
I miti non appartengono alla mente razionale. Piuttosto, essi scaturiscono dalle profondità di quel grande serbatoio che Jung chiama «inconscio collettivo». In Occidente è capitato che siano stati interpretati come fatti. Ma poiché, in questa nostra era di scetticismo scientifico, siamo consapevoli che tali fatti non possono essere accaduti davvero, la parola «mito» è divenuta sinonimo di «falsità». E la vita religiosa ha assunto un carattere strettamente morale. In altre parole, l’uomo contemporaneo ha perso la possibilità di accedere a una dimensione profonda ed essenziale della sua natura.
Secondo Campbell, però, la grande diffusione delle dottrine orientali nel contesto delle accecate esistenze occidentali ha il benefico effetto di ridestarci al nostro retaggio pre-cristiano, a quelle Tradizioni nelle quali il mito non è inteso come il racconto di fatti pseudostorici, ma è la rivelazione poetica del grande mistero che esiste ora e da sempre, che sta dentro ognuno di noi e che è al di là di ogni possibile definizione.
Spaziando dall’induismo al taoismo, dal buddhismo al giainismo, Campbell esplora le metafore orientali dell’Eterno e del Trascendente, immagini, figure e racconti all’apparenza esotici, quando non estranei alla nostra sensibilità, eppure in grado di trasmettere anche a noi il loro messaggio di verità intorno all’uomo.
La cosa più straordinaria delle mitologie orientali è la loro capacità di dilatare i confini del tempo e dello spazio, portando a un forte ridimensionamento del momento attuale, della vita e delle sue tentazioni e distrazioni, angosce e sviamenti.
Il mito aiuta a sopravvivere alle contingenze che assalgono l’uomo, a trovare «un punto di quiete» e a proseguire nella ricerca con animo leggero, come se fosse un gioco, il gioco di Dio.
Il documentario è vecchio come il cinema, ma a differenza delle opere di fantasia non ha mai conquistato il grande pubblico e ha occupato uno spazio marginale nella programmazione delle sale o nei palinsesti televisivi. D'altra parte è sempre stato il terreno privilegiato di una riflessione profonda sull'etica, l'estetica e la tecnica del mezzo cinematografico e ha impegnato la creatività di alcuni fra i massimi registi del '900. Recentemente, poi, anche grazie ai progressi della tecnologia che hanno molto semplificato il processo produttivo, ha conosciuto un nuovo sviluppo, accompagnato da una più acuta attenzione di operatori culturali e studiosi. In questo aggiornatissimo volume, Guy Gauthier effettua una ricognizione a 36O gradi, combinando storia e teoria, critica e analisi del documentario. Le questioni che affronta vanno dalla definizione di una terminologia specifica alla poetica dei grandi autori, dall'analisi del ruolo del cineasta al problema dei mezzi tecnici e della fruizione sociale dell'opera. Ne risulta l'articolato ritratto di una forma espressiva in evoluzione costante e ricchissima di voci e di esperienze, come dimostra la filmografia raccolta in appendice, in cui sono registrati quasi trecento registi di ogni continente, dalla Francia all'Italia, dalla Cina all'India, dall'Argentina agli Stati Uniti, agli stati africani.
Come è nato il cristianesimo, dal tronco dell’ebraismo, in un Medio Oriente attraversato da numerosi movimenti messianici? Come si è organizzata la Chiesa, prima in clandestinità e poi, a partire dal IV secolo, quando quella cristiana è divenuta la religione ufficiale dell’Impero? Quali controversie dottrinali hanno lacerato la cristianità nel corso della sua storia, provocando scismi e separazioni che ancora durano? Quali rapporti ha intrattenuto la Chiesa di Roma con gli ebrei e i musulmani? Perché l’autorità del papa si è imposta come una sorta di marchio di fabbrica del cattolicesimo? Che cosa furono realmente le Crociate? E quanto è giustificata la leggenda nera della Santa Inquisizione? Quanto devono al cristianesimo e alla Chiesa l’Occidente e il suo sistema di valori? Come ha reagito la Chiesa di fronte all’irruzione della modernità? Che cosa ha rappresentato il Concilio Vaticano II e perché ancora oggi se ne discute? Come è avvenuta la diffusione del cattolicesimo in Asia, Africa e America, continenti nei quali oggi risiede il maggior numero di fedeli?
Anche i cattolici più preparati e consapevoli conoscono in maniera insufficiente la storia della Chiesa cui appartengono. Questo in parte dipende dal carattere «esistenziale» della scelta di fede, in cui storia e cultura possono entrare solo marginalmente, ma è pure la conseguenza della particolare complessità di una vicenda storica ormai bimillenaria.
Eppure la storiografia sul cattolicesimo non è mai stata così vivace come in questi ultimi anni. Stimolata dai rapidi cambiamenti che interessano la società, si è aperta proficuamente al contributo di altre discipline, quali la sociologia o l’antropologia, che hanno ampliato gli orizzonti della ricerca, accumulato dati preziosi un tempo trascurati e portato alla luce il contributo decisivo che oggi offrono alla Chiesa nuovi soggetti, quali ad esempio i tanti movimenti espressi dal laicato.
Il volume di Jean-Pierre Moisset, che in Francia ha ricevuto numerosi premi ed è entrato nella classifica dei libri più venduti, si inserisce a pieno titolo in questo rinnovamento storiografico e ha fra i molti pregi innanzitutto quello di ricostruire in modo completo ed equilibrato una storia che spesso viene ridotta a qualche data sparsa e a pochi «passaggi» esemplari, e che invece è ricca di avvenimenti e di insegnamenti utili al nostro tempo.
Il mondo ha saputo della pericolosità del programma nucleare iraniano il 14 agosto 2002, durante un briefing tenuto a Washington dal Consiglio Nazionale della Resistenza in Iran. Da allora la comunità internazionale ha chiesto invano di poterne verificare la natura pacifica. Lungi dall’aprire le porte dei suoi centri alle ispezioni internazionali cui ha l’obbligo di sottoporsi, Teheran è andata avanti per la sua strada eludendo la trattativa diplomatica, incorrendo in cinque dure censure nella forma di risoluzioni ONU al Consiglio di Sicurezza e subendo infine le sanzioni economiche.
L’incubo secondo molti è concreto: entro pochi anni l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad disporrà di un arsenale atomico che potrà usare per promuovere le sue ambizioni egemoniche in Medio Oriente. Ma non tutti credono a questa previsione – in primo luogo la Russia e la Cina. L’Europa preferisce affrontare la crisi attraverso il dialogo e gli Stati Uniti sembrano voler prima risolvere definitivamente le loro missioni in Iraq e Afghanistan.
Il dossier Iran è la questione di politica estera e di sicurezza più importante e strategica oggi sul tappeto. Ed è anche la più complessa, perché sono in gioco giganteschi e divergenti interessi economici legati al petrolio all’interno dello schieramento occidentale: l’Unione Europea, infatti, è di gran lunga il principale partner commerciale dell’Iran, mentre gli Stati Uniti da molto tempo non hanno con esso alcun rapporto.
Frutto di un imponente lavoro di ricerca e di interviste a diplomatici e alti funzionari dei servizi di sicurezza e di intelligence di molti Stati, La bomba iraniana fornisce un quadro tanto informato quanto allarmante di quella che, a giudizio di Emanuele Ottolenghi, è una minaccia molto seria per gli interessi strategici dell’Europa e indica una via d’uscita, proponendo una serie di raccomandazioni pratiche ai leader europei che devono affrontarla.
È il 2 ottobre del 1928. In una stanza della casa dei Padri Lazzaristi a Madrid un giovane sacerdote sta meditando. Si chiama Josemaría Escrivá. È un figlio della classe media spagnola. «Avevo 26 anni, grazia di Dio e buon umore, nient’altro», racconterà anni dopo. Quel giorno, in quel luogo, egli «vede» il compito a cui dedicherà la sua esistenza. Possiamo tentare di riassumerlo così: nessun aspetto della nostra vita è secondario, ogni nostra azione quotidiana, anche quella in apparenza più insignificante, è un mezzo che ci consente di offrirci interamente a Dio. Josemaría Escrivá si sente illuminato dalla sua scoperta. Dio gli chiede di aiutare i cristiani a diventare santi ogni giorno. È una rivoluzione «democratica» nel regno della santità, un modo di cercarla in mezzo agli uomini e non più abbandonando il mondo, nel luogo di lavoro come in famiglia, seguendo l’esempio di Gesù che trascorse quasi tutta la sua vita terrena lavorando come artigiano a Nazaret. In questa antologia, curata da don John Paul Wauck, sono raccolti alcuni dei testi più significativi di san Josemaría Escrivá. In essi il fondatore dell’Opus Dei espone i principali temi del suo messaggio – la chiamata universale alla santità, il lavoro come cammino di santificazione, la vita contemplativa in mezzo agli impegni quotidiani, l’unità di vita e opere –, si sofferma sui grandi amori della sua esistenza – Gesù, Maria, san Giuseppe – e affronta molti degli argomenti oggi più dibattuti – quali la libertà della persona, il matrimonio, il significato del dolore, il ruolo della donna, l’impegno sociale, la spiritualità degli uomini –, rivelando una sensibilità e un linguaggio straordinariamente moderni, capaci di parlare davvero a tutti, secondo lo spirito più autentico della sua testimonianza.
Taizé nasce nella Francia occupata dai nazisti come comunità monastica, voluta da un giovane protestante svizzero, Roger Schutz-Marsauche, che non crede all’esistenza di frontiere invalicabili fra i paesi, le confessioni religiose, le culture, le generazioni. In un’epoca in cui l’uomo sembrava aver smarrito ogni speranza, frère Roger fonda sulle dolci colline della Borgogna un luogo di riflessione, di preghiera e di dialogo, dapprima riservato ai confratelli protestanti e poi con il passare degli anni aperto anche ai cattolici e agli anglicani (l’unità dei cristiani, così tanto desiderata…). Taizé diventa in poco tempo una delle realtà più vitali del mondo cristiano, capace di parlare – in un’Europa sempre più atea – alla società e, in particolare, ai giovani, e impegnata a fare dell’ecumenismo una pratica davvero quotidiana. Le immagini dei tantissimi ragazzi che ogni anno da tutte le parti del mondo si radunano festanti sulle colline francesi per pregare e stare insieme sono forse la rappresentazione più efficace dello spirito di Taizé. Ma altrettanto significativi sono i legami che frère Roger e la sua comunità hanno stretto con Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, con uomini politici come Mitterrand, con intellettuali e artisti come Wim Wenders, e i progetti di aiuto alle zone più povere del pianeta, dall’Africa, all’Asia, all’America latina.
Nelle pagine di questo libro il cantiere avviato dalla comunità di Taizé – diretta dal 2005 da frère Alois, dopo la tragica scomparsa di frère Roger –, si rivela un’opera titanica nella sua semplicità, una tra le più alte di tutta la spiritualità del XX secolo. Dopo aver assistito alla sconfitta dei totalitarismi, all’esaurimento delle ideologie e aver contribuito a riavvicinare molte voci discordi della cristianità, Taizé ha ora di fronte la sfida forse più difficile: ridare una speranza cristiana a un mondo soffocato da un relativismo privo di una prospettiva autenticamente umana.
Incombente e sinistra presenza nel Codice Da Vinci, l’Opus Dei è da anni uno dei capri espiatori dei media di tutto il mondo, che a turno la dichiarano implicata in scandali e inchieste su assassini, bancarotte e traffici illeciti. Ma è proprio il «mostro» di cui si parla? È davvero una società «segreta », ultraconservatrice, ricchissima e pressoché onnipotente, in grado di controllare anche il Vaticano? E, in ogni caso, perché la si ritiene coinvolta in oscure manovre politico-finanziarie di portata mondiale?
Queste sono solo alcune delle domande a cui Patrice de Plunkett risponde in un libro-inchiesta che fa finalmente luce su uno dei grandi «enigmi» religiosi e politici dei nostri tempi.
Attraverso la storia della Prelatura, i suoi rapporti con il Vaticano e con i paesi in cui ha messo radici, le testimonianze di chi vi ha aderito e anche quelle di chi ne è uscito, De Plunkett dipinge un quadro lucido documentato e preciso della Obra spagnola, senza ignorare le questioni più spinose – ad esempio il caso Calvi – o le accuse più gravi.
A qualcuno non piacerà, ma forse la verità è molto semplice: l’Opus Dei è soltanto una «via» che il cattolicesimo mette a disposizione dei credenti per seguire la propria fede, vivendo secondo quelle regole di castità, obbedienza e povertà dettate dal suo fondatore, Josemaría Escrivá de Balaguer. È uno strumento offerto ai cristiani per arrivare a Dio e alla «santità».
L'AUTORE
PATRICE DE PLUNKETT, saggista e giornalista, ha codiretto per molti anni una delle riviste francesi più famose, «Figaro Magazine», e attualmente è membro del comitato editoriale della rivista cattolica «Kephas». È autore di La culture en veston rose, Ça donne envie de faire la révolution!, Quelle spiritualité pour le XXIe siècle?, L’Évangile face aux médias, Benoît XVI et le plan de Dieu e Nous sommes des animaux mais on n’est pas des bêtes.
IL LIBRO
Il 1° febbraio 1954, durante uno degli inverni più freddi del dopoguerra, l’Abbé Pierre rivolge un appello radiofonico ai francesi di buona volontà, dando avvio a quella che fu definita l’«insurrezione della bontà» e alla sua battaglia contro l’emarginazione e la povertà nelle nostre città e nel mondo.
Dopo cinquant’anni l’Abbé Pierre, ormai novantenne, si rivolge alle giovani generazioni e le invita a una nuova rivoluzione, capace di assicurare all’umanità intera un’autentica prospettiva di futuro. Egli conosce i loro tormenti interiori e il loro desiderio di costruire qualcosa di duraturo e profondo, la loro difficoltà a ribellarsi a un modo omologato di vedere le cose e a trovare altre strade, i problemi concreti che assillano le famiglie, le ingiustizie che dividono il mondo e le società, e indica una rotta diversa.
Ognuno di noi, con il suo lavoro e il suo impegno, può costruire un mondo migliore, semplicemente facendo bene ciò che deve. Ma è anche necessario che si instauri un ordine delle cose più equo, che preveda una reale condivisione delle risorse e delle ricchezze. Il futuro dell’Uomo e della Terra dipende in buona misura dalla volontà di costruire giorno dopo giorno una più equilibrata convivenza tra ricchi e poveri, tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo.
Solo questo ci consentirà di controllare i grandi spostamenti di popolazioni che assillano e mettono in crisi le nostre società ricche e fiorenti e che, senza una decisa sterzata delle politiche economiche mondiali, non potranno che intensificarsi.
L'AUTORE
Henri Grouès – l’Abbé Pierre – nacque a Lione nel 1912. Ordinato sacerdote nel 1938, partecipò alle attività della Resistenza francese, divenendone presto uno dei capi. Dopo la guerra fu eletto deputato e fece parte dell’Assemblea Nazionale, ma, dopo qualche anno, abbandonò l’attività politica per dedicarsi ai poveri e ai bisognosi: nacque così Emmaüs, l’associazione dei «compagni», che attraverso il recupero dei materiali riciclabili e di tutto ciò che finiva nelle cantine e nelle soffitte delle famiglie finanziava le azioni di sostegno e aiuto ai più poveri, e che nel corso del tempo è diventata un’organizzazione articolata presente in tutti i continenti. L’Abbé Pierre è morto il 22 gennaio 2007.
IL LIBRO
Molti lamentano la crisi della cultura scientifica e la diffusione di un analfabetismo scientifico e tecnologico che inizia nella scuola e sarebbe alimentato da una diffusa ostilità nei confronti della scienza. Il modo di curare questa malattia consisterebbe nel propinare una overdose di informazione e divulgazione scientifica improntata a immagini positive e in contrasto con la cultura umanistica «parolaia».
Questo libro si propone di dimostrare che il male ha cause ben diverse. La crisi attuale è alimentata dai fautori di un rozzo scientismo di stampo positivistico, dai divulgatori che presentano in modo magico e acritico ogni risultato scientifico-tecnologico e da coloro che escludono la scienza dalla cultura, riducendola a tecniche di «problem-solving », a mera abilità pratica, in definitiva priva di attrattive per chi continui a nutrire interesse per la conoscenza.
Il volume collega la crisi della cultura scientifica a un disastro educativo che sta sgretolando le fondamenta delle strutture dell’istruzione. Sotto l’influsso di teorie pedagogico-didattiche sedicenti progressiste la scuola si sta trasformando da luogo di formazione e di cultura in un laboratorio di metodologia dell’autoapprendimento. Come ha scritto Jean-François Revel, «la decadenza dell’insegnamento da trent’anni è conseguenza di una scelta deliberata secondo la quale la scuola non deve avere come funzione la trasmissione della conoscenza».
Il libro è concentrato sul caso italiano ma molte delle riflessioni sviluppate hanno valore più generale e mettono in luce un processo che è espressione di una crisi della cultura occidentale in alcuni dei suoi nodi nevralgici: la cultura scientifica, la scienza e il suo insegnamento.
L'AUTORE
GIORGIO ISRAEL è professore ordinario di Matematiche complementari presso l’Università di Roma «La Sapienza». È membro dell’Académie Internationale d’Histoire des Sciences ed è stato professore presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. È autore di più di duecento articoli scientifici e di una ventina di libri tra cui: The Invisible Hand. Economic Equilibrium in the History of Science (con B. Ingrao), MIT Press, 2000; La visione matematica della realtà, Laterza, 2003 (3ª ed.); The Biology of Numbers (con A. Millán Gasca), Birkhäuser, 2002; La macchina vivente. Contro le visioni meccaniciste dell’uomo, Bollati Boringhieri, 2004; Liberarsi dei demoni. Odio di sé, scientismo e relativismo, Marietti, 2006.
RECENSIONI
«Liberal», 6 marzo 2008
«Lungi dall’essere una noiosa anamnesi di date, documenti e interventi che a vario titolo hanno accelerato il collasso, Chi sono i nemici della scienza? […] si segnala come un’analisi originale e impietosa di alcune tra le più grandi e troppo spesso taciute aberrazioni ideologiche che hanno tramutato la scuola in una creatura acefala e deforme.»
IL LIBRO
Dopo aver trascorso diversi anni in Libano, Frédéric Pichon e la sua famiglia decidono di lasciare Beirut per la Francia. Ma quello a cui si predispongono non è un qualsiasi viaggio di ritorno, perché avrà come filo conduttore le comunità cristiane d’Oriente, insediate con le loro antiche chiese non lontano dai luoghi dove sono vissuti Gesù e gli Apostoli.
Inizia così un lungo periplo attraverso il Libano, la Siria, la Turchia e la Grecia, costellato di incontri, peripezie, incursioni nella storia antica e moderna di questi luoghi, attraverso deserti, valli e montagne a strapiombo su cui vegliano monasteri austeri e remoti.
Lo sguardo dell’autore è acuto e penetrante: giocano a suo favore l’esperienza di vita nel Vicino Oriente, la conoscenza della lingua, un rapporto di grande empatia con le popolazioni locali e un sincero sentimento religioso. Il risultato è un racconto vivace, sempre suggestivo, spesso appassionante, soprattutto capace di cogliere l’anima profonda e molteplice dei cristiani d’oriente, cattolici, ortodossi, maroniti e caldei che sopravvivono, con grandi sofferenze e coraggio, ogni giorno più isolati, in un mondo musulmano contraddittorio e travagliato.
L'AUTORE
FRÉDÉRIC PICHON, dopo la laurea in lingua araba, ha trascorso diversi anni a Beirut. Attualmente è ricercatore di Scienze religiose all’École Pratique des Hautes Études e insegna storia e geografia in un liceo della periferia parigina. Viaggio fra i cristiani d’Oriente è la sua prima opera pubblicata.
RECENSIONI
Camillo Langone, «Il Foglio», 25 aprile 2008
«Doloroso quanto istruttivo.»

