
Il volume raccoglie tre saggi di Italo Mancini (1925 -1993), tra i filosofi più significativi del Novecento italiano, passato dalle ricerche di ontologia fondamentale all’elaborazione di una filosofia della religione intesa come ermeneutica della rivelazione e come epistemologia teologica (o coscienza critica della teologia). Un intenso e rigoroso itinerario, che ha avuto una lunga gestazione, del quale non sempre si sono colte le molteplici implicazioni teoretiche, metodologiche e spirituali nel mondo della cultura e in quello della fede. La preziosità di questi tre scritti del grande filosofo urbinate, da tempo non più reperibili, risiede anzitutto nel portare alla luce alcuni aspetti fondamentali e ancora poco conosciuti della sua ricca riflessione: da una sintetica e densa trattazione dell’ermeneutica nel suo sviluppo storico recente, all’approdo ad una originale strutturazione della medesima che offre alla filosofia la possibilità di interpretare la religione senza dissolverla, ma rispettandone la sua essenza rivelativa, portando in evidenza il tema della prassi, «dell’efficacia pratica come momento della verità della religione». In questa prospettiva si colloca l’intervento finale dedicato alla questione, tuttora viva, della demitizzazione biblica, con particolare riferimento alla celebre proposta esegetica di Rudolf Bultmann, della quale Mancini ne chiarisce la portata, ma anche i limiti, sottolineando il pericolo di una dottrina minata da un irrimediabile riduzionismo di una fede senza dogmi da credere, leggi da osservare, riti da compiere, futuro da costruire.
Il tema dell’uomo, della sua identità, del suo posto nel mondo, della sua origine e del suo fine, è tema sempre più centrale e più urgente nel contesto del mondo odierno, con le sue crisi, le sue incertezze, i suoi ripensamenti, i suoi nodi irrisolti. A tale tematica di centrale e decisiva importanza cercò di avviare una risposta esattamente un secolo fa, con rara precisione e profondità, Paul-Ludwig Landsberg, con questa che è la sua opera più matura, coronamento di un’esistenza ricca di incontri e contributi preziosi alla ricerca filosofica, esistenza terminata purtroppo anzitempo nel Lager di Sachsenhausen, all’età di 43 anni. Con straordinaria lucidità, lungimiranza e capacità di confronto e di analisi critica, Landsberg ci introduce con questa sua opera nel mistero dell’uomo, del suo mondo interiore e del suo posto nel mondo, aprendo prospettive che ad un secolo di distanza dall’opera risultano oggi più che mai attuali ed illuminanti. Colpiscono più che mai la sua chiaroveggenza, la sua capacità di confronto critico con le impostazioni filosofiche della sua epoca e di quelle precedenti (in particolare con l’Evoluzionismo, la Fenomenologia, l’Esistenzialismo, il Materialismo) la sua profondità di giudizio e ampiezza di visione. Un’opera oggi più che mai attuale e preziosa sotto ogni punto di vista.
Nel 1939, mentre le truppe di Hitler si apprestano a incendiare l’Europa, Simone Weil svolge alcune riflessioni sulla catastrofe che prende forma sotto i suoi occhi, evidenziando come quegli accadimenti così terribili rientrino perfettamente nell’alveo della politica occidentale, a partire dalla Roma antica e passando per Luigi XIV e Napoleone. Weil utilizza non il racconto del presente ma le cronache degli storici greci e romani, che vissero un’altra immane sciagura, frutto dei propositi di dominio dell’Impero romano.
Il compito degli intellettuali, e tra questi i teologi, è di dare parola alle evidenze pratiche del vivere, interpretandone aneliti e speranze, drammi e difficoltà, opportunità e fatiche. Questa riflessione sulla coscienza si inscrive nell’attuale cultura, con i rischi e le opportunità legate alla "concentrazione sul soggetto". Contro la tentazione di opporsi a questo tratto tipico della modernità, il testo propone una strada che comincia dalla "svolta antropologica", interpretata nel suo irriducibile profilo morale e credente. La sfida è di pensare il soggetto e il suo agire, la sua identità temporale e narrativa, il suo vissuto intenzionale, le relazioni con gli altri, il suo abitare in questo mondo come in una casa comune e un luogo di fraternità, la sua relazione con l’Origine e la destinazione al compimento. Il volume si articola in una triplice scansione: l’indagine storico-concettuale, la teologia biblica e la teoria del rapporto tra antropologia, morale, teologia e fede cristiana.
Quando guardiamo all’Europa, il nostro è uno sguardo apocalittico e segnato dal disincanto, un sentimento oggi acuito dalle tensioni geopolitiche scoppiate ai suoi confini. Un tempo teatro per imperi, colonizzatori e nazioni egemoni, il Vecchio Continente sembra ormai relegato ai margini della Storia: non più protagonista nella scacchiera globale e sempre più impantanato in crisi culturali, morali e finanziarie. In questo saggio, frutto delle lezioni tenute al Collège de France nel 2024, Peter Sloterdijk offre un’ampia ricognizione - insieme archeologica, politica, letteraria e metafisica - di quello che definisce "il continente senza qualità". Anziché cercarne l’essenza, il filosofo propone di intendere l’Europa come un libro da sfogliare, un’opera in continua evoluzione su cui apporre alcuni "segnalibri" per i suoi "capitoli" più significativi. Dalle Confessioni di Sant’Agostino a Out of Revolution dello storico Rosenstock- Huessy, il nostro continente si delinea come un "contesto di apprendimento" costante, pervaso da un sintomatico spirito di autocritica. La vera Europa - confida Sloterdijk - è lì dove le passioni creative resistono alle onde cupe del risentimento. ì
Questo volume è un'introduzione alla metafisica intesa come scienza dell'essere. Più precisamente, il testo vuole introdurre alla filosofia prima nella forma di un manuale di carattere fondamentale. Come pensare che l'uomo possa sul serio rinunciare ad impegnarsi in un'indagine sul significato complessivo della sua vita? E questo non implica inevitabilmente interrogarsi sul fondamento ultimo della vita, e del mondo in cui la vita è inserita? Questa indagine porta con sé, necessariamente, la riflessione sull'intero, sulla totalità dell'essere, e, con ciò, il pensamento dell'essere in quanto tale.
Viviamo in un tempo in cui il desiderio, forza profonda dell’essere umano, è al centro di nuove sfide. La tecnologia, i social network e le dinamiche del consumo ne amplificano la potenza ma spesso ne distorcono il senso. Questo volume, frutto del lavoro dell’Interdisciplinary Forum on Anthropology (IFA), raccoglie contributi che esplorano il desiderio nelle sue molteplici dimensioni: educativa, etica, estetica, tecnologica e relazionale, per restituirgli il suo significato più autentico, quello di apertura all’altro e alla trascendenza. Nel dedalo del desiderio invita a ritrovare, tra le trame della contemporaneità, la direzione che conduce dal bisogno alla libertà, dal possesso alla comunione.
L’intento di questo libro è mettere in luce il valore essenziale della libertà in ogni ambito dell’esistenza umana. La libertà si presenta come un bene unico nella sua irripetibile singolarità, un bene inestimabile per il quale innumerevoli uomini e popoli hanno affrontato — e continuano ad affrontare — ogni rischio pur di difenderla. Lo studio si sviluppa secondo una prospettiva interdisciplinare che intreccia la riflessione filosofica, teologica, giuridico-politica ed ecclesiologica. Tale approccio si rivela necessario perché ogni concezione della libertà umana racchiude, in fondo, una determinata idea della libertà divina, e dunque dell’uomo e di Dio stessi. Inoltre, la libertà si esercita in larga misura entro la vita sociale e politica, e — per chi crede — anche all’interno della comunità ecclesiale. Da qui l’esigenza di un’analisi che includa le dimensioni giuridiche ed ecclesiologiche della libertà. Particolare attenzione è dedicata alla concezione della libertà come autonomia radicale: una forma di autonomia che pretende di assumere un carattere ontologico, considerando il fondo della realtà come pura e semplice volontà. È una visione largamente diffusa, forse il cuore stesso della modernità filosofica, ma che, in modo paradossale, può condurre a esiti profondamente liberticidi.
Quanto la vita interiore è in grado di modellare quella esteriore? E quali sono, invece, i pensieri limitanti, che dominano l’esistenza di una persona fino a distruggerla? Cosa succede quando, sopraffatto dal flusso perenne di informazioni e immagini, l’uomo non pensa più? Profondo conoscitore della psiche umana, Andreoli affronta il tema dell’Essere, nel suo rapporto con la sfera più intima e intrigante dell’individuo: il pensiero. Se da secoli filosofi, scrittori, scienziati e artisti si sono interrogati intorno a questi grandi dilemmi, il noto psichiatra li rimette in discussione, riconoscendo nella mente una forza trasformatrice e vitale e individuando sette «esistenze pensanti» che hanno segnato la storia: Gesù, Socrate, Thomas More, Galileo Galilei, Immanuel Kant, Charles Darwin e Sigmund Freud. Vite straordinarie, attraverso le quali Andreoli ci invita a «osservare l’uomo nel mondo in relazione al pensare come funzione propria dell’essere». Questo volume diventa così una preziosa guida per l’individuo contemporaneo smarrito davanti a cambiamenti epocali, per il quale, a volte, riflettere sembra solo una conseguenza dell’agire.
La riflessione sul problema del tempo è uno dei temi fondamentali della tradizione filosofica occidentale. Ma gli ultimi due secoli - l’Ottocento e il Novecento - ne hanno visto una profonda trasformazione. Gli sviluppi dell’indagine scientifica si sono intrecciati con la maturazione di una inedita concezione della soggettività e della coscienza. Sono state riprese e affrontate con nuovi occhi questioni antichissime, in primo luogo quella già posta da sant’Agostino («Cos’è davvero il tempo? Lo so, ma non lo so spiegare »). Ci si è interrogati sui modi in cui il tempo viene vissuto, misurato, narrato, condiviso. È così apparso con sempre maggior chiarezza che il tempo è la realtà dello stesso nostro esistere, che il tempo - come scrive Borges - «è la sostanza di cui sono fatto». Per questo, del tempo, parliamo sempre come di un divenire, di un fluire. Un divenire, un fluire apparso non di rado come una successione di istanti. Istanti in cui fermare il tempo, arrestarlo nell’attimo «così bello» del Faust, riuscire in un’impresa che però, di fronte ai nuovi saperi scientifici, appare destinata a ridursi in speranza, a rivelarsi un’illusione. L’istante non esiste. E, se esiste, forse altro non può essere che l’eternità. Partendo da Hegel e Schelling per arrivare a Bergson, Russell, Heidegger e senza dimenticare i grandi «narratori del tempo» come Proust e Joyce, Stefano Poggi racconta gli episodi di una storia che non ci è presente in tutta la sua decisiva importanza perché è spesso sotterranea, ma che ha inciso nel profondo sulla nostra stessa identità di uomini moderni.
"L’Antropologia pragmatica" (1798), l’ultima opera pubblicata da Kant, può essere considerata come il suo testamento spirituale, oltre che come un vero e proprio manifesto dell’Illuminismo europeo. Essa risponde alla domanda «che cos’è l’uomo?», ma con un approccio diverso da quello seguito nelle tre Critiche. In essa infatti Kant considera l’uomo non dal punto di vista critico-trascendentale o metafisico, ma da un punto di vista pragmatico, cioè pratico-empirico, avendo come oggetto d’indagine la conoscenza «di ciò che l’uomo fa di sé stesso o di ciò che egli può o deve fare di sé stesso». Scopo della presente edizione è di riproporre, in una nuova traduzione e con un commento dettagliato del testo, quest’opera di Kant, che, pur non avendo avuto la fortuna delle altre opere kantiane, contiene una quantità enorme di osservazioni e di conoscenze (come quelle sull’immaginazione, sul sogno, sulle malattie della mente, sulle passioni e sui comportamenti umani, sul carattere dei popoli) che ancora oggi sono per noi di grande interesse e di grande attualità.

