
Di fronte alla questione "seminario sì, seminario minore no", questo libro cerca di presentare un quadro generale sui seminari minori italiani, intercettando le reazioni al calo delle vocazioni, in relazione con la cultura attuale, vagliando gli apporti della pedagogia e della riflessione teologica sulla vocazione. Il risultato porta ad avviare una serie di considerazioni che suggeriscono una riflessione ecclesiale seria e approfondita non solo sulla opportunità o meno di mantenere in vita il Minore, ma soprattutto per verificare la significatività pastorale di tale progetto. Il tutto passando attraverso una ricomposizione degli elementi teologici e pedagogici implicati nella difficile arte della formazione in età adolescenziale e giovanile.
«Ritornare a Trento non è certo per noi guardare nostalgicamente al passato, a quel passato, aggrappandoci a tradizionalismi sterili. Per noi studiosi trentini significa piuttosto mantenere vivo un mandato che la storia ci ha affidato, quello di tornare sui luoghi, le persone, le idee tridentine che sono state determinanti per lo sviluppo della storia e della teologia, non per una sterile riproposizione, ma per una conoscenza e un'indagine più approfondita che permettano di comprenderne la genesi, l'evoluzione, entrare nell'elaborazione del pensiero per sfuggire alle semplificazioni e ritrovarne le piste più feconde per continuare a fare teologia oggi. Guardare indietro, ritornare, non è necessariamente rimpiangere o riproporre alla stessa maniera; può essere anche (ed è il nostro intento) ripercorrere le strade che hanno fatto sì che in un determinato tempo e in un determinato luogo sorgessero quelle domande e quelle risposte che hanno portato la storia religiosa - e non solo -, la storia europea - e non solo - in una certa direzione, fino all'oggi». Il volume presenta gli Atti del convegno dello Studio Teologico Accademico Trentino Ritornare a Trento. Tracce agostiniane sulle strade del Concilio Tridentino, Trento, 2-3 marzo 2015.
Le banche, che nella loro architettura somigliano a templi o chiese, sono le custodi di una divinità visibile - il denaro - e celebrano l'insolita religiosità del capitalismo. Ciò rende evidenti le profonde radici teologiche e religiose del nostro rapporto con i soldi, i debiti e le tasse in un mondo in cui la monetizzazione ha ormai raggiunto ogni campo della vita.Gli autori analizzano un romanzo popolare tedesco dei primi del Cinquecento considerandolo una prefigurazione fantastica dell'Euro: un uomo è dotato di una borsa magica che si riempie continuamente di denaro; egli non deve preoccuparsi della provenienza dei soldi; se lo facesse rientrerebbe nella schiera dei perdenti e dovrebbe lavorare. Eppure, troppa fortuna gli arrecherà solo infelicità e alla fine prenderà la decisione di ritirarsi in un convento. Sempre nei primi decenni del Cinquecento, l'umanista spagnolo Juan Luis Vives compone il primo trattato europeo sulla politica sociale, in cui espone l'idea che le istituzioni, e non solo le strutture assistenziali della Chiesa, debbano occuparsi dei poveri. Alla moltiplicazione miracolosa del denaro da spendere (metafora del capitalismo) e alla ridefinizione dei compiti dello Stato con le argomentazioni dell'amore cristiano verso il prossimo (metafora dello Stato sociale) si aggiungerà un terzo elemento: la «generosità obbligatoria» dei cittadini disposta dallo Stato moderno attraverso l'ampliamento dell'obbligo fiscale generale.
Sin dall'inizio l'idea olimpica fu un'idea politica in grado di coniugare l'enorme capacità dello sport di agire come «parafulmine sociale» - quindi come elemento di distensione e di identificazione collettiva - e di misurare la stima di una nazione e della sua economia nel contesto internazionale.Coubertin mutuò dall'antica religione olimpica soltanto il rituale che gli serviva, e non le divinità: il luogo dei giochi doveva diventare un territorio sacro; l'entrata degli atleti una processione; il comitato olimpico un collegio di sacerdoti; il giuramento un rito di purificazione; le onoranze ai vincitori un omaggio delle nazioni. Una moderna religione in cui l'uomo celebra, invoca, sacrifica e premia se stesso. In tanti discorsi solenni - osserva Moltmann in questo breve saggio scritto dopo le Olimpiadi di Seul, alla fine degli anni Ottanta - si coglie facilmente la regia dei giochi «e si ha quasi l'ironica impressione che l'autore fantasma sia stato Ludwig Feuerbach e che il copione lo abbia scritto Karl Marx, perché è vero che questa moderna religione olimpica è un'immagine del desiderio, una fabbrica di sogni e oppio per il popolo».
Per gli orientamenti pastorali del decennio 2010-2020, la Conferenza Episcopale Italiana offriva alcune linee di fondo da perseguire nell'arte delicata e sublime dell'educazione alla fede. Tale è l'istanza primaria assunta dai nostri Vescovi per il secondo decennio del secolo appena iniziato. Il testo-guida, reso pubblico il 4 ottobre 2010, ha per titolo Educare alla vita buona del Vangelo. Contestualmente il V Convegno Ecclesiale Nazionale, tenuto a Firenze dal 9 al 13 novembre 2015 sul tema In Gesù Cristo il nuovo umanesimo, è tornato sulla "emergenza educativa". Il Volume intende offrire un sussidio che aiuti a proseguire la riflessione su alcuni contenuti del pregevole testo "Educare alla vita buona del Vangelo". Il tutto è condensato in dodici meditazioni, condotte principalmente su basi bibliche. La Parola del Signore, fiammante e sempre giovane, è l'Unica che non passa.
Il presente volumetto affronta un argomento della più grande attualità pastorale e teologica: l’impatto tra la “Preghiera cristiana” e i “Metodi di concentrazione” estremo-orientali.
L’usanza – ormai invalsa in numerose comunità cristiane, anche monastiche – di “aiutare” la preghiera cristiana con “tecniche di concentrazione” proprie di alcune religioni estremo-orientali come l’Induismo o il Buddismo, ha creato l’urgente necessità di chiarire se questa “collaborazione” è possibile e lecita. Per rispondere a tale domanda in modo obiettivo, ci pare che la via più semplice sia quella di esporre qual è la vera essenza della “preghiera cristiana” e quale la vera essenza della “preghiera orientale”; e poi di confrontarle tra loro.
Un strumento per l'esegesi e lo studio del pensiero latino e della cultura tardo antica. Noto in modo particolare per la sua imponente opera di traduzione in latino della Bibbia direttamente dal testo ebraico, per tutta la vita Girolamo si dedicò allo studio dell'ebraico e dell'esegesi giudaica al fine di dare al "grande pubblico" occidentale un testo corretto sul quale basare lo studio e la liturgia. Il volume raccoglie le tre principali opere della sua produzione in cui trattano da vicino i "problemi ebraici" inerenti alla traduzione e allo studio della Bibbia: nel "Liber hebraicarum quaestionum in Genesim" Girolamo analizza i versetti più difficili della Genesi, dimostrando una solida e approfondita conoscenza dell'ebraico; il "Liber interpretations nominum hebraicorum" e il "Liber de situ et nominibus locorum hebraicorum" sono invece traduzioni ampiamente rimaneggiate di originali greci, rispettivamente di un glossario di nomi ebraici con relativa etimologia, un'opera perduta che Girolamo attribuisce a Filone d'Alessandria, e dell'"Onomasticon" di Eusebio di Cesarea, lessico di toponomastica biblica la cui fortuna in Oriente e in Occidente si deve proprio alla traduzione latina di Girolamo.
Rivista bimestrale di cultura fondata nel 1946.
Si compie, con questo terzo volume di Rosanna Raffaelli Ghedina, la ricostruzione della vita, della conversione, dell'apostolato in Francia e della spiritualità di S. Maria di Magdala, sorella di Marta e Lazzaro, amici di Gesù: in realtà un'unica opera in tre volumi. In questo terzo volume, Maria Maddalena è messa a fuoco nel percorso completo della Teologia della Misericordia: come la penitente, l'amante, l'adoratrice e la prediletta, colei che Gesù sceglie per annunziare la sua Resurrezione. Maddalena è l'iso-apostola - come gli apostoli - che si dona come atto d'amore in un martirio bianco per la Chiesa nascente. Il pregio maggiore, sottolinea Giovanni Tortelli, di questa ultima opera "meditata" della Trilogia resta la grandiosa rappresentazione di questa grande santa della Chiesa nascente, che offre a qualunque lettore spunti di riflessione personale per un proprio cammino spirituale, di conversione o di accrescimento nella fede.
Il vantaggio di ogni crisi, come quella che sta attraversando attualmente la società, è che "costringe a tornare alle domande; esige da noi risposte nuove o vecchie, purché scaturite da un esame diretto" (Hannah Arendt). È un invito ad aprirsi agli altri e a non irrigidirsi sulle proprie posizioni. È un'occasione di incontro e una circostanza preziosa anche per i cristiani, chiamati a verificare la capacità della fede di reggere davanti alle nuove sfide, chiamati a entrare senza timore in un dialogo a tutto campo nello spazio pubblico. "La bellezza disarmata" propone gli elementi essenziali della riflessione svolta da don Julián Carrón a partire dal 2005, anno della sua elezione a presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione dopo la scomparsa del fondatore, il Servo di Dio don Luigi Giussani, che nel 2004 lo aveva chiamato dalla Spagna per condividere con lui la responsabilità di guida del movimento. Gli scritti, nati in occasioni diverse, sono stati ampiamente rielaborati e ordinati dall'autore allo scopo di fornire organicamente i fattori di un percorso decennale, lungo il quale egli ha approfondito il contenuto della proposta cristiana nel solco di don Giussani, alla luce del magistero pontificio e in paragone col travaglio e le urgenze dell'uomo contemporaneo. Il volume intende offrire il contributo di una esperienza di vita a chiunque sia alla ricerca di ragioni adeguate per vivere e costruire spazi di libertà e di convivenza in una società pluralistica.
Di tutti i mali del mondo il peggiore è da ricercare non negli orrori che la storia conosce, ma in quei cristiani che si oppongono all'azione dello Spirito Santo e finiscono per vanificare il Vangelo e il suo portato di amore salvifico. Avviene quando si dà più importanza alle nostre miserie che alla misericordia divina, quando si confonde la misericordia con le opere di misericordia impedendo una crescita nell'amore, quando l'istituzione ecclesiastica si dedica alla religione e lascia la fede a sterili esortazioni. L'amore può trasfigurare ogni male: basterebbe approfondire il kerigma nel suo aspetto di annuncio che coinvolge in un cammino di santità e di comunione reale. Se coloro che si fanno portatori del Vangelo di fatto lo lasciano fuori dalla loro vita i mali del mondo non hanno più rimedio, ed è questo il male più grande.
Un testo sul tema della carità è il coronamento opportuno come segno permanente dello sforzo dell’intera Diocesi di Aversa nel cammino di educazione alla carità. È un cammino, non un atto semplicemente: un percorso di dialogo, di messa in discussione delle proprie convinzioni, per fare della carità uno stile di vita, non un precetto soltanto. Ecco, quindi, che al termine dell’Anno Pastorale 2014/2015 dedicato alla carità, questo testo vuol essere una pietra miliare, indizio di un percorso ancora in fieri. Gli argomenti esposti nel testo non sono il risultato di una tavola rotonda, né hanno come scopo l’analisi dell’argomento sotto varie prospettive; sono soltanto provocazioni – nel senso etimologicamente più coinvolgente – ovvero un invito ad uscire fuori da sé per accogliere la prospettiva dell’altro, lasciandosi interpellare. “Accettare o meno il principio di carità – afferma il professor Villano nel suo contributo – significa porsi nell’alternativa tra interpretare e non interpretare”: una posizione di equilibrio tra il comprendere l’interlocutore e il lasciare che il mistero dell’altro rimanga inviolato. In questa prospettiva, si alternano riflessioni di carattere teologico e filosofico/speculativo (Bortone, Cumerlato e Villano), pastorale e didattico-pedagogico (Capezzuto, Nappa e Pirozzi), biblico (Ciccarelli) e letterario (Graziano), al fine di dare al contributo quell’ariosità di chi non propone contenuti, ma provoca discussione, anche a discapito della omogeneità strutturale del testo. L’augurio è che la lettura del te- sto sia di giovamento al lettore per la ricerca e la riflessione personale, e – perché no – per conoscere sempre meglio le risorse e gli sforzi della nostra chiesa particolare.

