
Può la conoscenza essere definita come un "gesto"? La filosofia la ha sempre analizzata come una struttura logica, eppure, sostiene Brunella Antomarini, dietro quella struttura c'è un'azione che deve essere descritta nella sua concretezza e che avviene quando "crediamo" di conoscere. Si tratta di un gesto che parte con cautela e incertezza e poi, in un attimo, si realizza in una decisione, azzardata e impulsiva, che porta con sé la presenza costante dell'errore. Proprio l'errore, inteso come "categoria di pensiero", si trova al centro di questo breve testo. Brunella Antomarini individua una metafora che le permette di rappresentare un oggetto di indagine altrimenti astratto e sfuggente: conoscere, in fondo, è come prendere la mira e tirare, pensare lentamente e alla fine "cercare di indovinare".
"Questo libro nasce da un dubbio: il sospetto di un'assenza, [..] o anche solo di un'omissione." Comincia così "Eva nera", con la denuncia velata che nella complessa ricostruzione dell'evoluzione umana sia stata trascurata la protagonista degli eventi che hanno strappato il genere umano all'"animalità, per spingerci sul faticoso e rischioso cammino della civiltà": la Donna, la femmina della specie. Eva, perché è la nostra madre comune; nera, perché è in Africa che si svolge il primo capitolo della Storia dell'Uomo. Ma se fosse in realtà una Storia della Donna, si chiede Pratico? In queste pagine la scienza si sovrappone al mito, e gli studi di genetica e antropologia vengono filtrati attraverso la lente del cronista curioso, che descrive le profonde mutazioni vissute da un gruppo di Homo sapiens, biologiche - la posizione eretta, un anomalo sviluppo dei tessuti cerebrali e degli organi fonetici - e di conseguenza sociali: un approccio diverso alla pulsione sessuale, l'istinto e l'emergenza della comunicazione e di un'embrionale struttura familiare. Motore di questo cambiamento è, secondo Prattico, la donna, creatrice e protettrice di vita; così il divulgatore lascia spazio all'io narrante, che in un luogo non meglio identifica dell'Africa centrale si fa accompagnare da un bambino in una capanna dove c'è lei, Eva nera. E si fa raccontare la sua storia...
L'appuntamento referendario del giugno 2005 sull'uso delle cellule staminali e le posizioni nette di papa Benedetto XVI di questi ultimi mesi sono chiari segnali dell'interesse che rivestono oggi i temi della bioetica. Il dibattito politico, culturale e scientifico ha assunto ormai toni accesi, e vede protagoniste tre posizioni che periodicamente si confrontano, o meglio si scontrano: da un lato la chiesa cattolica, che accusa la cultura laica di relativismo e nichilismo; dall'altro i laici e la comunità scientifica, che rivendicano il necessario rimodellamento della nostra visione del mondo e dell'individuo alla luce della continua evoluzione della scienza e della tecnologia; infine una tradizione radicale, laica anch'essa ma vicina alle posizioni della chiesa, che teme la trasformazione della natura in un grande laboratorio, ad uso esclusivo della specie umana e senza un pieno controllo delle conseguenze. Paolo Vineis analizza le posizioni delle diverse voci in gioco, individuando pregi e difetti di ognuna alla luce delle acquisizioni più recenti delle scienze biologiche.
All'alba del nuovo millennio, si gioca quotidianamente sotto i nostri occhi una partita importantissima. Il XXI secolo si sta caratterizzando sempre più come l'epoca in cui, grazie agli strumenti forniti da scienza e tecnologia, la produzione e la distribuzione di beni materiali viene progressivamente sostituita dalla produzione e dalla distribuzione di un bene collettivo e non tangibile: la conoscenza, sia essa l'ultima frontiera della ricerca piuttosto che l'intrattenimento di massa. Tutto questo in nome di una presunta democratizzazione del sapere, che però risponde ed è soggetta unicamente alle leggi del mercato imposte da un'economia capitalistica sempre più globale e invasiva. Ma c'è una contraddizione profonda fra la produzione di conoscenza, per sua natura frutto al tempo stesso della creatività individuale e del patrimonio comune dell'umanità intera attraverso un processo evolutivo non finalistico, e la crescita dell'economia, che è finalizzata alla produzione di profitto. Non è forse questo cieco meccanismo di mercificazione della conoscenza a portare la scienza in tutt'altra direzione, impedendo di fatto che essa possa contribuire a migliorare la qualità della vita di tutta l'umanità? Marcello Cini interpreta in questo libro i molteplici e contraddittori segni del presente, per gettare uno sguardo lucido e disincantato sul futuro che ci attende.
Capire la mente umana è una delle sfide più impegnative e affascinanti di sempre, una sfida che corre però il rischio di scontrarsi con la complessità di un oggetto di studio che non può essere rinchiuso dentro la rigida gabbia di un'unica disciplina. La nuova scienza della mente di cui parla Domenico Parisi nasce dall'esigenza di superare le separazioni che ci sono tra le diverse scienze dell'uomo, e tra queste e le scienze della natura, e di esplorare quello che si trova "sotto" (nel corpo, nel cervello, nelle cellule e nelle molecole) e sopra la mente (nella società, nella cultura, nella storia). Il metodo proposto è quello delle simulazioni con il computer, che non solo spiegano la realtà ma la ricreano, rendono più chiare e "meccaniche" le nostre teorie e costituiscono una "lingua comune" parlata da tutte le discipline. Il volume ripercorre il cammino che ha portato l'autore ad accettare la sfida di una nuova scienza che può, e deve essere, la psicologia del futuro.
L'uomo ha da sempre subito il fascino della tensione verso il futuro e il nuovo. Molla di tale spinta è una curiosità di per sé insaziabile, per il numero infinito di frontiere da esplorare e per la straordinaria disponibilità di mezzi a nostra disposizione. Helga Nowotny parte da questo assunto per analizzare il ruolo della scienza moderna nella nostra società, dove ricerca e opinione pubblica si candidano come attori principali di un confronto che talvolta assume i toni di un vero e proprio scontro: se la ricerca è infatti per natura portatrice di innovazione, la società tende spesso a identificare tale carica innovatrice con il più oscuro concetto di ignoto, denso di paure e fantasmi. Di qui la richiesta, a volte l'imposizione, di meccanismi di controllo che vincolino il cammino della scienza. Ma questo non significa forse snaturare l'idea stessa di innovazione e di futuro come possibilità dell'inatteso?
In un'epoca contraddistinta dall'esigenza di conoscenza effettiva e specialistica, ma purtroppo inquinata da troppe conoscenze presunte e generiche, sembra oggi più che mai necessario rivolgersi allo strumento epistemologico della riflessione filosofica. Dunque, cosa significa "conoscere", e perché dobbiamo conoscere? Ci sono conoscenze effettivamente possibili? Hanno senso i giudizi estetici sul bello e sul brutto, e i giudizi etici sul bene e sul male? Le credenze religiose assurgono allo status di conoscenza? Che tipo di sapere è il sapere scientifico? Quali intrecci riescono davvero a instaurarsi tra estetica, religione, scienza ed etica? Queste le domande a cui rispondono alcuni dei più autorevoli filosofi contemporanei: Maurizio Ferraris, Giulio Giorello, Christopher Hughes, Eugenio Lecaldano e Nicla Vassallo. Un'analisi delle esperienze conoscitive essenziali, che traccia una mappa del percorso dell'essere umano, alla ricerca di un'approfondita concezione di sé, del mondo che lo circonda e della propria esistenza.
L'uomo usa il linguaggio per raccontare ciò che accade, e molti racconti sono descrizioni di eventi che si susseguono nel tempo: trasformazioni di organismi viventi o sviluppi di generi letterari, nascita e morte di una stella o mutamenti nella pittura dell'Ottocento. La ricostruzione narrativa di questi processi è spesso indicata con la parola "evoluzione". Così si parla di evoluzione biologica e di evoluzione culturale, spesso separando la prima dalla seconda con la clausola secondo cui la cultura vada riferita ai soli stati della mente. Bellone suggerisce invece di eliminare la distinzione tra corpo e mente, e di adottare un modello naturalistico dello sviluppo culturale. Il modello implica allora che l'origine e la trasformazione delle teorie siano fenomeni di tipo biologico, e, in quanto tali, non siano governati da un progetto o da una logica interna, non abbiano alcuno scopo da raggiungere ma si realizzino come forme di adattamento di ciascun organismo all'ambiente mutevole che lo ospita. L'uso di questo modello, basato sulla ricerca di analogie tra diversi campi disciplinari, porta inoltre alla necessità di rivedere molte opinioni sul ruolo di parole come "progresso e verità", e, infine, sulla collocazione della teoria della conoscenza nell'ambito delle neuroscienze.
Troppo spesso al giorno d'oggi qualsiasi discorso sul progresso tecnologico si riduce a un appiattimento sminuente legato al mondo dei computer di Internet o dei più banali "gadget hi-tech", dimenticando che la tecnologia è innanzitutto una pratica complessa, stratificata e profondamente umana, e che come ogni aspetto della nostra vita anch'essa è percorsa da profonde contraddizioni. Thomas Hughes, in "Il mondo a misura d'uomo", analizza lo stretto legame che unisce il progresso umano alla tecnologia, restituendo a quest'ultima la sua natura carica di valori e aspettative per il futuro: quella della propensione umana a modificare e migliorare il mondo che ci circonda. Per questo motivo la tesi conclusiva dell'autore, fondata sull'irreversibilità storica del mondo "tecnologicamente naturale", è quella di immaginare un "pensiero ecotecnologico" critico, che sia alleato, non nemico, dell'ambiente. Con una prosa chiara ed elegante, ricca di suggestioni artistiche e letterarie, Hughes mostra come la tecnologia sia espressione emblematica, al contempo, della creatività, della follia, dell'ingenuità e della curiosità umana.

