Per generazioni di ragazzi, il porno è ormai la principale forma di educazione sessuale. Fin da bambini può capitare inatteso sui loro device con un pop-up e ben presto cominciano a cercarlo e a nutrirsene, scambiando per realtà quella che è solo fiction, a volte estrema. Per gli adulti è una forma di intrattenimento come un'altra, magari usata per dare un po' di pepe alla vita di coppia. Risultato: la macchina del porno macina miliardi, grazie a siti che sono tra i più visitati al mondo. Ma si tratta davvero di un mercato qualunque? Questo libro ricco di dati, notizie e interviste ai protagonisti spiega perché no, non lo è. Racconta chi sono davvero i discreti padroni degli aggregatori pornografici. Indaga i percorsi professionali, i meccanismi economici, le implicazioni sociali di un fenomeno cresciuto fino a raggiungere dimensioni colossali. Denuncia le storie di sfruttamento e violenza. Fa chiarezza sui temi più problematici, come l'uso e l'abuso dell'intelligenza artificiale e la compravendita dei nostri dati personali. Senza falsi pudori né pregiudizi, Lilli Gruber mostra in queste pagine come sia il porno a usare noi, e non viceversa. Per invertire la rotta occorre aprire un dibattito, spezzare il silenzio delle istituzioni e chiedere innanzitutto un'educazione sentimentale e sessuale per i nostri figli e misure per la trasparenza delle pratiche economiche del settore. E impegnarci per recuperare i beni preziosi che la peggiore pornografia online ci ha rubato: l'erotismo, il desiderio e la creatività.
Per quasi un secolo abbiamo potuto dimenticare la guerra, o perlomeno considerarla come qualcosa che ci riguardava più sul piano etico che su quello concreto. Per quasi un secolo abbiamo creduto che le dittature fossero un monito sui libri di scuola o spettri confinati in mondi lontani. E invece oggi siamo qui, in un mondo che brucia ed è nuovamente dominato da logiche imperiali. Che Russia e Cina si muovessero in questa direzione era chiaro da tempo: la vera novità, dirompente e inattesa, sono gli Stati Uniti di Trump, che hanno sconvolto dall'interno l'ordine liberale internazionale che per primi avevano contribuito a costruire. Se noi abbiamo potuto vivere la nostra durevole pace è anche perché c'erano loro a garantirla, ma ora il primo ministro canadese lo ha detto con parole nette: quella in atto "non è una transizione, è una rottura". Attingendo alla potente metafora del "modello di Schweller" queste pagine ci raccontano come la superpotenza americana abbia abbandonato il ruolo del leone che veglia sulla foresta per tornare a vestire quello di lupo affamato in un mondo popolato di altri lupi e di sciacalli pronti a seguirli. In questo scenario, qual è il ruolo degli agnelli che ancora credono nella democrazia? Vittorio Emanuele Parsi ce lo spiega con lucidità e senza sconti, indicando con altrettanta chiarezza a quale conseguenza andremo incontro se non sapremo reagire: la servitù. Questo libro non vuole essere un requiem per le nostre democrazie. Piuttosto, Parsi ci indica cosa possiamo fare per difendere la libertà che abbiamo ereditato dai nostri genitori e dai nostri nonni. La strada esiste. Ma richiede coraggio, onestà, e la capacità di perseguire una via difficile: quella di essere pacifici, ma non imbelli. Quella di rinunciare alla nostalgia e perseguire una strategia nuova, fatta di forza e di fierezza ma anche di capacità di cooperare per difendere lo spazio felice della nostra libertà.
In ogni domenica e in ogni festa dell’anno liturgico, ai credenti è proposta una pagina di Vangelo. Con un ciclo che si ripete ogni tre anni: nel primo (anno A) la prevalenza dei brani è tratta da Matteo, nel secondo (anno B) da Marco e nel terzo (anno C) da Luca, mentre Giovanni e gli Atti degli Apostoli sono utilizzati in tutti e tre gli anni. Queste pagine evangeliche hanno ispirato, come poche altre, la storia dell'arte. Non solo l'arte sacra, ma anche quella nata con altri intenti; l'arte antica e quella contemporanea; l'arte che abita nelle chiese e nei musei e quella che preferisce i muri delle città; l'arte dei pittori e degli scultori, degli illustratori, dei grafici e dei fotografi; l'arte firmata e quella anonima di un disegno infantile. Attingendo a questo straordinario deposito di immagini e di simboli, l'autore propone, per ogni domenica e per le festività dell'anno, una lettura che mette in rilievo aspetti inattesi e tuttavia fondamentali della storia sacra. In questo volume, dedicato all'Anno B nella trilogia "I colori del cielo", oltre cento opere d'arte ci introducono, così, alla comprensione e all'ascolto dei testi evangelicis
Una casa semplice, dal cui portone affacciato sulla strada esce una bimbetta bruna, in attesa di qualcuno a cui comunicare una grande notizia. Inizia così Cosima, con l'indimenticabile figura di una giovane narratrice in attesa. Nelle pagine del romanzo la vedremo crescere, scoprire ancora giovanissima una insopprimibile vocazione letteraria, «ribelle a tutte le abitudini, le tradizioni, gli usi della famiglia e anzi della razza, poiché s'era messa a scrivere versi e novelle», affermarsi come autrice, infine scegliere di lasciare l'isola natia per il Continente. Opera fortemente autobiografica, Cosima è il testamento poetico di Grazia Deledda e nello stesso tempo, per Dino Manca, «il romanzo del nóstos, del ritorno con la memoria a Itaca, al cordone ombelicale mai reciso con la Madre-Terra, a un sentimento del tempo, quello dell'infanzia e dell'adolescenza, irrimediabilmente perduto». Nello stesso tempo, afferma Daniela Brogi, «non è una rievocazione nostalgica», ma «un autoritratto, a distanza, fatto da una scrittrice che sa bene e vuol farci vedere bene in cosa si è trasformata la bambina». Uscito postumo e incompiuto, il romanzo getta luce sull'intera produzione della scrittrice: «è come se Cosima fosse l'esito di tutti i volti di Deledda che rinascono e tornano a casa. E quella casa è la scrittura stessa, sa domo».
La mia conclusione è che, in assenza di guerre devastanti e di forti incrementi demografici, il problema economico potrebbe trovare soluzione, o almeno avvicinarsi visibilmente a una soluzione, nell'arco di un secolo. Ciò implica che il problema economico non costituisce - se guardiamo al futuro - una condizione permanente dell'umanità. A ottant'anni dalla morte di John Maynard Keynes, torna uno dei suoi testi più visionari. Scritto nel 1930, il saggio avanza una tesi radicale: il problema economico non è un destino irreversibile dell'umanità. Keynes prevede che progresso tecnologico e sviluppo delle competenze avrebbero trasformato la condizione umana entro il 2030, riducendo il lavoro necessario e liberando energie a lungo compresse dalla necessità. Riletto oggi, il pronostico richiama le contraddizioni della globalizzazione, interroga le fratture del presente e indica un futuro possibile, fondato su opportunità, consapevolezza e fiducia. Il testo è un banco di prova: cosa impedisce che la promessa di una società oltre il «problema economico» si realizzi? Questa edizione include anche "La fine del «laissez-faire»", riflessione decisiva sui limiti dell'autoregolazione dei mercati. Come ben argomentato nel saggio di Mauro Campus, a fine volume, dai due testi emerge un Keynes ottimista: governare le crisi non basta. Occorre interrogare l'architettura dell'ordine economico e sociale, sfidarne i dogmi e prepararsi a costruire senza esitazioni un futuro collettivo e individuale migliore.
Tra il 1956 e il 1964 Gershom Scholem tenne una serie di conferenze ai Colloqui di Eranos, ad Ascona, in parte rielaborate dall’autore e raccolte in questo volume pubblicato per la prima volta in Germania nel 1970. La sua straordinaria conoscenza della tradizione ebraica gli consente, in poche pagine, di costruire un’architettura tanto agile quanto chiara e approfondita dei concetti fondamentali dell’ebraismo, quali la concezione di Dio, la creazione, la rivelazione, la tradizione e la redenzione, e di seguire il loro sviluppo nella mistica ebraica. In questa nuova edizione, l’ampia e documentata introduzione di Saverio Campanini ricostruisce la vicenda editoriale del libro cogliendo uno degli aspetti più sofferti per Scholem: il rapporto con la lingua madre. Dopo la scelta del filosofo di vivere in Israele e la rinuncia alla cittadinanza tedesca, in equilibrio sul filo dell’identità era anche lui fra quanti «sanno di essere scrittori di lingua tedesca, ma di non essere "tedeschi"», come scrisse riferendosi a Freud, Kafka e Benjamin.
Che cos’è l’Occidente? Una realtà geografica, una costruzione astratta, una sorta di illusione ottica? È l’invenzione di alcuni popoli che hanno tentato di definirsi e, nel tempo, di imporre su altri la propria sovranità, oppure traduce aspirazioni e valori autentici? Questo viaggio parte da un concetto, l’umanesimo - cardine dell’identità occidentale -, per portarci nel cuore della nostra cultura condivisa, da Alessandro Magno ad Annibale e dal mito di Eracle alla predicazione di san Paolo. Entriamo nella tensione tra umano e divino, tra fede e ragione, che percorre la nostra storia. Indaghiamo concetti centrali nell’antichità romana, come virtus, honos e fides, su cui si fondano la vita pubblica e la possibilità stessa di una convivenza. Seguiamo la costruzione della civitas, l’intuizione di un mondo tenuto insieme non solo dalla forza, ma da un diritto condiviso che nasce dalla comune umanità e che dà forza alla res publica. Misuriamo il peso delle religioni e delle autocrazie. Vediamo come la guerra ribalti gli schemi e possa dissolvere conquiste di secoli. Giovanni Brizzi ci guida fino alle radici del nostro modo di pensare, di immaginare il patto sociale, di essere cittadini. Comprendiamo, così, come ciò che accadeva duemila anni fa sia specchio e misura di ciò che accade oggi. Perché la riflessione su cosa siano i valori occidentali, su cosa ne resti e chi ne sia il custode, è una chiave per decifrare la società in cui viviamo e il modo in cui scegliamo di viverci.
Tutto comincia negli anni Trenta, in un laboratorio nel centro di Roma, con una scoperta inizialmente mal compresa, dalla quale nasce un’arma capace di cancellare la nostra stessa civiltà. Rovelli racconta la storia della bomba atomica seguendo il filo sottile che unisce curiosità scientifica, paura, ambizione e responsabilità, in un mondo in cui, con la nuova corsa al riarmo, si riaffaccia in modo drammatico il rischio della catastrofe nucleare. Attraversiamo quasi cento anni tra episodi cruciali e momenti poco noti, dalle ricerche di Enrico Fermi e del gruppo di fisici europei prima della guerra, al Progetto Manhattan e ai bombardamenti atomici americani su Hiroshima e Nagasaki, che causarono oltre 200.000 morti civili; dai dimenticati tentativi italiani di dotarsi di una bomba atomica propria, fino alla situazione attuale, in cui l’Italia, senza che ci sia stata una discussione pubblica su questa scelta, ospita bombe atomiche altrui. Perché la bomba non è stata realizzata in Germania, la nazione scientificamente più avanzata dell’epoca? Perché gli scienziati, rimasti separati da una parte e dall’altra del conflitto mondiale, non sono stati capaci di comprendersi? Cosa insegna il fatto che la Corea del Nord, che ha scelto di avere la bomba, è rimasta intatta, mentre la Libia, che vi ha rinunciato, è un paese devastato? Perché gli Stati Uniti hanno usato l’atomica in Giappone a guerra praticamente vinta? Quanto è diventata instabile oggi, con la crescita del numero delle grandi potenze nucleari, la logica della deterrenza, cioè il fragile equilibrio del terrore? Con il suo stile chiaro e rigoroso, Rovelli non offre risposte consolatorie, ma ci mette di fronte a questioni concrete. Ci ricorda gli innumerevoli malintesi e gli errori di giudizio da parte della politica, che nel passato hanno portato a massacri insensati, e ci invita a chiederci se non ne stiamo facendo di simili. Ci spinge a interrogarci sul rapporto tra conoscenza e responsabilità individuale e collettiva. "La cattiva coscienza dei fisici" diventa così la storia di una scoperta straordinaria e, insieme, la cronaca di una questione oggi ignorata ma drammaticamente urgente.
Il volume in ricordo di Vittorio Cigoli raccoglie i contributi di colleghi e allievi di diverse generazioni, italiani e stranieri, che hanno lavorato con lui su temi e in ambiti che riguardano la psicologia clinica e la psicologia sociale, le pratiche di ricerca e quelle dell’intervento, la formazione e l’insegnamento. A partire dal pensiero teorico e applicativo di Vittorio Cigoli, gli Autori evidenziano diversi aspetti peculiari del fare psicologia, riconducibili però a un medesimo modo di sentire e vedere la scienza psicologica nella sua complessità e sempre in ricerca di verità. Il libro si articola in tre parti, precedute da una bibliografia ragionata delle pubblicazioni di Vittorio Cigoli e da una selezione delle sue parole, raccolte come frammenti di un’eredità che continua a interrogare e a generare. La prima parte del volume è dedicata ai fondamenti epistemologici del Modello Relazionale-Simbolico a cui Cigoli ha rivolto grande parte dei suoi studi e delle sue ricerche: l’origine psicodinamica, il dialogo con altri paradigmi teorici contemporanei, l’importanza del livello simbolico nelle relazioni, la funzione dei rituali e delle feste nell’esperienza umana, il ruolo dell’immagine per accedere alla relazione, lo sguardo relazionale delle dinamiche comunitarie e l’intreccio indissolubile tra ricerca e clinica. La seconda parte tratta alcuni temi che hanno attraversato tutto il lavoro di Cigoli: la continuità e la trasformazione dei legami familiari a fronte di eventi come la separazione e il divorzio, l’affido e l’adozione, la malattia. I contributi evidenziano inoltre gli apporti del suo pensiero clinico alla terapia e alla mediazione familiare, nonché le opportunità del lavoro in ambito sociale e comunitario. La terza parte, infine, restituisce il dialogo profondo con i colleghi italiani e internazionali che Vittorio Cigoli ha coltivato con generosità e curiosità intellettuale. Contributi di: Monica Accordini, Caterina Arcidiacono, Filippo Aschieri, Marta Bonadonna, Donatella Bramanti, Scott W. Browning, Giulio Costa, Antonello D’Elia, Federica Facchin, Paola Farinacci, Stephen E. Finn, Chiara Fusar Poli, Marialuisa Gennari, Caterina Gozzoli, Ondina Greco, Raffaella Iafrate, Davide Margola, Elena Marta, Costanza Marzotto, Aldo Mattucci, Sara Molgora, Marina Mombelli, Matteo Moscatelli, Corrado Pontalti, Camillo Regalia, Rosa Rosnati, Emanuela Saita, Eugenia Scabini, Giancarlo Tamanza, Carles Pérez Testor, Luciano Tonellato, Marcellino Vetere.
Noto per le sue ricerche pionieristiche sul romanzo giudaico in età ellenistica, in questo commento Lawrence Wills affronta uno degli scritti chiave nel dibattito sulla funzione della letteratura d’invenzione nel canone biblico. Il testo annotato in tutti i suoi risvolti sia testuali sia storici, sia ermeneutici ed esegetici, è preceduto da un’introduzione tanto approfondita quanto interessante e stimolante, che spazia dalle problematiche tradizionali alla ricezione del libro e della figura di Giuditta nelle arti anche visive e operistiche. Arricchito di numerosi excursus su personaggi e temi del libro, oltre che di un inserto iconologico spiegato e commentato, il lavoro di Wills è l’illustrazione avvincente della ricchezza di un testo tutt’altro che secondario, sia come scritto antico e biblico sia come opera la cui fortuna non ha fino a oggi conosciuto flessioni.
È possibile gestire una "proprietà" con "libertà", cioè senza appropriarsene, e con "cura", cioè con responsabilità? A modello di tale necessità e possibilità è stato assunto Francesco D’Assisi con la sua scelta di vivere "senza nulla di proprio". Cosa significa veramente essere liberi in un mondo ossessionato dal possesso e dalla scalata sociale? In questo saggio profondo e illuminante, Pietro Maranesi, frate cappuccino, teologo e tra i maggiori esperti della vicenda umana e spirituale di Francesco d’Assisi, rilegge la figura del Santo: non solo un uomo che ha scelto la povertà, ma un rivoluzionario che nel vivere sine proprio (senza nulla di proprio) ha scoperto la chiave per una libertà responsabile, autentica e "leggera". Nella storia delle società umane come noi le conosciamo, la questione della proprietà personale e privata è strettamente legata alla questione del potere. Possedere qualcosa - case, terreni, oggetti, denaro - impone di poter mantenere e difendere quel che si possiede, creando così uno stretto rapporto di mutua dipendenza: la proprietà, con l’onore che ne consegue, chiede "potere" per essere difesa e dà "potere" per essere accresciuta. Anche Francesco d’Assisi, il Santo che la storia e la fede tramandano come colui che ha rifiutato di possedere beni terreni, ha vissuto profondamente questo intreccio, tanto da sperimentarne ogni difficoltà. In quel giovane, figlio di un ricco mercante, avviene il rovesciamento radicale delle "normali" prospettive esistenziali: una scelta da lui avvertita come unica soluzione per liberarsi dalle conseguenze spietate e spesso violente imposte dalla gestione della proprietà mediante l’esercizio del potere. Questo testo è una guida sapienziale per chiunque cerchi di conciliare libertà e responsabilità nella gestione dei propri "beni", materiali o spirituali che siano. Un viaggio alle radici dell’umano, per scoprire che la vera ricchezza inizia dove finisce il desiderio di possedere.
Il volume si propone come un percorso guidato alla scoperta dei luoghi e dei segni francescani a Venezia, con l’obiettivo di intrecciare storia, arte e spiritualità in una narrazione accessibile e coinvolgente. Attraverso un approccio che unisce la dimensione storica a quella esperienziale, la guida accompagna il lettore tra chiese, conventi, opere d’arte e testimonianze della presenza francescana, offrendo al contempo approfondimenti storico‑artistici e spirituali. L’opera intende valorizzare anche gli angoli meno conosciuti della città, proponendo itinerari alternativi ai percorsi turistici consueti, per favorire una conoscenza più autentica e contemplativa di Venezia.