
Il Gesù storico è quello descritto da scritture che si sono sedimentate nei secoli?
Per Robert Eisenman, uno dei più rilevanti esperti degli antichi manoscritti del Mar Morto, il Nuovo Testamento evidenzia clamorose operazioni di manipolazione e falsificazione, che la scoperta di documenti come i Rotoli di Qumran e il Vangelo di Giuda permette ora di smascherare.
Individuare il codice originario dei Vangeli e degli Atti degli Apostoli consente di illuminare molte pagine dei Testi Sacri sotto una luce del tutto nuova.
Le parabole più note, le situazioni più emblematiche, le affermazioni più lapidarie, acquistano nuovi e non meno affascinanti significati. Per comprendere la vera natura di Gesù e della Chiesa delle origini, e distinguerla da molte leggende e da autentiche fiabe.
Proclamando nel V secolo il dogma della verginità di Maria, la Chiesa ha fideisticamente negato la possibilità che Gesù avesse fratelli. Numerosi documenti attestano il contrario, ossia che Gesù di Nazareth ebbe dei fratelli il più importante dei quali fu Giacomo, detto il Giusto. Lavorando su un ventaglio ampio di fonti del tempo, dai Rotoli di Qumran, alle apocalissi di Nag Hammadi ai testi occidentali degli Atti degli Apostoli, questa ricerca ridisegna le origini della Cristianità, proponendosi come paradigma per un'interpretazione storica, e quindi più autentica, della Chiesa del I secolo. Fu Giacomo, afferma l'autore, fratello minore di Gesù, il nuovo capo carismatico della comunità di Gerusalemme. Nel suo lavoro di indagine, Robert Eisenman evidenzia le operazioni di mistificazione e riscrittura del contenuto originale del Nuovo Testamento, e dice che figure come Giuda Iscariota non esistettero affatto così come sono conosciute, individuando in Giacomo la chiave per accedere ai segreti della Chiesa delle origini.
Proclamando nel V secolo il dogma della verginità di Maria, la Chiesa ha fideisticamente negato la possibilità che Gesù avesse fratelli. Numerosi documenti attestano il contrario, ossia che Gesù di Nazareth ebbe dei fratelli il più importante dei quali fu Giacomo, detto il Giusto. Lavorando su un ventaglio ampio di fonti del tempo, dai Rotoli di Qumran, alle apocalissi di Nag Hammadi ai testi occidentali degli Atti degli Apostoli, questa ricerca ridisegna le origini della Cristianità, proponendosi come paradigma per un'interpretazione storica, e quindi più autentica, della Chiesa del I secolo. Fu Giacomo, afferma l'autore, fratello minore di Gesù, il nuovo capo carismatico della comunità di Gerusalemme. Nel suo lavoro di indagine, Robert Eisenman evidenzia le operazioni di mistificazione e riscrittura del contenuto originale del Nuovo Testamento, e dice che figure come Giuda Iscariota non esistettero affatto così come sono conosciute, individuando in Giacomo la chiave per accedere ai segreti della Chiesa delle origini.
Sepolti per quasi 2.000 anni nelle grotte vicino al Mar Morto, nel 1947 vennero casualmente scoperti alcuni manoscritti chiusi in giare di terracotta. Da allora studiosi e ricercatori indagano su questi testi che hanno un'importanza fondamentale per capire la storia delle origini del Cristianesimo. Questo saggio riporta infine la traduzione e l'interpretazione di quei frammenti che parlano, tra l'altro, di astrologia, di visioni apocalittiche, di una comunità dove i beni erano in comune e di un Messia condannato e ucciso.
Sepolti per quasi 2.000 anni nelle grotte vicino al Mar Morto, nel 1947 vennero casualmente scoperti alcuni manoscritti chiusi in giare di terracotta. Da allora studiosi e ricercatori indagano su questi testi che hanno un'importanza fondamentale per capire la storia delle origini del Cristianesimo. Questo saggio riporta infine la traduzione e l'interpretazione di quei frammenti che parlano, tra l'altro, di astrologia, di visioni apocalittiche, di una comunità dove i beni erano in comune e di un Messia condannato e ucciso.
Gerusalemme: un nome che evoca santità e, al tempo stesso, contese e polemiche; che evoca pace in un luogo troppo spesso devastato dalla violenza; che non può lasciare indifferenti o passare inosservato, in quanto mistero che ha a che fare con la storia e con una promessa universale di salvezza. Ecco perciò l’invito a riflettere sul significato di Gerusalemme nella coscienza ebraica a partire da alcuni passi-chiave della Scrittura e della tradizione rabbinica, con la speranza che possa aiutare ad accostarsi e a confrontarsi con il mistero da lei custodito nel rispetto del contesto in cui la provvidenza divina ha voluto manifestarlo.
ELENA LEA BARTOLINI, di origini ebraiche da parte materna, è nata a Pavia nel 1958 e vive a Casalpusterlengo (LO). Licenziata in Teologia ecumenica, è membro dell'Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo (AISG), docente presso il Centro Studi del Vicino Oriente di Milano, e collabora con alcuni Atenei Pontifici e con gli Uffici Nazionali della Conferenza Episcopale Italiana (CEI). Dirige la collana «Studi giudaici» per la Casa Editrice Effatà e, insieme a Paolo De Benedetti, sta curando la sezione «Giudaismo» nell'ambito di una nuova edizione dell'Enciclopedia Filosofica promossa dal professor Virgilio Melchiorre dell'Università Cattolica di Milano. Fa parte del gruppo interconfessionale Teshuvah ed è impegnata a livello locale e nazionale per il dialogo fra le Chiese e gli ebrei.
Fra le sue numerose pubblicazioni ricordiamo: Gesù Ebreo per sempre (con C. VASCIAVEO), EDB, Bologna 1991; Anno sabbatico e giubileo nella tradizione ebraica, Ancora, Milano 1999; Come sono belli i passi... La danza nella tradizione ebraica, Ancora, Milano 2000. Con la Casa Editrice Effatà nel 2003 ha pubblicato Narrare giocando (con G. A. CONORI ~ E. DANELLI), e nel 2004 ha curato il volume Nello spirito di Nazareth nel quale è presente un suo saggio sulla «fede ebraica» della Famiglia di Nazareth.
Composta sul finire del I secolo, l'Apocalisse di Giovanni è il testo che chiude il Nuovo Testamento. I suoi ventidue capitoli, con la loro ricchezza di visioni travolgenti, ricoprono un ruolo chiave nella tradizione occidentale e hanno trovato spazio anche in contesti non strettamente religiosi, dove, ad esempio, i quattro cavalieri, i sigilli e Babilonia la Grande sono ben conosciuti. Tuttavia l'Apocalisse resta il testo biblico più criptico. I numeri, i simboli e le figure divine e diaboliche che si susseguono rendono i settenari di cui è composta tanto sorprendenti quanto enigmatici per il lettore, in particolar modo se li esplora per la prima volta. Per questo motivo, la puntuale analisi di padre Giacobbe Elia qui proposta rappresenta una guida essenziale per orientarsi fra i versetti del libro giovanneo. Introdotta da un necessario inquadramento storico e teologico, l'analisi procede capitolo per capitolo, soffermandosi su ogni simbolo, numero e immagine che si presenta davanti agli occhi di Giovanni. Non mancando di evidenziare i rimandi e i collegamenti esistenti con gli altri testi biblici, padre Giacobbe costruisce un percorso che culmina con lo svelamento del significato ultimo di questa opera straordinaria: il senso della storia per il fedele cristiano. Rileggere l'Apocalisse è far vibrare le sue parole e le sue immagini ancora una volta, per rimarcare il fatto che, al di là dell'apparenza cupa del racconto apocalittico, questo libro è un antidoto contro l'inazione e l'assenza di speranza propria dei tempi moderni.
I capitoli di questo volume non ricalcano il percorso seguito dalla maggior parte delle introduzioni alla letteratura rabbinica, bensì mirano a rendere i testi e le pratiche testuali rabbiniche comprensibili nella loro funzione. A questo scopo la prima parte affronta le diverse condizioni ideologiche, sociali e politiche in cui la letteratura dei rabbi ha preso forma, approfondendone ad esempio la natura collettiva e collettivistica delle sue raccolte, o prendendovi in esame il rapporto fra oralità e uso dei testi. Una seconda e più estesa parte tratta delle diverse forme culturali e letterarie che fanno l’originalità del corpo rabbinico, affrontando questioni come l’ermeneutica rabbinica, il diritto e la letteratura giuridica nella concezione dei rabbi, la dimensione folclorica dei differenti testi. Un’ultima e terza sezione illustra la letteratura rabbinica come produzione che contribuisce con sollecitazioni sue proprie alla costituzione e anche alla critica della cultura dominante, dal modo di pensare l’io, l’altro e il diverso, a questioni di genere, al modo di concepire il passato e di praticarne la memoria, all’idea di razionalità che sottostà allo stile argomentativo dei rabbi.
Il fatto che l'Egitto sia stato l'unico territorio - oltre alla Palestina - ad aver accolto il Figlio di Dio sulla terra, dà alla Valle del Nilo un ruolo speciale e particolare nell'economia divina della Redenzione, facendone quasi una seconda Terra Santa. Esso ha giocato e gioca un ruolo importante nella religiosità popolare e ufficiale copta, che vi vede l'attestazione di una predilezione celeste. È persuasione comune tra i Copti che tutte le glorie cristiane di cui l'Egitto è così fiero - il monachesimo in primis - siano dovute alle continue intercessioni della Vergine che, durante la fuga, avrebbe sollecitato il figlio a benedire la terra del Nilo come ricompensa dell'ospitalità ricevuta. A partire dal testo evangelico di Matteo e dalle antiche testimonianze delle Chiese orientali, l'Autore ricostruisce la tradizione del viaggio in Egitto che la Sacra Famiglia fu costretta a percorrere per sottrarsi alla violenza di Erode. Ne emerge, tappa dopo tappa, un itinerario tra storia e fede.

