
La fine del dominio maschile - trasformazione storica alla quale stiamo assistendo nel mondo occidentale - costituisce un evento che tocca nel profondo la società, là dov'è essa di costuituisce e si perpetua. Il saggio mostra che per la prima volta nell'avventura umana abbiamo la possibili di entrare nei meccanismi che hanno presieduto a questa organizzazione plurimillenaria dei ruoli sessuali , tale ente radicata da tempo immemorabile da sembrare inscritta nell'ordine della cose. Talmente radicata che esiste un legame intimo tra dominio maschile e religione. Essi hanno finora modellato insieme, a livelli diversi, l'esistenza collettiva; così oggi entrambe stanno subendo una profonda crisi. Garantivano l'esistenza della società e la continuità nel tempo della sua cultura e organizzazione: le donne assicuravano la riproduzione fisica del gruppo umano, gli uomini quella culturale. L'essenza della mascolinità e della sua supremazia stava nella possibilità di elevarsi al di sopra del suo sesso, per raggiungere lo statuto di di individuo universale. Ma ora sono cambiate le condizioni della riproduzione biologica così come quella della riproduzione culturale, cambiando i riferimenti del maschile e del femminile. La perita di importanza della religione patriarcale ha minato il fondamento del dominio maschile (ed è per questo che i fondamentalismi religiosi insistono tanto sul rapporto asimmetrico tra i sessi), aprendo la strada all'autorità di impronta affettivo-materna che permea profondamente i legami sociali oggi, non senza problemi.
Uno dei maggiori filosofi italiani riflette sul desiderio, tema molto in voga nella recente saggistica italiana. Questo fondamentale tratto antropologico viene letto paradossalmente nella sua valenza positiva, come segno di una mancanza radicale dell'essere umano. È lo spazio dove si manifesta l'alterità a cui è costitutivamente aperto l'uomo, la cui identità dipende dall'altro da sé (come nel bisogno del cibo, ma anche e soprattutto nella relazione). Questa mancanza non può mai essere saturata, come vorrebbe l'inganno della società dei consumi, che infatti si ingegna a contornare le merci di un'aura di desiderabilità estetica sempre nuova. Questa mancanza è piuttosto la radice di un'identità sempre aperta e in movimento, dove l'altro non rappresenta una minaccia, ma la sorprendente possibilità della libertà di realizzare se stessa attraverso l'esperienza. Il saggio termina con un'efficace è inusuale riflessione sul rapporto tra desiderio umano e Dio. Dio non è il compimento del desiderio, a modo di un tappabuchi: sarebbe come una proiezione dell'uomo. Dio è invece la fonte del desiderio, che dilata lo spirito umano nell'incessante è felice rapporto con l'oltre della realtà.
Ancora Antigone? Il saggio di Alessandra Papa mostra quanti e differenti motivi ci siano per rileggere e ripensare la tragedia di Sofocle. Una tragedia a sé, che nella storia è stata oggetto di diverse riscritture teatrali e interpretazioni filosofiche, ma che resta capace di riproporre differenti piani di racconto dell'umano: quelli della libertà, della disobbedienza civile, della cittadinanza e dell'identità fra tutti. Tale saggio si presenta, perciò, come un originale e ostinato tentativo di tenere a mente i diversi insegnamenti che Antigone ci offre, ancora oggi, attraverso quel "diritto di piangere" che ci costringe a riflettere, ma mai abbastanza, sugli effetti rovinosi di una ragione di Stato dispoticamente applicata, che batte la coda negli interstizi del male banale, spingendoci ogni volta più lontano dalle leggi degli dei, dai diritti umani, dalla persona umana. Il libro si presta a una riflessione antropologica e politica 'colta', ma è anche un utile strumento di studio per approfondire la lettura dell'Antigone di Sofocle in una prospettiva filosofica originale, che passa attraverso le interpretazioni più rilevanti - da Hegel al pensiero femminile contemporaneo - e le riscritture teatrali novecentesche più significative, da Zambrano, ad Anouihl a Brecht.
In un intenso dialogo con Francesco Comina e Genny Losurdo, Ágnes Heller, la grande filosofa ungherese, conduce il lettore attraverso un viaggio appassionato sul tema dell'amore, dalle origini del pensiero fino ad oggi. Un viaggio che corre dentro un filo narrativo serrato dove si mescolano le intuizioni dei filosofi con le leggende mitiche, letterarie e artistiche fra eros, philia, agape, amor passio, amor intellectualis e l'etica della cura e del prossimo. Senza dimenticare i riferimenti all'oggi, al rapporto tra amore e politica, in un'Europa bifronte, piena zeppa di paradossi inconciliabili, uscita dal flagello della guerra invocando l'universalità dei diritti umani, la solidarietà, la libertà e poi finita, con la caduta del muro di Berlino, nell'alzare fili spinati, barriere e nuovi muri. Il libro si chiude con uno scritto inedito della Heller, un ricordo vibrante, pieno di amore per i novant'anni dalla nascita di Anna Frank, sua coetanea. Entrambe condivisero la triste sorte riservata agli ebrei stritolati dal nazismo. Ágnes si salvò, dopo la liberazione del ghetto di Budapest, Anna venne invece deportata e uccisa nel lager di Bergen Belsen.
«Che le scelte morali e la valutazione delle proprie azioni dipendano dal giudizio di coscienza, è un'idea ancora saldamente attestata dal linguaggio ordinario. Dire che cosa s'intenda precisamente per coscienza morale è però tutt'altro che semplice. È la capacità di riflettere razionalmente, valutando le alternative? Oppure di sentire che qualcosa è la cosa giusta da fare? È la voce di Dio, oppure solo il richiamo alle regole che la società e l'educazione hanno instillato in noi? È una facoltà naturale oppure una costruzione artificiale e potenzialmente arbitraria? La ricca storia della riflessione teorica sulla coscienza presenta tutte queste opzioni teoriche, inclusa quella secondo cui di questo costrutto teorico sarebbe meglio fare a meno. Il volume ripercorre questa vicenda controversa, suggerendo infine che la coscienza svolge un ruolo fallibile ma irrinunciabile nell'interpretazione dell'esperienza morale».
L'antropologia filosofica contemporanea, corrente emergente nel panorama culturale del Novecento, si propone di gettare un ponte tra filosofia e scienza incardinandolo sul problema dell'uomo, al fine di presentarne un'immagine globale, la quale permetta all'essere umano di recuperare la comprensione di se stesso e di identificare i suoi tratti caratteristici, la sua natura e il suo posto nel mondo. Di fronte alla "domanda sull'uomo", che da sempre la filosofia si è posta, l'antropologia filosofica vuole difendere la sua funzione critica e metodologica nei confronti di tutte quelle scienze che trattano alcuni aspetti dell'essere umano e pretendono di occuparsene in esclusiva. Si presenta, pertanto, come una dottrina ricca di tematiche trasversali e di grande attualità, volte ad affrontare le sfide della contemporaneità, dove i processi di omologazione e manipolazione dell'esistenza si scontrano con le esigenze di libertà, autonomia e rispetto dei diritti individuali.
L'edizione italiana dei classici scritti di Jean Paul, la cui eco tra ’800 e ’900 è stata enorme, sia in campo letterario che filosofico e teologico: Lamentazione di Sheakespeare morto... in cui si proclama che non vi è Dio alcuno, il Discorso del Cristo morto…, Il sogno nel sogno. - In essi è contenuta la prima angosciante testimonianza – Dio è morto ed assente – che annuncia il nichilismo come anima profonda della modernità. - Rileggere oggi questi testi aiuta non solo a capire la situazione spirituale del nostro tempo, ma a sorprendere in quel primo annuncio i bagliori di una nuova esperienza religiosa. - Adriano Fabris, nella ampia Postfazione, ricostruisce il contesto in cui apparvero questi scritti, illustrandone le caratteristiche filosofiche e letterarie.
Il libro si occupa della tensione, oggi avvertita su scala planetaria, fra la logica del pensare e della lettura, silenziosa e riflessiva, e la logica dell'audiovisivo, fondata sull'immagine preconfezionata e all'infinito replicabile a fini pubblicitari e di manipolazione psicologica di massa. Vengono meno, inevitabilmente, la funzione ideativa personale e il pensare involontario, non prefissato in vista di uno scopo delimitato e circoscritto. C'è da temere che emerga, per questa via, non la società liquida, come da molti si è ritenuto, bensì la società irretita.
Penultima bontà: perché quell'aggettivo? Perché 'penultima'? Domanda legittima, persino scontata, di fronte al titolo di questo libro del filosofo catalano Esquirol, la cui risposta si snoda lungo pagine di parole semplici e dense insieme, calde e profondamente vere, scritte con finezza di tessitura letteraria e originalità di pensiero. Abbiamo davvero bisogno di uscire da quell'orizzonte di senso che ingabbia la vita umana tra un inizio perfetto e perduto e una fine ineluttabile e definitiva, perché quello che avvertiamo, con la certezza di un'esperienza che ci percorre continuamente dalla pelle al cuore mentre viviamo qui e ora, è che il mistero della vita non risiede in un paradiso impossibile da cui siamo stati cacciati né nell'ultimità della morte, ma nella penultimità, appunto, della vita che vive e si sente vivere. Questa, ci dice qui Esquirol dialogando con il libro della Genesi, con Platone, con san Francesco e Zarathustra/Nietzsche, con Heidegger, Simone Weil e tante altre voci del pensiero filosofico, è la caratteristica propria dell'umano: sentirsi vivere, essere coscienti di un'esperienza vitale che non si fa rinchiudere, ma vibra e pensa e ama scoprendosi imperfetta, spesso ferita, mai compiuta e sempre penultima, eppure proprio per questo capace di riconoscere la stessa condizione negli altri e di creare comunità. Una comunità fraterna che vive ai 'margini', per usare la bella espressione con cui Esquirol indica il quotidiano, fatto di crepe, di deserto, di fatica, ma anche di prossimità, di resistenza, e soprattutto di cura e di gratitudine.
Il Mediterraneo sottolinea il valore della pluralità: nessuna forma di vita è più vicina delle altre alla perfezione. Nessuna tradizione può imporsi alle altre. Il primo comandamento mediterraneo è: tradurre le tradizioni, far sì che gli uomini diventino amici non nonostante le differenze, ma anche grazie ad esse. Franco Cassano
Questo libro nasce dalla constatazione che Friedrich Nietzsche, uno dei più fieri nemici del cristianesimo, ne è, a ben guardare, la più sorprendente conferma. Non si tratta semplicemente di un’opposizione speculare al cristianesimo che ne tradisce la nascosta influenza, come sostiene Heidegger: l’influenza nascosta esiste, ma il rifiuto nietzchiano ad ammetterla si basa su un’opposizione reale, su una scandalosa differenza cristiana che il nostro mondo sistematicamente respinge, proprio perché vi è estremamente vicino.
Nietzsche reagisce alla rivelazione evangelica del desiderio e della violenza presenti dentro di lui come dentro di noi, ma il suo rifiuto diventa la rivelazione ultima, «escatologica» di questa violenza, la dimostrazione della verità della croce.
Premessa
René Girard, Cinque saggi su Nietzsche. 1. Il superuomo nel sottosuolo. Strategia della follia: Nietzsche, Wagner, Dostoevskij. 2. La contraddizione di Nietzsche. 3. Dioniso contro il Crocifisso. 4. Nietzsche, la decostruzione e la moderna preoccupazione per le vittime. 5. Nietzsche e il destino della cultura europea
Giuseppe Fornari, Il dio sbranato. Nietzsche e lo scandalo della croce. 1 La caccia alla balena. 2. L’eterno ritorno della pazzia. 3. Il filosofo e il suo doppio. Una rivalità schiacciante. L’impossibile morte del rivale. Le maschere di un filosofo. 4. La fondazione di Dioniso. La vera “morte” di Dio. Il Fautore prometeico della cultura. Verso il centro del labirinto. Divinizzazione fallimentare e sterminio di massa. L’ultimo nemico. 5. L’anticristo e la croce. Un’iniziazione dantesca. Gesù Cristo insultato. Si striscerà alla croce. 6. Ciò che nessuno ha scorto
Note sull'autore
René Girard (1923-2015), antropologo e critico letterario, ha insegnato Letteratura comparata alla Stanford University. Tra i numerosi saggi tradotti in italiano editi da Adelphi: La violenza e il sacro (1980), Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo (1983), Il capro espiatorio (1987), Vedo Satana cadere come la folgore (1999), La voce inascoltata della realtà (2006) e Portando Clausewitz all’estremo (2008).
Giuseppe Fornari, docente di Storia della Filosofia all’Università di Bergamo, ha studiato la cultura greca e il suo rapporto con la civiltà europea. Tra le sue pubblicazioni: Da Dioniso a Cristo (Marietti 2006), La conoscenza tragica in Euripide e in Sofocle (Transeuropa 2015) e Mito, tragedia, filosofia. Dall’antica Grecia al Moderno (Studium 2017). Del suo saggio su Nietzsche è uscita l’edizione americana: A God Torn to Pieces (2013).
Come è stato efficacemente sintetizzato, «se esistessero uomini onniscienti, se potessimo sapere non solo tutto quanto tocca la soddisfazione dei nostri desideri di oggi, ma pure i bisogni e le aspirazioni future, resterebbe ben poco da dire a favore della libertà». Questo volume è un viaggio attraverso pensatori che, nell’accertata ignoranza e fallibilità degli esseri umani, hanno visto la ragione della libertà individuale di scelta. Si sono perciò impegnati a “isolare” le condizioni che rendono possibile o impossibile tale libertà, la cui istituzionalizzazione permette la mobilitazione di conoscenze e risorse altamente disperse all’interno della società, accende cioè un esteso processo di esplorazione dell’ignoto e di correzione degli errori. L’autore si rifà soprattutto a quella tradizione anglo-austriaca che, da Bernard de Mandeville, David Hume, Adam Smith, giunge a Carl Menger e Friedrich A. von Hayek. La prosa è matura e scorrevole. I concetti sono comprensibili, oltre che agli addetti ai lavori, al vasto pubblico. Si percorre così un itinerario che consente di individuare i “motivi” che impongono di allargare, quanto più possibile, il territorio della cooperazione sociale volontaria. Il che limita la sfera d’intervento delle pubbliche autorità, a cui viene attribuita la circoscritta funzione di complemento delle attività liberamente intraprese dai cittadini. È questo l’unico modo per difendersi dall’autoreferenzialità del potere pubblico e dall’utilizzo arbitrario e dilapidatorio delle risorse sociali. Ciò significa che la libertà individuale di scelta sta alla base della crescita e del benessere collettivo. In appendice al volume, vengono raccolti due scritti su Luigi Einaudi, anch’egli esponente della famiglia dei “cercatori di libertà”: il primo riguarda i suoi rapporti culturali con la Scuola austriaca di economia, il secondo il suo progetto europeista.

