
Il presente lavoro cerca di delineare la riflessione di Papa Francesco sul fenomeno migratorio. Questa è il frutto di un profondo discernimento, che poggia essenzialmente su due matrici: la mistica ignaziana, da una parte, e la recezione dell’ecclesiologia del “popolo di Dio” in America Latina, dall’altra. Nel Magistero di Francesco, la migrazione, quale principio della relazione e della ricchezza reciproca, si offre perciò come metodo, “via” per ripensare la struttura non solo della Chiesa, ma della società stessa. «Sicuramente questo libro (…) sarà di grande apporto per tutti quelli e quelle che desiderano conoscere meglio sia la questione migratoria dal punto di vista teologico, sia il magistero di Papa Francesco». (Dalla Prefazione di M.C. Bingemer) «Ritengo che la non piccola sfida che Marco Strona si è assunto con questa ricerca, e a cui ha fatto fronte con passione, lucidità, apertura e ricca documentazione, offre un robusto contributo alla presa di coscienza e a un approfondimento ispirato e critico in ordine dell’oggetto che intenziona». (Dalla Postfazione di P. Coda)
Marco Strona è sacerdote della diocesi di Fabriano-Matelica. Laureato in Filosofia ha conseguito il Dottorato di ricerca in Filosofia (Anselmianum, Roma) e in Teologia e Ontologia Trinitaria (Puc-Rio; Ius-Sophia) (doppio titolo, congiunto). Ha svolto i suoi studi in diverse Università italiane e straniere. Attualmente è direttore della Caritas diocesana e insegna Teologia Fondamentale presso l’Istituto Teologico Marchigiano (Ancona); Filosofia della Religione, Introduzione alla Teologia e il “Seminario di sintesi” presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose (Ancona). La sua ricerca verte sul rapporto tra mistica, teologia e fenomenologia.
Invocare Dio col nome «Padre» non significa proiettare sul mistero assoluto la nostra esperienza della paternità. Si tratta piuttosto del nome con cui Dio si presenta a noi, dicendo di sé e stabilendo una relazione che inscrive nella storia una presenza che accompagna e sostiene. È questo funzionamento del nome divino ciò che emerge con forza dalla testimonianza biblica e culmina nella vicenda di Gesù, il Figlio amato che Dio Padre ha resuscitato per la potenza dello Spirito. Lo stesso Spirito che grida in noi «Abbà, Padre», attestando la nostra identità di figli. Ma il nome del Padre identifica anche una relazione che appartiene da sempre all'essere divino: Dio è Colui che genera il Figlio in un atto di comunicazione di sé totale ed eterno. La portata di questa rivelazione emerge dalla tradizione teologica della Chiesa e viene indagata in dialogo con le attuali istanze della cultura.
Le parabole si prestano particolarmente bene a insegnare e proclamare la buona novella del regno di Dio: coinvolgono l'ascoltatore con particolari ripresi dalla vita quotidiana, lo sorprendono e ne sollecitano l'immaginazione con la possibilità di nuove prospettive. Detto in altre parole, nei vangeli sinottici si mette in primo piano che con Gesù è venuto il governo di Dio e con questo tutto è cambiato. Gesù si serve delle parabole per insegnare a chi lo segue a farsi strumento di trasformazione. Non manca chi respinge l'insegnamento di Gesù, e anche questo rifiuto è illustrato per mezzo di parabole, dove si mostra come ciò significhi sottrarsi alla speranza, al coraggio, alla promessa. In gioco è la possibilità concreta di una società alternativa, nuova e giusta.
In tempi tenebrosi e corrotti, quando il maligno sembra prevalere, la Provvidente mano di Dio forma i Suoi Profeti che, ispirati dallo Spirito Santo, offrono le loro vite come anime vittime, imitando il Signore Gesù Cristo, per la salvezza delle anime perdute.
Questi sono i grandi Santi Cattolici, confidenti di Dio, che da secoli hanno rivelato le tribolazioni e le grazie dei tempi attuali e futuri.
Chi è Dio per Francesco d’Assisi?
È una domanda cruciale: nella vita di un santo Dio sta al centro di tutto.
A Francesco è stata attribuita l’espressione «Dio mio e mio tutto» (in latino: «Deus meus et omnia»), anche se non appare esattamente con questi termini nei suoi Scritti. Riassume però in modo perfetto il senso dell’assoluto tipico di Francesco.
Le pagine di questo libro aiutano ad entrare nella profondità di quella espressione e dell’esperienza dell’assoluto da cui è nata.
JAVIER GARRIDO è un frate minore (francescano). Insegna in istituti teologici e anima diversi gruppi di spiritualità cristiana, curando seriamente l’accompagnamento personale soprattutto degli adulti. È autore di numerosi studi sull’esperienza francescana.
Questo libro è stato scritto per il cristiano chiamato ad affrontare le sfide della lotta politica e culturale in un tempo che pare determinato a costruire una società senza Dio, quindi senza rapporto fra Creatore e creatura, senza princìpi assoluti né verità condivise. In ultima analisi, senza quella pienezza di significato e di speranza che secondo l'Autrice, nel maturare della sua conversione in età adulta, solamente il cristianesimo possiede. Perché non c'è salvezza, non c'è vita eterna nella scienza, nella tecnologia, negli uomini che pensano di bastare a sé stessi. Queste pagine richiamano chi ha il dono della fede a comunicarla in ogni àmbito della società in cui è chiamato a spendersi: «Si tratta di messaggi estremamente importanti per chi nella battaglia politica e giuridica si confronta con resistenze inaudite», ha scritto Johannes Hartl nel suo invito alla lettura, sottolineando come le armi imprescindibili con cui scendere in campo siano la preghiera e il digiuno, per favorire il discernimento e il rinnovamento interiori. E poco importa se oggi la presenza cristiana è fortemente minoritaria, poiché, come evidenzia l'autrice, «i trend sociali non sono irreversibili», ma soprattutto chi abbraccia Cristo sa che Egli ha già vinto il mondo e vive, pertanto, nella prospettiva dell'eternità, preoccupandosi unicamente di ciò che davvero conta davanti a Dio.
La peculiarità del De fide rerum quae non videntur è la sua prospettiva apologetica intesa in maniera straordinariamente attuale. Questo contributo, quindi, non solo costituisce un invito ad accostarsi alla teologia di S. Agostino, ma si propone di riscoprire la fecondità e l'attualità dell'apologetica, che fonda credibilità e ragionevolezza della Rivelazione. S. Agostino, peraltro, offre un tesoro inesauribile di spunti dottrinali, di cui ha sempre fatto tesoro il Magistero della Chiesa. Dopo un'introduzione generale alla dottrina agostiniana, viene offerta una presentazione storico-critica al De fide rerum quae non videntur, cui segue una moderna traduzione italiana. In appendice viene offerta, infine, una sintetica trattazione dell'apologetica, focalizzandone utilità ed attualità alla luce dell'humus agostiniano. La fede, pur nascendo dall'auditus Verbi, non esclude l'apporto della ragione e la sua credibilitas sta anche nell'esclusione di presunte irrazionalità o assurdità totalmente estranee alla Divina Rivelazione. Il fine, infatti, è apportare ragioni per credere e per confermare la scelta di fede, libera, coerente e possibile. Del resto, insegna San Pietro che il cristiano deve saper "rendere ragione della speranza che è in noi" (1Pt 3,15). Questo vale soprattutto oggi, nella prospettiva della "nuova evangelizzazione", situata nel "post-moderno", in cui occorre avere la capacità di parlare non solo al cuore dell'uomo, ma anche alla sua intelligenza, come ebbe a scrivere André Manaranche: "Noi non crediamo per delle ragioni, ma abbiamo delle ragioni per credere".
La capacità di cogliere le più sottili sfumature di significato in realtà complesse distingue chi padroneggia un sistema linguistico da chi invece cerca di arrangiarsi. Poiché il nostro desiderio è di conoscere sempre più a fondo la "lingua di Dio" per poterne così vivere in modo autentico il messaggio, di fronte all'uso comune della formula "parola di Dio"diventa allora urgente coglierne il senso profondo nel suo aspetto polisemico e monosemico. In questo volume vorrei mostrare la ricchezza semantica di questa formulazione così come affiora dalla lettura di alcuni testi neotestamentari e veterotestamentari opportunamente scelti. Guidati da cinque concetti emersi dalle citazioni riportate di volta in volta a inizio capitolo studieremo l'espressione con il fine d'individuare tutte quelle nuances a essa sottese e quel senso unitario a cui queste ultime convergono trovandovi il loro vero e proprio valore.
Il presente libro scritto dall’Archimandrita Vissarion Kouotsis, dal titolo La Triadologia nella Tradizione Orientale e in Bessarione di Nicea, approfondisce il dogma del Dio trinitario. Il Signore Dio, nella Sua grande Misericordia e per il suo grande Amore per gli uomini, si è rivelato pienamente nel suo Figlio Unigenito Gesù Cristo, il quale, incarnatosi nella Vergine Maria, è nato piccolo e povero nella Città Santa di Betlemme. Nella Città Santa di Gerusalemmte è morto e risorto, affinché, attraverso la nostra fede in Lui, vero Dio e vero uomo, possiamo convertirci e trarne il beneficio del perdono dei nostri peccati, per risorgere assieme a Lui, uniti alla sua divinità, attraverso l’effusione dello Spirito Santo.
Nei primi secoli della Chiesa i Santi Padri, successori dei Santi Apostoli, dovettero affrontare numerose eresie, difficotà ed a volte persecuzioni, per preservare integra ed inalterata la fede Cristiana, in un’epoca in cui false dottrine alteravano le verità rivelate e mettevano in pericolo la salvezza dell’uomo.
L’autore nel presente libro, partendo dalla Sacra Scrittura, dagli scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento, esamina a livello biblico le verità rivelate sul mistero trinitario. Basandosi sui testi dei Padri Greci della Chiesa, pilastri ineccepibili della nostra fede, ci presenta il mistero inscrutabile del Dio Uno e Trino, ed analizza le formule di Professionedi Fede redatte Concili Ecumenici della Chiesa dei primi secoli.
Come rimedio al famigerato Scisma del 1054 che divise l’Una, Santa, Cattolica ed Apostolica Chiesa di Cristo, rammenta il tentativo fatto al Concilio di Firenze-Ferrara per la riunificazione della Chiesa, Corpo Mistico di Cristo. In tale contesto, nel tentativo di risolvere le questioni teologiche e dogmatiche che si erano create dopo il primo millennio tra la Chiesa d’Occidente e la Chiesa d’Oriente, spicca in maniera indiscussa l’Arcivescovo Bessarione di Nicea, rappresentante della Chiesa Greca al Concilio del 1439, il quale contribuì incisivamente alla risoluzione della problematica dell’aggiunta del Filioque al Credo Niceo-Costantinopolitano.
In Appendice al libro sono pubblicati i testi di due conferenze inerenti alla teologia e spiritualità greco-bizantina della quale è portavoce l’autore, sacerdote dell’Esarcato Greco Cattolico di Grecia.
Possa questo libro aiutare i lettori ad invocare lo Spirito Santo affinché li aiuti a comprendere meglio la nostra fede cristiana, a rallegrarsi di ciò che Dio Uno e Trino ha fatto attraverso l’Incarnazione del suo Figlio Gesù Cristo, le sue sofferenze, morte e resurrezione e il dono del suo Spirito Santo, e a partecipare alla sua vita divina… Che meraviglia!
+ Joseph-Jules Zerey
Arcivescovo titolare di Damiata dei Greco-Melchiti
AusiliareEmerito del Patriarcato di Antiochia dei Gerco-Melchiti per Gerusalemme
Monasteri e conventi si stanno svuotando, e di contro l'esercito di battezzati che fanno yoga e si rivolgono a pratiche di meditazione orientale cresce. La preghiera ripetitiva non attira più, non corrisponde alla sensibilità spirituale di oggi. L'Autrice però di un tempo di crisi come quello attuale ne coglie le sfide, il nuovo... lo ripropone come tempo di risveglio. C'è un nuovo ancora in gestazione che ha bisogno di tempi di maturazione per venire alla luce. E allora il primo passo sta nel riportare il lettore alle origini del monachesimo, ai padri e alla madri della fede, per riportare al centro l'esperienza del solo a Solo, di quell'intimo faccia a faccia con noi stessi che conduce verso la parte profonda in cui l'anima si fonde nello Spirito. Più cresce la comunione con Dio, più cresce la comunione con gli altri esseri viventi, con il creato. Questo è monachesimo interiorizzato da coltivare nelle nostre case.
Per poter scrivere i vangeli era decisivo dimostrare che il rifiuto, le sofferenze e la morte cui era andato incontro Gesù non deponevano a sfavore della sua identità di Messia, di glorioso Inviato di Dio. I primi cristiani raccolsero questa sfida editoriale e rivisitarono le Scritture di Israele per trovarvi figure di uomini di Dio perseguitati e rifiutati: Gesù, vero profeta, aveva vissuto un destino tragico in tutto simile al loro.
Descrizione
Voler scrivere una vita di Gesù, nella cultura del I secolo d.C., era in buona sostanza una pretesa assurda: occorreva assolutamente dimostrare che le sofferenze e la morte del Nazareno non mettevano affatto in discussione la sua qualità di Inviato di Dio. Per gli autori dei vangeli sinottici era dunque decisivo giustificare questa anomalia, superare questo handicap.
In effetti, se per i discepoli la risurrezione aveva reso Gesù una gloriosa figura messianica, il rifiuto di cui era stato oggetto e la sua morte ignominiosa smentivano nella maniera più radicale che egli fosse un messia: la sua fine era anzi quella di un ribelle, di un impostore o di un bestemmiatore – insomma, la fine di una figura lontanissima dalle vie di Dio.
Matteo, Marco e Luca raccolsero questa autentica sfida editoriale. Rivisitarono le Scritture di Israele per trovarvi figure di inviati divini perseguitati e rifiutati. Avvalendosi delle tecniche della tipologia, essi mostrarono così che Gesù – essendo veramente un profeta – aveva vissuto un destino tragico del tutto simile al loro.
Aletti, docente solido, internazionalmente apprezzato, ci guida a scoprire i segreti di questa sfida, affrontata dai credenti delle prime comunità cristiane.
«Questo saggio, rivolto agli esegeti del Nuovo Testamento, non è scritto in modo astruso: il mio auspicio è che i teologi, ma anche le donne e gli uomini dotati di una certa cultura biblica, vi trovino gustosa materia per riflettere» (Jean-Noël Aletti).
«Scrivo per individuare un ascolto possibile di ciò che del vangelo non è stato ancora udito»: così Dominique Collin. Ecco allora un saggio tonificante che invita a intendere il vangelo con un altro orecchio. Se l'idea diffusa è che il vangelo sia un racconto mitologico sorpassato, qui si sostiene che oggi è invece divenuto possibile percepirne l'inaudito, «quelle cose che orecchio non udì» (1 Cor 2,9). E la "buona notizia" che tipo di inaudito annuncia? Una possibilità di uscire dalle catene che ci siamo forgiati noi stessi, una possibilità di essere "sé" anziché essere asserviti al proprio "io" infantile e regressivo. Ed è urgente cambiare la nostra maniera di pensare: il vangelo è la parola che ha la funzione di non risolvere problemi, ma di far venire voglia di pensare in modo diverso. Di fronte al caos che incombe, resta da intendere l'inaudito del "buonsenso" aperto dal vangelo. Buonsenso di pensare all'Altro. Buonsenso di vivere una conversione alla gioia. Buonsenso di tendere l'orecchio al vangelo inaudito. «Non dobbiamo forse unicamente ricordare ciò che è dimenticato, cioè l'indimenticabile? La vocazione della "buona notizia" non è risolvere problemi, ma far sentire al mondo ciò che il mondo non ha sentito».

