
In questo libro Bernard Williams si confronta con l'etica antica, ritrovata più in Omero e nei tragici che nei filosofi. Nell'intento di sottolineare alcune somiglianze - tradizionalmente non riconosciute - tra le concezioni antiche e quelle moderne, l'autore concentra l'attenzione sulle fonti letterarie antiche per tracciare una sorta di mappa concettuale di idee quali quelle di agente morale, azione responsabile, vergogna, rimorso e necessità. Ciò che ne risulta è una sostanziale identità di contenuti tra quei concetti e i loro corrispondenti moderni: le idee morali di oggi sono, in realtà, più vicine a quelle dei greci di quanto non si possa credere. Pur senza voler in alcun modo negare l'alterità o sopravvalutare la modernità dei greci del V secolo, l'autore sottolinea come il mondo in cui si vive sia, in ultima istanza, una creazione europea guidata dal passato greco.
"Il fenomeno generale dello 'spazio pubblico', che si produce già in interazioni semplici, mi aveva sempre interessato per via della misteriosa facoltà per cui l'intersoggettività concilia elementi diversi senza equipararli l'uno all'altro. Gli spazi pubblici fanno intravedere strutture di integrazione sociale. Nelle società moderne, è specialmente lo spazio pubblico politico della comunità democratica ad acquistare importanza per l'integrazione della società. Infatti le società complesse possono tenersi insieme soltanto grazie alla solidarietà astratta e giuridicamente mediata fra cittadini dello Stato. Tra i cittadini che non possono più conoscersi personalmente, una fragile comunanza si può creare e riprodursi soltanto tramite il processo di pubblica formazione dell'opinione e della volontà. La condizione in cui si trova una democrazia si può accertare solo sentendo il polso del suo spazio pubblico politico." Habermas torna ad analizzare il rapporto tra sfera pubblica e privata, in tre saggi sulla intersoggettività dell'essere umano, l'unico in natura che possa essere definito 'animale politico': vale a dire vivente nello spazio pubblico.
Agire a livello terapeutico attraverso una "terapia concettuale". È questo il punto di partenza di Jonathan Lear che in questo libro propone una problematizzazione dell'impianto concettuale delle discipline psicologiche. Attraverso una rilettura creativa del pensiero freudiano Lear discute alcuni concetti fondamentali della tradizione psicoanalitica: soggettività, oggettività, eros, interiorizzazione e transfert; analizza inoltre le teorie di Hans Loewald e Paul Gray mostrando in quali punti coincidono e in quali contrastano; suggerisce la possibilità di un ruolo centrale e positivo dell'ironia, spesso esclusa dal dialogo psicologico perché fraintesa o confusa con il sarcasmo. Ed è proprio attraverso l'ironia che da "L'azione terapeutica" emerge un'interpretazione del tutto nuova dei consolidati concetti di base della psicologia. Il libro vuole essere un invito rivolto a psicologi, psicoanalisti e psichiatri affinché rinnovino il loro impegno per la fondazione concettuale della loro pratica. Il lettore attraverso queste pagine, caratterizzate da un linguaggio semplice e comprensibile, potrà ripercorrere gli insegnamenti di Freud alla luce di una nuova interpretazione.
Un saggio sulla compassione.
Dopo "Consulente filosofico cercasi" di Neri Pollastri un nuovo libro dal linguaggio semplice e vivace per affrontare un argomento vicino alla consulenza filosofica e per molti versi ancora oscuro: la pratica filosofica. Di cosa si tratta? Cosa vuoi dire esercizio della filosofia? Cosa problematizzare? Pratica filosofica equivale forse a divulgazione della filosofia? Esistono una o più filosofie? Che differenza c'è tra la filosofia accademica e la pratica filosofica? Strutturato principalmente sotto forma di domanda e risposta, il libro delinea i limiti della pratica filosofica mettendone in luce i segni di riconoscimento; e non poteva farlo senza confrontarsi con i due più conosciuti ambiti di pratica filosofica, la consulenza filosofica individuale e l'esercizio filosofia di gruppo cui l'autore dedica la parte finale del libro. Un libro per tutti che permette a chiunque, filosofo o non, di conoscere e apprezzare l'esercizio della filosofia.
Questo volume raccoglie la totalità dei testi sparsi di Gilles Deleuze usciti in Francia e in altre parti del mondo tra il 1953 e il 1974, dall'apparizione di "Empirismo e soggettività", sua opera prima, fino ai dibattiti che seguirono la pubblicazione dell'Anti-Edipo. Sono articoli, relazioni, prefazioni, interviste o conferenze che non compaiono all'interno di nessun'altra opera di Deleuze. I testi forniscono alcune tracce ed alcune tappe essenziali, illuminando aspetti sconosciuti del divenire filosofico di Deleuze e dotando il lettore di una chiave centrale per comprendere la permanenza dei problemi che lo hanno accompagnato.
La figura del dono si è imposta negli ultimi anni come cifra essenziale della post-modernità. Pensatori come Husserl e Heidegger hanno preparato il terreno. Altri e più recenti protagonisti del dibattito filosofico (soprattutto J. Derrida e J.-L. Marion) hanno dedicato al dono libri fondamentali. Ma una teoria del dono, dopo il celebre saggio di Mauss, non può ignorare la relazione tra dono e legame. Come purtroppo, sinora e per lo più, è stato fatto.
Questo libro affronta in modo diretto e deciso il senso della questione e propone una direzione di indagine nuova, attraverso una discussione serrata e illuminante delle tesi di Marion e di Derrida. Tanto l’onnipresenza della ‘donazione’ (Marion) quanto l’impossibilità del ‘dono’ (Derrida) vengono ponderate con cura e giudicate con equilibrio. Una insolita profondità di sguardo mette a nudo con implacabile rigore tutte le fragilità dei due pensatori francesi antagonisti e prepara l’affondo teorico finale che ne oltrepassa le rigide unilateralità mediante la tessitura del rapporto tra dono e legame come reciproco riconoscimento tra due (o più) soggettività in relazione.
Il dono, in ultima istanza, si dice in questo libro, è sempre ‘dono di noi stessi ad un altro come noi’: è la piena realizzazione della struttura dell’umano come essere per altri. Tutte le forme di dono declinano la simbolica di questo gesto originario, ma non possono esserne che versioni ‘ridotte’. Ed è per questo che il dono ci lega con una forza più potente di ogni altra. Dono e legame creano perciò un circolo virtuoso. L’umano è questo circolo della vita, che le Scritture narrano come il rapporto tra un uomo e una donna. E le Scritture dicono pure che in quel rapporto abita tutto ciò che può darci un’indicazione simbolica di quel che Dio stesso è come per noi.
Susy Zanardo è dottore di ricerca. È stata borsista del Centro Universitario Cattolico (CUC) - II livello. È segretaria scientifica del Centro di Etica Generale e Applicata (CEGA) dell’Almo Collegio Borromeo di Pavia. Collabora con la Cattedra di Filosofia morale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e con il Centro Interuniversitario per gli Studi sull’Etica (CISE) della medesima Università. Ha pubblicato diversi saggi sul pensiero francese contemporaneo. È curatrice (con Carmelo Vigna) e coautrice del volume La Regola d'oro come etica universale (Vita e Pensiero, Milano 2005).
In buona parte della filosofia contemporanea e nel discorso comune, la verità è stata indebitamente drammatizzata: è stata concepita come cosa più che umana, che instancabilmente si persegue senza mai raggiungerla. Questo libro sostiene invece che la verità è cosa banale e quotidiana: tutti conoscono innumerevoli verità. Sostiene inoltre che il relativismo, che molti danno quasi per scontato come se fosse la naturale conseguenza della varietà delle forme di vita e delle visioni del mondo, è in realtà una posizione molto variegata, controversa e non facile da difendere seriamente, e che gli avversari del relativismo non sono necessariamente fondamentalisti che negano la libertà di opinione. Sostiene infine che in particolare il relativismo morale - la posizione di chi sostiene che le forme di vita diverse non sono valutabili moralmente e devono solo essere accettate - ha implicazioni che pochi apprezzerebbero ed è in ultima analisi indifendibile e proprio sul piano morale.
Può la conoscenza essere definita come un "gesto"? La filosofia la ha sempre analizzata come una struttura logica, eppure, sostiene Brunella Antomarini, dietro quella struttura c'è un'azione che deve essere descritta nella sua concretezza e che avviene quando "crediamo" di conoscere. Si tratta di un gesto che parte con cautela e incertezza e poi, in un attimo, si realizza in una decisione, azzardata e impulsiva, che porta con sé la presenza costante dell'errore. Proprio l'errore, inteso come "categoria di pensiero", si trova al centro di questo breve testo. Brunella Antomarini individua una metafora che le permette di rappresentare un oggetto di indagine altrimenti astratto e sfuggente: conoscere, in fondo, è come prendere la mira e tirare, pensare lentamente e alla fine "cercare di indovinare".
Il dibattito sulla laicità è ripreso intensamente. Invece di restringerlo a una lotta per la supremazia tra le parti, è meglio comprenderlo come ricerca di una intesa tra pensiero religioso e pensiero secolare sui fondamenti prepolitici della vita civile e del diritto (vedi dialogo tra Habermas e Ratzinger), senza prendere l'imbeccata solo dalle scienze. La laicità ha le sue ragioni, che non sono forse quelle convenzionalmente attribuite ai cattolici, o viceversa ai 'laici'. Oggi la laicità va oltre il nesso religione-politica per investire le questioni bioetiche, la natura umana, la secolarizzazione, la domanda se lo scopo della politica sia solo la libertà. Questo accade in un'epoca in cui la religione torna nella sfera pubblica, mantenendo desta la sensibilità per le contraddizioni della modernizzazione. La 'nuova laicità' può giocare la sua parte nel contrastare l'attacco antiumanistico che si ripresenta nella storia e nella politica.
Bernard Williams è considerato uno dei più importanti e originali filosofi degli ultimi cinquant'anni. Largamente riconosciuto come uno dei più autorevoli filosofi morali, cominciò a scrivere diffusamente di temi politici a partire dai primi anni ottanta. I suoi contributi, insieme ai libri sull'etica, hanno avuto e hanno importanti conseguenze per la teoria politica. Questa raccolta di saggi, per la maggior parte inediti e scelti dallo stesso Williams, affronta i problemi chiave del pensiero politico: giustizia, libertà e uguaglianza; natura e significato del liberalismo; tolleranza; potere e paura del potere; democrazia. Uno dei temi conduttori che li animano è che i filosofi politici non possono accontentarsi di discutere le teorie di altri filosofi, ma devono confrontarsi con la realtà della vita politica, un atteggiamento questo che Williams fa proprio intrecciando, in una prosa brillante e iconoclastica, analisi filosofica ed esperienza personale. Williams è convinto che la filosofia debba riconoscere la propria incompletezza, aprendosi ai contributi del sapere storico, sociale e scientifico. La mancanza di purezza è la prima virtù dell'attività filosofica.

