Gli eventi della nostra vita narrano chi siamo e ancora più chi vogliamo diventare. Quando prendiamo decisioni dirompenti spesso si aprono spazi inaspettati, prima solo lontanamente immaginati. È questo che tra le righe emerge dal libro firmato da Barbara Nappini, un saggio accorato che ci invita all'azione raccontandoci non soltanto quello che nel mondo non funziona ma anche, e soprattutto, gli uomini e le donne che possono rendere la nostra Terra migliore, nella sua bellezza più autentica. Già, la bellezza, un motore silenzioso e potente, in grado di riconnetterci con gli altri e con quello che ci circonda: le cose belle sono le azioni quotidiane, solo apparentemente insignificanti, impastare il pane, affrontare realtà dure ma sorprendenti, come salire su una nave che salva vite in mare, discutere sulla potatura degli olivi riconoscendo il valore degli alberi e dei loro frutti, rispondere alla violenza con gesti di pace. Grandi e piccole scelte che ci permettono di restare umani. Una storia, quella di Barbara, in cui riconoscersi. Tante istanze cui aderire con slancio.
«L'Autrice, prendendo spunto dalla mia predicazione, ha trasformato semplici omelie quotidiane in un percorso narrativo, facendo della salita in montagna la metafora centrale della ricerca esistenziale e spirituale che tutti, in qualche misura, viviamo. Dove la natura rivela tutta la sua grandiosa e al contempo incombente potenza, l'Autrice pone il dialogo serrato e profondo tra un sacerdote e un giovane in crisi di fede» (Mons. Giuseppe Tonello)
Esta edición comentada de Camino sitúa a san Josemaría entre los autores literarios clásicos y a Camino entre las obras clásicas de literatura espiritual.
El autor es filólogo especialista en el Siglo de Oro español; ha editado anteriormente, entre otras obras, el Libro de la vida de santa Teresa de Jesús, y la Introducción del símbolo de la fe de fray Luis de Granada, para la Biblioteca Clásica de la Real Academia Española. La presente edición de Camino se incorpora a las publicaciones del Centro para la Edición de los Clásicos Españoles.
La exhaustiva anotación de los 999 puntos de Camino (enlace al libro) facilita al lector del siglo XXI una mejor comprensión del texto, y le ayuda a situar cada punto en su contexto lingüístico, religioso, histórico y cultural.
La remisión a las fuentes y la ubicación del vocabulario y construcciones léxicas en relación con los autores contemporáneos e inmediatamente anteriores a san Josemaría contribuye a situar al autor de Camino entre los escritores clásicos españoles del siglo XX.
La extensa Introducción incluye una reseña biográfica de san Josemaría, un repaso por sus diversos escritos, y estudios sobre estilo y fuentes de Camino, su mensaje espiritual, la historia del texto, la peculiaridad de su ortografía y puntuación, etc.
La presente edición fija el texto de Camino después de colacionar todas las ediciones anteriores. En el Aparato crítico da cuenta de las distintas variantes que aparecen en ellas, justificando la opción adoptada en cada caso para esta edición.
Nel corso della storia e della loro vita, gli esseri umani hanno classificato e classificano se stessi e gli altri, cercando di dare ordine al mondo ma spesso finendo per costruire forme di discriminazione. Dalle origini delle distinzioni tra «noi» e «loro» a categorie come quelle di popolo, classe, razza, lingua e casta, Andrea Graziosi mostra come queste etichette riflettano paure, desideri, poteri e identità che cambiano nel tempo. La classificazione umana non è solo un esercizio teorico: attraversa la politica, le istituzioni, le burocrazie, le relazioni quotidiane e le nostre scelte e preferenze, specie nelle nuove società miste cresciute all'incrocio tra declino demografico, sfasatura dei tempi di crescita economica e demografica, e grandi correnti migratorie. Con uno sguardo che intreccia storia, diritto, politica, sociologia e attualità, il libro indaga usi e abusi della classificazione umana, la sua utilità, le sue derive violente e le sue forme più sottili. Le categorie che usiamo per capire il mondo e agire finiscono per limitare la libertà d'azione e di comprensione?
Questo libro non poteva arrivare in un momento più critico. L’intelligenza artificiale è ormai entrata nelle nostre vite e nelle nostre scuole e ne subiamo sempre di più il fascino, la velocità, la comodità d’uso. Ci permette di avere tra le mani in pochi secondi uno scritto di qualsiasi genere, che sia una comunicazione commerciale, un tema, un saggio, una traduzione… John Warner, da scrittore ma anche da docente di scrittura, coglie appieno il punto chiedendosi: cosa siamo disposti a sacrificare in cambio della comodità? Come ne viene toccato quel processo caotico e vitale che è la scrittura? Sono domande che ognuno dovrebbe porsi, ma che interpellano in modo speciale il mondo educativo di fronte all’uso sempre più massiccio e automatico dell’IA per la scrittura da parte degli studenti. Perché scrivere non significa solo produrre un testo, come fanno i programmi di intelligenza artificiale generativa che uniscono parole basandosi su schemi definiti, ma è anzitutto pensiero in movimento, scoperta a partire da un’idea anche minuscola che muta, si delinea, si arricchisce… Nonostante il nome, l’intelligenza artificiale non ha pensiero, ma soprattutto non ha corpo, e invece la scrittura richiede anche sentimenti ed emozioni ignoti a un programma, pur ben addestrato dagli algoritmi. È un’esperienza, dice Warner, assolutamente «incarnata», umana. Che siano soprattutto i giovani studenti a delegare questo processo a una macchina è un campanello d’allarme sul loro corretto sviluppo mentale e sulla capacità di esprimere un pensiero critico, vivace e indipendente. Non si tratta, tuttavia, di condannare ed eliminare ChatGPT e compagni (cosa peraltro ormai impossibile), ma di usarli e farli usare con gli occhi aperti, come un’opportunità per riflettere sul modo in cui lavoriamo con le parole. È quanto Warner stesso fa da tempo (e ce lo racconta qui) con i suoi studenti, insegnando loro a capire cosa manca a una parafrasi sintatticamente perfetta stilata da un bot e invece cosa risalta e commuove nell’originale di un autore. Per riprendere il controllo della scrittura come scoperta, connessione, crescita, e il privilegio di pensare con la propria testa. Un libro necessario, scritto con mano felice, spesso scanzonato e molto autobiografico, ricco di ragionamenti ed emozioni, come solo un bravo scrittore sa fare.
Storie, memorie, dialoghi e racconti si intrecciano nelle canzoni di Giovanna Marini, la musicista italiana più originale della sua generazione. Di formazione colta, riscopre il mondo della tradizione popolare durante una intensa attività di ricerca, e lo rinnova: muovendosi con consapevolezza dentro due culture musicali, lavorando sulla vocalità e sul linguaggio, giunge a trasformare quel mondo, e insieme a contaminare e a cambiare anche il canto politico e di protesta. Le più celebri composizioni qui raccolte - le lunghe canzoni che chiamava «ballate», i montaggi teatrali e musicali che chiamava «cantate» - narrano il nostro paese (e non solo) con passione, senza ortodossie, con un uso originale e spregiudicato della musica, del linguaggio, della teatralità, come bene illustrano i saggi di Valter Colle e di Ignazio Macchiarella presenti nel volume. La ripresa dei temi e delle parole della tradizione popolare avviene combinando storia e invenzione, visioni fantastiche e vicende concrete in un incastro perfetto ma sempre mobile, suscettibile di variazioni ad ogni esibizione: «Sono le cose, i fatti, la gente - scrive Alessandro Portelli nell'Introduzione - a prendersi la scena, a voler parlare con lei, attraverso di lei». Se chi fa la storia è anche chi la racconta, e spesso la falsa, Giovanna Marini invita a rimettere insieme i fatti e i racconti, ci sollecita ad essere noi a «fare» la nostra storia e a raccontarla mentre la facciamo. Una linfa civile percorre le sue canzoni, voci «indecenti» le animano, una polifonia epica che è insieme dialogo e dissonanza. Canzoni che Marini pensava cantate, che non guardava come inchiostro e carta davanti a sé ma tirava fuori dal suo corpo come materia sonora, con la sua prosodia e le sue sillabe, allungate, compresse o spezzate in un incalzante parlato ritmico, mai uguali e ordinate, ogni suono con una sua inconfondibile identità. Ed è per questo che, anche se qui le vediamo per la prima volta stampate e tutte in fila, conservano, vitale e incontenibile, tanta parte della loro irriducibile natura eretica.
Quest’opera si offre al lettore come un affresco denso e minuzioso del pensiero giuridico nell’aurora dell’età moderna: ne indaga le radici più profonde, ma al contempo ne scruta gli orizzonti futuri. Rafael Ramis-Barceló ci guida in questo viaggio intellettuale con mano sicura, attraverso un’analisi rigorosa che attinge al metodo fecondo della storia concettuale. Le conclusioni cui l’autore perviene, tutt’altro che prevedibili, sovvertono consolidate certezze storiografiche: la nascita della nozione di "filosofia del diritto" viene infatti retrodatata di circa due secoli. Una genesi, questa, che non germoglia in isolamento, ma si intreccia inestricabilmente con le dispute sull’insegnamento universitario della giurisprudenza, nelle accademie europee, e con l’anelito mai sopito dei giuristi di volgere il pensiero giuridico verso una sempre più compiuta autonomia dalla teologia e dalla stessa filosofia.
Un viaggio sentimentale e critico nei Parioli, quartiere simbolo della borghesia romana - e quindi dell’Italia intera - raccontato attraverso lo sguardo di Fabrizio, alter ego narrativo di un uomo sospeso tra ricordo e disincanto. Urbanistica tradita, miti sociali e trasformazioni storiche: Parioli emerge come un sogno incompiuto, nato per incarnare eleganza e misura ma che si è invece rivelato quale teatro di ambizioni frustrate, recite sociali e contraddizioni profonde. La passeggiata diventa così un’esplorazione interiore, dove geografia urbana e memoria si intrecciano, restituendo un ritratto insieme affettuoso e spietato della borghesia italiana e delle sue illusioni. Un'opera originalissima e seducente da una delle migliori penne della saggistica contemporanea.
Le divisioni che lacerano oggi Gerusalemme non sono inevitabili né antiche, ma il risultato di precise scelte amministrative e ideologiche maturate in anni cruciali. Fra il 1914 e il 1920 la città era sospesa tra la fine dell’Impero ottomano e l’ascesa del dominio britannico. Un periodo quasi dimenticato dalla storiografia, ma che segna la genesi della moderna questione palestinese. La Prima guerra mondiale travolse la città con fame, coscrizione e disgregazione sociale, e l’arrivo dei britannici nel 1917 non portò una liberazione ma una nuova forma di dominio coloniale. Con l’attuazione della Dichiarazione Balfour e l’istituzione del Mandato britannico si gettarono le basi del conflitto israelo-palestinese, trasformando Gerusalemme da città multietnica in teatro di rivendicazioni nazionali concorrenti. Attraverso gli occhi di chi l’abitava - commercianti, funzionari ottomani, religiosi, intellettuali - recuperando voci finora sepolte negli archivi, si compone pagina dopo pagina la storia di una città viva, non ridotta a semplice scenario di battaglie diplomatiche tra potenze straniere.
8 maggio 2025. Al secondo giorno di conclave e al quarto scrutinio, il cardinale Robert Prevost viene eletto Papa assumendo il nome di Leone XIV. Lo aspettava un compito difficile, con un mondo sconvolto da gravi crisi economiche e militari, una Chiesa con semi di divisione, l’eredità pubblica ingombrante di Papa Francesco. È il primo Papa statunitense ma è anche un missionario, un pastore tra la gente ma anche un prelato inserito nelle strutture di governo della Chiesa, un appartenente a un ordine religioso ma anche un uomo capace di confrontarsi con prelati da una parte e laici dall’altra. In dodici mesi abbiamo cominciato a capire con chi abbiamo a che fare. Sobrio, diretto, misurato. Poco incline alla spettacolarità, molto attento a ogni parola e a ogni gesto. Non cerca il consenso delle folle, eppure sa dare sicurezza, perché la sua solidità non è rigidità: è equilibrio. Ribadisce la centralità dei poveri e della pace, sottolinea l’amore e la misericordia di Dio, ma non genera ambiguità negli insegnamenti fondamentali. Un uomo di fatti, e di fatti ben ponderati. Un anno non è lungo, ma è sufficiente per intravedere una direzione. Leone XIV sembra avere in testa un obiettivo preciso: l’unità. Dentro la Chiesa, tra i cristiani, tra le religioni, verso il mondo. Non un’unità di facciata, non un compromesso al ribasso, ma qualcosa di più esigente e più solido: la comprensione reciproca come fondamento della convivenza. Un anno da Leone è il primo bilancio di un pontificato appena iniziato e già, in molti modi, riconoscibile.
Secondo Jung e la tradizione successiva, in ognuno di noi ci sono dodici archetipi fondamentali. Tutti li possediamo. Ma alcuni dormono, altri urlano. Raramente dialogano tra loro. Lavorare sugli archetipi è un’arte di equilibrio, un percorso spirituale e psicologico, una forma di ecologia dell’anima. Il cammino che stiamo per intraprendere non vuole essere una mappa rigida, ma piuttosto una bussola. Non un vassoio di ricette a basso costo per far fronte alla fatica del vivere quotidiano. Anzi, l’intento è quello di muovere domande potenti, insieme a spazi d’ascolto, attraverso immagini profonde. È pensato per chi è disposto a fermarsi, ad ascoltarsi, a vedere le proprie luci e le proprie ombre. Per chi intuisce che la verità non è fuori, ma dentro.