
Chi ha ancora voglia di confessarsi nella nostra società ultrasofisticata? Quelli che ancora lo fanno sono considerati dei cristiani retrogradi, di second'ordine. È molto più alla moda farsi psicanalizzare. Ma la psicanalisi non può sostituire la confessione, sostiene l'ex medico Adrienne von Speyr. Infatti, mentre l'approccio clinico è sostanzialmente chiamato a confermare o ripensare alcune convinzioni dell'individuo, la confessione presuppone un'apertura totale davanti a Dio, rappresentato dal confessore, di fronte al quale non si può barare con sé stessi; è possibile solo porsi in atteggiamento di totale disposizione nel riconoscimento del peccato, che diventa così rivelatore di grazia. È il medesimo atteggiamento del Cristo incarnato e crocifisso che, fattosi peccato, rivela la sovrabbondanza della grazia e dell'amore divino. Da tale impostazione cristologica e trinitaria deriva - sostiene il grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar nella sua presentazione - una fecondità ermeneutica grazie alla quale l'autrice «più che dare un sistema chiuso, offre una profusione di spunti: il loro approfondimento darà gioia e soddisfazione tanto all'esperto teologo quanto al semplice cristiano».
Mechrì/Laboratorio di filosofia e cultura è un'Associazione che opera a Milano ispirandosi a un principio di sistematica transdisciplinarità: le arti e le scienze, le lettere e la ricerca sperimentale, la tecnica e il pensiero speculativo si intrecciano e si articolano sulla base di una condivisa interrogazione filosofica. La consapevolezza dell'attuale divisione e dispersione specialistica dei saperi diviene occasione per lavorare alla costruzione di un nuovo «sapere comune», per elaborare un abito intellettuale nel quale il dialogo tra i saperi possa attivare modalità inedite di produzione e condivisione culturale. Il presente volume, realizzato in collaborazione con Jaca Book, inaugura la collana «Percorsi Mechrì», che ogni anno mette a disposizione dei Lettori i risultati delle ricerche svolte presso il Laboratorio milanese. "Vita, conoscenza" è il tema generale su cui, nell'anno della sua inaugurazione (2015-2016), si sono concentrate le attività di Mechri. Le discipline chiamate a confrontarsi sono state anzitutto la filosofia, il teatro e la biologia, tipiche forme di rappresentazione del sapere e della vita. Dal loro reciproco rispecchiarsi ha preso forma un primo esempio di quel permanente «crocevia dei linguaggi» che il lavoro di Mechn intende promuovere. Composto a più mani, per la cura di Florinda Cambria (Presidente di Mechrì), il volume raccoglie i materiali messi a punto dai coordinatori scientifici del Laboratorio e i contributi di alcuni partecipanti ai percorsi formativi. In particolare, il primo capitolo raccoglie i testi di Carlo Sini (con la straordinaria riproduzione di 40 tavole a colori) relativi al Seminario di filosofia. Il secondo capitolo ripercorre il lavoro svolto nel Seminario delle arti dinamiche, coordinato da Antonio Attisani e Florinda Cambria, con la collaborazione di Mario Biagini (Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards). Il terzo dà la parola ai biologi Carlo Alberto Redi.e Manuela Monti in merito alle più recenti questioni dibattute tra gli «scienziati della vita». Il quarto capitolo (con il contributo di Tommaso Di Dio, Francesco Emmolo, Enrico Redaellì) intreccia questioni economiche e teologiche, etiche e poetiche, ponendo l'accento sulle attuali difficoltà dell'economia della vita sul pianeta e facendo eco alla domanda sul senso e sulla funzione della cultura nel nostro tempo.
«Il titolo di questa sezione dell’Opera Omnia indica chiaramente l’oggetto delle opere presentate e subito si può intuire come siamo condotti al cuore dell’esistenza della Chiesa, che vive della Parola e del Pane, nutrendosi alla Tavola dei due alimenti necessari all’esistenza. I volumi di questa sezione hanno una data lontana nel tempo (prime edizioni francesi: 1949, 1950, 1959-1993), e tuttavia corrispondono a questioni che oggi sono più che mai importanti e difficili per la teologia e per l’esistenza cristiana; soprattutto, come si vedrà, la questione della lettura e interpretazione della Scrittura. Le opere di de Lubac contenute in Scrittura ed Eucarestia trattano due grandi temi, che coincidono con i fondamenti della fede e della teologia cristiana. La Chiesa, infatti, vive della Parola testimoniata e portata dal Libro, e della Eucarestia, nella memoria di Gesù, celebrazione ma anche sintesi di tutta la storia e del mistero della salvezza. Sono opere che hanno fecondato la riflessione teologica del periodo immediatamente precedente il Vaticano II, e, anche se non citate, hanno nutrito alcuni documenti conciliari tra i più importanti (sulla rivelazione, sulla Chiesa, sulla liturgia). È questo il significato delle opere di de Lubac, che rimangono dei classici della teologia del ventesimo secolo, e proprio perché classici si presentano sempre attuali. Non si può capire la Chiesa senza pensare all’Eucarestia, e viceversa (è il grande insegnamento di Corpus Mysticum. L’esegesi, ricerca attenta, rigorosa, di tutta la dimensione storica e filologica della Scrittura, ha assoluto bisogno della lettura sempre attenta al senso spirituale: solo così la Parola vivifica. Altrimenti rimane lettera morta, addirittura portatrice di morte».
Dall’Introduzione di Azzolino Chiappini alla Sezione quinta dell’Opera Omnia
Concepire un’arte ornamentale proclamando, allo stesso tempo, l’intangibilità delle leggi della natura insieme con l’incontenibile ed esuberante fecondità che quest’ultima aveva ritrovato grazie alla pace: questa è la sfida apparentemente contraddittoria che Augusto ha lanciato a sé stesso e che ha saputo affrontare con successo. Fondata sulla riflessione dei filosofi , della creazione artistica dei Greci, la rivoluzione ornamentale augustea ha soprattutto beneficiato dell’incontro tra il principe e Virgilio, poiché il poeta aveva compreso, sin dall’epoca sanguinosa del triumvirato, che gli scontri che avevano diviso Roma e il mondo nel corso di un secolo dovevano trovare una risoluzione che fosse anche estetica. Non si può che rimanere colpiti, in effetti, dalla straordinaria efficacia dell’arte ornamentale augustea, che rimane una delle creazioni più durature del fondatore dell’impero. Le sue forme traggono certo la loro necessità dalle leggi della natura da esse stesse mostrate, dal geniale equilibrio dell’arte greca di cui rappresentano la continuazione, e anche dall’estrema semplicità del verso virgiliano che illustrano. Sembra che queste forme non vogliano morire, come se si ricordassero di esser state concepite per celebrare la rinascita del mondo.
Testimonianza conclusiva di una vita interamente dedicata alla ricerca scientifica e alla scrittura letteraria, il "Diario 1970-1985" di Mircea Eliade si presenta quale documento poliedrico di una feconda e appassionata apertura all'universo umano e alla sua storia. Note e riflessioni critiche, riletture ad appunti di viaggio ma soprattutto incontri e conversazioni e, al centro, una «geografia spirituale»: Parigi (la città dell'esilio); Bucarest e la terra romena (sempre dolorosamente presenti nella consapevolezza dell'impossibilità del ritorno); Chicago (il luogo dell'affermazione professionale) e l'Italia (direttamente scoperta nella prima giovinezza e sempre rivisitata, frequentata o sognata). «La vita come iniziazione labirintica», cifra dell'esistenza e personale religiosità, è il tema costante del Diario.
Nella Chiesa d’Oriente l’icona occupa un posto fondamentale e primordiale. È parte integrante della celebrazione liturgica come strumento e mezzo di preghiera; riunisce in sé la dimensione del sacro e quella del divino, esprime una visione teologica e una prospettiva estetica. In questo volume, l’artista libanese Mahmoud Zibawi illustra il significato dell’icona a partire dai principi teologici e dai fondamenti dogmatici che ne hanno consentito la genesi, in un’area del mondo antico in cui nella specificità di questa arte si fondono genio indoeuropeo, umanesimo greco-latino e immaginario indo-iraniano. Grazie a un ricco apparato di illustrazioni e carte, e a un’accurata appendice cronologica e museografica, Zibawi descrive lo sviluppo storico dell’icona. Prendendo in considerazione tutta l’area mediorientale (Bisanzio, ma anche Siria, Palestina, Cipro), la Grecia, la Macedonia e la Russia, procede in un approfondito percorso documentario, dai primi secoli dell’era cristiana al classicismo bizantino dei secoli XII-XIV fino ai tempi moderni, nell’esplorazione dell’arte dell’Oriente cristiano e di tutta la sua enigmatica ricchezza.
Il titolo, suggerito dalla metafora della «goccia d’acqua» spesso usata dall’autore, intende comunicare il senso del libro, che desidera non tanto ripercorrere gli avvenimenti della vita di Panikkar ma illustrare il cammino che lo ha portato a scoprirsi «acqua». Come egli scrive nei suoi diari (8 novembre 2000): «Sono consapevole dei miei difetti, ma non posso negare la mia esperienza della Resurrezione. Essa comporta la mia coscienza di vivere ora la vita eterna – di essere acqua e non goccia, mentre ancora sono goccia». Alcune note biografiche si trovano nella Postfazione. Anche questa tuttavia è intesa soprattutto a evidenziare, per quanto possibile, la vera identità dell’autore. Siamo convinti, come dice Panikkar, che «un libro è una goccia nell’oceano dell’opinione pubblica, una vera preghiera è un bicchiere d’acqua, ma un libro frutto della contemplazione può essere una pioggia benefica» (18 febbraio 1996).
"La vita, il sapere della vita e, tra vita e conoscenza, il discorso quotidiano. Cioè il fluire continuo di quella lingua che ci fa al tempo stesso contemporanei e antichi, figli del nostro tempo ed eredi di tradizioni e di epoche passate che in noi e attraverso di noi coesistono simultaneamente. Questo il quadro teorico, che ha a fondamento Inizio (Jaca Book, 2016) e che qui si snoda in tre scritti esemplificativi ed esemplari. Nel primo e nell’ultimo il riferimento è a Giovanni Gentile: in occasione del celebre incontro con Mussolini sul Lago di Garda nel 1943, che causò in seguito la morte violenta del filosofo; e poi nel controverso rapporto personale di Gentile con Croce, sino alla sua drammatica fine. Il testo centrale vede agire in contemporanea vari personaggi, con riferimento all’anno 1857 sia a Ginevra, sia, più in generale, all’Europa: Wagner e sua moglie Minna; Mathilde Wesendonck, modello di Isotta; Alfred Escher, il padre della ferrovia del Gottardo; Francesco De Sanctis in esilio; Marx ed Engels di fronte alla crisi economica; la prima rivoluzione indiana contro gli inglesi; il terremoto della Basilicata. In questo mondo in rapida rivoluzione industriale si snodano i discorsi della borghesia colta, della conoscenza, del pensiero e dell’arte, e il loro sottile, invisibile tratto comune."
Apogeo e fine del Medioevo 1288-1431 (Corpus-Atlante della pittura medievale a Roma 312-1431, vol.VI) è un volume di straordinaria novità e qualità sia scientifica che editoriale. Offre un viaggio attraverso il linguaggio pittorico di Roma lungo un secolo e mezzo: dagli anni dell’assoluto fulgore, tra fine Duecento e inizio Trecento, quando le chiese e le basiliche cittadine si ricoprirono di nuovi affreschi e di mosaici splendenti, ai decenni in cui la sede pontificia si era trasferita ad Avignone; fino al primo Quattrocento, quando, con il ritorno del papa a Roma, la città diviene ancora una volta il centro del mondo, il luogo dove accorrono gli artisti che stanno facendo nascere la civiltà del primo Rinascimento. Le opere di Pietro Cavallini, Jacopo Torriti, Filippo Rusuti, Giotto, fino a Masaccio, Masolino e Gentile da Fabriano, miracolosamente conservate o documentate, appaiono nel volume con la ricchezza di apparati che è abituale all’opera del Corpus-Atlante, di cui sono già usciti quattro precedenti volume. Nuove campagne fotografiche che fanno conoscere dipinti e mosaici come mai prima d’ora, nuovi materiali d’archivio, ricerche approfondite su documentazioni storiche, fanno di questo volume uno strumento irrinunciabile per specialisti, studenti e amatori dell’arte e della città di Roma.
Il libro si compone di un’ampia introduzione e di 137 schede disposte in ordine cronologico. Il corredo fotografico è costituito da circa 550 fotografie, tutte a colori e di grande formato.
"Ogni grande biografia di un personaggio che ha avuto una così feconda posterità come san Vincenzo de' Paoli, da coinvolgere migliaia di persone nei secoli al servizio dei poveri, è uno strumento, per tutti, per conoscere la sua vita e il suo carisma e, per chi è stato contagiato dal suo modo di vivere il vangelo, riconoscersi nel carisma iniziato con lui. Padre José Maria Roman Fuentes C.M. ha scritto un'opera fondamentale per far conoscere e far amare san Vincenzo. Essa è ancora, dopo più di trent'anni dalla prima edizione, la più documentata e solida indagine storica sulla vita del Santo. Apparsa in occasione del IV centenario della sua nascita (1581-1981), ha avuto due edizioni in lingua spagnola e due edizioni italiane. È stata tradotta anche in inglese, in polacco e in francese. Ha conosciuto una grande diffusione nel mondo. Oggi viene riproposta nella celebrazione del IV centenario dell'inizio carismatico delle sue fondazioni: la Missione e le Carità (1617-2017). Da quell'ispirazione, infatti, sono nate 'Le Carità' (1617) - oggi Gruppi di Volontariato Vincenziano -, la 'Congregazione della Missione' (1625), la 'Compagnia delle Figlie della Carità' (1633)." (dalla prefazione di Nicola Albanesi)

