
Non è esagerato dire che Massimo Raveri, uno dei più autorevoli studiosi di religioni e filosofie dell’Asia orientale, ha scritto un libro di divorante bellezza e suggestione. I racconti dell’inizio svelano la profondità di un progetto divino sul mondo e sugli uomini, dicono l’armonia di un ordine trascendente che solo può sconfiggere il pensiero inquietante secondo cui le forme dell’universo, come i percorsi delle nostre vite, il bene e il male, siano il frutto della libertà del caso. Ma gli antichi racconti parlano anche dell’ombra e del dolore, dell’irrompere della morte e dell’apparire del volto ingannevole del male. I racconti dell’inizio del mondo costituiscono il fondamento di ogni religione e l’autore ci fa cogliere l’originalità delle diverse visioni, i sottili processi ideologici che nascondono e le somiglianze che si intrecciano e si evolvono nel tempo. Così la trama del libro è costruita sulle diverse scelte su cui ogni cultura elabora l’idea di Dio, dell’uomo e della natura. Pensare che l’universo sia nato dalla volontà di un Dio creatore che lo ha modellato dal caos o, invece, che le mille forme del mondo sono derivate dallo smembrarsi di Dio in un auto-sacrificio terribile e cruento o, all’opposto, che tutti gli esseri sono stati generati da due divinità che si sono amate in un amplesso erotico, ha ricadute assai diverse sul senso della nostra esistenza e della nostra morte. Non a caso, il libro si chiude su un problema teologico nodale: perché Dio ha creato l’universo? Perché Lui, che è assoluto e perfetto, ha dato inizio a tutto? Una risposta è che forse ha creato l’universo ‘per gioco’, una visione che esprime un’angoscia latente, un dubbio radicale sul senso del nostro destino. Ma un mito degli indiani Winnebago dà un’altra risposta: «Perché il Grande Spirito si sentiva solo». È una risposta semplice, chiara, condivisa dalle religioni più diverse: Dio crea per avere un’alterità da amare, per cui esprimere la sua essenza, che è amore. Nella creazione trova la sua vera completezza, e dalla sua gioia nascono le forme del mondo.
Gli oggetti sono neutrali o ‘sessisti’? Il design contribuisce al sistema patriarcale di oppressione? È possibile immaginare una progettazione che tenga conto di queste domande? L’utenza dei prodotti del design industriale del Novecento si rifà storicamente al cosiddetto standard dell’uomo medio: un individuo di genere maschile, abile, astratto dal contesto. La stessa storia del design, anche quando non scritta da uomini, o addirittura anche quando dedicata a isolare le eccezioni delle donne che si sono distinte in questo ambito, risente della logica maschile: o perché si segue il criterio dei grandi nomi, delle invenzioni, del successo di poche e per poche; o perché gli oggetti, anche quando progettati da donne, si sono adeguati agli standard dettati dagli uomini; o perché la storia sociale della produzione materiale delle donne è stata raccontata sì, ma in una logica passiva, se non addirittura oppressiva. Guardare il design in una prospettiva femminista ci aiuta non solo a denunciare un’esclusione, ma a immaginare un mondo in cui siano le donne a progettare strumenti capaci di garantire la propria salute riproduttiva, il proprio piacere, la propria sicurezza, a partire dalla conoscenza riappropriata del loro corpo. Chiara Alessi, grande esperta di design, descrive alcuni di questi progetti a partire dal lettino ginecologico, passando per lo speculum e gli strumenti di autodiagnosi, fino ai dispositivi mestruali e quelli per il piacere. È ormai tempo di rinegoziare il design in una prospettiva critica di genere: rinegoziare il potere, rinegoziare i corpi, rinegoziare il sapere, rinegoziare la funzione.
Nel giro di un decennio o poco più, alcune aziende del settore tecnologico, i famosi ‘Big Tech’, hanno scalato l’economia globale. Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta, Apple, il gruppo di Elon Musk, Nvidia: è questo il ristretto club di chi vale più di mille miliardi di dollari. Prima di loro, nessuno aveva mai raggiunto vette simili. Ma come ci sono riuscite? E che uso fanno di queste risorse senza fondo? Se il loro impero è sorto con il digitale, le stesse aziende guidano oggi lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. E non solo. La nuova corsa allo spazio, la robotica intelligente, l’e-commerce e molto altro, sono in mano ai soliti noti. Per assicurarsi il predominio, costruiscono data center così energivori da lasciare il segno sul pianeta. Lanciano satelliti e stendono cavi sotto gli oceani. Modificano i consumi culturali in tutto il mondo, condizionano l’informazione e la democrazia. Non c’è, insomma, alcun ambito del quotidiano che sfugga a questa rivoluzione dall’alto, dove a decidere è la nuova oligarchia tecnologica. Luca Balestrieri ripercorre il cammino precipitoso che ci ha portato fin qui, per descrivere l’ecosistema tecnologico in cui siamo immersi e le sue fitte ramificazioni. Non ultime quelle geopolitiche. Nello scontro tra USA e Cina, che si combatte a colpi di microchip, modelli di IA, dazi e sanzioni, l’Europa può ancora arginare il potere dei Big Tech e difendere la propria sovranità?
Ogni volta che qualcosa non va, sentiamo ripetere la frase: «Stiamo tornando al Medioevo!». Può essere un sistema scolastico traballante o una crisi economica e sociale, sempre ritorniamo a quei ‘secoli bui’, a quel periodo di transizione e di tabula rasa che tanto ci spaventa e, paradossalmente, tanto ci affascina. Ma il Medioevo che pensiamo di conoscere non è mai esistito. I ‘secoli bui’ popolati da servi della gleba o quello luccicante di cavalieri, corti e tornei, nascondono una verità storica ben più complessa e affascinante. Giuseppe Sergi, uno dei più autorevoli storici italiani del Medioevo, in questo libro demolisce con rigore scientifico i luoghi comuni che da troppo tempo offuscano la comprensione di un millennio cruciale della storia europea: la presunta ‘piramide feudale’, l’economia del baratto, il papa-monarca assoluto, i vescovi-conti, lo ius primae noctis. Di fronte a chi si sforza di trovare nel Medioevo inventate radici di identità nazionali o esalta i vincoli solidaristici delle comunità rurali, è necessario compiere una operazione di verità storica. Il Medioevo reale, liberato dalle incrostazioni leggendarie, rivela sorprese culturalmente più ricche e autentiche di qualsiasi immaginario convenzionale.
Questa è la storia di come le società europee, tra medioevo ed età moderna, spinsero le proprie ambizioni sempre più verso l’oceano trasformando l’idea che avevano dell’Ovest: quella che era una direzione divenne poco alla volta uno spazio pensabile. Questa è, dunque, una storia di grandi navigatori e di dibattiti violenti tra geografi, una storia di sfide e di esplorazioni che solcarono l’ignoto. Ma è anche la storia dei dibattiti culturali che ne seguirono e che inventarono e definirono quell’Occidente che prima mancava dalle mappe. E il punto di arrivo di questa storia siamo noi. Nel 1494 un trattato tra Spagna e Portogallo divideva il mondo in due e inventava l’Occidente come spazio, comunità e cultura. Mai nessuno si sarebbe potuto aspettare che una semplice firma avesse conseguenze così gigantesche e durature.
Gianni Rodari è stato un meraviglioso intellettuale, maestro, scrittore, inviato speciale, militante, promotore instancabile del più grande strumento di liberazione che gli esseri umani abbiano mai ideato: la parola. Un uomo il cui gioco di invenzioni e parole, come ha scritto lui stesso, «pur restando un gioco, può coinvolgere il mondo». Questa è una sua attualissima biografia ‘per insiemi’ che ha l’ambizione di raccontarlo tutto intero e di sottrarlo allo stereotipo dello scrittore ‘facile’.
Google, X, Facebook, Amazon: la nostra vita quotidiana passa tutta attraverso queste piattaforme digitali. Ma il loro potere non si ferma a questo. Negli ultimi anni si è sviluppata una mutua dipendenza tra Stato e Big Tech fondata sull’evoluzione del complesso militar-digitale USA capace di sviluppare armi autonome, condurre vere e proprie azioni militari e usare l’intelligenza artificiale per l’intelligence. Siamo di fronte a un nuovo ‘imperialismo digitale’ in cui lo Stato garantisce l’accesso ai dati prodotti dalla collettività e tutela la penetrazione delle piattaforme nei mercati esteri. Non è un caso che esistano delle ‘porte girevoli’ che vedono le stesse persone passare dai vertici delle piattaforme a quelli militari e viceversa. Quanto sta avvenendo negli USA trova conferma in Cina, dove troviamo la stessa relazione tra le Big Tech locali e il Partito comunista. Questo ‘imperialismo digitale’, dunque, non è solo foriero di squilibri economico-sociali ma è alla base delle tensioni tra i poli che si contendono l’egemonia globale.
Siamo nel luglio del 1925. Giovanni Amendola è in viaggio verso Pistoia da Montecatini, che ha dovuto lasciare perché una folla di camicie nere ha posto sotto assedio il suo albergo. Per Amendola, questi attacchi non sono una novità. Ha già subito nel 1923 un pestaggio a Roma, dove ora è il leader principale dell’Aventino, la coalizione dei deputati antifascisti sorta dopo il delitto Matteotti. Improvvisamente, a una svolta, l’auto è costretta a fermarsi e Amendola viene assalito dai fascisti che, dopo avergli garantito l’incolumità, avevano preparato l’agguato. Lo picchiano brutalmente a colpi di bastone. Le ferite sono gravi e lo condurranno alla morte pochi mesi dopo, nell’aprile del 1926. A cento anni dalla scomparsa, Antonio Carioti parte da questo drammatico episodio per ricostruire la biografia del più acuto e coraggioso oppositore liberal-democratico del Duce. Autodidatta di origini modeste, Amendola si afferma ai primi del Novecento nell’ambiente delle riviste fiorentine, per poi passare al "Corriere della Sera" di Luigi Albertini. Eletto deputato nel 1919, figlio del Mezzogiorno di cui reclama il riscatto, è uno spirito religioso, animato da una fede profonda nella libertà. Ostile al fascismo e al comunismo, si batte per trasformare l’Italia in una democrazia moderna e capisce in anticipo su molti altri il pericolo costituito dal sorgere di un partito armato agli ordini di Mussolini. Denuncia per primo nel 1923 lo «spirito totalitario» del regime nascente e avanza la proposta di creare una Corte costituzionale per tutelare le regole del gioco dagli abusi del potere. Un nemico troppo pericoloso perché il fascismo potesse tollerarlo.
Gli eventi recenti nella Striscia di Gaza hanno riacceso l’interesse del pubblico verso una comprensione più profonda delle radici storiche del conflitto israelo-palestinese. Le mobilità forzate - dall’esilio della maggioranza dei palestinesi nel 1948 alle espulsioni del 1967, fino ai trasferimenti che si sono susseguiti nei decenni successivi - rappresentano un elemento imprescindibile della storia di quest’area. Questo libro ricostruisce la storia dei rifugiati palestinesi utilizzando fonti documentarie inedite e immagini provenienti da archivi disseminati in tutto il mondo. E lo fa coprendo un arco temporale straordinariamente ampio, che parte dalle migrazioni all’interno dell’impero ottomano nel XIX secolo fino ad arrivare agli sviluppi più recenti, passando attraverso i momenti cruciali delle espulsioni nel 1948 e dell’occupazione nel 1967. Una prospettiva di lungo periodo che permette di comprendere continuità e rotture storiche spesso ignorate dalla cronaca contemporanea, offrendo chiavi di lettura originali per interpretare il presente. Le vicende dei rifugiati palestinesi, infatti, investono anche il modo con cui viene ricostruito e narrato il conflitto arabo-israeliano. I palestinesi non sono stati privati soltanto di case, comunità e territori: da esuli e rifugiati, sono state anche negate la loro soggettività e l’identità, presentati come vittime e mai protagonisti. Una storia mai raccontata, oggi più necessaria che mai.
I diritti non sono più uguali per tutti. I doveri sono in carico solo a chi non può eluderli. Si diffonde l’idea che i vincenti del capitalismo siano ‘uomini diversi’, superiori, a cui i più deboli si devono affidare per essere meglio governati e protetti, secondo una logica feudale. Il mondo nuovo cui siamo approdati somiglia sempre di più a quello dell’ancien régime.

