
La teologia, nel suo insieme, fa del mistero di Dio il centro della sua riflessione. Ora, così come esiste un trattato dedicato alla persona e all'opera del Figlio Gesù Cristo (la cristologia) e un trattato per la Terza Persona della Trinità, lo Spirito Santo (la pneumatologia), per il nostro autore è giunto il momento di dedicare anche alla persona del Padre un trattato a sé, la Paterologia appunto. Ecco l'assoluta novità e originalità di questo volume. Riflettere su Dio Padre, oltre a farci comprendere meglio il mistero del Figlio e del dono di sé che coincide con il dono del Padre e la via di Gesù come via unica e sola al Padre, ci aiuta a mettere a fuoco anche l'importanza della figura paterna, in un orizzonte culturale che vede l'assenza e l'evaporazione di questa figura essenziale e fondamentale all'interno dei rapporti e legami familiari. Un volume che, di fronte all'assenza della figura paterna dall'orizzonte della cultura e della vita sociale contemporanea, ci invita a prendere sul serio la possibilità di dire e dirsi di Dio Padre.
L'intellettuale ebreo francese André Neher (1914-1988), a partire dall'esperienza "indiretta" della Shoà, ha condotto una prolungata riflessione sul silenzio di Dio ad Auschwitz. Attraverso una originale ermeneutica evidenzia i momenti in cui nella Bibbia Dio è silente, rivelando una sua tipica modalità nel manifestarsi. Si rifà, in questo percorso, all'opera teologico-mistica del seicentesco Gran Rabbino Loew di Praga, rivalutandone la figura. Riesce così, in maniera persuasiva, a creare le condizioni per la nascita di una "fede ex-nihilo" dalle macerie del non-senso di Auschwitz; una fede basata sulla speranza e derivata paradossalmente da quel silenzio di Dio che risulta essere ineliminabile.
In questo libro l’Autrice ricostruisce le fasi dell’itinerario di preghiera – solitudine, silenzio, preghiera contemplativa e comunione con Dio in un’ottica di fraternità universale – che il monaco trappista Thomas Merton (1915-1968) sapeva proporre in modo creativo, eppure così fedele alla tradizione da ripresentare alla fine un famoso detto agostiniano, secondo il quale «la misura della nostra carità è paradossalmente amore senza misura […]. Siamo resi liberi di donare agli altri l’amore ricevuto nell’intimità della contemplazione».
«Dio è amore». Un nuovo paradigma che prende le distanze dalle categorie della filosofia greca e riscopre la sconvolgente rivelazione cristiana. Gli antichi attributi della divinità e i suoi interventi nella storia sono rivisti in questa ottica singolare e consolante. Un Dio capovolto. Un Dio che spiazza definitivamente le obiezioni dei maestri del sospetto. Semplicemente il Dio di Gesù Cristo.
In un periodo storico nel quale non è chiaro quali siano i percorsi ecclesiali e teologici da intraprendere, il pensiero di Paolo De Benedetti (1927-2016) è essenziale e provocante. Mette in dubbio la logica occidentale nel fare Teologia. La mette in crisi e ci mette in crisi. Costringe chi lo ascolta a non essere banale nel parlare di Dio, della Bibbia, della fede e della vita. Nel leggere le Scritture Paolo De Benedetti spinge l’intercolutore a non fermarsi mai al primo “senso”, ma ad andare sempre oltre, fino ad arrivare al “settantunesimo senso”, cioè al “proprio” senso. Per De Benedetti la realtà della fede è misteriosa e sfuggente. Come il volto di Dio, che si mostra ma nello stesso tempo si nasconde, in un gioco quasi sempre incomprensibile. Le pagine di questo piccolo libro rileggono la vicenda esistenziale di Paolo De Benedetti come vicenda teologico- ecclesiale capace di aprire nuove piste di riflessione e di azione.
La «identità nella comunione delle differenze» è la caratteristica della persona. Su questo i due Testamenti concordano: «Dio non ha creato un’umanità già fatta», ma un’immagine che deve somigliargli. In particolare san Paolo insiste sulla novità della persona di Gesù che, pur essendo di natura divina, vive la sua parabola umana, crescendo come perfetta icona del Padre, senza mai deluderlo e adempiendo la missione di salvare il mondo. Per questo Egli diventa principio creativo di nuova umanità (cfr. Ef 2,15).
Dio perdona sempre? No, Dio non perdona sempre. Poche volte ce lo dicono, ma è così. Non può che essere così. Laddove infatti non c'è riconoscimento del male e apertura al pentimento, Dio non può accettare di abbandonare l'uomo alla menzogna che lo abita, diventandone connivente. Per quanto il perdono sia accordato (e non poche volte manifestato) come un dato previo, assoluto e immeritato, nella rivelazione biblica è ampiamente attestata una espressione paradossale della misericordia di Dio che assume anche l'atto dell'accusa, la minaccia della punizione, l'attuazione del castigo come mezzi estremi perché possa realizzarsi l'evento mirabile della riconciliazione e della vita nuova. Anche quando nella propria vita non si scoprono altro che macerie e fallimento. È un corpo a corpo con Dio. Ma qui si vince o si perde insieme.
"Il libro di Giobbe è un grido contro Dio nel cuore della Bibbia. Un grido di ribellione, gettato in alto da un innocente che soffre. Giobbe è quel giusto che ha il coraggio di dichiarare ingiusta la sua sofferenza. Perciò chiama Dio a processo. L'intero libro di Giobbe è una accusa a Dio a partire dalla domanda che attraversa la storia senza risposta: perché il male?"
L'apparizione delle prime serie iconografiche dei Sette Sacramenti nell'arte monumentale italiana del Trecento rappresenta un episodio significativo, ma finora poco indagato, della grande vitalità artistica dei secoli del Basso Medioevo. In diversi contesti e con diverse finalità, i committenti dei cicli di Firenze, Napoli, Galatina (Lecce) e Priverno (Latina) si appropriarono del tema - ampiamente discusso dalla trattatistica filosofica e dottrinaria del XII e del XIII secolo, ma non ancora oggetto di sistematico insegnamento da parte della Chiesa - per farne uno strumento di autorappresentazione di alto valore simbolico. Il volume ricostruisce le occasioni e le circostanze in cui i quattro cicli furono ideati, le loro finalità e i rispettivi contesti, in relazione alla progressiva affermazione del tema sacramentario nella comune coscienza religiosa medievale.
"Se io non avessi più Cristo, se non Lo avessi, cioè, nel mio passato e nelle mie esperienze; se non Lo avessi nei miei ricordi e nei miei valori e in nessuna delle mie abitudini, nemmeno nel mio bagaglio artistico e culturale; se non Lo avessi in nessuna piega del mio io; se, dunque, il mio cuore e la mia intelligenza dovessero svuotarsi completamente di Lui, che cosa mi mancherebbe?"
La realizzazione del bene comune politico ha molte similitudini con l'esecuzione di una composizione sinfonica. La compiutezza del bene comune politico deriva dal rispetto-potenziamento dei fini delle singole persone, delle società intermedie e dalla loro consonanza con il bene generale, così come la perfezione della sinfonia proviene dalla qualità dell'esecuzione di ogni singolo orchestrale in armonia con quella degli altri musicisti e con le caratteristiche peculiari dell'opera. In questo senso, se non altro come accorgimento sul legame fra qualità di vita e rapporti sociopolitici, l'orchestra può richiamare anche il film di Fellini "Prova d'orchestra", che aveva un chiaro riferimento analogico tra musica e politica. Se nella sinfonia la qualità dell'esecuzione dipende tanto dalla prestazione di ogni musicista come dal valore dei comandi gestuali impartiti dal direttore d'orchestra, analogamente, il bene comune politico deriva sia dal lavoro dei cittadini nella loro individualità e in associazione con altri, sia dall'opera dello Stato che rispetta e promuove la loro autodeterminazione. Quando ciascun strumentista suona bene, non realizza solo la propria perfezione in quanto musicista, ma concorre ugualmente al bene comune complessivo di tutta l'orchestra, cioè all'eccellenza del risultato. Allo stesso modo, quando i soggetti sociali procedono secondo i principi etico-politici fondativi ed essenziali della vita politica raggiungono senz'altro il loro bene particolare, ma plasmano anche il bene comune a tutti, coltivano l'arte del possibile.
Non è un testo di teologia, ma una provocazione, ironica e controversa. Un'analisi critica del mondo cattolico, attraverso la quale l'autore accompagna il lettore dinanzi alle contraddizioni della società globale, sempre più corrotta e sgretolata dalla modernità. Il libro ci racconta la scomparsa di una civiltà, la crisi di un modello culturale, quello cattolico, sempre meno credibile non solo a causa di un crescente indebolimento della fede, ma anche di un cedimento caustico della ragione. Secondo l'autore, il cattolico non è più in grado di apprezzare, difendere e valorizzare la cultura cristiana, poiché incapace di comprenderne le ragioni. Questo libro propone diverse interpretazioni e attente riflessioni sulle ragioni del collasso di un intero sistema, e suggerisce alcuni rimedi validi, ma solo se si ha fede.

