«In questo testo ho trovato finalmente quelle risposte che cercavo da tempo, evitando definizioni superficiali o ambigue. Curiotto, per raccontare Gesù, offre una rilettura critica della parola sacra rimettendo al centro il pensiero e l'azione di un Cristo umano che è l'identificazione stessa dell'amore. Partendo proprio dalle sue parole che invocano la fratellanza e prendono le distanze dall'esibire "riti, preghiere, sacrifici e digiuni solo perché prescritti da una regola religiosa", l'autore lascia spazio al rapporto spirituale e intimo della fede. Parole che, nel loro senso profondo, vanificano il bisogno di santoni improvvisati, i "guitti della spiritualità", che ammaliano attraverso un uso mercantile della fede». (dalla prefazione di Stefania Nardini)
Negli ultimi anni, importanti saggi hanno riscoperto il ruolo dell'immaginazione in teologia. Da queste riflessioni nasce il percorso proposto dall'autrice: un dialogo fra teologia e linguaggi della cultura, soprattutto la letteratura, attraverso il contributo di chi ha già percorso la via immaginativa.
"La tirannia è caratterizzata essenzialmente dall’instabilità. In un attimo, il primo che capita sale in vetta al potere ma ruzzola giù con altrettanta velocità per essere sostituito da uno dei suoi avversari. C’è sempre un tiranno e sempre degli oppressi, insomma, ma i ruoli si alternano." Bastano poche righe a René Girard per mettere a fuoco l’instabile equilibrio del potere, di cui il tiranno incarna gli eccessi e rimane la tentazione segreta dei più. Confrontando la tragedia greca e il profetismo ebraico, la sua opera mostra come i disordini generati dal desiderio mimetico si risolvano nell’irruzione di un Modello unico, allo stesso tempo venerato e detestato, che si impone a tutta la società. La tirannia del Principe è tutt’uno con quella dei suoi sudditi. Una volta messo in luce questo male politico, la libertà si può reinventare in una relazione con l’Altro liberata dagli inganni del desiderio.
La Democrazia Cristiana, 1946-1954: dall'Assemblea costituente alla morte di De Gasperi. Gli anni della fondazione della democrazia e della ricostruzione postbellica: quelli dei governi da lui guidati nella "fase costituente" della Repubblica e dell'affermazione maggioritaria di un partito che De Gasperi non voleva «di massa» ma «di popolo», «partito nazionale» che doveva «rappresentare tutta la nazione» e i suoi multiformi interessi sociali. Le "grandi riforme" dei governi De Gasperi trasformarono profondamente la struttura della società italiana, in particolare il Mezzogiorno; contribuirono ad allargare le basi di consenso al regime democratico. In politica estera, inoltre, il «centrismo» degasperiano rese possibile l'adesione dell'Italia al Piano Marshall e consentì di tradurre la «scelta occidentale» in una coerente politica di cooperazione nel quadro delle relazioni internazionali disegnato dalla guerra fredda; assicurò l'ingresso nel Patto Atlantico e la partecipazione al processo di integrazione europea in una prospettiva federalista. Si rivelò, nel contesto interno e internazionale del dopoguerra, l'unica coalizione di governo capace di garantire la sicurezza della Repubblica, il consolidamento della Costituzione e la stabilità di un indirizzo politico orientato alla "difesa della democrazia" con il metodo democratico.
Racconta Andrea Camilleri che «La Stampa» gli aveva chiesto - siamo nel 1998 - una serie di racconti da pubblicare in estate sul quotidiano. «Io ci pensai un po’ su e mi ricordai che ero stato a lungo indeciso sul nome da dare al commissario Montalbano. Avevo allora due nomi che mi giravano nella testa: uno era Montalbano e l’altro era Collura, cognomi tipicamente siciliani se altri mai ve ne furono. Poi mi venne l’idea di rendere grazie a Vázquez Montalbán e così optai per il commissario Montalbano. Ma ora dovendo scrivere dei racconti mi venne in mente di trovare un personaggio fisso. E subito è stato come una sorta di risarcimento nei confronti del commissario Collura: qualunque fosse diventata la funzione di questo personaggio che ancora non era nato, comunque si sarebbe chiamato Collura, visto che, poveraccio, era rimasto nell’anonimato rispetto a Montalbano che io avevo scelto come protagonista dei miei gialli. La seconda cosa che mi venne in mente, perché mi piace scommettere con me stesso, era quella di avere la possibilità di fare delle indagini all’interno di un luogo esattamente delimitato. È un po’ il giochetto che spesso fa Agatha Christie quando sceglie l’Orient Express o un aereo per le sue storie. E quindi scelsi una nave da crociera perché offre una possibilità enorme di incontri con persone diversissime tra di loro. Nacque così il commissario di bordo che non è un vero e proprio poliziotto, ma colui che si occupa del buon andamento della crociera». Piccoli e grandi misteri, che Cecè Collura, che si è preso un periodo di riposo dopo essere rimasto ferito in una sparatoria, risolve nel corso della traversata. Camilleri si diverte e ci diverte con otto storie di sparizioni, tutte risolte brillantemente e bonariamente. Qualche anno dopo la pubblicazione fu chiesto a Camilleri che fine avesse fatto il commissario Collura: «Dopo il periodo di congedo per convalescenza, so che Collura è tornato in polizia. Ma non mi ha più né scritto né telefonato».
Per oltre un decennio Borges è stato professore di Letteratura inglese e nordamericana all'Università di Buenos Aires, incarico che aveva ottenuto presentando, anziché un folto curriculum, questa semplice dichiarazione: «Senza volerlo, mi sono qualificato per questo posto per tutta la vita». Il che già lascia intuire quanto poco ortodossi fossero i suoi corsi, tanto più che Borges non nascondeva di giudicare la letteratura «in un modo edonistico», sulla base cioè del piacere che suscitava in lui («leggere qualche pagina di Dickens ... significa aver trovato un amico per tutta la vita» dichiara), ed esortava gli studenti a lasciare senza remore qualsiasi libro che trovassero noioso, perché la lettura «deve essere una forma di felicità». Per nostra fortuna il corso del 1966 è stato registrato e trascritto: potremo così ascoltare la viva voce di Borges mentre, incurante di steccati storiografici e teorie critiche, conduce gli studenti nel cuore delle opere più amate, abbandonandosi a una narrazione trascinante e contagiosamente appassionata e ricordandoci che solo la letteratura può aiutarci a interpretare la letteratura.
Nel Rinascimento la coltivazione della frutta era confinata agli orti dei monasteri e ai giardini delle ville signorili: un lusso aristocratico che, lungi dall’avere una funzione alimentare, serviva per ostentare raffinatezza. Dal canto loro, i ceti popolari, ossessionati dalla paura di patire la fame, al posto della frutta preferivano mangiare cereali e legumi, più nutrienti e sostanziosi. Al contempo, pere, mele e pesche venivano dipinte dalla dietetica come alimenti insidiosi per l’equilibrio degli umori del corpo. Fra Cinque e Seicento ha inizio la ‘rivincita’ della frutta: una lenta rivoluzione culturale in cui il gusto prende il sopravvento sulle prescrizioni mediche e poi le scoperte scientifiche sulla nutrizione smantellano antiche paure. Non è un caso che, nel Seicento, la rivolta di Masaniello a Napoli scoppiò per una questione legata al mercato della frutta, dimostrando quanto quel commercio fosse strategico. Poi la frutta prende il largo: i limoni di Sanremo e Amalfi nell’Ottocento conquistano il Nord Europa grazie a ferrovie a vapore; le arance siciliane sbarcano in America; l’Italia per decenni domina il commercio internazionale. Fino allo scenario attuale, con la mondializzazione che ha portato sulle nostre tavole mango e avocado tutto l’anno. La frutta che compriamo racchiude, dunque, secoli di storia: teorie mediche e dietetiche, innovazioni agricole, battaglie commerciali, mode e tendenze.
Nel suo capolavoro "L’origine delle specie", Charles Darwin per rimarcare la differenza tra la fisica e le scienze della vita propone un’immagine sorprendente: «Gettate in aria una manciata di piume, e tutte dovranno cadere al suolo secondo leggi definite. Ma come è semplice questo problema se confrontato con l’azione e la reazione delle innumerevoli piante ed animali che hanno determinato, nel corso dei secoli, i numeri proporzionali e i tipi di alberi che ora crescono su quelle vecchie rovine indiane!». Da questa frase prende avvio e spunto questo libro, per raccontare la natura come una storia: la storia di milioni di specie che, attraverso relazioni, conflitti e cooperazioni, hanno costruito gli ecosistemi del pianeta. Quello che dobbiamo avere chiaro è che lo stato vivente della materia è il più complesso dell’universo conosciuto e, quindi, studiarlo è la sfida più ardita che ci sia, tanto per gli scienziati quanto per chi - pur non dedicandosi alla scienza - ha un minimo di curiosità per capire quel che gli avviene attorno. Dunque, la storia naturale è storia: descrive quel che è avvenuto e avviene e cerca di comprendere le cause che lo hanno determinato. Non possiamo chiederle di essere predittiva più di quanto non possiamo chiedere agli storici di prevedere la storia del futuro. Lo fanno gli economisti e, invariabilmente, falliscono. Questo significa che le scienze della vita non si lasciano ridurre a formule matematiche, a modelli deduttivi, né possono essere predittive come ad esempio la fisica. Quando si affronta la complessità della vita sono necessari altri approcci. Intrecciando scienza, storia naturale e riflessione culturale, Boero ha scritto un grande libro di storia naturale che riporta la natura al centro della nostra cultura. Che nasce osservando animali e piante, non costruendo modelli. La nostra intelligenza è nata fuori dai laboratori: è lì che dobbiamo tornare per capire il mondo che abitiamo.
Che fare quando un testo è scritto male, la sequenza dei contenuti è confusa, i periodi appaiono sintatticamente o logicamente ingarbugliati? Dobbiamo ammettere che c’è un basso grado di elaborazione concettuale nella proliferazione di testi brevi e frammentari presenti in rete e ciò spesso produce effetti sulla loro qualità inversamente proporzionali alla loro quantità. Così come dobbiamo ammettere che sempre più ci si affida acriticamente alla scorciatoia dell’intelligenza artificiale per testi continui e concettualmente elaborati. Come salvaguardare l’efficacia comunicativa di un testo, sia esso breve o lungo? Se lo scrivente adolescente e quello adulto, che scrive per scopi professionali, dispongono di grammatiche, dizionari, prontuari per intervenire sul piano della correttezza risolvendo i dubbi più frequenti, meno numerosi sono gli strumenti pensati per agire sull’efficacia complessiva dei testi. Come provare a risolvere questi problemi? L’idea alla base di questo libro è che affinare le capacità di riscrittura di testi altrui sia un ottimo viatico per imparare a scrivere meglio i propri. A questo fine, Massimo Palermo propone nove itinerari didattici in cui si affrontano le casistiche più ricorrenti di errori sintattici e testuali, con attività di riscrittura migliorativa di testi reali: scritture giornalistiche, saggistica, post sui social media, elaborati scolastici e universitari. Il risultato è un libro diretto a studenti, docenti e adulti che scrivono per scopi professionali, indispensabile per intervenire sull’efficacia dei testi.
Giulio Ferroni dichiara, fin da subito, che il libro nasce da una preoccupazione e da un disappunto: preoccupazione per il danno ambientale, storico, civile, che costituirebbe il progettato ponte sullo Stretto; disappunto (salvo poche eccezioni) per l’indifferenza degli intellettuali di fronte a questa violazione di un luogo capitale dell’identità italiana ed europea, del mito classico, della bellezza, della storia, del lavoro e del dolore umano. Il libro intende mostrare come l’idea stessa di un simile ponte, tanto più nelle tragiche circostanze che il mondo sta vivendo, rappresenti profanazione del lascito del passato e del presente. Non un ‘volano dello sviluppo’, come si sente ripetere, ma un’alterazione definitiva di un habitat naturale e storico, che va difeso fino in fondo. Mito, storia, letteratura, vengono convocate come segni necessari di resistenza alle offese che oggi aggrediscono la natura e la vita. Così, pagina dopo pagina, leggiamo alcuni dei più essenziali racconti e passaggi, immaginari e reali, che nel corso del tempo hanno toccato lo Stretto.
Dieci anni fa una sequenza di scosse fortissime ha distrutto paesi e minato il tessuto sociale di intere comunità. Ad agosto 2016 il sisma colpisce Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto; a ottobre è la volta della Valnerina, Castelluccio e Norcia; infine, a gennaio 2017 Campotosto finisce in macerie. Andrea Mattei percorre il Cammino nelle Terre Mutate, il primo itinerario escursionistico solidale d’Europa, nato per portare vicinanza a questi luoghi: 245 km da Fabriano a L’Aquila attraverso quattro regioni (Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio) e due Parchi nazionali, quello dei Monti Sibillini e quello del Gran Sasso e dei Monti della Laga. 14 giorni a piedi dai forti contrasti, tra paesaggi meravigliosi, una natura in buona parte incontaminata e i segni ancora vivi della distruzione dei terremoti. La storia di comunità perdute ma anche di tante persone che resistono in un Appennino già afflitto dalla piaga dello spopolamento e dell’abbandono. Il racconto alterna la descrizione dei territori attraversati in lunghe giornate solitarie di cammino e l’incontro con persone straordinarie che hanno deciso di rimanere e scommettere sulla possibilità di rinascita. Saranno loro il cuore di questo libro: Erica, monaca di clausura del monastero San Luca a Fabriano, che accoglie viandanti insegnando la Regola benedettina dell’ascolto; Rita, commerciante di casalinghi («in una città senza più case…») di Norcia e anima della comunità locale; Patrizia, l’Ortigiana di Ussita, a cui il sisma ha spazzato via l’orto sinergico e il b&b e che con tenacia oggi riparte; Roberto, il ‘Doctor Monster’ di Campi, che all’indomani del sisma radunò tutto il paese nella Pro Loco appena inaugurata; Stefano, il fornaio di Arquata, l’unico sveglio quella notte del 24 agosto; Assunta, la tessitrice di Campotosto, che dalle macerie ha resuscitato l’antico telaio. Con loro e con molti altri protagonisti, tappa dopo tappa, l’autore si interroga sui tempi lunghissimi della ricostruzione e sul destino delle aree interne del nostro Paese.