
Credere non è un mero accettare il messaggio della fede solo per sentito dire, ma – ha scritto Edith Stein – «un essere toccati interiormente e uno sperimentare Dio». Se è così, allora la fede non è un aderire in modo cieco a realtà impenetrabili per la mente e, tanto meno, l’accettare senza riscontri una presenza impalpabile e del tutto inaccessibile al sapere della pelle. Ma, perché questo «vedere» e questo «toccare» possano davvero essere apprezzati nella loro profondità e nella loro sorprendente apertura è necessario affinare una sensibilità che consenta un reciproco e continuo scambio affettivo e conoscitivo, una sorta di «sentire comunitario e partecipato», da cui dipende ogni altra esperienza del mondo e della vita, definito empatia.
Attraverso questa «sensibilità condivisa» sarebbe dunque possibile arrivare perfino a «sentire Dio», quasi che si potesse avvertire il tocco della sua mano sulla propria pelle? Questa domanda, così decisiva, non si lascia risolvere in maniera teorica o meramente formale; essa è anche la sfida cui cerca di rispondere il libro.
Chi ha ancora voglia di confessarsi nella nostra società ultrasofisticata? Quelli che ancora lo fanno sono considerati dei cristiani retrogradi, di second'ordine. È molto più alla moda farsi psicanalizzare. Ma la psicanalisi non può sostituire la confessione, sostiene l'ex medico Adrienne von Speyr. Infatti, mentre l'approccio clinico è sostanzialmente chiamato a confermare o ripensare alcune convinzioni dell'individuo, la confessione presuppone un'apertura totale davanti a Dio, rappresentato dal confessore, di fronte al quale non si può barare con sé stessi; è possibile solo porsi in atteggiamento di totale disposizione nel riconoscimento del peccato, che diventa così rivelatore di grazia. È il medesimo atteggiamento del Cristo incarnato e crocifisso che, fattosi peccato, rivela la sovrabbondanza della grazia e dell'amore divino. Da tale impostazione cristologica e trinitaria deriva - sostiene il grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar nella sua presentazione - una fecondità ermeneutica grazie alla quale l'autrice «più che dare un sistema chiuso, offre una profusione di spunti: il loro approfondimento darà gioia e soddisfazione tanto all'esperto teologo quanto al semplice cristiano».
Riforma ecclesiale, rinnovamento spirituale e conversione pastorale sono stati temi su cui Cataldo Naro (1951-2006) ha riflettuto molto, sin dai primi anni del suo ministero presbiterale e, anzi, sin dagli anni della sua formazione seminaristica e teologica. Nel periodo in cui fu arcivescovo di Monreale (2002-2006), egli non fece altro che investire sulle consuete sue riflessioni e sulle sue più o meno remote esperienze, fatte lungo il corso degli anni nei vari ambiti della sua poliedrica attività, per contribuire così a dare forma nuova alla vita della comunità ecclesiale affidata alla sua responsabilità e alla sue cure. La sua stessa forma mentis, difatti, fu plasmata dalla consapevolezza che è necessario – per dirla con un’espressione di papa Francesco, ricorrente nell’Evangelii gaudium e nella Laudato si’ – innescare processi destinati a svilupparsi con la collaborazione di tutti, piuttosto che occupare spazi di potere fine a se stesso.
Queste pagine invitano a tornare ai fondamentali dell'esperienza umana, per scoprire chi siamo noi, chi è l'essere umano. Alla luce dell'Alleanza di Dio con l'umanità, cercare la descrizione di noi stessi significa anche ritrovare le condizioni prime per cui possiamo ricevere e dare misericordia. Quest'ultima chiama in causa la nostra ferita, il nostro negativo. Per ricevere misericordia e per accorgersi di averla ricevuta, occorre sapere qualcosa del proprio male. Queste meditazioni sono il tentativo di interpellare le Scritture per tornare a dirci chi siamo, anche e soprattutto dal nostro lato «oscuro». Perché solo a partire da lì possiamo riconoscere la misericordia.
«Col concetto di potere dischiudiamo l'essere, e l'essere conferisce al concetto di potere la sua dimensione profonda». La radicalità dell'indagine che Tillich propone in Die Philosophie der Macht ne costituisce uno dei fattori più intellettualmente affascinanti e filosoficamente fecondi. La sua capacità di entrare in dialogo con la tradizione culturale che lo precede rende particolarmente prezioso questo scritto, teoreticamente denso, la cui portata profetica si spinge a illuminare anche le controversie storico-politiche del ventunesimo secolo. Il testo viene proposto nella versione originale tedesca con traduzione a fronte curata dal prof. Alessandro Gamba, del settore scientifico-disciplinare "Filosofia teoretica" dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, autore anche del saggio introduttivo: «Paul Tillich e il potere come principale metafora dell'essere».
Che cosa possiamo intendere per "vedere" e che cosa questa funzione apporta, nel bene o nel male, all'uomo nel suo essere "intero"? Il tema si sviluppa con un approccio interdisciplinare: dalla scienza alla filosofia, dalla neuroscienza alla teologia, dall'estetica alla spiritualità, dal mondo della comunicazione alla diversa abilità visiva. Comprendere appieno tutti i processi che riguardano questa facoltà umana, significa anche avere un rapporto più consapevole con gli "oggetti" della vista, quelli che "vediamo" (il creato e il prossimo) e Quello che "vogliamo vedere" (Dio).
L'evangelo è l' annuncio della realtà dello spirito, luce divina presente nell'uomo completamente distaccato dalla propria egoità psichica. Espresso pienamente dalla filosofia classica, l'evangelo è stato ripreso nella mistica cristiana, ed è lì che Lutero l'ha incontrato, ribaltandone però completamente il senso. Partendo proprio dalla mistica medievale germanica, questo libro mostra il rovesciamento dell'evangelo operato dal Riformatore. Col suo odio per la filosofia, esaltando il sentimento particolare e negando la ragione universale, la teologia luterana gonfia ipertroficamente l'ego ed eleva al massimo grado quella menzogna che di ogni teologia è costitutiva essenziale. Oggi, a cinquecento anni della Riforma protestante, mentre il mondo laico saluta in Lutero il fondatore di quell'individualismo in cui vive, le Chiese celebrano in lui un cristianesimo del mero sentire, senza spirito e senza verità: "non credenti" e "credenti" finalmente uniti nella negazione dell'evangelo.
Una raccolta di testi che sgorgano dal cuore – articoli di giornali, capitoli di libri – e che ruotano attorno al “mistero” pasquale, scritti in varie epoche della vita dal parroco di Bozzolo, recentemente indicato da Papa Francesco come “profeta” e testimone di una fede esemplare. Quella proposta da don Mazzolari è una “fede pasquale”, che vede nella Risurrezione il compimento della missione del Cristo Salvatore e che spalanca all'umanità prospettive di novità, di speranza, di futuro. Fra le pagine torna di frequente – dopo precedenti riflessioni del sacerdote-scrittore sulla via crucis, il calvario e il sepolcro – l’immagine della “primavera”, del rifiorire dell’intera umanità, redenta dal gesto d’amore, totale e incondizionato, del Crocifisso, che vince la morte e fa trionfare la vita piena.
sommario
Introduzione (G. Borsa). Nota editoriale. La Pasqua del contadino. Statio novissima et jucunda. Aria di Pasqua. Testimonianza pasquale. La notte che sa. L’ora desolata. Per tutti è Pasqua. Senza Pasqua non c’è primavera. Il fuoco sul sagrato. Pace a voi. Egli vi precede. È risorto. La nostra Pasqua. L’Ulivo e la Croce.
note sull'autore
Don Primo Mazzolari (1890-1959), prete dal 1912, fu cappellano militare al tempo della prima guerra mondiale e trascorse la sua vita come parroco di Cicognara e di Bozzolo, due piccoli paesi in provincia di Mantova. I suoi scritti e le sue predicazioni lo imposero all'attenzione pubblica, ma attirarono su di lui anche molte misure disciplinari della gerarchia ecclesiastica. EDB ha in catalogo la sua opera completa.
Da dove nasce nell'uomo la spinta alla ricerca della felicità? E questo impulso è in contrasto con il messaggio evangelico o trova in esso l'autentica strada da percorrere? Queste riflessioni sulle beatitudini evangeliche cercano una risposta all'interrogativo sulla letizia e sulla sua declinazione religiosa.«Gesù – sostiene l’autore – ha voluto liberare gli esseri umani e dare loro gioia e felicità facendoli uscire dalla prigione dell'io, e lo ha fatto servendosi di un fine umorismo, di un acuto intuito pedagogico che non mortifica le persone, ma le spinge a vivere con stupore».
Le comunità cristiane, in nome della loro comprensione della fede, possono suggerire cambiamenti alla dottrina cattolica ufficiale su questioni non insegnate in modo definitivo dal magistero? I pastori, da parte loro, possono decidere di accogliere tali richieste? Come interpretare sul piano teologico la legittimità di possibili evoluzioni dottrinali che hanno tratti di discontinuità? Questo volume nasce da una domanda di natura specialistica che ha enormi ricadute sul piano pastorale. Si tratta della questione dello sviluppo della dottrina della fede, cioè di quelle verità che la Chiesa cattolica e le altre Chiese insegnano ai loro membri come parte integrante dell’esperienza cristiana. Da un lato – sostiene l’autore – è del tutto legittima la possibilità di uno sviluppo anche relativamente discontinuo della dottrina della fede, ovviamente per le sole verità che non sono state insegnate in modo definitivo dal magistero. Dall'altro, non è possibile motivare adeguatamente tale possibilità se non ripensando complessivamente le categorie concettuali, cioè filosofiche, su cui si è costruita la teologia cristiana a partire dall'antichità. Più precisamente, si tratta di utilizzare una nuova metafisica, nella quale il cambiamento non sia un fatto accidentale o problematico, quanto piuttosto la ragion d'essere della realtà.
Un gran numero di coppie vive l'intimità nuziale come un dato scontato, senza alcuna meraviglia o stupore. Al contrario, nell'esortazione post-sinodale Amoris laetitia papa Francesco ritiene che «vissuta in modo umano e santificata dal sacramento» essa sia «via di crescita nella vita della grazia».
Il libro di Carlo Rocchetta si propone di fondare queste prospettive in termini teologici e di indicare percorsi di santità per la coppia, vivendo la vita coniugale in tutta la sua ricchezza sacramentale. L’analisi dell’autore permette di mostrare come l’intimità nuziale rappresenti un’attuazione della grazia del sacramento e come di conseguenza gli sposi siano chiamati a un itinerario di ordine mistico che trova la sua massima forma espressiva proprio nel vissuto della loro intimità.

