Prima delle due guide che accompagnano il cammino biennale di "Sarete miei testimoni" alla scoperta del progetto di salvezza di Dio da accogliere e vivere, celebrandolo nella Cresima. Il sussidio fornisce ai catechisti un aiuto perché la loro missione sia fedele al Catechismo, ai destinatari e a un metodo pedagogicamente efficace e catechisticamente corretto. Presenta perciò una "mappa" dell'incontro che a partire dalle pagine del Catechismo sempre riportate, consente al catechista di muoversi secondo un itinerario che tiene conto di tutte le componenti dell'atto catechistico.
Le guerre sono davvero inevitabili? Muovendo da questa domanda, nel libro si utilizzano gli strumenti della teoria dei giochi per indagare le logiche che spingono individui, Stati e coalizioni al conflitto nonostante la possibilità di un accordo. Mediante modelli come il dilemma del prigioniero, la contrattazione, la deterrenza e i giochi sequenziali, e altri ancora, il testo mostra perché soluzioni cooperative, pur efficienti, spesso falliscano. L'analisi teorica viene poi applicata a due grandi crisi contemporanee: la guerra tra Russia e Ucraina e il conflitto israelo-palestinese, lette anche alla luce delle loro radici storiche. Nella parte finale si discute il tema della pace: come finiscono le guerre, quali condizioni rendono stabile un accordo, quale ruolo possono avere istituzioni, organizzazioni internazionali, pratiche di peacebuilding e peacekeeping. Un saggio rigoroso ma accessibile, in cui si cerca qualche anticorpo per evitare i costi umani, sociali ed economici delle guerre.
Il volume (DDOT-11) è dedicato alla pericoresi, concetto chiave della tradizione teologica cristiana con il quale si esprime la reciproca inabitazione e coappartenenza delle Persone divine nell'Unità della Trinità. Elaborato dai Padri Cappadoci e sistematizzato da Giovanni Damasceno nel contesto delle controversie cristologiche, designa l'interiorità reciproca del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nell'unica essenza divina: unità senza confusione e distinzione senza separazione, secondo un dinamismo relazionale ordinato (taxis trinitaria). Sviluppato nella tradizione latina del Medioevo (Bonaventura da Bagnoregio e Tommaso d'Aquino) e successivamente rielaborato da autori come Cusano, Bulgakov, Balthasar, Greshake, la pericoresi appare oggi come figura ontologica di rilievo cruciale, resistente sia alla dialettica oppositiva sia all'ontologia processuale, capace perciò di coniugare differenza e comunione. Il volume ne esplora la portata teologica, ontologica, e antropologica, rilanciandone e istruendone la fecondità come paradigma di relazione e ospitalità reciproca.
L'edizione bilingue latino-italiano del Commento all'Ecclesiaste, corredata di introduzione e apparato di note esplicative, introduce all'esegesi di Qoèlet da parte di Girolamo. Composto nel 389, rappresenta una fase del suo lavoro esegetico in cui l'adesione a Origene non è stata ancora incrinata da nessuna polemica o presa di distanza. Nella comprensione geronimiana del libro veterotestamentario la vena morale si sposa con un commento fedele alla lettera (solitamente riferito al testo ebraico), pur non mancando il secondo livello interpretativo: il senso spirituale (ricavato prevalentemente dalla versione dei Settanta) si riferisce ora al singolo credente ora alla comunità cristiana nel suo insieme. A partire dal prologo possiamo percepire fra le righe di questo commentario il formarsi della figura autonoma di Girolamo come esegeta, che, poggiandosi sulla fedeltà al testo ebraico, assume una posizione critica verso quelli che erano stati i fondamenti della sua iniziazione al testo sacro, cioè le versioni greche e l'esegesi di Origene.
«Non integrerei mai una simile tecnologia nel mio lavoro. Sinceramente, penso che sia un insulto alla vita stessa». È la risposta di Hayao Miyazaki, il grande regista d’animazione, ad alcuni suoi studenti entusiasti di fronte a un programma di disegno automatico. Ed è la risposta che Éric Sadin, riportando qui l’episodio, desidera suscitare in noi davanti allo strapotere dell’intelligenza artificiale generativa. Perché i sistemi algoritmici sempre più sofisticati, promettendo di ‘liberarci’ da mansioni, fatiche e perdite di tempo, non esplicitano il vero prezzo da pagare. Non soltanto ci pilotano a un consumismo per il vantaggio di pochi, a un individualismo sempre più estremo - effetti già terribili e oggi segnalati da pensatori come Sadin stesso - ma sono sul punto di superare un limite inedito nella storia dell’umanità: le macchine si fanno carico di compiti che finora chiamavano in causa le nostre facoltà intellettuali e creative, cioè le attitudini che ci caratterizzano come umani, prima fra tutte la parola, condizione per l’esercizio del pensiero e della libertà, ma anche la capacità di rappresentazione simbolica, l’espressione artistica… Tutto questo ha come conseguenza l’abbandono (e perfino, in prospettiva, l’oblio) di ciò che ci identifica in senso stretto. E noi siamo davvero disposti, in nome di una supposta comodità, a ridurci a «deserto di noi stessi», a consegnarci a una «tecnoanumanità» che strangola lo slancio vitale dell’essere umano? Sono parole volutamente dure, quelle di Sadin, che ci chiamano a un risveglio, a ritrovare un «coraggio della verità» che stiamo pericolosamente smarrendo, ma che si mostrano anche intrise di passione e amore quando ci parlano della nostra comune umanità, delle nostre peculiari, straordinarie qualità e ci invitano ad alzare lo sguardo e la coscienza per farci «guardiani dell’anima».
È dire comune che il presepe sia un’invenzione di san Francesco. In realtà, la Natività era raffigurata da secoli: la mangiatoia, l’asino, il bue erano già presenti nelle forme tradizionali di drammatizzazione liturgica. Eppure, quello allestito per la prima volta nella notte di Natale del 1223 a Greccio da un Francesco poco più che quarantenne è davvero un presepe inedito: un’esperienza spirituale e visiva che provoca il cuore dei suoi frati - e dei fedeli nel tempo a venire - rappresentando la povertà del Bambino, concreta presenza di Dio nella ruvidità della vita. E in questo senso, ci spiega il medievista D’Acunto, il presepe di Greccio richiama proprio il centro della spiritualità francescana, che non intende raggiungere Dio per mezzo della povertà, ma incontrarlo là dove è disceso, nella quotidianità dei piccoli, degli ultimi. Il presepe, sottolinea il filosofo Petrosino, va visto allora come la messa in scena di un mistero storico e non magico: un mistero che riguarda la carne viva e il gesto dell’abitare, che è condividere e custodire. Un’esperienza capace di parlare con voce limpida anche oggi, agli adulti come ai più piccoli, ricordandoci la «gloria del quotidiano».
Il volume raccoglie due testi di María Zambrano, La tomba di Antigone (1967) e Diotima di Mantinea (1983), corredati da altri scritti a essi in relazione, alcuni tradotti per la prima volta. Con la riscrittura filosofica e teatrale dell'Antigone di Sofocle, l'autrice immagina per lei una fine diversa: rinchiusa nella tomba, non può darsi la morte perché non ha mai disposto della sua vita. Si riappropria invece del tempo che le è stato sottratto, necessario a sciogliere i nodi della sua storia famigliare - la colpa del padre Edipo, la guerra tra i fratelli Eteocle e Polinice - e a rendere il suo sacrificio strumento di riconciliazione. La tomba diviene allora anche culla, luogo di rinascita. La tragedia di Antigone si intreccia alle vicende personali di Zambrano, al suo rapporto con la madre e la sorella, e si esprime nel linguaggio del delirio, che apre nella morte un orizzonte di speranza. Le voci di Antigone e Diotima illuminano la via di una sapienza femminile feconda, a lungo oscurata, ispirata dall'amore e dalla pietà. Non possiamo smettere di ascoltarle, scrive Zambrano, perché «la tomba di Antigone è la nostra stessa coscienza oscurata. Antigone è sepolta viva in noi, in ognuno di noi». E, finché la Storia non sarà sottratta all'epilogo tragico a cui sembra destinata, il suo delirio non smetterà di trasformare il dolore in nuova vita.
«Noi che siamo cristiani e intendiamo fare i filosofi non dobbiamo accontentarci di essere filosofi cui capita incidentalmente di essere cristiani: dobbiamo sforzarci di essere filosofi cristiani» e «perseguire i nostri progetti con l'integrità, l'indipendenza e l'audacia del cristiano». Per un filosofo cristiano dovrebbe essere naturale coniugare gli strumenti del pensiero con le proprie credenze religiose, così come per un teologo difendere la propria fede da dubbi e obiezioni. Negli scritti qui raccolti - a cura di Andrea Aguti e Roberto Di Ceglie - Alvin Plantinga e William Lane Craig invitano a riscoprire il valore della filosofia cristiana, le sue prospettive, l'importanza dell'apologetica. A quest'ultima spetta il compito di contribuire a creare un ambiente culturale in cui il Vangelo possa essere accolto come un'opzione intellettualmente valida. La fede può, anche oggi, guidare la ricerca filosofica verso esiti altrimenti irraggiungibili.
Il pensiero di Italo Mancini (1925-1993) ha ancora molto da insegnare alla filosofia e alla teologia contemporanee: la sua duplice fedeltà al cielo e alla terra non può che continuare a essere uno stimolo per lo studioso di oggi che si interroghi sul senso dell'esistente. Il libro delinea le strutture portanti della teoria manciniana, analizzando il nesso tra metafisica ed ermeneutica nel loro rapporto con la religione. Il compimento di tale concezione è la logica dei doppi pensieri: un'ermeneutica del paradosso cristiano sulla quale, per la sua fecondità, siamo chiamati a riflettere ancora.
«La pace è un desiderio di tutti i popoli, ed è il grido doloroso di quelli straziati dalla guerra. Chiediamo al Signore di toccare i cuori e ispirare le menti dei governanti, affinché alla violenza delle armi sostituiscano la ricerca del dialogo». (Papa Leone XIV dopo l'Angelus del 6 luglio 2025) «Questo volume è il frutto di un lavoro di ricerca e di insegnamento interdisciplinare con un approccio comparato interreligioso sui temi della pace e della non-violenza che tiene conto della "complessità", con il coraggio di porla come alternativa alle semplificazioni o banalizzazioni. C'è necessità di verità, di camminare nella verità!». (A. Bongiovanni - dalla Postfazione) «Il saggio introduce a tematiche che intersecano la teologia della pace nel cristianesimo e nelle religioni. La pace, giacché si costruisce sempre in dialogo, è comunque un tema comune a tutte le tradizioni religiose. Una teologia della pace nell'ottica dell'interreligiosità rappresenta, ad ogni modo, un ulteriore elemento di novità». (P. Trianni, dall'Introduzione)
Come deve evolversi la preparazione al sacramento del matrimonio per continuare a svolgere il suo ruolo di servizio alla grazia di Dio? È questa la domanda che sta alla base del presente saggio, al crocevia tra riflessione teologica e pastorale. L'opera si rivolge innanzitutto a coloro che si occupano concretamente della preparazione al matrimonio: coppie di accompagnatori, sacerdoti e diaconi, responsabili diocesani della pastorale familiare, formatori di gruppi. Ma potrà anche offrire spunti di riflessione utili a chi è interessato al matrimonio cristiano. Lontano dalle ricette preconfezionate, si tratterà di riscoprire e applicare alla pastorale del matrimonio questa antica convinzione cristiana: «Dio si rivela nella storia». Accogliere la ricchezza del percorso dei fidanzati, confrontarsi con la complessità del mondo e della stessa tradizione cristiana, costruire una pedagogia volta a responsabilizzare le coppie… sono tutte sfide che oggi attendono gli animatori della preparazione al matrimonio. Sono tutti punti di riferimento indispensabili per una pastorale che voglia tenere insieme realismo e speranza. È il momento della fedeltà creativa.
Pare che Socrate avesse detto un giorno di essere riconoscente alla sorte per tre motivi: perché era nato umano e non animale; greco e non barbaro; maschio e non femmina. I greci antichi - così sempre ci è stato riportato - erano convinti che essere donna fosse una sventura. Ma davvero non c'è spazio per una lettura diversa del femminile nell'antichità? Un libro che rimetterà in discussione molte delle nostre certezze. Per secoli la storia della Grecia è stata raccontata al maschile. E quando si è iniziato a scrivere anche di donne, lo si è fatto per lo più sottolineando la misoginia di Aristotele o le pratiche di subordinazione ed emarginazione femminile. Peccato che questa prospettiva presenti molti limiti: è antistorica, perché pretende di applicare al passato categorie concettuali di oggi; ed è parziale, perché assume come assoluto un modello teorico di esclusione contraddetto nella pratica. Nella vita concreta le donne erano ben più complementari agli uomini di quanto si creda: un esempio illuminante è il ruolo che avevano nei rituali religiosi, aspetto centrale nella vita politica di Atene e delle altre città greche. Raccontare una storia non convenzionale delle donne greche è possibile cambiando prospettiva, armandosi di spirito critico e curiosità, cercando nelle fonti antiche non teorie astratte ma dettagli concreti, leggendo tra le righe per far emergere il sommerso, guardando anche a testimonianze diverse da quelle letterarie, dove abitano individui, non tipi. Significa restituire alle donne di Grecia spazio, importanza, centralità, vitalità.