convulsioni del Medio Oriente contemporaneo: un lungo viaggio intellettuale, ma costellato di avventure e disavventure reali, talvolta comiche. Al contempo, attraverso i modi in cui esperti di discipline molto diverse hanno contribuito a ricostruire frammenti di una storia remota, veniamo a conoscere i meccanismi della ricerca, le grandi potenzialità e i limiti del metodo scientifico, gli scontri di idee e le motivazioni personali che portano, faticosamente e non senza contraddizioni, a passi avanti nelle nostre conoscenze: a volte piccoli, mai irrilevanti.
Mai più. Mai più la Shoah, mai più i campi di sterminio, mai più antisemitismo. Così si è detto. Ma a chi è riferito quel ‘mai più’? Mai più per gli ebrei o mai più a ogni altro genocidio, dopo quello estremo che ci deve fare da monito, chiunque ne possa essere vittima? E perché allora Gaza? E perché è una scelta controversa definire genocidio lo sterminio di Gaza? Usare questa definizione vuol dire sminuire l’unicità di quello ebraico o fare un paragone empio tra Stato di Israele e Germania nazista? Chiunque usi il termine genocidio per la Palestina è, anche inconsapevolmente, un antisemita? Proprio la parola antisemitismo è oggi sulla bocca di tutti: da una parte, la presenza nel dibattito pubblico di stereotipi antisemiti; dall’altra, il governo di Israele e i suoi sostenitori che definiscono antisemita chiunque critichi la sua politica, dall’ONU a quei paesi dell’Unione Europea che hanno riconosciuto lo Stato palestinese. Ma allora cos’è l’antisemitismo, chi sono gli antisemiti? Quali sono le differenze con l’antisionismo? E ancora, se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo, come opporvisi? Dopo il grande successo di "Il suicidio di Israele" (Premio Strega Saggistica 2025), Anna Foa ha sentito l’urgenza di rispondere a queste domande, con la consapevolezza che quello che abbiamo vissuto in questi ultimi due anni mette a rischio il patrimonio di valori che abbiamo costruito attorno alla memoria della Shoah e per rivendicare, oggi più che mai, un ‘Mai più’ che valga per tutte le donne e gli uomini. A prescindere da ogni credo e identità.
Suor Ana de Cristo, monaca clarissa, nel 1620 lasciò Toledo e si imbarcò alla volta delle Indie. La sua era una missione reputata quasi impossibile: lasciare la clausura in cui aveva vissuto fino a quel momento e raggiungere le Filippine per fondare il primo monastero di Manila. Insieme a lei, in questo viaggio straordinario, altre otto missionarie e la guida spirituale Jerónima de la Fuente, mistica carismatica, figura autorevole e visionaria, vera coprotagonista di questa avventura tutta al femminile. Un lungo viaggio attraverso tre continenti e due oceani, che possiamo oggi ripercorrere sulla base di una cronaca d’epoca scritta dalla stessa Ana, donna dalla vocazione contrastata, che passa improvvisamente e in tarda età dalla vita nelle quattro mura del convento a esplorare un mondo dai confini ancora ignoti. Un racconto di viaggio e di formazione tutto al femminile, ma anche un affresco storico che restituisce il mondo della prima età moderna, attraversato da guerre di religione, spedizioni coloniali e ansie di salvezza spirituale. Un passato che è ancora in grado di interrogarci grazie a una figura femminile potente, dimenticata dalla storia, ma capace di parlare al cuore del lettore contemporaneo.
Cinquant’anni fa, il 24 marzo 1976, un golpe militare instaurò in Argentina una delle dittature più feroci dell’America Latina: 30.000 desaparecidos, migliaia di esuli e di prigionieri politici. Le Madres e le Abuelas de Plaza de Mayo, inizialmente sole - ‘le pazze della piazza’ - hanno costruito un modello di resistenza la cui immaginazione, creatività e, soprattutto, il coraggio hanno alimentato nuove forme di azione nella politica argentina: un movimento collettivo e pacifico, capace di trasformare il dolore privato in lotta politica. Gli organismi per la difesa dei diritti umani hanno così saputo rendere possibile il Juicio y castigo. Nel corso del tempo, infatti, i tribunali argentini hanno pronunciato 360 sentenze, condannato 1.237 persone e identificato oltre 800 centri clandestini di detenzione. E 140 nipoti, sottratti ai genitori desaparecidos, hanno potuto ritrovare la loro vera identità. Questo modello di giustizia integrale si è rivelato la forma più completa di riparazione e di accertamento della verità. Basato su fonti ufficiali, documenti d’archivio e testimonianze dirette, questo libro offre una visione d’insieme di un lungo cammino verso la verità e la giustizia. Un percorso che oggi è messo pericolosamente in discussione.
A partire dal III secolo dopo Cristo e fino alla fine del Medioevo, l’elezione del papa avveniva spesso in un clima molto conflittuale, che dava adito a contrasti e contestazioni. Il più delle volte questi sfociavano nella presenza contemporanea di due pontefici, uno dei quali definito, appunto, antipapa. Nel nostro immaginario questi personaggi sono rappresentati come individui corrotti, assetati di potere, nemici della Chiesa e dell’unità dei cristiani. In realtà, lungi dall’essere creature tenebrose che tramano nell’ombra, molti sono devoti uomini di Chiesa divenuti antipapi perché sostenitori di posizioni teologiche poi sconfitte o per una serie di motivi fortuiti. Questa storia dei ‘perdenti’ rispetto alla tradizione ufficiale della Chiesa ci farà scoprire così che dei trenta e più antipapi, uno è venerato come santo e martire e altri sono morti in odore di santità. Che per lunghi secoli su molti di loro la Santa Sede ha preferito non prendere posizione e su alcuni si mantiene tuttora cauta, ammettendo che potrebbero essere considerati papi legittimi. Si scoprirà anche che alcune figure che la storiografia tradizionale ha considerato burattini in mano al potere secolare, hanno contribuito in modo decisivo alla definizione delle regole che stanno alla base del papato e, per questo, in modo del tutto inatteso, alla storia e all’autocoscienza della Chiesa stessa.

