
Il Monte Comune, istituito alla metà del Trecento per gestire il debito pubblico fiorentino, diventò nell'arco di pochi decenni l'organo principale dell'amministrazione fiscale dello stato. Ne faceva parte il Monte delle doti, un'istituzione che garantiva ad ogni famiglia, attraverso un prestito ad interesse, la formazione del capitale necessario per la costituzione delle doti delle figlie nubili. Analizzando la complessità e le contraddizioni nella formazione dello stato fiorentino l'autore dimostra quanto la storia della finanza pubblica appaia strettamente connessa a quella della società, ed in special modo alla storia della famiglia. L'opera delinea uno sguardo d'insieme sulla storia di Firenze nel primo Cinquecento e sul crescente intervento dello Stato nella sfera dei comportamenti sociali e della trasmissione dei patrimoni familiari.
La storia della ricezione della Servitude volontaire è quasi unica nel panorama della filosofia cinquecentesca europea ed extraeuropea. La massa di traduzioni nelle diverse lingue lo testimonia (latino, italiano, tedesco, belga, olandese, portoghese, norvegese, svedese, danese, spagnolo, rumeno, russo, serbo-croato, inglese, americano, giapponese...). Dall'anonimato al rogo in quanto 'pericolosa' o, all'opposto pura (e improbabile) esercitazione retorica a 'microcosmo della rivoluzione', di ogni rivoluzione possibile, la Servitude volontaire ha legato il suo destino ai momenti storici più significativi dell'età moderna, intesa come storia dell'emancipazione umana e della sua libertà: la rivoluzione americana, la rivoluzione francese, la rivoluzione napoletana del 1799, le lotte operaie a Lione e a Parigi del 1835, la rivoluzione del 1848, la liberazione dal nazi-fascismo. Ma al di là della contingenza storica, il messaggio laboetiano è la ripresa dell'eterno monito dello spirito sano, individuale e collettivo: liberarsi dalle catene. Un messaggio indirizzato a tutti coloro che non vogliono divenire pectora caeca.
La consapevolezza del poderoso tentativo hegeliano di pensare la vita e insieme la valutazione critica delle sue difficoltà e irrisolte contraddizioni hanno contrassegnato la penetrante "interpretazione di Hegel" di Enrico de Negri, avviata con le sue ricerche sulla nascita della dialettica e la formazione del sistema. Dalla profonda prospettiva ermeneutica nutrita da una ricca conoscenza delle fonti teologiche, filosofiche, letterarie; dall'aver saputo compiere il circolo dalla periferia al centro avvicinandosi il più possibile al cuore sia dell'intenzione speculativa sia della soggettività di Hegel, nasce la grandezza, unicità e ineguagliabilità della sua traduzione della Fenomenologia dello spirito, di cui ha saputo restituire, assieme alla potenza del pensiero, lo stile fluente, sovrabbondante, ma anche pieno di salti, della scrittura, per cui ha adoperato la bella immagine di "una selvaggia fontana di pensiero". Una traduzione che è di per sé un significativo documento della cultura filosofica italiana del Novecento e ha costituito e continuerà a costituire la via regia per avvicinarsi alla filosofia hegeliana e quindi tout court alla filosofia.
A partire dalla svolta repressiva della metà del Duecento, il volume affronta i principali nodi problematici della diffusione e del consolidamento dell'officium fidei in Lombardia attraverso l'analisi di casi ambigui di eretici che diventano inquisitori e di inquisitori che diventano santi. L'utilizzo della contabilità della repressione ovvero dei libri dei conti conservati presso l'Archivio Segreto Vaticano allarga la ricostruzione alle dimensioni quotidiane, oltre che politiche, del percussivo impegno antiereticale. Tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento la strutturazione progressiva della norma e della prassi dell'officium fidei coincide con la carriera di vertice di un frate Predicatore divenuto papa Benedetto XI il cui ruolo sarà centrale nella conclusione dei processi contro i principali eretici medievali.
La presente edizione critica della "Coscienza di Zeno" vede la luce nell'ambito dell'Edizione Nazionale dell'Opera omnia di Italo Svevo. Il testo è stato nuovamente controllato sulle copie conservate presso il Museo Sveviano dell'unica stampa curata dall'autore (Bologna, Cappelli, 1923) e per la prima volta confrontato con le due traduzioni in francese e in tedesco sulle quali Svevo ha potuto esercitare - sia pure a distanza e in misura diversa - una supervisione. È corredato da una Introduzione e da una Nota al testo: la prima ricostruisce la genesi e l'elaborazione del testo, fondandosi essenzialmente sull'epistolario - citato sempre dagli originali conservati presso il Museo Sveviano - e utilizzando con la dovuta cautela gli scritti retrospettivi attraverso i quali Svevo ha costruito la propria leggenda; la seconda giustifica la strategia d'intervento adottata sulla base di un minuzioso spoglio linguistico teso a definire, nei limiti del possibile, i confini sempre incerti dell'idioletto dello scrittore triestino. La Tavola riepilogativa dei refusi, infine, consente di ricostruire ogni intervento effettuato sul testo dell'edizione originale.
Composto da Poggio Bracciolini in età avanzata, probabilmente tra il 1447 e il 1449, il dialogo "Contra hypocritas" da voce a una polemica antifratesca di cui non mancano tracce nella cultura medievale e che è presente anche nel primo Umanesimo e in altri scritti dello stesso autore. Intrecciando il motivo anticlericale con la più generale riflessione sul vizio dell'ipocrisia, Poggio imposta una questione che rimarrà viva nella cultura rinascimentale e moderna: fino a che punto la simulazione coincide con l'ipocrisia? E in che misura la menzogna si può considerare lecita?

