
L'opera indaga alcuni aspetti della storia e della cultura veneziana attraverso una prospettiva inedita quanto accattivante: quella dello sguardo esterno sulla città lagunare, della percezione di Venezia fuori da Venezia. Le diverse "visuali" a partire dalle quali si affronta il tema spaziano all'interno di ambiti eterogenei, anche se strettamente collegati tra loro: dal ruolo che l'immagine della Venezia medievale ebbe nella costruzione del pensiero degli storici europei tra Otto e Novecento, alle profonde modificazioni che ebbe in Bisanzio la percezione della Serenissima, divenuta, da suddita dell'impero, sovrana; dall'osservazione della Repubblica veneziana da parte dell'impero ottomano, allo sguardo attento della Roma papale, che da Venezia importava, oltre a un rilevante quantitativo di merci di varia natura, anche influenze di una ideologia politica e religiosa che appariva "avanzata" rispetto a quella della città papale; infine, di "distanza, se non di un'aperta contrapposizione" si parla a proposito dello sguardo della rivale Genova.
Muovendo dall'analisi del rapporto tra storia ideale eterna e lingua eroica, che nella "Scienza Nuova" rinnova la tensione del "De antiquissima" tra infinito e finito, Vitiello mostra come Vico seppe vedere, dietro la storia spirituale dell'umanità, una più antica storia, naturale e sacra insieme, valendosi, nel narrarla, di tutte le risorse della sua straordinaria lingua barocca: la storia della nascita della "iconologia della mente" dal grido animale e dal terrore destato dal fulmine di Giove che apre il Ciclo e fa tremare la Terra. Legata profondamente alla tradizione platonica e neoplatonica, la genealogia vichiana della mente non solo anticipa molti temi della filosofia successiva, da Kant a Hegel, a Nicetzsche in particolare, e a Husserl e Heidegger, sino a certo naturalismo e biologismo contemporaneo, ma ne e, per molti versi, anche una critica "avant la lettre".
Il rapporto con il puro e l'impuro è un aspetto del monachesimo egiziano delle origini in gran parte trascurato dagli studiosi del tema. L'autore rilegge l'esperienza dei primi Padri del deserto da questo punto di vista, partendo cioè dall'assunto che la vita monastica costituisse in primo luogo un esercizio di perpetua purificazione del corpo e dell'anima da ciò che li contamina nella vita terrena. Il volume individua in questo concetto un ingranaggio fondamentale del pensiero monastico e, di conseguenza, del comportamento assunto dagli asceti verso se stessi, i propri fratelli e il resto della comunità.
Raro esempio di appello italiano al raggiungimento della pace tra cattolici e protestanti, L'"Adhortatio ad concordiam" di Isidoro Cucchi da Chiari è un testo unico nel suo genere: opera di un abate benedettino poi assurto alla dignità di vescovo, è la preziosa testimonianza del clima di libertà culturale che si respirava a Roma durante i primi anni del pontificato farnese. Profondamente pervaso da uno spirito irenico, il testo costituisce la più chiara espressione nella Penisola dell'adiaforismo erasmiano e di quella tendenza alla dissimulazione religiosa che tanto caratterizzò i tentativi riformistici italiani.

