«Il rapporto tra fede e politica è uno dei grandi temi da sempre al centro dell'attenzione di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI e attraversa l'intero suo cammino intellettuale e umano. E così, con un salto di trent'anni, egli ci accompagna alla comprensione del nostro presente, a testimonianza dell'immutata freschezza e vitalità del suo pensiero. Oggi infatti, più che mai, si ripropone la medesima tentazione del rifiuto di ogni dipendenza dall'amore che non sia l'amore dell'uomo per il proprio ego, per "l'io e le sue voglie". Sono particolarmente lieto di potere introdurre questo secondo volume dei testi scelti di Joseph Ratzinger sul tema "fede e politica". Insieme alla sua poderosa Opera omnia, essi possono aiutare non solo tutti noi a comprendere il nostro presente e a trovare un solido orientamento per il futuro, ma anche essere vera e propria fonte d'ispirazione per un'azione politica che, ponendo la famiglia, la solidarietà e l'equità al centro della sua attenzione e della sua programmazione, veramente guardi al futuro con lungimiranza.» (Papa Francesco)
"La tirannia è caratterizzata essenzialmente dall’instabilità. In un attimo, il primo che capita sale in vetta al potere ma ruzzola giù con altrettanta velocità per essere sostituito da uno dei suoi avversari. C’è sempre un tiranno e sempre degli oppressi, insomma, ma i ruoli si alternano." Bastano poche righe a René Girard per mettere a fuoco l’instabile equilibrio del potere, di cui il tiranno incarna gli eccessi e rimane la tentazione segreta dei più. Confrontando la tragedia greca e il profetismo ebraico, la sua opera mostra come i disordini generati dal desiderio mimetico si risolvano nell’irruzione di un Modello unico, allo stesso tempo venerato e detestato, che si impone a tutta la società. La tirannia del Principe è tutt’uno con quella dei suoi sudditi. Una volta messo in luce questo male politico, la libertà si può reinventare in una relazione con l’Altro liberata dagli inganni del desiderio.
Douglas Murray, autore di bestseller internazionali e noto commentatore culturale, affronta quella che considera la questione più urgente del nostro tempo. Attingendo a un intenso lavoro di reportage sul campo in Israele, Gaza e Libano, Murray presenta un’argomentazione articolata che colloca le più recenti violenze nel loro contesto storico. Conduce i lettori in un viaggio sconvolgente attraverso le conseguenze del massacro del 7 ottobre 2023, ricostruendo testimonianze esclusive di vittime, sopravvissuti e persino dei terroristi responsabili delle atrocità. L’impegno di Israele nei confronti dei valori fondamentali dell’Occidente - capitalismo, diritti individuali, democrazia e ragione - lo ha reso un faro di progresso in una regione dominata da autoritarismo ed estremismo. Murray contrappone i principi di Israele all’ideologia di Hamas. Se non arginata, sostiene l’autore, questa malriposta simpatia occidentale potrebbe rafforzare forze determinate a minare i valori democratici e a perpetuare una cultura della violenza.
Il cinichilismo è un termine inventato per indicare un atteggiamento diffuso nella società contemporanea in cui la perdita dei valori (nichilismo) si combina con un adattamento pragmatico e disincantato a questa perdita (cinismo). Si può dire che il cinichilismo è la situazione in cui si sa che molti valori tradizionali (verità, giustizia, ideali) sono stati svuotati o messi in dubbio, ma invece di reagire o cercare nuovi fondamenti, ci si adatta consapevolmente e cinicamente, continuando a vivere puntando solo a ciò che funziona. Questo atteggiamento si traduce in una postura culturale e politica sempre più diffusa e pericolosa che attraversa l’intera piramide sociale: dai vertici del potere politico ed economico al mondo tecnologico, fino alle giovani generazioni che crescono in un contesto privo di riferimenti stabili. Il libro propone un percorso di analisi attraverso alcuni dei nodi più critici del nostro tempo mostrando come molte dimensioni della nostra epoca sembrino essere state progressivamente contaminate da questo "morbo" culturale, le cui conseguenze sono stata intuite e denunciate da una delle voci più autorevoli e illuminate del nostro tempo, Papa Francesco.
L’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2026 si propone come strumento indispensabile di analisi dei grandi cambiamenti in corso nel bacino del Mare nostrum, segnato dalla tragedia senza fine del conflitto israelo palestinese e sconvolto dalla guerra aperta tra Israele e Iran. Nella sezione Approfondimenti, il saggio di Dalia Ghanem racconta la percezione che di Israele hanno gli Stati arabi della regione, con uno scollamento non di rado significativo tra governi e opinioni pubbliche. Il contributo di Nimrod Goren ribalta invece la prospettiva, descrivendo come Israele percepisce se stesso dopo il 7 ottobre e restituendo la fotografia di un Paese che spesso si ritiene incompreso dagli alleati, ma in cui parte della società civile non si esime da un approfondito esame di coscienza. La sezione Schede Paesi offre poi una ricostruzione storica e una lettura aggiornata delle dinamiche politiche, economiche, sociali e internazionali degli 11 Stati della sponda sud del Mediterraneo, mentre quella dei Dialoghi mediterranei inquadra il ruolo di alcuni rilevanti attori politici nell’area e la loro reazione alla crescente instabilità che l’attraversa. Giunto alla sua dodicesima edizione, l’Atlante si conferma punto di riferimento editoriale per capire il Mediterraneo, in uno dei momenti più travagliati della sua millenaria storia.
In questo libro si parla di controllo mentale: milioni di americani sono vittime di quest’infamia governativa, ma non si creda che l’Italia sia una terra felice da questo punto di vista. Liberiamoci dunque da atteggiamenti partigiani e prepariamoci ad entrare con indipendenza intellettuale e voglia di verità nelle oscure trame di uno dei più infami progetti concepiti dalle contorte menti degli organi governativi. Questa volta ci si addentra nel più terrificante progetto mai concepito per portare avanti questo autentico crimine contro l’umanità, questa volta ci si addentra... nel progetto Monarch.
Il nostro tempo sembra suggerire che una vita politica buona sia impossibile. Eppure, la speranza va riattivata proprio dentro la concretezza dell'esistenza sociale. Da qui nasce l'interrogativo che attraversa queste pagine: il potere è destinato a ridursi a mera forza o può trasformarsi in uno spazio di servizio e responsabilità condivisa? L'autore non guarda solo alle élite, ma al potere che ognuno esercita nella propria quotidianità. Attraverso una rilettura attuale del De civitate Dei di Agostino, il saggio mostra come l'impegno personale possa farsi ministerium e la politica un'occasione di offerta all'altro. In questa prospettiva, la Chiesa come «comunità di perdona» assume un ruolo decisivo per abitare la città dell'uomo, ripensando il legame profondo tra fede, cittadinanza e responsabilità civile.
"Il 2025 segna una cesura silenziosa ma profonda: il mondo ha smesso di cercare un ordine e non sa ancora convivere con il disordine. Le potenze si urtano, le regole si moltiplicano, l’equilibrio si ritrae. Viviamo in un territorio intermedio, instabile e mutevole, dove potenza e fragilità coesistono. Non è la fine dell’ordine: è l’inizio di un ‘nuovo disordine mondiale’. La globalizzazione integra e divide, la tecnologia emancipa e domina, l’interdipendenza unisce e imprigiona. Nessuna potenza governa da sola; il mondo è una mappa in movimento, un sistema senza architetti, la forza non garantisce più sicurezza. Il passaggio da un mondo unipolare a uno oligopolare è in corso, ma non è ancora compiuto e questo genera disordine. […] Che cosa resta da fare, allora, in un Atlante geopolitico che ambisce a guidare i lettori in questa geografia mobile? Innanzitutto, recuperare la capacità di guardare al mondo con occhio freddo e visione lunga. […] Questo Atlante non promette mappe stabili. Intende offrire bussole affidabili. Non pretende di addomesticare il disordine, ma di aiutare a navigarlo. Ogni epoca, scriveva Carl von Clausewitz, elabora la propria teoria della guerra. La nostra deve elaborare la propria teoria dell’interdipendenza. Essere forti significa saper dipendere in modo intelligente; l’efficienza va tarata sulla sicurezza; la cooperazione vive se la deterrenza è credibile. Le istituzioni valgono se riflettono forze reali. Nel 21° secolo il potere è governo del tempo e delle risorse. La conoscenza è il primo bene strategico: comprendere è già agire."
L'allarme per un ipotetico ritorno del fascismo guarda nella direzione sbagliata. L'attenzione degli allarmati democratici si concentra sui segnali più vistosi: gesti identitari (saluti romani, croci celtiche), violenze fisiche, manifestazioni di odio razziale. Si tratta di fenomeni esecrabili, ma appunto perché plateali forse meno pericolosi rispetto a quelli meno immediatamente evidenti: i movimenti politici che, pur ripudiando il ricorso alla violenza agita sul piano fisico (ma non su quello verbale) e pur muovendosi all'interno delle regole del gioco democratico, manifestano chiari caratteri ereditari del fascismo novecentesco. Sono quei partiti - spesso difficilmente riconducibili alle categorie di destra e sinistra - che vengono convenzionalmente definiti come populisti o sovranisti. Mentre i nostalgici dichiarati del nazifascismo non sono che un fenomeno di nicchia, i populisti europei e americani discendono, consapevolmente o inconsapevolmente, non dal Mussolini fondatore del partito fascista ma dal Mussolini che per primo intuisce i meccanismi della seduzione politica nella società di massa. Dopo anni dedicati a un corpo a corpo storico e letterario con i protagonisti del fascismo novecentesco, Scurati si solleva sopra quella materia bruciante e in queste pagine ne individua con limpida precisione le leggi e le eterne insidie, consegnandoci un testo fondamentale per affrontare l'epoca inquieta che stiamo attraversando.
«Stiamo assistendo all'inizio della fine dello Stato di Israele». Dopo il 7 Ottobre e il genocidio a Gaza, il progetto sionista in Palestina - il tentativo secolare dell'Occidente di imporre uno Stato ebraico in un paese arabo - è destinato a una «disintegrazione inevitabile». È la tesi del celebre storico israeliano Ilan Pappé che, dopo opere considerate pietre miliari nella storiografia del conflitto israelo-palestinese, in questo nuovo volume sposta lo sguardo sul futuro di Israele e della Palestina. Diviso in tre parti, nella prima - Il collasso - Pappé esamina il fallimento del cosiddetto "processo di pace" ed evidenzia le fratture profonde che minacciano la stabilità di Israele: l'ascesa del sionismo religioso, le crescenti divisioni all'interno della società israeliana, l'allontanamento dei giovani ebrei dal sionismo, il sostegno dell'opinione pubblica mondiale alla causa palestinese, la crisi economica e la messa in discussione dell'invincibilità militare di Tel Aviv. Nella seconda parte - La strada per il futuro - l'autore delinea sette mini-rivoluzioni cognitive e politiche necessarie per costruire un avvenire migliore per tutti gli abitanti della Palestina storica: da una nuova strategia per il movimento nazionale palestinese alla giustizia transitoria e riparativa sul modello sudafricano, dal diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi alla ridefinizione dell'identità collettiva ebraica. Nella terza parte - La Palestina del dopo-Israele, anno 2048 - Pappé offre una preziosa visione di speranza e riconciliazione. Immagina un domani in cui le mini-rivoluzioni hanno avuto successo e descrive come potrebbe essere la vita in uno Stato palestinese democratico e decolonizzato, con il ritorno dei rifugiati, la coesistenza di ebrei e palestinesi come cittadini con pari diritti e la guarigione delle ferite del passato. Summa dell'analisi storico-politica di Pappé, "La fine di Israele" è un contributo fondamentale per comprendere l'insostenibilità del progetto sionista e la via possibile per la pace in Palestina.
Arrivato alla Casa Bianca Trump non ha offerto alcun messaggio inclusivo; ha soffiato sul fuoco di divisioni politiche, sociali e razziali; ha adottato un linguaggio brutale e neoimperiale; e ha promosso un disegno che scuote l'ordine costituzionale e l'equilibrio tra i poteri. È espressione della polarizzazione degli Stati Uniti o stiamo assistendo a un assalto ai fondamenti della democrazia americana? Donald Trump è presidente degli Stati Uniti, e il mondo si trova a fare i conti di nuovo con la sua ascesa, questa volta meno avventata della prima, più dura e determinata. Il suo arrivo al potere non è solo il risultato di un'elezione, ma di una crisi identitaria che nessuno ha davvero affrontato e che è ora visibile in ogni sua azione, e l'ultimo atto di un processo iniziato da tempo di drastica ridefinizione dell'interesse nazionale americano. Mario Del Pero, uno dei più autorevoli americanisti del nostro tempo, analizza quello che succede oltreoceano. Ogni fase di questa amministrazione chiama in causa la storia: identità, polarizzazione, sistema politico disfunzionale, crisi economica, disuguaglianze e fratture razziali. In questo contesto, Trump non è solo un prodotto della politica statunitense, ma l'acceleratore di un declino che l'America sembra non voler riconoscere.
Il rabbino capo di Roma e un ebreo che ha assunto posizioni critiche su Israele in guerra si confrontano sulla tragedia in corso e sulle divisioni dell’ebraismo contemporaneo. Affrontano temi di cruciale attualità: le sofferenze di tutte le popolazioni coinvolte nel conflitto, il sionismo religioso, il nuovo antisemitismo, il rapporto difficile con la Chiesa cattolica, la sospetta ammirazione delle destre nazionaliste per Israele, il divorzio degli ebrei dalla sinistra, i rapporti fra la diaspora e lo Stato ebraico, la piaga del fanatismo. I giudizi restano distanti anche sulle polemiche che hanno agitato le Comunità ebraiche italiane dopo la pubblicazione di un appello contro la pulizia etnica sottoscritto da una minoranza di dissidenti. L’ebraismo è al tempo stesso una religione, una cultura e una nazione, ma in che misura questi aspetti possono coesistere senza entrare in conflitto? Ebrei in guerra ha dunque molteplici significati; perché se è vero che Israele chiama gli ebrei a essere coinvolti nella sua guerra, altrettanto vero è che il dissenso interno dà luogo a lacerazioni profonde. Un libro che si cimenta con le domande che tutti si pongono. Perché la vicenda millenaria degli ebrei resta centrale nel nuovo tempo di guerra, e dunque ci riguarda da vicino. Il rabbino capo di Roma e un intellettuale ebreo dissidente si confrontano sulle divisioni che la guerra sta provocando all’interno del mondo ebraico e sul destino dello Stato di Israele.