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TRACCE N.6 - 6/2019 CHE COSA REGGE L'URTO DEL TEMPO?
Editore:
Data di pubblicazione: Giugno 2019
Codice: 9785212019064

Tracce n.6, Giugno 2019
Un altro modo di conoscere
01.06.2019
Difficile trovare una domanda più urgente di questa, più intrecciata a filo doppio alla trama delle nostre giornate e dei nostri rapporti, a ciò che ci accade e che facciamo, ora dopo ora, e reclama – urla – il bisogno di lasciare tracce, di non finire nel nulla da cui tante volte le circostanze sembrano avvolte. Che cosa regge l’urto del tempo? Cosa permette che la vita, la nostra vita, non scorra invano, ma segni un cammino capace di costruire, noi stessi e il mondo che ci sta attorno?
In fondo, è la domanda di tutti. Qualsiasi idea abbiamo, qualsiasi posizione o visione del mondo abbiamo deciso di abbracciare – posto che se ne sia scelta una. È la realtà stessa a farla venire a galla, quando e come non ce lo aspettiamo.
È per questo che la trovate, oltre che sulla nostra copertina, sul libretto che alleghiamo a Tracce: è il resoconto degli Esercizi spirituali della Fraternità di CL. Lezioni e assemblea imperniati proprio su questa necessità: mettere la fede – l’avvenimento di Cristo così come accade nelle nostre vite – alla prova della realtà, per verificare se tiene, se aiuta a diventare uomini.

Quello che trovate nel libretto è un percorso reale, possibile a tutti. 
Non si appoggia su teorie: nessuna idea può rispondere a quella domanda. Piuttosto, indica una vita diversa, una modalità di stare al mondo che genera un altro modo di conoscere e di guardare la realtà. E la scava nei suoi fattori costitutivi fino a riconoscerne l’origine, il punto sorgivo: Cristo.
Se la fede non arrivasse fin lì, a rispondere a quella domanda, non servirebbe a nulla. Ma se non mostrasse questa sua capacità dall’interno della nostra esperienza, se fosse solo la ripetizione di una dottrina pur vera, sarebbe ancora più inutile, perché astratta. Non smuoverebbe nessuno.

La nostra offerta a chi ci legge è impegnativa: è la proposta di un lavoro. Richiede tempo per approfondire, vagliare, verificare. Non è un caso che lo stesso libretto sarà oggetto della proposta educativa di CL per i prossimi mesi.
Ed è per accompagnare l’inizio di questo lavoro che, stavolta, abbiamo scelto di dedicare agli Esercizi il “Primo piano”. Sono storie e testimonianze, che documentano cosa succede quando si inizia a prendere sul serio quella domanda e a fare per sé quella verifica. Semplicemente, cambia la vita. In tutte le sue declinazioni: il lavoro, l’università, la malattia, la politica… E dovunque: dall’Europa scossa dalla tornata elettorale all’Amazzonia, al Sud Sudan. 
Ai tanti luoghi dove la storia, scorrendo, in fondo fa riemergere sempre e soltanto un’urgenza: che esista qualcosa che duri nel tempo, per sempre.

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4,00


DISPONIBILE SUBITO
TRACCE N.5  MAGGIO 2019 AMERICA, AMERICHE
Editore:
Data di pubblicazione: Maggio 2019
Codice: 9785212019057

Tracce n.5, Maggio 2019
Una vita che allarga la vita
03.05.2019
Seeking a Path Forward, «cercare una strada per andare avanti». Era il titolo del tour americano di presentazioni della biografia di don Giussani, avvenuto un mese fa. Ma a guardare bene, è pure il problema che abbiamo tutti, in qualsiasi condizione e in qualsiasi parte del mondo viviamo: trovare una strada per andare avanti, fare un cammino. Ovvero, imbattersi in qualcosa che ci permetta di guardare alla nostra vita non come a un insieme di circostanze più o meno casuali, di problemi da affrontare in sequenza, slegati l’uno dall’altro, ma come un percorso disegnato per farci crescere, diventare più uomini. E trovare qualcuno che in questo percorso ci accompagni, non ci lasci soli nell’affrontarlo. Soprattutto quando le curve e gli snodi si fanno più duri, e Dio solo sa in quanti e quali modi il cammino della vita può diventare impervio.

Ecco, quello che raccontiamo nelle prossime pagine ha esattamente questa fisionomia. È un’esperienza di vita e di fede che si offre come «compagnia affidabile a chi cerca una strada», come leggerete nel diario del viaggio scritto da Alberto Savorana, autore di quella stessa biografia e testimone, nella raffica di eventi vissuti in prima persona in giro per gli States, di decine di incontri con persone che, scoprendo un certo modo di vivere il cristianesimo – il carisma di don Giussani –, dicono di aver trovato proprio questo: un aiuto alla loro vita, una «compagnia quotidiana» nel lavoro, nel rapporto con i figli, gli amici, i problemi… Una novità inattesa, in un contesto in cui troppo spesso il cristianesimo, prima che essere una vita, è ridotto a una posizione culturale, un insieme di valori e posizioni etiche – pur giuste – da difendere con sempre più difficoltà. Tanto più ora che la Chiesa è messa alla prova da una crisi senza precedenti, scossa come è dal dramma della pedofilia.

Ma lo stesso è accaduto, con altre modalità, anche in America Latina. Dove le circostanze sono diverse e le fatiche pure (basti pensare alle sofferenze drammatiche del Venezuela, o alle tante sacche di crisi politica ed economica), ma il problema, in fondo, rimane lo stesso per tutti: vivere una vita piena, veramente umana. Pure lì, una serie di incontri e di fatti avvenuti più o meno nelle stesse settimane (l’occasione era l’assemblea dei responsabili locali di CL con Julián Carrón) testimoniano la stessa vivacità, la medesima pertinenza di un certo modo di vivere la fede alle esigenze e ai bisogni di chiunque, dovunque. Tanto che, sfogliando le pagine di questo numero, ne troverete tracce pure altrove, dalle lettere all’intervista che riprende il tema dell’Europa, al dialogo con il regista Giacomo Campiotti.
Il cristianesimo, ha sempre mostrato don Giussani, è un avvenimento, è una vita che “allarga” la vita. Bene: la gente, quella vita, continua – per grazia – ad incontrarla. E a trovarci dentro una strada per sé. È un dono che riceviamo, non è certo merito nostro. Ma che gratitudine poterlo condividere con tutti, nel mondo di oggi.

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DISPONIBILE IN 14/16 GIORNI
TRACCE N.4 4/2019 RIVIVA L'EUROPA
Editore:
Data di pubblicazione: Aprile 2019
Codice: 9785212019040

All’inizio era un ideale. Poi, una specie di miracolo. Ora sembra soltanto un problema. L’Unione Europea, quell’impensabile puzzle di lingue e culture che si è incastrato un pezzo dopo l’altro regalando attese e speranze a 500 milioni di persone, agli occhi di tanti è diventato qualcosa di sempre più lontano, astratto, addirittura ostile. Tanto più alla vigilia di un voto confuso come quello del 23-26 maggio.
I motivi sono tanti. Molti reali, legati ai limiti e agli errori di una realtà che ha perso per strada una buona fetta dell’ispirazione originaria (a cominciare dalla solidarietà reciproca). Ma altri dipendono soprattutto da noi, dalla nostra miopia. Guardi l’Europa e non vedi più che è uno spazio di libertà e pace come non si era mai visto nella storia, non solo dell’Occidente. Il valore attribuito alle persone, l’accoglienza, gli scambi tra culture, l’Erasmus, le frontiere aperte, un mercato comune… Tutto dato per ovvio, per scontato. Mentre non lo è. Non lo è mai stato. Anzi.

La vicenda dell’Unione è una di quelle in cui si capisce meglio che cosa sia la caduta di evidenze che, a torto, davamo per acquisite e condivise per sempre. E in cui si vede con più chiarezza un fenomeno che ci riguarda tutti: se ti allontani dalla fonte che ha dato vita a certi valori di fondo – la persona, il lavoro, la libertà, la stessa democrazia –, da ciò che li ha generati e resi storici, vissuti, quei valori, prima o poi, decadono. Staccati dall’origine, non reggono all’usura del tempo. Da qui la domanda: che cosa c’è all’origine di quei tratti fondamentali dell’Europa? Da dove arrivano, come prendono vita – e come possono riprenderla? E la fede c’entra qualcosa con questo, o no? Attenzione: non si tratta di tornare a dibattere sulle “radici cristiane”, discussione infinita e ormai un po’ sterile. Rifiutarle da parte delle istituzioni europee è stato un errore storico e un peccato di arroganza, non c’è dubbio. Ma è un errore anche fermarsi lì. Il problema non è il rapporto con il passato: è l’ora. Quelle radici sono ancora vive, oggi? E come, dove?

Non è una domanda a cui può rispondere un dibattito. Si può solo andare a vedere, cercare storie, fatti che mostrino quella vita. È la strada che imbocchiamo con questo numero, sulla scia del “Primo Piano” di marzo, dedicato alla politica: indicare, assieme alla riflessione, delle testimonianze. Segni vivi di una presenza cristiana che ha contribuito a creare l’Europa, a farla nascere secoli fa dalle macerie dell’Impero devastato dai barbari e a farla risorgere, in forma nuova, dagli orrori dell’ultima Guerra mondiale. E che offre il suo contributo oggi, per aiutare a tirarla fuori dalla crisi e restituirle il volto che ha avuto negli ultimi sessant’anni: quello di uno spazio di libertà per tutti. Un luogo «dove ognuno può essere immune dalla coercizione, fare il proprio cammino umano e condividerlo con chi trova sulla propria strada», come diceva tempo fa Julián Carrón, guida di CL, in un intervento confluito, poi, nel suo La bellezza disarmata. Erano parole del 2014, vigilia delle ultime elezioni europee. Sono ancora più urgenti ora.

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DISPONIBILE IN 14/16 GIORNI
TRACCE N.3 - 3/2019 LA PRIMA POLITICA SEI TU
Editore:
Data di pubblicazione: Marzo 2019
Codice: 9785212019033

Più passa il tempo, più l’evidenza diventa netta: la crisi che stiamo vivendo da tempo, questo famigerato “cambiamento d’epoca” di cui ogni giorno scopriamo nuovi tratti, ha anche un volto incattivito. La confusione e lo spaesamento sfociano sempre più spesso in rancore, rabbia, tensioni. È come se ci fosse un indurimento diffuso di muscoli e cuore davanti a una minaccia che si avverte concreta, ma al tempo stesso vaga, non identificabile in un punto preciso. E allora si risponde chiudendosi all’altro, chiunque sia: tirando su muri, approfondendo confini e divisioni. Tutte parole che stanno segnando questa stagione politica. Dovunque.
Perché il fenomeno è globale: tocca l’Italia che perde colpi e l’Europa che perde i pezzi sotto il tiro dei neosovranismi, gli Usa di Trump e il Sudamerica… E il tratto comune, quello che sta al fondo di questo avvitamento su se stessi, alla fine è semplice: la paura. Paura di perdere ciò che si ha – o di non poter raggiungere ciò che si immagina. Paura nel vedere crollare certezze e consuetudini. Paura di scoprirsi, in fondo, irrilevanti, travolti da fenomeni troppo più grandi di noi: l’immigrazione, la globalizzazione... «Questa crisi non è innanzitutto politica o economica, ma antropologica, perché riguarda i fondamenti della vita personale e sociale», ha osservato qualche tempo fa Julián Carrón in un’intervista al Corriere della Sera.

Può sembrare strano dire che il grande nodo con cui deve fare i conti la politica, oggi, sia proprio questa incertezza esistenziale, ancora prima delle discussioni sull’economia, l’Europa o i migranti. Ma se è vero che la radice della crisi è così profonda, chiedersi da dove si possa ripartire per costruire una casa comune più solida, alla fine, coincide con una domanda radicale: cosa può sconfiggere questa paura? Non è una questione da sociologi. Finché non la si affronta, non si entra nel merito vero dei problemi. Se non la si tiene presente, dandola per scontata per passare in fretta al “dopo”, a come risolvere “le questioni concrete”, si è condannati a restare in superficie, e, quindi, ultimamente sterili: tappata una falla, se ne aprirà una più grande poco più in là. Se, invece, ci si rende conto che l’orizzonte è questo, anche il modo di affrontare le “questioni concrete”, molto concretamente, cambia.

E qui entra in gioco l’altra questione che ci sta a cuore: cosa abbiamo da offrire noi cattolici, su questo? La fede ha qualcosa da dire davanti a questa incertezza? Può generare persone che non ne restino soffocate, che scoprano il gusto e la passione di lavorare – là dove sono, il ruolo importa poco – per costruire insieme? Testimoni di una sovrabbondanza che rimette in moto anche l’interesse al bene comune, di una «modalità di vincere la paura adeguata alle sfide odierne», come dice Carrón in quella intervista? Ecco: Tracce, stavolta, parla di questo. Nel “Primo Piano”, dove raccontiamo storie volutamente a portata di tutti. Ma anche altrove – nelle lettere, nella vicenda di un’azienda particolare, nel reportage dal Venezuela… Perché c’è gente che costruisce. Per tutti.

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TRACCE N.2 - 2/2019 L'AVVENTURA DEL DIALOGO
Editore:
Data di pubblicazione: Febbraio 2019
Codice: 9785212019026

Ma ci crediamo veramente che l’altro sia «un bene per me»? Meglio, ce ne rendiamo conto nella nostra esperienza quotidiana? Perché quando lo diciamo di nuovo, ripetendo una frase che i nostri lettori hanno visto comparire spesso su questo giornale, non lo facciamo per articolare teorie sociologiche, né tantomeno per richiamare a uno sforzo morale, un malinteso «vogliamoci bene». È per aiutarci a guardare la nostra esperienza. A giudicare se è vero o no che senza il confronto con l’altro io non potrei mai crescere, prendere coscienza di quello che sono e mettere alla prova ciò che penso. Insomma, senza di te io non sarei me stesso. È così, o no?
E attenzione: non si parla solo dei “lontani”. L’altro è chiunque. Anche quando è vicino, sintonizzato sulle mie idee o magari fa parte da anni della mia storia personale – un amico, un figlio, marito o moglie –, resta irriducibilmente altro da me. Ha la stessa connotazione di fondo di chi incrocio per la prima volta: non è fatto a mia immagine e somiglianza, come vorrei che fosse o come ho in mente io. Mi è dato.

Per questo è essenziale riprendere il filo del dialogo. Lo è di sicuro in un mondo dove alzare steccati tra uomini e popoli è diventata una scorciatoia comune per fuggire da tante paure. Ma lo è ancora di più se guardiamo alla nostra quotidianità, alle nostre vite. E il modo migliore per capire, come sempre, è guardare. Andare a vedere dove nasce, come può fiorire questo strano «rapporto con l’altro, chiunque o comunque sia», indispensabile «perché la mia esistenza si sviluppi, perché quello che io sono sia dinamismo e vita», come diceva don Giussani. Andare e vedere, perché essendo un rapporto reale, e non un’idea –esperienza, non teoria –, il dialogo accade dove meno te lo aspetti.

Il 26 dicembre, nella storica Biblioteca di Alessandria d’Egitto – cuore millenario della cultura islamica –, è accaduto un fatto di questo tipo. È stata presentata la traduzione araba de La bellezza disarmata, il libro di Julián Carrón, guida di CL. Un evento passato un po’ sottotraccia, complici le vacanze di Natale. Ma è utile riprenderlo. Non solo per l’evento in sé (che pure, intendiamoci, è imponente: che il libro di un sacerdote cattolico imperniato sulla proposta cristiana trovi una porta spalancata nel mondo musulmano non è così scontato), ma per il metodo che indica: il dialogo. Un incontro fra persone – un’amicizia – che permette di allargare la ragione e aprire spazi di libertà e arricchimento reciproco dove sembra impossibile.

La scommessa è che quello che è successo lì, come le altre storie raccontate in questo Tracce (dalle parole di Pierre Claverie, vescovo martire in Algeria, al gesto di papa Francesco, che non a caso in queste settimane visita due Paesi di frontiera come gli Emirati Arabi e il Marocco), ci aiuti a fare i conti con la realtà intorno a noi. Che ci faccia intravedere una strada possibile là dove siamo, nei rapporti con tutti gli altri che popolano la nostra vita. Perché ne abbiamo bisogno, più che mai.

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TRACCE N.1 - 1/2019 LA CARITA' CHE COSTRUISCE
Editore:
Data di pubblicazione: Gennaio 2019
Codice: 9785212019019

Se c’è una cosa che non possiamo permetterci, nella situazione di malessere diffuso in cui siamo immersi, è non accorgerci dei fatti che vanno in direzione opposta. Ce li abbiamo lì davanti agli occhi, a volte persino enormi (come si può definire una raccolta di cibo per i poveri che in una giornata sola mobilita 150mila volontari e 5 milioni di donatori in tutta Italia?), eppure rischiamo di non vederne la portata. Che non sta tanto nei numeri, ma nel metodo. Se seguiamo il filo di quei fatti, se ci fermiamo a guardarli bene fino al loro punto sorgivo, avvenimenti così escono dall’estemporaneità di una “bella iniziativa”: indicano una strada. Sicuramente contromano rispetto al mainstream di diffidenza e rancore imperanti, ma reale, e aperta a tutti. Ed è la cosa più urgente, oggi.

Per questo è decisivo tornarci su, e guardare bene. La Colletta, come altri gesti che popolano la quotidianità, anche se il più delle volte restano nascosti. Perché a scavarci dentro si trova qualcosa di più della solidarietà e del volontariato. Si scopre la fonte che origina tanti rivoli di bene, piccoli e grandi, fino a sfociare – a volte – in opere che sfidano il tempo (nel “Primo Piano”, a un certo punto, parliamo del Cottolengo, ma potremmo farne decine, di esempi). Si chiama carità. Ovvero, il cuore del modo di vivere – e di condividere – che Cristo ha portato nel mondo. Facendosi Lui stesso «dono di sé, commosso» a noi uomini, come ricordava don Giussani. E rendendo possibile e desiderabile per noi uomini imitarlo.

È la carità l’impronta più forte del cristianesimo nella storia, la differenza vera. Capace di attraversare le contingenze, le epoche, i momenti bui, e di costruire, di generare un’umanità diversa. Di attrarre chi da una fede ridotta a dottrina e morale non si aspettava più nulla (si vedano l’intervista al politico basco Joséba Arregi e, nei “Percorsi”, quella al filosofo laico Salvatore Natoli). E il tutto a una sola condizione: non smarrire l’origine.

Non è un caso che prima della Colletta di fine novembre, e della Giornata mondiale dei poveri voluta da papa Francesco, don Julián Carrón avesse invitato gli aderenti al movimento di CL a partecipare a questi, e ad altri gesti, come un’occasione anzitutto di verifica della fede. Ovvero, una possibilità per approfondire il proprio legame con Cristo e, insieme, di capire meglio che cosa questo legame può offrire al mondo ferito di oggi: se una semplice “pacca sulla spalla”, qualche sprazzo di bene e di bontà qui e lì, o qualcosa di più solido, forse addirittura decisivo. Ecco, questo numero di Tracce è un piccolo viaggio in questa verifica. Un viaggio che parte da tanti fatti e testimonianze personali per arrivare fino alla società e alla politica. Perché la carità le cambia. E costruisce.

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TRACCE N.11 - 12/2018
Editore:
Data di pubblicazione: Dicembre 2018
Codice: 9785212018111

Chi legge Tracce abitualmente, lo ha presente. Non solo perché quel testo era allegato al giornale, ma anche perché negli ultimi tempi ha segnato il cammino del movimento di CL in maniera molto netta. Era una straordinaria lezione di don Giussani tenuta a un gruppo di giovani del Centro Péguy, riuniti a Varigotti nel 1968. Parole distanti nel tempo – esattamente mezzo secolo –, ma attuali come poche, perché capaci di tracciare una strada per affrontare la confusione di oggi.
Bene, in quella lezione – che nel frattempo è stata ascoltata e letta in mezzo mondo e in tante lingue, ovunque è presente Comunione e Liberazione – c’è un passo che ha colpito tutti, indistintamente. Perché condensa in due parole una diversità sottile, ma decisiva: «Non può più essere né la storia, né la dottrina, né la tradizione, né il discorso a muovere l’uomo di oggi. Tradizione e filosofia cristiana, tradizione e discorso cristiano, hanno creato e creano ancora la cristianità, non il cristianesimo». Il cristianesimo, insiste don Giussani, «è ben altro»: è «un annuncio», qualcosa di «vivente» e «presente».
Difficile trovare una forma più sinteticamente efficace per marcare l’irriducibilità della fede a qualsiasi fattore culturale, valore etico o impeto naturalmente umano, per quanto buoni e veri. La fede è un’altra cosa. Ma come si può scoprire questa diversità, oggi? Come nasce, come viene a galla nella nostra esperienza?

Tracce, stavolta, parla proprio di questo. Anzi, cerca di farlo vedere, sorprendendolo là dove questa differenza strana, questa presenza, affiora. Che sia tra le pieghe della società occidentale (nel Primo Piano abbiamo testimonianze imponenti) o nelle “periferie” dell’Africa nera, tra gli studenti di un liceo di Miami o nel lavoro di uno degli architetti più famosi del mondo. Lo facciamo in giorni che non sono uguali al resto del tempo, perché stiamo andando verso il Natale. Ovvero il punto sorgivo, il momento in cui questa diversità si è affacciata nella storia per la prima volta, nella modalità più semplice: un bambino. Nessuna traduzione culturale, nessun sistema di pensiero o di valori. Il «solco socio-storico» della cristianità, come lo chiama don Giussani, era ancora tutto – letteralmente – da inventare, nei duemila 
e rotti anni che ci hanno portato qui. Eppure lì il cristianesimo c’è già tutto.

Perché con quel Bambino entra nel mondo qualcosa di inaudito, «una Presenza con una proposta carica di significato» mai vista né sentita prima. Il cuore di tutto, in fondo, è lì. Lo si vede bene nell’immagine che CL ha scelto per il suo Volantone di Natale, in quel Mago così colpito dall’annuncio da prostrarsi davanti al Bimbo; da piegare se stesso, la sua storia, la sua regalità umana di fronte alla presenza più inerme che possiamo immaginarci. Doveva veramente essere un «povero di spirito», quell’uomo. Ma l’augurio più vero che possiamo farci per Natale è di esserlo anche noi, ora. Per riconoscere quella Presenza.

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TRACCE N.9 - 10/2018 DOVE PUO' NASCERE UN "IO"
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Data di pubblicazione: Ottobre 2018
Codice: 9785212018098

Quando leggerete questo Tracce, il Sinodo sui giovani sarà già in corso. È un’occasione storica, perché si discute di un argomento decisivo, per la Chiesa e per il mondo. I giovani non sono soltanto “il futuro”: sono il presente. E la difficoltà a scegliere, a trovare una strada perché la promessa della vita si compia (il Sinodo è su “la fede e il discernimento vocazionale”), non riguarda solo loro. Siamo tutti in cerca di bussole, tutti ingarbugliati da una confusione in cui è difficile orientarsi, camminare, crescere. Ed è una confusione che rende tutti più fragili, impauriti. Di quella paura che tante volte finisce per raddoppiarsi persino nei luoghi deputati ad educare, perché l’insicurezza che si trasmette ai figli o agli alunni è quella che ci portiamo dentro. La scuola, l’università, ma anche l’oratorio, la realtà ecclesiale a cui si appartiene... la stessa Chiesa, possono diventare – spesso, diventano – bolle in cui isolarsi attendendo che “passi la tempesta”, anziché luoghi che rendono il nostro “io” più saldo. Ci sono libri, anche molto letti e di cui si discute parecchio, che in qualche modo teorizzano proprio questo isolamento dei cristiani. Ma tanti atteggiamenti vissuti lo rendono carne senza quasi che ce ne accorgiamo.

Che cosa fa uscire dalla bolla? Cosa serve per generare un soggetto adulto?
E che differenza c’è tra luoghi generativi, appunto, e ripari? È per questo che nel Primo Piano torniamo su un tema decisivo: l’educazione. È il contributo che vogliamo dare non solo al Sinodo, ma all’oggi. Tanto più in un momento in cui l’idea stessa di un rapporto educativo, per tanti motivi, è guardata addirittura con sospetto.
Lo facciamo approfondendo il contesto generale, che paradossalmente finisce per soffocare proprio il punto focale su cui si può fare leva per educare, ovvero la libertà. E mostrando luoghi dove accade altro, testimoni che si sobbarcano la sfida educativa puntando proprio su quel punto apparentemente così fragile, eppure decisivo.

Luoghi e testimoni. Li trovate anche nella seconda parte del giornale, dove raccontiamo realtà come il Centro educativo “João Paulo II” di Salvador de Bahia, Brasile, che accoglie ogni giorno cinquecento bambini e ragazzi delle favelas. O una personalità come Paolo VI, che diventerà santo proprio in questi giorni, per aver speso la vita intera – e il suo Pontificato – nel tentativo di trovare nuove strade per comunicare la fede a un mondo che dava Cristo già per «ignoto, dimenticato, assente» dai grandi scenari della storia. Oppure, ancora, un osservatore acuto della società odierna come Eugenio Borgna, capace di indicare l’aspetto più profondo della nostra fragilità: la possibilità che sia una risorsa, un punto di forza. Qualcosa di cui non avere paura.

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TRACCE SETTEMBRE 2018 COME SI FA A CAMBIARE IL MONDO?
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Data di pubblicazione: Settembre 2018
Codice: 9785212018081

Tracce n.8, Settembre 2018
L'urto della storia
Editoriale 05.09.2018
Bastavano quelle due parole, per aprire uno squarcio sulla storia: «Vogliamo tutto». Era uno slogan dei sessantottini, è diventato il titolo della mostra che il Meeting di Rimini ha dedicato a quel momento. Ma è anche un grido che esprime l’urgenza di compimento – di verità, di giustizia, di felicità – di ogni uomo, sempre. È un grido all’altezza del desiderio infinito che siamo.
Quel grido pare impossibile, di questi tempi. Siamo così soli, fiaccati, preoccupati da ciò che vediamo e viviamo, che una domanda di questa portata è diventata fuori luogo. Al massimo, si aspira ad evitare guai. A trovare modi per proteggersi dagli urti della storia, creando contesti il più possibile safe, “protetti”, per usare un’espressione abusata nelle società anglosassoni, dove è diventato normale accumulare regole e divieti per impedire che durante una riunione di lavoro o una lezione universitaria qualcuno possa sentirsi «attaccato» da un’opinione diversa o «scosso» dalla violenza di una pagina di storia. Giochiamo in difesa, insomma. Altro che desiderio...

Eppure quello stesso grido, durante l’estate, è risuonato di nuovo, e di continuo. Ne trovate tanti esempi nelle prossime pagine. Nelle lettere. O nel racconto del Meeting, pieno di fatti piccoli e grandi che, tra gli altri, hanno fatto dire a uno degli ospiti «permettetemi di stare con voi, perché qui per la prima volta Dio per me è diventato possibile». O in quello dei ragazzi chiamati a Roma, dal Papa, per un pellegrinaggio di metà agosto diventato l’occasione di scoprire una pienezza impensabile, tra il caldo feroce e il caos della Capitale. C’erano tutti i presupposti per tornare a casa delusi, e invece è accaduto altro.
Ma allora, che cosa è accaduto? Chi può ridestare l’io così? Cosa rende l’impossibile possibile, al punto da vederlo succedere e quindi poterlo domandare, come dicevano i sessantottini in un altro slogan bellissimo nella sua apparente ingenuità?

Bisogna che ce ne rendiamo conto. Perché quello che è successo fa vedere una volta di più l’unica cosa che ci serve per vivere: un avvenimento. Una presenza talmente eccezionale da risvegliare il nostro io, rattrappito dalla paura e dallo scetticismo, fino a ridestare quella domanda radicale: «Vogliamo tutto».
È l’umanità che vediamo risorgere in noi a farci riconoscere il volto di quella presenza, a farci dire: «Sei Tu, Cristo». Il divino che «salva ogni fattore dell’umano», come diceva don Giussani. Sei Tu, perché noi non ne saremmo capaci.
Ed è questo volto che possiamo cercare dovunque siamo, in qualsiasi momento delle normali occupazioni a cui torniamo a fine estate, «con la tenacia di un cammino», come chiedeva lo stesso don Giussani: «Bisogna bene che termini un periodo e ne incominci un altro: il definitivo, il maturo, quello che può tenere l’urto del tempo, anzi, l’urto di tutta la storia, perché quell’annuncio che incominciò a colpire (…) Giovanni e Andrea, duemila anni fa, quell’annuncio, quella persona è tale e quale il fenomeno che ci ha attirati qui». E ci fa domandare tutto.

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TRACCE N.7 - 7-8/2018 COSA MUOVE LA STORIA ?
Editore:
Data di pubblicazione: Luglio 2018
Codice: 9785212018074

Tracce n.7, Luglio-Agosto 2018
Minuto per minuto
02.07.2018
Che cosa ci rende felici? Cosa riesce a riempire il cuore dell’uomo veramente, fino in fondo? Può sembrare una domanda banale, addirittura insignificante quando la proiettiamo su uno scenario affollato di temi a prima vista molto più grandi: la politica, l’economia… 
La storia. Eppure, è una domanda decisiva. L’unica che conti davvero, che valga la pena di farsi e di fare senza tregua. Perché la nostra vita si decide su questo, giorno per giorno, minuto per minuto.

C’è un versetto del Vangelo di Matteo che don Giussani citava spesso, già dai primi giorni di vita del movimento: «Che importa se ti prendi tutto quello che vuoi e poi smarrisci te stesso? Che cosa può dare l’uomo in cambio di se stesso?». È uno spartiacque, un criterio così netto che sappiamo bene cosa succede nelle – rare – volte in cui lo prendiamo sul serio. Ma c’è un’altra sua frase, detta a un gruppo di responsabili di CL nei primi anni Novanta, che ha una portata simile, e che, giudicando la storia, separa l’essenziale dal superfluo: «Il grande problema del mondo di oggi non è più una teorizzazione interrogativa, ma una domanda esistenziale. Non: “Chi ha ragione?”, ma: “Come si fa a vivere?”». Ovvero, anche qui: che cosa permette al cuore di essere lieto, ai polmoni di respirare, all’uomo di rialzarsi e camminare mentre attraversa le fatiche della vita? Perché alla fine l’urgenza che abbiamo è questa: non formulare analisi più acute e teorie che risolvano il dramma della storia, ma vivere.

Il prossimo Meeting di Rimini, in fondo, parlerà di questo. Delle «forze che muovono la storia» e di ciò che ci riempie il cuore. Se smarriamo questo nesso, se nell’impeto di cercare soluzioni ai grandi problemi che ci circondano – la tragedia dei migranti, lo sfaldamento dell’Europa, il dolore innocente, le mille ingiustizie – lasciamo da parte quella domanda su di noi, apparentemente così insignificante, non faremo molta strada. Con ogni probabilità siamo destinati ad aggiungere errori ad errori. Ce lo dice proprio la storia, anche recente (non è un caso che il titolo del Meeting di quest’anno sia una frase detta subito dopo il Sessantotto…). Ma se andiamo alla ricerca di Chi riempie davvero il cuore, se cerchiamo fatti, testimoni, circostanze che mostrano questa pienezza – fanno vedere che è reale, accade e quindi è possibile –, la prospettiva diventa di colpo diversa.

Ecco, le pagine che leggerete seguono il filo di questa ricerca. Dai temi del Meeting al racconto delle famiglie che attendono il Papa a Dublino (terra dove la fede sembra sconfitta dalla storia, eppure intorno a chi la vive nasce una realtà diversa); dalla testimonianza di uno scienziato particolare, come il capo della Specola Vaticana, al palco de I miserabili. Testimoni e fatti, germogli di una società diversa. Perché la storia si muove quando cambia l’uomo. Quando cambio io. Buona lettura. E buona estate.

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