
C’è una parola che domina il nostro tempo: paura. Paura di perdere benessere, lavoro, certezze. Paura del futuro. Nell’era dell’insicurezza, il populismo sovranista raccoglie consensi trasformando il disagio in rabbia e cultura del nemico. Per questo Meloni, come Trump e come altri, è solo un epifenomeno di una crisi democratica più profonda: la percezione, da parte dei cittadini, che la politica non sia in grado di gestire il radicale cambio d’epoca che ci troviamo a vivere, mentre una frattura sempre più grave si allarga tra classi dirigenti e popolo. Il problema è di tutti, ma per la sinistra, nata per rappresentare e difendere proprio le classi più deboli, è la certificazione di una sconfitta culturale, un tradimento delle proprie ragioni. E una sinistra che si indigna ma non ascolta, che è «contro» ma non riesce a comunicare il senso di una nuova missione, non riuscirà a riconquistare una connessione sentimentale con il popolo. Nello schema identità contro identità, vince la destra; la sfida, invece, è conquistare cuori e cervelli attraverso un vero progetto alternativo. Questo libro è storia, analisi, provocazione ma anche passione e stimolo per le forze progressiste: perché apre alla speranza di un cambiamento e propone possibili vie d’uscita dalla nostra crisi quasi trentennale. Tra queste, riappropriarsi di parole strumentalizzate dalla destra come «nazione», «sovranità» e su tutte «sicurezza». E misurarsi, in termini gramsciani, col «senso comune»: anziché parlare agli elettori da improbabili altezze leaderistiche, farsi popolo, accantonando l’ambizione personale in nome di una grande ambizione collettiva. Perché la sinistra, senza popolo, semplicemente non è. Prefazione di Maurizio de Giovanni.
Nel dibattito pubblico italiano, il rapporto tra politica e diritto si presenta come uno dei nodi più complessi e ambigui della vita democratica. E lo è, non poco, anche nell'ambito della giustizia penale. Giovanni Fiandaca, tra i più autorevoli studiosi italiani di diritto penale, mette in evidenza in questo libro i fattori politici che condizionano il settore dei delitti e delle pene, considerandoli nel triplice versante della legislazione, del processo e dell'attività dei giudici. E si sofferma poi sul conflitto tra politica e magistratura che, come una sorta di grande nevrosi istituzionale, continua a incidere negativamente sul funzionamento della democrazia italiana. Nella parte finale suggerisce alcune possibili vie per migliorare la qualità della giustizia penale e attenuare la conflittualità tra potere politico e potere giudiziario. Indicazioni, tuttavia, destinate a rimanere pura teoria senza una revisione profonda della politica penale nell'orizzonte di una democrazia costituzionale degna di questo nome. La questione penale, lungi dall'essere settoriale o prevalentemente tecnica, assume infatti una rilevanza sistemica perché riguarda i fondamenti e il tipo stesso di democrazia in cui vogliamo vivere.
Ultimo e incompiuto progetto di Aby Warburg, l'Atlante delle immagini Mnemosyne è una delle opere più affascinanti del pensiero novecentesco e costituisce la sintesi delle ricerche che il grande storico della cultura aveva dedicato - attraverso saggi, conferenze e inedite riflessioni - alla tradizione classica e alla relazione tra parola e immagine. Composto da circa 1.200 immagini fra loro diverse per genere e dimensioni, illustra come i valori espressivi fondamentali della rappresentazione della vita in movimento e della gestualità delle passioni siano stati trasmessi dall'Antico, siano poi riemersi nel Rinascimento e perdurino come impronte vive fino alla cultura contemporanea. Questa edizione, introdotta da una disamina della genesi e della struttura di Mnemosyne, propone le fotografie originali scattate nel 1929 e la ricostruzione di tutte le tavole dell'Atlante, accompagnate da un commento chiaro e approfondito, frutto del lavoro dei curatori e del Seminario Mnemosyne: uno strumento prezioso per comprendere un'opera che ancora oggi si presenta come un enigma affascinante e un laboratorio inesauribile di idee.
Adamo ed Eva mangiavano carne? La dieta che seguivano ne ha forse determinato la salute inalterabile, la eccezionale longevità e l'armoniosa convivenza con gli animali? È questa una questione che desta curiosità e che ha avuto un ruolo centrale nel dibattito della prima età moderna. Tra Cinquecento e Settecento, infatti, essa diventa un nodo teorico nel quale si intrecciano teologia, medicina, anatomia, diritto: i modi diversi in cui l'Europa ha cercato di capire che cosa sia un corpo, che cosa sia una norma, che cosa sia naturale. A discuterne sono filosofi, teologi, riformatori di ogni confessione, fino ai maggiori esponenti della rivoluzione scientifica. Secondo gli autori, questo dibattito non è mai davvero scomparso: è riemerso in forme diverse nei secoli, fino ad arrivare a oggi, quando il tema del rapporto tra uomo e alimentazione si lega a questioni ambientali, etiche ed esistenziali. Il libro mostra così come una domanda apparentemente marginale attraversi la storia del pensiero occidentale mettendo in crisi i confini tradizionali tra le diverse discipline.
«Quando c’era lui», ripetevano i nostalgici, «i treni arrivavano in orario». Oggi quella formula si rovescia e diventa l’atto d’accusa più tagliente contro chi governa. «Da quando c’è lei» si pagano più tasse, i treni viaggiano in ritardo, i giovani hanno ripreso la via dell’estero, benzina e spesa costano di più e l’Italia è diventata meno sicura. Il governo di Giorgia Meloni è il più longevo della storia repubblicana. Ma con quale stabilità e a quale prezzo per il Paese? Matteo Renzi scava dietro la propaganda dei numeri, non limitandosi a mettere in fila i fallimenti del Governo Meloni, ma lanciando proposte per un centrosinistra che può tornare a vincere, per un Paese che può tornare a crescere. Un pamphlet al vetriolo che smonta le bugie del potere e detta l’agenda dell’opposizione in vista delle elezioni del prossimo anno.
Maria con un libro fra le mani. L'immagine appare all'inizio del Trecento, quando le donne cominciano a entrare nella storia anche come lettrici. Questo volume segue il cammino di quell'immagine dall'Italia medievale alla fine del Rinascimento, mostrando come la Vergine in lettura abbia accolto, nel tempo, molte narrazioni e riflesso aspirazioni femminili nonché inquietudini e timori verso la maternità. La divina lettrice diviene così testimone della vita delle donne, del loro peculiare sguardo e dell'accesso alla cultura del tempo, tra conquiste e resistenze. La storia di genere si intreccia con la rilettura delle fonti neotestamentarie e apocrife, restituendo a questo gesto una forza che attraversa i secoli. Una donna che legge rappresenta sempre una promessa e un'incognita. Perché leggere significa concedersi uno spazio interiore; significa preparare il pensiero, dare forma al desiderio, rendere fecondo il silenzio. Così Maria, con il libro ancora aperto fra le mani, continua a ricordare alle donne di ogni tempo che la lettura non è un ornamento della vita, ma una delle sue forme più profonde di libertà.
Viviamo in un mondo in cui la verità si dissolve in mille versioni, il sacro si consuma come un prodotto, l’altro diventa subito nemico. Un mondo che mercifica la sessualità, trasforma l’identità in denaro, sostituisce i legami con affetti addomesticati e cani terapeutici, affida la mente a macchine sempre più potenti. In queste "Brevi lezioni di resistenza", Vittorino Andreoli non offre ricette facili, ma lampi di consapevolezza. Ogni capitolo è un invito a fermarsi, a pensare, a interrogarsi sul presente senza cedere alla nostalgia per il vecchio mondo né alla rassegnazione. Come viviamo con l’intelligenza artificiale? Perché l’identità biologica e quella psichica possono risultare opposte? Che fine ha fatto la forza del destino? Da quando il denaro è diventato la misura del significato dell’uomo? Come ci siamo ammalati di medicina preventiva? Questo volume ci regala undici riflessioni agili, a volte scomode, eppure necessarie: parole illuminanti che cercano di aprire spiragli, per imparare a vivere in un tempo che cambia più velocemente di noi. Un libro per chi non si accontenta di subire il mondo nuovo, ma vuole provare a comprenderlo.
«Al culmine di questo viaggio tra classicità e primordio, tra barocco e modernità, ci troviamo davanti a una verità tanto semplice quanto affascinante: l’arte è lo specchio di ciò che siamo stati, ma è anche la finestra su ciò che potremmo diventare.» Ogni epoca ha giocato il suo ruolo, ogni stile ha lasciato un frammento del proprio spirito nel grande mosaico della nostra identità collettiva. Questo libro, che raccoglie alcune delle più belle lezioni universitarie di Philippe Daverio, è un percorso tra stili e contrapposizioni, tra bellezza ed espressività, tra l’armonia classica e il gusto per la distorsione, tra l’ordine imposto e la ribellione creativa. Al centro è il concetto di eleganza, dal latino exlegere, ossia «trarre fuori», «selezionare», che indica la capacità di comunicare senza eccessi, di lasciare un’impressione profonda non con lo sfarzo, ma grazie alla qualità. Un pensiero trasversale a molte culture, declinato in forme diverse ma accomunate dallo stesso principio di essenzialità e misura. Attraverso il suo sguardo colto, analitico e a tratti giocoso, il grande gallerista ci accompagna lungo una parabola che passa dalle cattedrali gotiche ai templi greci, dai volti ieratici dell’arte bizantina alla violenta espressività di Giotto, dall’armonia classica di Raffaello alla carne opulenta di Rubens, alle deformazioni moderne di Picasso. Per arrivare a comprendere che la storia dell’arte non è un elenco di capolavori, né una sequenza di movimenti ordinati, ma una grande conversazione ininterrotta, dove ogni epoca rielabora le domande lasciate in sospeso da quelle precedenti.
Il custode del ponte rinvia a un ruolo previsto nelle Consuetudini della Certosa (64,1): metafora della custodia del silenzio. Il ponte infatti, segnando un passaggio e una distinzione, delimita l’identità e la vocazione di una forma di vita alla sequela Christi. Dalla declinazione della Regola come forma di vita prendono avvio, in questo libro, alcuni percorsi di comprensione dell’attuale testo di Costituzioni o Codice fondamentale (can. 587). La Regola di vita, originata dall’esperienza ecclesiale del carisma del fondatore o fondatrice, individua ed elabora nel tempo un proprio patrimonio (can. 578) generativo della tradizione stessa. In questo contesto è possibile ricondurre i vari percorsi di comprensione della Regola alla luce della sequela di Cristo proposta dal Vangelo (can. 662). Sotto questa luce, il ponte, metafora di un limite ma anche di un passaggio, ci ricorda che la Regola di vita, seppure tracciata nel tempo, non perde di vista la tensione verso l’Eterno.
Nell’era della parola manipolata, tradita, dispersa, vuota, il racconto e la spiegazione del mondo ci possono ancora salvare? Il nostro è un tempo fragile, segnato da fratture profonde. Abbiamo smarrito l’equilibrio e siamo assediati da paure e confusione. Le parole non sembrano tanto aiutarci, anzi ci bersagliano dai media e dai social, sempre più ininfluenti rispetto alla gravità delle questioni «reali». In quest’epoca di comunicazione dirottata dalle oligarchie digitali, il linguaggio è ormai diventato un problema? Al contrario: è parte essenziale della soluzione. Ciò che serve è infatti un Omero dei nostri giorni che ci convinca che è giunto il momento di cambiare abitudini, di uscire da un sonno caotico e ipocrita. Attraverso storie, memorie e visioni che intrecciano Langhe e mondo globale, tradizione contadina e rivoluzione digitale, Oscar Farinetti e Piercarlo Grimaldi indagano la crisi antropologica del linguaggio e dei valori che lo abitano - dalla democrazia all’antifascismo - minacciati da superficialità, disuguaglianza e perdita di senso. Tuttavia, il loro non è un canto nostalgico: è una chiamata all’azione, perché salvare la parola significa salvare l’umano. Basta con l’afasia di fronte all’ingiustizia, basta con la trasformazione del dialogo in rissa, basta con la svalutazione della parola. Queste pagine disegnano un programma per recuperare il senso della comunità e la capacità di tessere narrazioni in grado di unire anziché dividere, di costruire anziché distruggere.
Tra le prime indicazioni del pontificato di papa Leone XIV spicca il richiamo alla «sana laicità». Il suo magistero è appena agli inizi, e solo il tempo ne chiarirà gli sviluppi, ma anche di fronte al dilagare degli usi politici del cristianesimo, il nuovo pontefice sembra riaffermare con chiarezza il principio della reciproca indipendenza tra sfera politica e religiosa. Fino a che punto questa affermazione rispecchia il vissuto dalle Chiese nazionali? Attraverso il caso emblematico della Chiesa italiana, il volume ricostruisce il tortuoso percorso dal clericalismo alla laicità, segnato da resistenze, compromessi e ambiguità fino alle eredità ancora presenti dell'assetto concordatario. Un'analisi che interroga il significato e i limiti del ruolo pubblico della Chiesa.
Se, come insegna san Girolamo, compito di un commentario biblico è “tralasciare ciò che è evidente e discutere ciò che è oscuro” (praeterire manifesta, obscura disserere), al cospetto di un testo difficile e complesso come il libro del profeta Zaccaria, c’è bisogno di una luce che ci illumini il cammino e ci aiuti a non perderci tra le righe, le parole, le riletture e le interpretazioni.
Tra i molti che di fronte alle oscurità del testo di Zaccaria hanno contribuito a mantenere acceso uno spiraglio di luce, fosse anche una debole scintilla, ora possiamo annoverare, pieni di gratitudine, anche Luigi Nason che con questo suo commento, che porta il sottotitolo pregnante e allusivo «Una menôrāh di visioni notturne e un’utopia messianica», ci tiene per mano e ci accompagna di sezione in sezione, di capitolo in capitolo, di versetto in versetto e quasi di parola in parola in un percorso esegetico che ci aiuta a proiettare nuova luce su nodi interpretativi che, comunque, continuano a rimanere aperti e consegnati al lavoro esegetico di altri dopo di lui.
La ricchezza di contenuti e l’ampiezza dell’indagine, unite a una profonda conoscenza della “bibliografia” specifica di riferimento, fanno del contributo esegetico di Luigi Nason un testo fondamentale e indispensabile per navigare nelle acque oscure e a volte oscurissime del libro del profeta Zaccaria.
Dalla postfazione di Gianpaolo Anderlini
Luigi Nason, già responsabile per la Formazione biblica nell’Arcidiocesi di Milano e collaboratore dell’Ufficio ecumenismo e dialogo per i rapporti con l’ebraismo, attualmente continua la sua attività di biblista, specializzato nella ricerca sulle Scritture ebraiche (Primo Testamento) e nello studio della tradizione interpretativa ebraica, tenendo lezioni in diverse Scuole bibliche e conferenze in Italia e all’estero. Ha collaborato come docente a diversi itinerari biblici in terra di Israele. Ha diretto la collana Cristiani ed ebrei delle Edizioni Dehoniane di Bologna. Fa parte dell’Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo. Un elenco delle sue ultime pubblicazioni si trova sul sito di questa Associazione alla voce «soci»: www.aisg.it. Alcuni suoi recenti contributi si possono trovare in academia.edu Ha curato l’edizione italiana e i riferimenti bibliografici delle fonti della letteratura rabbinica del volume di P. Lenhardt, L’unità del Dio trinitario. In ascolto di Israele, nella Chiesa, Milano 2016.
Tra le più recenti pubblicazioni ricordiamo La poetica del silenzio di Dio. Il libro delle Lamentazioni, traduzione e commento esegetico – teologico, Reggio Emilia 2022. La stesura di quattro voci – "chiesa", "morte", "vita", "vigna" in Nelle parole la parola. Dizionario biblico per la nuova evangelizzazione (a cura di V. Brosco), 2 voll., Bologna 2025.
Attualmente insegna presso l’Università Cattolica di Milano (Scuola biblica nella città) e presso l’Università card. Giovanni Colombo di Milano.
Il volume raccoglie e approfondisce i contenuti della Giornata di studio e di formazione professionale per giornalisti promossa dall'Associazione ISCOM e dalla Pontificia Università della Santa Croce, dove si è svolta il 15 aprile 2026. I cambiamenti dell'informazione nell'ecosistema digitale contemporaneo e l'impatto dell'intelligenza artificiale sulla professione nel confronto tra grandi firme del giornalismo, insigni accademici, qualificati professionisti e autorevoli voci della Chiesa cattolica. Nel comune convincimento che le trasformazioni in atto non richiedono soltanto un adattamento tecnologico, ma un più profondo ripensamento culturale e formativo. Per un nuovo umanesimo dell'informazione come bene pubblico fondato su affidabilità, verità e servizio alla comunità. Contributi di: Manuel Sánchez, Lucio Adrian Ruiz, Massimo Martinelli, Flavia Perina, Pina Debbi, Giovanni Zagni, Alberto Puliafito, Marzia Antenore, Diego Contreras, Roberto Navigli, Luisa Di Giacomo e Vincenzo Quaratino. E un'intervista ad Andrea Ciucci.
Raccontare la storia è possibile non solo snocciolando date, battaglie e trattati, ma anche frugando nelle pieghe della vita quotidiana, origliando le battute sfuggite nei salotti, collezionando imbrogli e vendette, inciampi e colpi di genio. In questo libro Giorgio Dell'Arti ci accompagna in un viaggio sorprendente nell'America di ieri e di oggi: dalla Virginia Company, che sbarcò a Jamestown nel 1606 inseguendo un sogno di tabacco e fortuna, fino alla presidenza di Donald Trump, che ha fatto proprie le tre regole d'oro del suo spietato mentore - «attacca, nega tutto, di' d'aver vinto anche quando hai perso». In mezzo, quattro secoli di un popolo che non ha mai smesso di reinventarsi. Ci sono i Padri Pellegrini, che fondarono una città modello di religiosa purezza - e intanto non esitavano a impiccare i quaccheri. Il presidente Thomas Jefferson, che progettò una macchina per fare i maccheroni ed esportò in America di contrabbando, nella tasca del cappotto, un pugno di riso piemontese. Cornelius Vanderbilt, «bella faccia americana con basettoni bianchi fino al mento», che da commerciante d'ostriche e verdure finì per diventare l'uomo più ricco del continente. E ancora Neil Armstrong, il primo uomo a mettere piede sulla luna semplicemente perché, a differenza di Buzz Aldrin, gli capitò di sedere vicino al portellone. "America nuda e cruda" è il racconto non soltanto dei momenti solenni e dei protagonisti, ma anche delle spigolature e dei comprimari: benefattori e criminali, attori e industriali, consiglieri e spie. Ogni aneddoto illumina, in controluce, l'identità di un Paese abitato da cento anime diverse - e che ancora non ha smesso di cercare la propria.
Etica antispecista presenta il campo dei cosiddetti animal studies - disciplina che analizza le radici teoriche e storiche dei movimenti animalisti - dalla prospettiva della filosofia morale. Rintracciando le origini del pensiero animalista e mantenendo come sfondo teorico le scoperte darwiniane e le attuali conoscenze scientifiche, intende fornire una solida base filosofica a coloro che condividono la visione antispecista. Per l’antispecismo etico la lotta per la giustizia riguarda tutte le categorie oppresse, umane e non umane. La difesa degli ultimissimi, di chi non può difendersi né vendicarsi, all’interno di un sistema socioeconomico intriso di violenza, rappresenta infatti l’ultima frontiera di un percorso di resistenza e di liberazione che attraversa l’intera storia umana ma che solo da pochi decenni ha iniziato a includere anche gli animali. Senza evitare una riflessione critica sulle differenze all’interno del movimento animalista, che si declina in posizioni anche radicalmente opposte in politica e in economia, il libro propone un’etica materialista che abbraccia la vita senziente in tutte le sue forme.
Come sempre, domina nel mondo la dialettica degli opposti: a fronte di una sempre più incisiva logica del consumo, che identifica la felicità con il possesso di beni materiali, prende forma il desiderio, oggi largamente diffuso, di esperienze spirituali. Si avverte la necessità di andare alle origini della tradizione filosofica occidentale per riscoprire fonti antiche di spiritualità. Se nel recente passato oggetto di ricerca sono state correnti filosofiche come lo stoicismo e l’epicureismo, è venuto il momento di riportare l’attenzione sul pensiero di Socrate. I dialoghi socratici scritti da Platone rivelano un’interpretazione densa delle pratiche spirituali perché, mentre le sottraggono a una declinazione individualistica, di un soggetto ripiegato su di sé, disegnano mappe per orientarsi nell’incertezza della vita, per comprendere l’esperienza umana e agire su di essa.
"Apoftegmi dalla Natura. Terra" non è un libro, ma un'esperienza. Qui il concetto di libro nella sua struttura classica come supporto di pagine da leggere viene superato nel concetto di vissuto, di relazione: il presente libro non è più soltanto un testo da leggere, ma un testo da vivere. Com'è possibile questo? In primo luogo, al suo interno sono inserite delle musiche (Audio-Apoftegmi), per cui il libro si presenta come un testo da ascoltare. In secondo luogo, sono inserite al suo interno anche delle illustrazioni strutturate secondo un percorso icastico: nello sfogliare il libro, la persona si trova calata in un cammino corredato da incontri figurati dalle stesse illustrazioni. In ultima istanza, sotto ogni apoftegma sono presenti degli spazi lasciati appositamente per chi si accosta a «leggerli», così da permettere al lettore-ascoltatore di scrivere, abbozzare, disegnare ciò che gli stessi frammenti gli hanno provocato, rivelandosi così un taccuino oltre che un libro. Dunque, chi acquista "Apoftegmi dalla Natura. Terra" in realtà non sta acquistando un libro, ma un'esperienza.
Che cos’è il bene comune? La sommatoria dei beni individuali di un gruppo sociale? Il maggior benessere del maggior numero di persone? Oppure il bene dello Stato? Si potrebbe - e si dovrebbe - rispondere che il bene comune non corrisponde a nessuna di queste cose. Tommaso d’Aquino averebbe detto piuttosto che il bene comune è certamente superiore al bene privato, ma rimane il bene più proprio dell’individuo stesso, dato che implica la più profonda condivisione con gli altri e la più intima comprensione del mondo. Tommaso lo descrive come un bene per la politica, ma non come un bene soltanto politico. L’esigenza di tenere fede a questo insegnamento tomista, di fronte ad un mondo come non mai minacciato dalle derive individualiste e totalitarie, ha spinto il filosofo belga-canadese Charles de Koninck a pubblicare nel 1943 Il primato del bene comune contro i personalisti, di cui offriamo qui la prima traduzione italiana. A quasi un secolo di distanza, quest’opera resta un’insuperata presentazione della posizione di Tommaso d’Aquino ed offre, nello stesso tempo, una riflessione acuta e profonda sull’autentica natura del bene comune. Immerso nel contesto polemico del suo tempo, De Koninck ci presenta un’analisi lucida - e profetica - dell’abisso a cui conduce la separazione tra il bene comune e il bene degli individui. Totalitarismo e «tirannia degli io» - come la chiama De Koninck - non sono che le due facce di una stessa medaglia: quando scompare il senso autentico del bene comune, si perde di vista anche la vera dignità di ogni persona.
Siamo così geniali da aver inventato l'intelligenza artificiale, così limitati da aver bisogno del suo aiuto in ogni circostanza e così sciocchi da non riuscire a decidere se era la cosa giusta da fare? L'intelligenza artificiale ci è amica o ci sfrutta? Invece di chiedersi se il mondo sarà rovinato o tratto in salvo dall'innovazione tecnologica, il libro esamina, con l'aiuto della storia e di molti esempi concreti, la nascita, la crescita e la realtà presente della tecnologia come un nuovo potere: il potere digitale. Il potere digitale è diffuso, pervasivo, persuasivo e ha natura poliedrica. È il potere esercitato dalle grandi piattaforme tecnologiche nella sfera economica, sociale e politica, ma è anche un modo nuovo di esercitare il potere pubblico, influenza il modo in cui gli individui interagiscono singolarmente e collettivamente ed è strumento di competizione fra blocchi geopolitici. Il potere digitale è concentrato in mani private, ma i suoi benefici e i suoi rischi sono così rilevanti da richiedere necessariamente scelte collettive a tutela di diritti e valori ai quali non vogliamo rinunciare.
Perché gli Stati fanno la guerra? Da più di mezzo secolo Kenneth N. Waltz offre una risposta tanto semplice quanto profondamente innovativa. In un'opera che è insieme storia delle idee politiche, critica metodologica e modello teorico, ripercorre - da Tucidide a Kant, da Machiavelli a Marx - le interpretazioni che nel tempo hanno cercato di spiegare le origini della guerra: dalla natura umana all'organizzazione interna degli Stati, fino alla struttura anarchica che regola la convivenza internazionale. Questa tripartizione - le "tre immagini" - ha fornito una bussola concettuale indispensabile ancora oggi per orientarsi nel dibattito contemporaneo su sicurezza, cooperazione, potere e istituzioni globali. Un testo per comprendere le grandi correnti teoriche delle relazioni internazionali contemporanee e capire come funziona - e perché spesso fallisce - la politica estera delle nazioni.

