
Niccolò Machiavelli è uno dei pensatori più fraintesi della storia occidentale. Da secoli il suo nome è associato al cinismo, all’inganno e alla massima «il fine giustifica i mezzi», un’eredità che ha cristallizzato la sua figura nell’immagine del consigliere dei tiranni. Questo libro si propone di scardinare questa interpretazione, restituendo al lettore il suo vero volto: quello di appassionato teorico della libertà civile e delle istituzioni repubblicane. L’esperienza diretta di Machiavelli nella politica della Firenze rinascimentale ha plasmato una visione del mondo in cui il bene comune deve sempre prevalere sull’interesse dei pochi. Non troviamo più il solitario ‘Principe’, ma il popolo e la sua capacità di autogovernarsi attraverso leggi giuste e istituzioni solide. Per Machiavelli la grandezza di una nazione risiede soprattutto nella virtù civile di una cittadinanza attiva e partecipe. Contrariamente alla tradizione che vede nel conflitto sociale un pericolo per lo Stato, Viroli dimostra come Machiavelli lo considerasse il respiro stesso della libertà: è dal confronto tra le diverse anime della società che nascono le difese contro le derive autoritarie. Un libro essenziale che considera la politica non l’arte dell’inganno, bensì la scienza del vivere libero.
Vincenzo Cerami l’aveva capito: prendete tutta l’opera di Pasolini, dalla prima poesia infantile fino all’ultimo fotogramma di Salò, e avrete il ritratto, il disegno della storia italiana dalla fine del fascismo alla metà degli anni Settanta. Ascanio Celestini rilancia: facciamone un gioco. Un gioco vero, un azzardo pericoloso, che costringe a guardare in faccia le nostre contraddizioni. 1964: l’Italia del boom sta già franando, si trama un colpo di Stato e Pasolini che fa? Gira Il Vangelo secondo Matteo. Provocazione? Fuga? O uno sguardo così lucido da vedere due millenni di storia nello stesso momento? Valle Giulia, marzo 1968: gli studenti si scontrano coi poliziotti e Pasolini osa scrivere «io simpatizzavo coi poliziotti». E poche righe dopo «Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia». Tradimento? Follia? O l’unico intellettuale italiano che aveva il coraggio di rifiutare le ovvietà del proprio tempo? Il gioco è dunque quello di rimettere Pasolini nel suo tempo. Un tempo che fu breve e pieno. E che oggi è possibile guardare per intero, dall’inizio alla fine. Smettiamola con le domande inutili del tipo «chissà cosa direbbe Pasolini oggi» della distruzione di Gaza, del capitalismo di Stato in Cina o della guerra in Ucraina, di Internet e dei social! E raccontiamo non un solo Pasolini, ma almeno due: il poeta friulano e il regista romano, l’intellettuale corsaro e l’uomo fragile, il profeta della società dei consumi e la vittima della violenza di uno dei grandi ‘misteri italiani’. Ascanio Celestini vuole ritrovare lo sguardo del poeta. Solo così Pasolini resta una presenza viva, un interlocutore necessario per chiunque voglia comprendere le contraddizioni del presente.
Il cibo è l’espressione formidabile della cultura di un’epoca, oltre a essere un mezzo di sostentamento. Per molti secoli, farina e latte, erbe, carni e umori sono stati usati per invocare il sovrannaturale, penetrare l’occulto, compiere miracoli. Sulla base di un’ampia gamma di fonti storiche, come testi penitenziali, letteratura pastorale, agiografie, collezioni di incantesimi e rimedi medici e trattati di teologia, Andrea Maraschi getta luce sulle fluide barriere tra quotidiano e meraviglioso, come solo un oggetto di studio tanto universale e trasversale - il cibo, appunto - può permettere. Il centro dell’analisi è l’Occidente altomedievale ma con un più ampio sguardo all’intero Mediterraneo. Il libro consente non solo di conoscere aspetti meno noti della storia e della cultura riguardante molti alimenti, ma anche di approfondire il concetto di ‘magia’ nell’Alto Medioevo come realtà presente, quotidiana e in profonda continuità con la pratica medica e quella religiosa.
Tra la fine del Medioevo e la prima Età moderna, in alcune città e in alcuni Stati italiani la straordinaria vivacità commerciale rende necessaria l’invenzione di una serie di strumenti operativi e previsionali che avranno un grande successo nei secoli. Quello era il tempo in cui le obbligazioni erano scritte in genovese, i banchieri internazionali parlavano toscano, i broker assicurativi sottoscrivevano polizze in veneziano. Era il tempo in cui gli italiani - pur suddivisi in tanti Stati spesso in guerra fra loro - insegnavano al resto del mondo come accedere al credito senza incorrere nei fulmini ecclesiastici sull’usura, come consolidare il debito pubblico, come far fruttare i risparmi e come evitare di farsi rovinare da un naufragio. Sembra incredibile ma anche uno strumento così attuale come la criptovaluta mostra sorprendenti somiglianze con lo scudo di marco, una valuta virtuale e sottratta al controllo dei governi messa a punto dai banchieri di Genova tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Nei capitoli di questo libro, Alessandro Marzo Magno ricostruisce un affresco vivacissimo di un tempo lontano a cui dobbiamo così tanto del nostro presente.
Benedetto Croce non è stato soltanto uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento ma ha svolto una funzione fondamentale durante il Ventennio fascista, impedendo al regime di ottenere una egemonia assoluta sulla cultura del nostro Paese. Da solo, attraverso i suoi libri, la sua rivista e le sue relazioni, riuscì a tenere accesa la fiamma della speranza in tanti giovani. Franzinelli, oltre a seguire l’atteggiamento di Croce dinanzi al fascismo - accolto con simpatia, poi combattuto con tenacia e inventiva -, ricostruisce la biografia del filosofo e ricollega lo studioso liberale ai protagonisti della cultura italiana ed europea. Una storia esemplare dell’eterna battaglia tra libertà e asservimento della cultura.
La superficie del nostro pianeta è segnata da innumerevoli confini. Alcuni sono naturali, altri sono legati all’opera dell’uomo, marcati da frontiere, muri e barriere. Accanto a questi, ne esistono molti altri che sono meno scontati e tanto sottili da risultare quasi invisibili. Sono quelle linee che separano, dividono, porzioni del nostro mondo a vari fini: dividono popoli, custodiscono identità e culture, sono capaci di generare tensioni e conflitti anche molto gravi. Il geografo inglese Maxim Samson esplora, in modo sorprendente e originale, trenta di queste linee invisibili.
Dopo la morte di re Tancredi, nel febbraio 1194, venne incoronato il piccolo Guglielmo, suo secondogenito. Deportato oltre le Alpi pochi mesi dopo da Enrico VI, cominciano a circolare storie di orribili violenze e mutilazioni da lui subite. La vicenda ebbe una diffusione tale da colpire persino Giovanni Boccaccio, che ne fece un racconto toccante.
Il diritto internazionale ‘non serve’, conta ‘fino a un certo punto’ o ancor peggio ‘non esiste’. Affermazioni simili, fino a pochi anni fa impensabili, sono oggi parte del discorso dominante. Lo smantellamento dell’ordine giuridico internazionale, cominciato sotto le bombe a Gaza, sembra far spazio a una nuova ideologia tribale, fondata unicamente sulla forza. È il lascito terribile delle atrocità compiute, con il supporto occidentale, da esecutivo ed esercito israeliani in Medio Oriente. A partire dal 2023, le linee rosse tracciate a protezione di civili, bambini, medici, giornalisti, operatori umanitari e diplomatici, sono state via via demolite. Il senso di norme volte a tutelare la coesistenza tra i popoli è stato completamente disintegrato. Luigi Daniele ricostruisce le violazioni più eclatanti a cui abbiamo assistito in questi anni, tra la campagna genocida a Gaza e gli attacchi in Siria, Iran e Libano, mostrando come l’Occidente abbia spianato la strada al ritorno di una violenza coloniale, dove la guerra diventa strumento ordinario nelle relazioni tra paesi. Uno schema che già si è ripetuto altrove e che si scaglia adesso anche contro lo stato di diritto.
Subito dopo l’Unità l’Italia si trovò a combattere una vera e propria guerra civile, quella per il Mezzogiorno. Una guerra che ebbe tra i protagonisti un brigante e un generale, Carmine Crocco e Emilio Pallavicini di Priola, lontanissimi per origine e formazione. Carmine Pinto racconta con le loro ‘vite parallele’ e attraverso gli episodi, i luoghi, le battaglie e le leggende, la guerra tra l’ultimo esercito dell’antico regime e il primo esercito nazionale, fino allo scontro finale e al sorprendente epilogo delle loro esistenze.
Dalla fondazione delle prime colonie greche nell’Italia meridionale all’unificazione della penisola sotto l’egemonia romana e alla decadenza del sistema politico e culturale della Magna Grecia, Domenico Musti disegna la storia dei territori interessati dal dilatarsi della grecità verso occidente tra VIII e II secolo a.C. Il confronto con la Sicilia - via via percepita come parte integrante della Megále Hellás - e con altre aree coloniali greche; il ruolo fondamentale del Pitagorismo; la ‘transizione’ culturale e lo ‘stato di sofferenza’ del IV secolo, quando la grecità è ancora economicamente e politicamente valida, ma subisce la pressione e l’influenza delle genti vicine, preludio di una fragile egemonia e dell’avvento finale del dominio di Roma. Un libro imprescindibile sulla storia della Magna Grecia, delle sue città e delle sue articolazioni, dalle origini sino alla definitiva decadenza, che si avvale di un’ottica diacronica interdisciplinare, tra letteratura e archeologia, storia religiosa, sociale e della mentalità.

