
Nel Rinascimento la coltivazione della frutta era confinata agli orti dei monasteri e ai giardini delle ville signorili: un lusso aristocratico che, lungi dall’avere una funzione alimentare, serviva per ostentare raffinatezza. Dal canto loro, i ceti popolari, ossessionati dalla paura di patire la fame, al posto della frutta preferivano mangiare cereali e legumi, più nutrienti e sostanziosi. Al contempo, pere, mele e pesche venivano dipinte dalla dietetica come alimenti insidiosi per l’equilibrio degli umori del corpo. Fra Cinque e Seicento ha inizio la ‘rivincita’ della frutta: una lenta rivoluzione culturale in cui il gusto prende il sopravvento sulle prescrizioni mediche e poi le scoperte scientifiche sulla nutrizione smantellano antiche paure. Non è un caso che, nel Seicento, la rivolta di Masaniello a Napoli scoppiò per una questione legata al mercato della frutta, dimostrando quanto quel commercio fosse strategico. Poi la frutta prende il largo: i limoni di Sanremo e Amalfi nell’Ottocento conquistano il Nord Europa grazie a ferrovie a vapore; le arance siciliane sbarcano in America; l’Italia per decenni domina il commercio internazionale. Fino allo scenario attuale, con la mondializzazione che ha portato sulle nostre tavole mango e avocado tutto l’anno. La frutta che compriamo racchiude, dunque, secoli di storia: teorie mediche e dietetiche, innovazioni agricole, battaglie commerciali, mode e tendenze.
Nel suo capolavoro "L’origine delle specie", Charles Darwin per rimarcare la differenza tra la fisica e le scienze della vita propone un’immagine sorprendente: «Gettate in aria una manciata di piume, e tutte dovranno cadere al suolo secondo leggi definite. Ma come è semplice questo problema se confrontato con l’azione e la reazione delle innumerevoli piante ed animali che hanno determinato, nel corso dei secoli, i numeri proporzionali e i tipi di alberi che ora crescono su quelle vecchie rovine indiane!». Da questa frase prende avvio e spunto questo libro, per raccontare la natura come una storia: la storia di milioni di specie che, attraverso relazioni, conflitti e cooperazioni, hanno costruito gli ecosistemi del pianeta. Quello che dobbiamo avere chiaro è che lo stato vivente della materia è il più complesso dell’universo conosciuto e, quindi, studiarlo è la sfida più ardita che ci sia, tanto per gli scienziati quanto per chi - pur non dedicandosi alla scienza - ha un minimo di curiosità per capire quel che gli avviene attorno. Dunque, la storia naturale è storia: descrive quel che è avvenuto e avviene e cerca di comprendere le cause che lo hanno determinato. Non possiamo chiederle di essere predittiva più di quanto non possiamo chiedere agli storici di prevedere la storia del futuro. Lo fanno gli economisti e, invariabilmente, falliscono. Questo significa che le scienze della vita non si lasciano ridurre a formule matematiche, a modelli deduttivi, né possono essere predittive come ad esempio la fisica. Quando si affronta la complessità della vita sono necessari altri approcci. Intrecciando scienza, storia naturale e riflessione culturale, Boero ha scritto un grande libro di storia naturale che riporta la natura al centro della nostra cultura. Che nasce osservando animali e piante, non costruendo modelli. La nostra intelligenza è nata fuori dai laboratori: è lì che dobbiamo tornare per capire il mondo che abitiamo.
Che fare quando un testo è scritto male, la sequenza dei contenuti è confusa, i periodi appaiono sintatticamente o logicamente ingarbugliati? Dobbiamo ammettere che c’è un basso grado di elaborazione concettuale nella proliferazione di testi brevi e frammentari presenti in rete e ciò spesso produce effetti sulla loro qualità inversamente proporzionali alla loro quantità. Così come dobbiamo ammettere che sempre più ci si affida acriticamente alla scorciatoia dell’intelligenza artificiale per testi continui e concettualmente elaborati. Come salvaguardare l’efficacia comunicativa di un testo, sia esso breve o lungo? Se lo scrivente adolescente e quello adulto, che scrive per scopi professionali, dispongono di grammatiche, dizionari, prontuari per intervenire sul piano della correttezza risolvendo i dubbi più frequenti, meno numerosi sono gli strumenti pensati per agire sull’efficacia complessiva dei testi. Come provare a risolvere questi problemi? L’idea alla base di questo libro è che affinare le capacità di riscrittura di testi altrui sia un ottimo viatico per imparare a scrivere meglio i propri. A questo fine, Massimo Palermo propone nove itinerari didattici in cui si affrontano le casistiche più ricorrenti di errori sintattici e testuali, con attività di riscrittura migliorativa di testi reali: scritture giornalistiche, saggistica, post sui social media, elaborati scolastici e universitari. Il risultato è un libro diretto a studenti, docenti e adulti che scrivono per scopi professionali, indispensabile per intervenire sull’efficacia dei testi.
Giulio Ferroni dichiara, fin da subito, che il libro nasce da una preoccupazione e da un disappunto: preoccupazione per il danno ambientale, storico, civile, che costituirebbe il progettato ponte sullo Stretto; disappunto (salvo poche eccezioni) per l’indifferenza degli intellettuali di fronte a questa violazione di un luogo capitale dell’identità italiana ed europea, del mito classico, della bellezza, della storia, del lavoro e del dolore umano. Il libro intende mostrare come l’idea stessa di un simile ponte, tanto più nelle tragiche circostanze che il mondo sta vivendo, rappresenti profanazione del lascito del passato e del presente. Non un ‘volano dello sviluppo’, come si sente ripetere, ma un’alterazione definitiva di un habitat naturale e storico, che va difeso fino in fondo. Mito, storia, letteratura, vengono convocate come segni necessari di resistenza alle offese che oggi aggrediscono la natura e la vita. Così, pagina dopo pagina, leggiamo alcuni dei più essenziali racconti e passaggi, immaginari e reali, che nel corso del tempo hanno toccato lo Stretto.
Dieci anni fa una sequenza di scosse fortissime ha distrutto paesi e minato il tessuto sociale di intere comunità. Ad agosto 2016 il sisma colpisce Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto; a ottobre è la volta della Valnerina, Castelluccio e Norcia; infine, a gennaio 2017 Campotosto finisce in macerie. Andrea Mattei percorre il Cammino nelle Terre Mutate, il primo itinerario escursionistico solidale d’Europa, nato per portare vicinanza a questi luoghi: 245 km da Fabriano a L’Aquila attraverso quattro regioni (Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio) e due Parchi nazionali, quello dei Monti Sibillini e quello del Gran Sasso e dei Monti della Laga. 14 giorni a piedi dai forti contrasti, tra paesaggi meravigliosi, una natura in buona parte incontaminata e i segni ancora vivi della distruzione dei terremoti. La storia di comunità perdute ma anche di tante persone che resistono in un Appennino già afflitto dalla piaga dello spopolamento e dell’abbandono. Il racconto alterna la descrizione dei territori attraversati in lunghe giornate solitarie di cammino e l’incontro con persone straordinarie che hanno deciso di rimanere e scommettere sulla possibilità di rinascita. Saranno loro il cuore di questo libro: Erica, monaca di clausura del monastero San Luca a Fabriano, che accoglie viandanti insegnando la Regola benedettina dell’ascolto; Rita, commerciante di casalinghi («in una città senza più case…») di Norcia e anima della comunità locale; Patrizia, l’Ortigiana di Ussita, a cui il sisma ha spazzato via l’orto sinergico e il b&b e che con tenacia oggi riparte; Roberto, il ‘Doctor Monster’ di Campi, che all’indomani del sisma radunò tutto il paese nella Pro Loco appena inaugurata; Stefano, il fornaio di Arquata, l’unico sveglio quella notte del 24 agosto; Assunta, la tessitrice di Campotosto, che dalle macerie ha resuscitato l’antico telaio. Con loro e con molti altri protagonisti, tappa dopo tappa, l’autore si interroga sui tempi lunghissimi della ricostruzione e sul destino delle aree interne del nostro Paese.
Che fare se Venezia diventa inaccessibile, Barcellona si rivolta contro i turisti e Jeff Bezos compra un pezzo di spazio pubblico per il suo matrimonio? Ormai viviamo nell’era del turismo. 1,4 miliardi di persone in movimento ogni anno. Eppure, viaggiare non ci ha mai reso così infelici. I centri storici delle città si svuotano di abitanti e si riempiono di bistrot tutti uguali. I luoghi più belli del mondo puzzano di fritto e selfie. E noi, imperterriti, continuiamo a prenotare. "Vero viaggio è il ritorno" mette in discussione alla radice uno dei miti fondanti del nostro tempo: l’idea che viaggiare sia sempre e comunque un bene, una forma di libertà, un’esperienza necessaria per stare meglio e conoscersi. E inizia da una domanda scomoda: siamo davvero sicuri che viaggiare serva ancora a qualcosa? Partendo dalla propria storia - anni di viaggi, una casa in Umbria, un cane adottato durante la pandemia, un astrologo del Kerala che le aveva detto «devi muoverti di più» -, Valentina Pigmei esplora tutte le diverse forme possibili di spostamento. I treni notturni che attraversano l’Europa mentre si dorme. I viaggi di prossimità, quelli che non richiedono un aereo ma restituiscono intatto lo stupore. L’ospitalità come pratica concreta e relazionale che trasforma un luogo in un’esperienza autentica. Le comunità che riportano alla vita isole abbandonate senza trasformarle in resort. Il viaggiare senza soldi, affidandosi alla fiducia e all’economia del dono. E poi i viaggi delle donne, un’avanguardia silenziosa che oggi sta reinventando il senso stesso dello spostarsi. È davvero tempo di trovare altre strade, compiere un’inversione di rotta: viaggiare meno, meglio. Perché oggi il vero viaggio non è partire. È tornare.
Tucidide descrive il grande scontro avvenuto nel V secolo a.C. tra Atene e Sparta. Ciò che fa di quest’opera un classico immortale è - più che la quantità di informazioni preziose - la qualità della ricostruzione storica che, basata su rigorosi criteri di valutazione razionale, mira a trarre dalla massa degli eventi contingenti il filo conduttore dell’evoluzione storico-politica: non a caso è Tucidide che ha ‘scoperto’ la guerra del Peloponneso che gli stessi contemporanei non percepivano come fenomeno unitario, ma come catena di episodi staccati.
C’è un momento preciso, quando si cammina in montagna, in cui tutto si fa silenzioso. È quell’attimo in cui ti fermi a prendere fiato, il vento smette per un istante di soffiare, ti guardi attorno, osservi la meraviglia e ti rendi conto di quanto sei piccolo. È il momento per il quale tutti quanti noi arranchiamo sui sentieri e vaghiamo per i boschi, ci sorprendiamo di fronte alle cascate o scrutiamo i crinali alla ricerca di stambecchi e marmotte. Ma la montagna non è un luogo di vacanza come tutti gli altri, non è un luna park, bisogna accettare l’esistenza di pericoli e pianificare tutto, anche la rinuncia. Allora è importante sapere come preparare uno zaino, come leggere una carta, quali strumenti tecnologici sono utili e quali no. Un libro piacevole e divertente per tutti coloro che cercano uno scatto di fantasia e di immaginazione per uscire dai sentieri più battuti, dai panorami ‘instagrammabili’ e dagli eventi ‘esclusivi’ a 3000 metri.
Niccolò Machiavelli è uno dei pensatori più fraintesi della storia occidentale. Da secoli il suo nome è associato al cinismo, all’inganno e alla massima «il fine giustifica i mezzi», un’eredità che ha cristallizzato la sua figura nell’immagine del consigliere dei tiranni. Questo libro si propone di scardinare questa interpretazione, restituendo al lettore il suo vero volto: quello di appassionato teorico della libertà civile e delle istituzioni repubblicane. L’esperienza diretta di Machiavelli nella politica della Firenze rinascimentale ha plasmato una visione del mondo in cui il bene comune deve sempre prevalere sull’interesse dei pochi. Non troviamo più il solitario ‘Principe’, ma il popolo e la sua capacità di autogovernarsi attraverso leggi giuste e istituzioni solide. Per Machiavelli la grandezza di una nazione risiede soprattutto nella virtù civile di una cittadinanza attiva e partecipe. Contrariamente alla tradizione che vede nel conflitto sociale un pericolo per lo Stato, Viroli dimostra come Machiavelli lo considerasse il respiro stesso della libertà: è dal confronto tra le diverse anime della società che nascono le difese contro le derive autoritarie. Un libro essenziale che considera la politica non l’arte dell’inganno, bensì la scienza del vivere libero.
Vincenzo Cerami l’aveva capito: prendete tutta l’opera di Pasolini, dalla prima poesia infantile fino all’ultimo fotogramma di Salò, e avrete il ritratto, il disegno della storia italiana dalla fine del fascismo alla metà degli anni Settanta. Ascanio Celestini rilancia: facciamone un gioco. Un gioco vero, un azzardo pericoloso, che costringe a guardare in faccia le nostre contraddizioni. 1964: l’Italia del boom sta già franando, si trama un colpo di Stato e Pasolini che fa? Gira Il Vangelo secondo Matteo. Provocazione? Fuga? O uno sguardo così lucido da vedere due millenni di storia nello stesso momento? Valle Giulia, marzo 1968: gli studenti si scontrano coi poliziotti e Pasolini osa scrivere «io simpatizzavo coi poliziotti». E poche righe dopo «Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia». Tradimento? Follia? O l’unico intellettuale italiano che aveva il coraggio di rifiutare le ovvietà del proprio tempo? Il gioco è dunque quello di rimettere Pasolini nel suo tempo. Un tempo che fu breve e pieno. E che oggi è possibile guardare per intero, dall’inizio alla fine. Smettiamola con le domande inutili del tipo «chissà cosa direbbe Pasolini oggi» della distruzione di Gaza, del capitalismo di Stato in Cina o della guerra in Ucraina, di Internet e dei social! E raccontiamo non un solo Pasolini, ma almeno due: il poeta friulano e il regista romano, l’intellettuale corsaro e l’uomo fragile, il profeta della società dei consumi e la vittima della violenza di uno dei grandi ‘misteri italiani’. Ascanio Celestini vuole ritrovare lo sguardo del poeta. Solo così Pasolini resta una presenza viva, un interlocutore necessario per chiunque voglia comprendere le contraddizioni del presente.

