
Lateranum, di periodicità quadrimestrale, è la rivista della Facoltà di S. Teologia della Pontificia Università Lateranense. In essa i docenti della Facoltà propongono i frutti della loro attività di ricerca e di insegnamento nell’ottica del sapere interdisciplinare. Negli ultimi decenni la rivista ha contribuito in modo determinante al profilarsi delle linee di pensiero di quella che può a buon diritto definirsi “scuola lateranense”. I destinatari sono gli specialisti in teologia e in discipline affini, ma anche i formatori, gli studenti e tutti coloro che desiderano entrare in dialogo sui temi appartenenti all’ampio universo del credere cristiano e della sua attuazione storica.
Questo trattato di epistemologia teologica, giunto ormai alla quarta edizione, è stato molto apprezzato dai migliori teologi viventi per il suo rigore scientifico che mantiene il discorso estraneo alle contrapposte ideologie del progressismo e del tradizionalismo. Le varie forme della «falsa teologia», infatti, sono qui criticate non perché esprimano opinioni non condivise ma perché pretendono di interpretare la fede cristiana in modo inadeguato, ignorando la razionalità insita nella rivelazione divina, sia per quanto riguarda i suoi contenuti (dogmatici e morali) sia per quanto riguarda il modo della sua comunicazione (che implica la verità dei “proeambula fidei”).
L’assunto principale di questo trattato è dunque mostrare come la teologia, in quanto “scienza della fede”, si debba limitare a proporre ipotesi scientifiche di interpretazione del dogma e non abbia la competenza per riformulare o ricreare la fede della Chiesa partendo da presupposti filosofici che ne ignorano o addirittura ne vanificano le ragioni intrinseche.
Un’Appendice di questa nuova edizione esamina le teorie teologico-morali che più hanno influito sul linguaggio e sui contenuti del Magistero recente.
L’AUTORE
Antonio Livi (Prato 1938) è accademico pontificio e presidente dell’ISCA (International Science and Commonsense Association). Su questo argomento ha pubblicato Razionalità della fede nella Rivelazione. Un’analisi filosofica alla luce della logica aletica (edizione in inglese: Reasons for Believing. On the Rationality of Christian Faith).
“L’uomo è disposto a fare a meno della libertà. Ma è Dio, Dio non l’uomo, che non può e non è disposto a fare a meno della libertà dell’uomo. Dio ha bisogno della libertà dell’uomo e della libertà del mondo”. In questa frase si concentra Il senso della creazione, insieme a origine, scopo e motivi della filosofia di Nikolaj Berdjaev. Terminato nel febbraio del 1914, pochi mesi prima della guerra e tre anni prima della rivoluzione, quest’opera nasce proprio dall’esigenza di esprimere una via diversa da quelle indicate dal prometeismo rivoluzionario del marxismo e dal trionfo di un individualismo che separava spiritualità e giustizia sociale.
Astenersi dal giudicare, ma facendo del discernimento una pratica irrinunciabile: questo binomio, sul quale insiste papa Francesco, è norma di vita cristiana. Discernimento e giudizio, ai quali sono dedicate le due parti del libro, sono pratiche diverse sebbene spesso sovrapposte e confuse: se il discernimento - la capacità di osservare e sperimentare così da poter fare una scelta sensata - è prerogativa e compito di ogni essere umano, il giudizio spetta solo a Dio. Tutti abbiamo bisogno sia di discernimento sia di giudizio, ma secondo modalità che in queste pagine vengono illustrate, mettendosi in ascolto della Scrittura e della grande tradizione patristica.
Erasmo inizia con la ricerca del culmine della filosofia cristiana. Poi parla della morte. Il cristiano non deve aver paura della mort; chi la teme ha una fede debole e dimostra attaccamento alle cose terrene, deperibili, passeggere. Siamo stati creati per contemplare e lodare Dio, creatore e verità eterna. Tutti morirono: santi, profeti, la stessa madre di Cristo si addormentò. Questo è per noi un esempio incoraggiante perché la morte è la porta del cielo.
L'incontro tra missione ed ecumenismo che ha avuto luogo con la Conferenza missionaria mondiale di Edimburgo, del 1910, si è rivelato fecondo: nonostante innegabili difficoltà, da allora le tradizioni cristiane hanno allargato, approfondendoli, gli spazi della riflessione, ricercato nuovi ambiti di presenza e di azione, aggiornato i vecchi ruoli e compiti, creandone al contempo di nuovi. Il volume offre uno spaccato di questo lungo itinerario, non ancora concluso. I primi quattro saggi trattano aspetti dell'impegno ecumenico delle Chiese globalmente inteso, gli altri sette sono dedicati a peculiari questioni missiologiche rilevanti dal punto di vista ecumenico. Pur connotati da una specificità, dipendente sia dal tema trattato, sia dalla biografia personale e accademica del loro estensore, i contributi presentano al contempo tratti di contiguità e di intersezione, dovuti al richiamo a significativi elementi di fondo, quali la rilevanza del contesto, si tratti del passato o della contemporaneità, la centralità del discorso antropologico, il profilo ecclesiale della missione e dell'ecumenismo.
Fozio (813-893 ca.) è probabilmente l’autore bizantino più noto del suo tempo. Conosciuto soprattutto per la sua monumentale Bibliotheca, fu in realtà autore fecondo sia nel campo degli studi sacri che in quello degli studi profani. Quasi duecento anni prima dello “scisma d’Oriente”, dopo aver ricoperto la carica di patriarca di Costantinopoli, nella Mistagogia accusa chi, nella Chiesa romana, voleva modificare il Credo in modo che vi si affermasse che lo Spirito Santo procede non solo dal Padre – come nella sua antica redazione – ma anche dal Figlio, con pesanti ricadute sulla teologia trinitaria la cui gravità egli paragona a quella delle grandi eresie dei secoli III e IV. Primo trattato orientale su questa delicata questione teologica (il Filioque) che divide tuttora la Chiesa cattolica da tutte le Chiese ortodosse e dalle antiche Chiese orientali, l’opera fu riscoperta in Occidente in età umanistica ed è stata per cinque secoli oggetto di feroce censura da parte delle autorità religiose. Pubblicata per la prima volta da Joseph Hergenröther nel 1857 sulla base di pochi e non selezionati manoscritti, la Mistagogia appare ora nella prima edizione critica approntata con criteri moderni. La traduzione italiana e l’agile commento che accompagnano il testo rendono finalmente accessibile l’opera al pubblico interessato a una delle più affascinanti e attuali dispute teologiche della storia del Cristianesimo.
L'immagine di Cristo risorto che si abbassa per rialzare Adamo ed Eva evoca la grazia pasquale che va incontro alla coppia umana raggiungendola fin nel profondo dei suoi abissi. I racconti evangelici della risurrezione mostrano che l'esperienza del mistero pasquale riveste spesso la torma primigenia di una delusione o di una morte a se stessi, attraverso il distacco dalle proiezioni, dalle aspettative umane o dalla propria immagine idealizzata, per diventare, successivamente, il luogo dell'accesso alla rivelazione del Mistero della salvezza e alla confessione pasquale. Questa avventura interiore, spesso descritta dai mistici come l'esperienza della notte oscura, si ricollega all'esperienza di una determinata notte dell'esistenza coniugale, da cui scaturisce una chiamata alla fede e alla salvezza. L'esistenza di ogni battezzato, qualunque sia il suo stato di vita, è immersione pasquale nella morte e risurrezione di Cristo. La forma pasquale del matrimonio cristiano si impernia nell'indissolubilità dell'una caro, ossia nel dono totale di sé nella carne, che è partecipazione reale all'amore di Cristo per la sua Chiesa: morte a se stessi che diventa morte per l'altro in Cristo e sorgente feconda della vita del Risorto.
In prima traduzione italiana dal latino, la Spiegazione della XIII Tesi disputata a Lipsia sul potere del papa, testo-chiave per comprendere le ragioni profonde della Riforma protestante, viene qui inquadrata nel contesto delle precedenti 12 Tesi contro Johannes Eck, uno dei maggiori teologi cattolici dell’epoca.
Discussa nel 1519, la Tesi affronta la questione dell’antichità e legittimità del primato della chiesa di Roma attraverso un’approfondita esegesi dei passi neotestamentari collegati, nonché l’esame delle testimonianze dei Padri della chiesa, presentando il papato non come un’istituzione di diritto divino, bensì umano.
Combattuto tra il pericolo del dissolversi dell’unità dei cristiani e la difesa della verità scritturale, e pur disposto a riconoscere al papa un primato d’onore, Lutero per la prima volta avanza in pubblico il sospetto che il papato abbia un carattere anticristico. Pochi mesi dopo riceverà da Leone X la bolla di scomunica.
Dal punto di vista cristiano, la storia ha un "senso". Non è un flusso casuale e un intreccio di eventi e accadimenti, ma si offre contemporaneamente all'uomo come possibilità per affermare il suo valore, per realizzare il suo destino. La divinizzazione quale unico fine e scopo dell'uomo nella storia, presuppone la presenza e l'azione non solo dell'uomo, ma anche di Dio, nella realtà storica. La storia, in un'ottica cristiana, è una continua teofania. Eternità e temporalità, trascendenza e materialità, sovrastoricità e storicità si uniscono nella persona di Gesù Cristo, in un'unione perfetta. "Colui che assolutamente nulla può contenere è contenuto in un grembo. Colui che è nel seno del Padre sta tra le braccia della Madre", auconfinandosi entro i limiti finiti di ciò che è storico e umano. Questo è il prodigio di tutte le ere, il prodigio "straordinario" e "unico" (unicum) di tutta la storia. La presenza di Dio nella storia rende possibile l'incontro tra Dio e uomo, un incontro che si compie come dialogo redentivo del Creatore con la sua creatura, che porta alla loro unione, all'evento, cioè, della salvezza quale realizzazione dell'uomo e attuazione dello scopo della storia».

