
L’intento di questo libro è mettere in luce il valore essenziale della libertà in ogni ambito dell’esistenza umana. La libertà si presenta come un bene unico nella sua irripetibile singolarità, un bene inestimabile per il quale innumerevoli uomini e popoli hanno affrontato — e continuano ad affrontare — ogni rischio pur di difenderla. Lo studio si sviluppa secondo una prospettiva interdisciplinare che intreccia la riflessione filosofica, teologica, giuridico-politica ed ecclesiologica. Tale approccio si rivela necessario perché ogni concezione della libertà umana racchiude, in fondo, una determinata idea della libertà divina, e dunque dell’uomo e di Dio stessi. Inoltre, la libertà si esercita in larga misura entro la vita sociale e politica, e — per chi crede — anche all’interno della comunità ecclesiale. Da qui l’esigenza di un’analisi che includa le dimensioni giuridiche ed ecclesiologiche della libertà. Particolare attenzione è dedicata alla concezione della libertà come autonomia radicale: una forma di autonomia che pretende di assumere un carattere ontologico, considerando il fondo della realtà come pura e semplice volontà. È una visione largamente diffusa, forse il cuore stesso della modernità filosofica, ma che, in modo paradossale, può condurre a esiti profondamente liberticidi.
Quanto la vita interiore è in grado di modellare quella esteriore? E quali sono, invece, i pensieri limitanti, che dominano l’esistenza di una persona fino a distruggerla? Cosa succede quando, sopraffatto dal flusso perenne di informazioni e immagini, l’uomo non pensa più? Profondo conoscitore della psiche umana, Andreoli affronta il tema dell’Essere, nel suo rapporto con la sfera più intima e intrigante dell’individuo: il pensiero. Se da secoli filosofi, scrittori, scienziati e artisti si sono interrogati intorno a questi grandi dilemmi, il noto psichiatra li rimette in discussione, riconoscendo nella mente una forza trasformatrice e vitale e individuando sette «esistenze pensanti» che hanno segnato la storia: Gesù, Socrate, Thomas More, Galileo Galilei, Immanuel Kant, Charles Darwin e Sigmund Freud. Vite straordinarie, attraverso le quali Andreoli ci invita a «osservare l’uomo nel mondo in relazione al pensare come funzione propria dell’essere». Questo volume diventa così una preziosa guida per l’individuo contemporaneo smarrito davanti a cambiamenti epocali, per il quale, a volte, riflettere sembra solo una conseguenza dell’agire.
La riflessione sul problema del tempo è uno dei temi fondamentali della tradizione filosofica occidentale. Ma gli ultimi due secoli - l’Ottocento e il Novecento - ne hanno visto una profonda trasformazione. Gli sviluppi dell’indagine scientifica si sono intrecciati con la maturazione di una inedita concezione della soggettività e della coscienza. Sono state riprese e affrontate con nuovi occhi questioni antichissime, in primo luogo quella già posta da sant’Agostino («Cos’è davvero il tempo? Lo so, ma non lo so spiegare »). Ci si è interrogati sui modi in cui il tempo viene vissuto, misurato, narrato, condiviso. È così apparso con sempre maggior chiarezza che il tempo è la realtà dello stesso nostro esistere, che il tempo - come scrive Borges - «è la sostanza di cui sono fatto». Per questo, del tempo, parliamo sempre come di un divenire, di un fluire. Un divenire, un fluire apparso non di rado come una successione di istanti. Istanti in cui fermare il tempo, arrestarlo nell’attimo «così bello» del Faust, riuscire in un’impresa che però, di fronte ai nuovi saperi scientifici, appare destinata a ridursi in speranza, a rivelarsi un’illusione. L’istante non esiste. E, se esiste, forse altro non può essere che l’eternità. Partendo da Hegel e Schelling per arrivare a Bergson, Russell, Heidegger e senza dimenticare i grandi «narratori del tempo» come Proust e Joyce, Stefano Poggi racconta gli episodi di una storia che non ci è presente in tutta la sua decisiva importanza perché è spesso sotterranea, ma che ha inciso nel profondo sulla nostra stessa identità di uomini moderni.
"L’Antropologia pragmatica" (1798), l’ultima opera pubblicata da Kant, può essere considerata come il suo testamento spirituale, oltre che come un vero e proprio manifesto dell’Illuminismo europeo. Essa risponde alla domanda «che cos’è l’uomo?», ma con un approccio diverso da quello seguito nelle tre Critiche. In essa infatti Kant considera l’uomo non dal punto di vista critico-trascendentale o metafisico, ma da un punto di vista pragmatico, cioè pratico-empirico, avendo come oggetto d’indagine la conoscenza «di ciò che l’uomo fa di sé stesso o di ciò che egli può o deve fare di sé stesso». Scopo della presente edizione è di riproporre, in una nuova traduzione e con un commento dettagliato del testo, quest’opera di Kant, che, pur non avendo avuto la fortuna delle altre opere kantiane, contiene una quantità enorme di osservazioni e di conoscenze (come quelle sull’immaginazione, sul sogno, sulle malattie della mente, sulle passioni e sui comportamenti umani, sul carattere dei popoli) che ancora oggi sono per noi di grande interesse e di grande attualità.
Difficile sfuggire a quel sentimento formidabile e sublime che chiamiamo amore. Ma che cosa significa amare? Cosa accade quando ci innamoriamo? E perché le parole «ti amo» possono generare tanto sconcerto? Sono alcune delle domande a cui non solo i filosofi, ma donne e uomini di ogni tempo hanno tentato di rispondere. L’amore ci guida lungo i sentieri del sapere, in una ricerca di sé e dell’altro che è il cuore di ogni possibile felicità; spesso si accompagna alla paura, a passioni che ci fanno perdere il contatto con il mondo, anche se poi è proprio nello smarrimento che è possibile ritrovarsi. Questo libro è un insieme di indagini sull’amore. Ne esplora volti, incognite, enigmi, restituendo la complessità di un sentimento che la filosofia continua a interrogare e che oggi, nell’epoca del consumismo, resiste alla sua mercificazione imperante.
Questo saggio offre un contributo alla riflessione sulla realtà dell'uomo-persona mediante uno studio comparato del pensiero di due grandi filosofi tedeschi del ventesimo secolo: Paul Ludwig Landsberg (1901-1944) e Robert Spaemann (1927-2018). Attingendo alla fonte della bimillenaria tradizione della Chiesa, pur con metodo, stile e visuali differenti, i due autori indagano con fine acume filosofico le medesime dimensioni fondamentali dell'essere persona - relazione tra Dio e uomo, unicità della persona e interpersonalità, personificazione e realizzazione di sé, nesso della persona con l'eterno e il tempo. Orientandosi metodologicamente all'antropologia del Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes 22), questo saggio mira a mettere in rilievo la peculiare confessione di fede e l'intelligenza di fede dei due filosofi che traspare nella loro appassionata riflessione sul mistero di ogni persona umana. In Appendice, inoltre, viene pubblicata un’intervista inedita aRobert Spaemann concernente il suo pensiero, con particolare riguardo alla sua nozione di persona.
Nell'uomo il pensiero è come un musicista jazz che improvvisa un nuovo riff nel chiuso della sua stanza. Cos'è che rende unico l'essere umano differenziandolo da ogni altro animale? Il linguaggio? La capacità di fabbricare utensili? Le credenze religiose? Un interrogativo antico, a cui già al tempo di Darwin si cercava di dare risposta. L'autore suggerisce un'affascinante soluzione per l'enigma: la chiave della nostra unicità sta nella propensione tutta umana alla cooperazione sociale. Non diversamente dalle scimmie antropomorfe, come oranghi e scimpanzé, anche i nostri antenati erano esseri sociali capaci di risolvere problemi grazie al pensiero, ma erano in competizione fra loro e miravano soltanto ai propri scopi individuali. Quando i cambiamenti ambientali li costrinsero a condizioni di vita più cooperative, dovettero imparare a coordinare menti e azioni per perseguire obiettivi condivisi, a comunicare i propri pensieri e a scambiare informazioni. In definitiva l'esigenza di lavorare insieme è ciò che rende possibile il linguaggio, le forme di pensiero complesse, la cultura. Un libro che ha segnato una tappa fondamentale nel lavoro di ricerca di un grande scienziato.
L’esperienza mistica è sperimentare il Mistero quale aspetto sovrarazionale del Sacro, che, eccedendo le capacità naturali dell’uomo, è incomprensibile e inesprimibile, ma coinvolge l’affettività. Il volume intreccia i tre àmbiti della filosofia, della sociologia e della teologia per esaminare tale esperienza nel suo darsi storico dall’antichità greca a oggi, nelle principali correnti della mistica cristiana, nelle religioni indù, ebraica, islamica, in autori come Dante e Tolkien, e in rapporto con altri campi quali la matematica e la cinematografia, e questioni teoretiche: quali siano gli esatti contorni di un’esperienza del divino; quale ruolo in essa abbiano conoscenza e affettività; la distinzione cristiana tra ‘buona’ e ‘cattiva’ divinizzazione.
Questo saggio ha lo scopo di presentare l’emozione della gioia così come è stata compresa, raccontata e vissuta da alcuni dei maggiori esponenti della filosofia occidentale: da Odisseo a Epicuro, passando per Platone e Aristotele, da Agostino a Spinoza, passando per Tommaso e Cartesio, fino ad arrivare a Nietzsche e ai filosofi contemporanei. Lo stile è narrativo e discorsivo, nel tentativo di voler corrispondere, anche nella scelta del linguaggio, al significato di questo sentimento umano così complesso. Nel saggio ci rivolgiamo a ogni autore/filosofo in modo colloquiale, lasciando che sia lui, attraverso i suoi scritti, a raccontarci come provare a essere felici e a ravvivare il desiderio della gioia. L’intento è anche quello di provare a difendere un’emozione umana che in ogni contesto storico rischia di essere sostituita da sentimenti di rabbia, tristezza e frustrazione a causa di guerre e violenze di ogni genere. La gioia è possibile. Scopriamo come uomini e donne del passato hanno provato a ricercarla, difenderla e a esserne amici.
Il personalismo è una scuola di pensiero che si impernia su un’idea alta della persona umana, nonostante le diverse modalità con cui essa viene elaborata e rappresentata. Esistono vari personalismi, anche notevolmente differenziati, che però la assumono come centro e prospettiva. L’intento di questo volume sta nel considerare il personalismo italiano dal secondo Novecento ad oggi, allo scopo di ampliare e aggiornare il quadro della tradizione personalista del nostro Paese, dotato in merito di un passato ragguardevole e fecondo. Da numerosi decenni, con il moltiplicarsi delle questioni e delle sfide portate all’essere umano, il quadro del personalismo si è allargato a dismisura (biotecnologie, informatica, robotica, questioni della vita e della morte). Un’ispezione critica su come quello italiano abbia validamente fatto fronte al nuovo contesto, in cui la labilità caotica della civiltà contemporanea mette a rischio il singolo e la vita comune, diventa indispensabile per manifestare la vitalità di una scuola di pensiero. Dunque "ritorna la persona e ritorna il personalismo".
Per il solo fatto di esistere, necessariamente desideriamo essere felici. L'interrogativo sullo scopo ultimo e più profondo dell'esistenza trova risposta nella contemplazione: in essa risiede il compimento autentico, non solo per il filosofo, ma per l'uomo in generale, "nella sua materiale umanità". È felice colui che vede ciò che ama. La contemplazione terrena, in particolare per il cristiano, rimanda a una beatitudine eterna che la trascende. È una felicità che può accettare anche il dolore, perché consapevole del mistero del male e della distanza tra l'oggetto del desiderio, infinito, e le proprie capacità limitate. Attingendo alla sapienza degli antichi e agli scritti di Tommaso d'Aquino, Pieper propone riflessioni ancora capaci di illuminare la natura dell'uomo e la sua perenne ricerca di senso.
Dopo il successo di preghiera del non credente, Andreoli torna con una profonda riflessione sul tema del mistero come elemento ineludibile di ogni esperienza umana. Il mistero - inteso non come domanda a cui cercare una risposta definitiva, ma come una presenza intrinseca del quotidiano - illumina e lega insieme tutte le esperienze umane, dalla nascita alla morte. Il ruolo della fede e del sacro sono quindi l'espressione di un bisogno che si esprime attraverso preghiere, rituali e pratiche religiose: strumenti attraverso i quali l'uomo cerca conforto e significato di fronte all'inspiegabile.

