
Perché il mondo moderno pensa come pensa? Perché la libertà sembra contare più della verità? Perché la morale appare sempre più relativa? E perché le rivoluzioni sono diventate il motore della storia? E se Meister Eckhart, Lutero, Kant, Hegel, Marx, Nietzsche, Heidegger e la Scuola di Francoforte non fossero soltanto grandi nomi della filosofia tedesca, ma i capitoli di un'unica storia? È questa l'ipotesi da cui prende avvio "Viaggio nella filosofia tedesca". Attraversando sette secoli di pensiero, Roberto Marchesini ricostruisce un filo conduttore che collega teologia medievale, riforma protestante, idealismo, marxismo, nichilismo e critica della società contemporanea, mostrando come idee nate nei monasteri, nelle università e nei grandi sistemi filosofici tedeschi abbiano progressivamente trasformato il modo occidentale di concepire Dio, l'uomo, la libertà, la morale e la storia. Con uno stile chiaro e accessibile, lontano dal linguaggio accademico ma fondato sulle fonti, il libro invita il lettore a guardare la modernità con occhi nuovi e a interrogarsi sulle radici di molte convinzioni che oggi sembrano scontate.
Comunque vada a finire, lavorare stanca, e senza la generosità, l'attenzione, la freschezza delle mie meravigliose cavie, la pigrizia avrebbe preso il sopravvento. A loro, a voi, va tutta la mia riconoscenza e tutto il mio affetto. Vi guardo in questo momento, e so che questo fermo immagine non mi abbandonerà mai. Il mondo non è tutto ciò che accade, ha detto Wittgenstein. Sarà vero? A giudicare da quello che succede nel mondo reale, accadere non basta. Nessuno può pretendere un amore eterno, ma un amore che durasse meno di un secondo difficilmente si potrebbe definire tale. Il mondo è composto prima di tutto di cose che restano, e di effetti che sopravvivono alle loro cause. Non è fatto solo di enti (come ci hanno insegnato troppe volte all'Università), ma anche di operazioni tecniche, di conoscenze scientifiche, di atti di volontà. Il mondo, e il suo variopinto arredamento, è tutto ciò che resta: così dice l'autore, tra confessioni, riflessioni e deduzioni in questo libro nato dalla sua ultima lezione universitaria, e prolegomeno a una nuova metafisica del restare, non dell'essere.
La tesi di questo libro è scomoda: l'estremismo non è soltanto una deviazione o un'eccezione, ma un modo sempre più comune di abitare il presente. Comunicazione, politica, lavoro: anche in ambiti così diversi troviamo l'impulso di eliminare ogni mediazione, ogni misura, ogni limite. Lo stesso esercizio del pensiero oggi si trasforma spesso nel suo opposto e al dubbio si preferiscono dogmi e opinioni che non ammettono repliche. Anche a partire da episodi legati alla vita quotidiana, l'autore risale ad alcuni nodi fondamentali del pensiero occidentale, intrecciando Aristotele e i social media, Kant e l'intelligenza artificiale, Nietzsche e quella "volontà di potenza" che esprime il bisogno di avere ragione a ogni costo. Ne nasce una filosofia del limite: non un invito alla rinuncia, ma la ricerca delle condizioni che rendono ancora possibile il confronto. Un libro per cercare un punto d'incontro tra chi la pensa diversamente, senza confondere il dialogo con la resa.
La filosofia, per Hadot, non nasce come pura speculazione, ma come un’esperienza vissuta che precede e giustifica il discorso filosofico. Hadot aveva già individuato nell’atto della conversione - un capovolgimento radicale della propria vita - la chiave per comprendere la filosofia come un ‘modo di vita’ (modus vivendi). Il volume intende così ripercorrere questi studi fondamentali per mostrare come la riflessione di Hadot sulla conversione abbia anticipato molte delle sue idee più mature.
Per decenni docente all'Università di Urbino, Italo Mancini (1925-1993) è stato tra i maggiori filosofi e teologi della seconda metà del Novecento. A lui la cultura italiana deve la scoperta di autori come Karl Barth, Dietrich Bonhoeffer e Rudolf Bultmann, in opere dove la filosofia poneva la domanda su Dio, e la teologia non dimenticava il rigore dei concetti. Un cammino che ha portato Mancini a riflettere su - e a far propria - un'espressione di Pascal e Dostoevskij: "Dio nei doppi pensieri". In Dio coabitano i contrari, la miseria e la gloria, la perdizione e la salvezza. Pensieri abissali che, secondo Massimo Cacciari e Bruno Forte, mostrano l'eredità di Mancini, la sua attualità.
Il trattato VI 9 [9] delle Enneadi di Plotino rappresenta, per molti aspetti, il vertice speculativo dell’intera opera plotiniana e il punto di massima tensione del suo sistema metafisico. In questo trattato, Plotino affronta direttamente il problema della natura del Principio Primo, l’Uno, da cui tutte le cose traggono origine e grazie al quale continuano a sussistere, e chiarisce le modalità attraverso cui l’anima può ritornare a quel Bene supremo verso cui bisogna tendere per conseguire la perfezione e la somma felicità. Il trattato costituisce una svolta decisiva nella storia del Platonismo e della filosofia antica: le nozioni di infinità, indeterminatezza, trascendenza e ineffabilità vengono da Plotino rivalutate e dotate di un valore superiore, poiché consentono di alludere, pur sempre in modo improprio, all’autentica natura dell’Uno. In questo modo, Plotino supera e infrange il tradizionale nesso tra essere, pensiero e linguaggio: ogni tentativo di definire positivamente il Principio Primo fallisce nel coglierne l’intrinseca semplicità assoluta. L’Uno è infatti anteriore all’essere e al pensiero: l’anima può avvicinarsi alla sua presenza solo attraverso un processo di purificazione e di regressione interiore, che consiste nell’abbandono di qualsiasi interesse per il mondo sensibile e perfino per l’intellegibile, recuperando, metaforicamente, il centro di sé. Il presente volume offre una nuova traduzione italiana del trattato VI 9 [9], accompagnata da un ampio commento riga per riga concepito come introduzione organica alla "filosofia dell’Uno" di Plotino. L’obiettivo è fornire al lettore non solo gli strumenti filologici e concettuali necessari per seguire l’articolazione del testo, ma anche una guida per comprendere il percorso ascetico che Plotino indica come via di accesso privilegiata alla dimensione dell’Uno.
Con il tono dell'autobiografia intellettuale e lo stile pacato di una riflessione giunta ormai al livello delle sue motivazioni fondamentali, Augusto Del Noce offre al lettore, in questa opera postuma, la più matura formulazione della sua interpretazione «transpolitica» della storia contemporanea. Il rinnovato confronto con la filosofia di Gentile è motivo di ripensamento filosofico del processo della storia italiana dal Risorgimento al fascismo, un processo decisivo per comprendere il destino stesso della nostra civiltà. L'incontro di Gentile con il fascismo non deve essere visto, per Del Noce, come strumentale né motivato da interessi estrinseci: occorre pensare piuttosto a una parabola emblematica di una coerenza filosofica estrema, connaturata a un pensiero che volle presentarsi come riforma non solo politica bensì anche religiosa.
Per caratterizzare l'identità dell'Occidente si è soliti chiamare in causa tradizioni diverse: la democrazia greca, il diritto romano, il cristianesimo, la rivoluzione scientifica e così via. A volte si evocano anche la filosofia e la scienza greca, un'idea caratteristica non soltanto di filosofi come Husserl, Heidegger o Popper, ma anche di scrittori come Borges. Questo libro, qui riproposto in ricordo del grande studioso scomparso, scruta oltre duemila anni di storia del pensiero per mettere in dubbio che la Grecia sia sempre stata considerata terra di origine della filosofia, e che quest'ultima sia una sua esclusività, fatta poi propria dall'Europa e dall'Occidente come segno identitario. Si tratta piuttosto di una costruzione storica: l'identità europea è infatti l'esito di una vicenda complessa, è un'identità plurima in continuo movimento, tutt'altro che monolitica e uniforme, capace di ospitare le differenze. E forse proprio questa è la sua peculiarità, questo anche il suo pregio.
In un tempo senza tempo, nella sua casa-eremo a Sils-Maria, Nietzsche incontra Agostino. Che cosa potranno mai dirsi, nel lungo tramonto del nichilismo? Eppure, nel serrato intreccio tra filosofia e vita, essi scoprono di avere molte cose in comune: una sete assoluta di amore, di bellezza, di verità. E quelle domande brucianti sul significato del vivere per le quali entrambi hanno speso la loro vita: le stesse domande che albergano nel cuore di ogni uomo e che in questo impossibile e immaginario dialogo entrano in un tenace corpo a corpo tra due anime che solo una forma teatrale può rendere in tutta la sua drammaticità. Nietzsche, il distruttore. Agostino, l’inquieto cercatore di un Dio che di schianto ha fatto irruzione nella sua esistenza, spezzandone il cerchio apparentemente chiuso. È il perenne conflitto tra Cristo e Dioniso, che in ogni tempo si contendono il cuore dell’uomo.
Il volume riflette in chiave filosofica sulla relazione come tratto costitutivo della persona e suo culmine espressivo. La persona, infatti, trova nella relazione il suo compimento e quest’ultima nasce dall’incontro dialogico tra persone diverse che cercano una convergenza, pur nella dinamica polare che le unicizza. Dopo essere stata troppo spesso ridotta a categorie solipsistiche e marginali che ne hanno oscurato la portata e le possibilità di espansione, la persona viene qui rivalutata a partire dalla sua struttura metafisica, ridefinendone la dignità che passa anche per un più alto grado di autoconsapevolezza. Attraverso un percorso che intreccia storia del pensiero e analisi antropologica, emergono le strutture metafisiche e il dispositivo etico, nonché la dimensione educativa che costruisce la persona come dinamismo strutturato verso l’altro, in vista di un costante autotrascendimento. Persona si nasce, eppure si diventa soprattutto nella misura in cui si rinvigorisce la sua componente relazionale, punto di partenza nonché motore teleologico del proprio accadimento.
Le motivazioni di ogni scelta, in un primo momento sempre personali e particolari, tendono a farsi astratte e generali, a elevarsi al di sopra dell'individuale fino a renderlo valido per tutti. Nei saggi qui raccolti a cura di Michele Marchetto, scritti tra il 1957 e il 1982, John Niemeyer Findlay si propone di dimostrare che i valori più alti, universali e impersonali, indipendenti dalla volontà del singolo, sono lo sviluppo naturale di desideri primari e contingenti, dai quali si distaccano elevandosi su un piano superiore. Questo passaggio avviene per necessità: l'aspirazione all'universalità e all'impersonalità è parte strutturale di ogni essere cosciente. Da qui lo sguardo si allarga all'Assoluto: se la tensione all'impersonalità è radicata nella coscienza, Dio, in quanto vertice di tutti i valori positivi, è persona cosciente? L'etica di Findlay - assiologica e teleologica, teoria dei valori ed etica dei fini - si assume il compito di dare fondamento razionale alle ragioni ultime del desiderio e dell'azione. In tempi di individualismo e di relativismo morale, si rivela attuale la proposta di un sistema di valori condivisi e universalmente validi, che non impone le norme, ma le scopre fondate nella natura stessa della coscienza umana.
Si può fare esperienza della trascendenza? Nel cuore della vita quotidiana si può intravedere un orizzonte di ulteriorità inafferrabile, e addirittura entrare in relazione con esso? Il libro cerca una risposta a tali domande, lasciandosi guidare soprattutto da tre idee: il quotidiano, in cui s'incarna e "parla" il vissuto personale, non è un luogo amorfo e indifferenziato, ma custodisce e può rivelare una inesauribile profondità spirituale; in tale profondità la trascendenza "si dice in molti modi", mai compiutamente saturabili nell'orizzonte della finitezza; rispetto tale orizzonte, solo l'infinito può "fare la differenza", fino a scrivere la Trascendenza con la lettera maiuscola, attraversando tutte le sue approssimazioni analogiche. A partire da queste idee, il libro invita a percorrere sette sentieri che attraversano luoghi e tempi della vita, tutti orientati al bene trascendente, in un crescendo di ordine partecipativo: lo stupore che sorprende, l'esistenza che "sporge" sulla finitezza, la fragile reciprocità dei legami, l'intelligenza che comprende, la libertà con le sue vertigini d'infinito, la storia tra incompiutezza e speranza, l'amore ovvero il Terzo che accomuna. L'intento paradossale di aprire il pensiero alla trascendenza, entrando in dialogo con l'esperienza vissuta, si avvale della compagnia di testimoni esemplari - uomini e donne, noti e meno noti, di epoche e con sensibilità e competenze diverse - capaci di esplorare questa sconfinata "terra di mezzo", intrecciando riflessione e narrazione, in un difficile equilibrio lungo il crinale in cui nella persona umana finito e infinito s'incontrano. Solo la trascendenza garantisce l'infinità dell'infinito e insieme la dignità del finito. La trascendenza è la differenza di finito e infinito che abita e illumina il quotidiano, innalzando la persona oltre se stessa.

