
L’opera rappresenta un unicum nel panorama degli studi grafologici in quanto si configura come il primo volume dedicato allo studio della grafologia comparata. Non si tratta solo di una semplice ricostruzione storica della disciplina né di una rassegna delle teorie dei più importanti pionieri ma anche di un dialogo strutturato tra le principali scuole europee che, pur nelle loro differenze linguistiche, culturali e metodologiche rivelano una comune propensione verso la comprensione del carattere dell’individuo attraverso l’interpretazione del gesto grafico. "Lineamenti di grafologia comparata" si pone, dunque, lo scopo di mostrare ai lettori come quelle che a prima vista sembrano divergenze tra i diversi approcci siano, in realtà, preziosi punti di contatto: diversità che non dividono ma si completano; prospettive che non si escludono ma si integrano in un’ottica di arricchimento reciproco.
Il volume in ricordo di Vittorio Cigoli raccoglie i contributi di colleghi e allievi di diverse generazioni, italiani e stranieri, che hanno lavorato con lui su temi e in ambiti che riguardano la psicologia clinica e la psicologia sociale, le pratiche di ricerca e quelle dell’intervento, la formazione e l’insegnamento. A partire dal pensiero teorico e applicativo di Vittorio Cigoli, gli Autori evidenziano diversi aspetti peculiari del fare psicologia, riconducibili però a un medesimo modo di sentire e vedere la scienza psicologica nella sua complessità e sempre in ricerca di verità. Il libro si articola in tre parti, precedute da una bibliografia ragionata delle pubblicazioni di Vittorio Cigoli e da una selezione delle sue parole, raccolte come frammenti di un’eredità che continua a interrogare e a generare. La prima parte del volume è dedicata ai fondamenti epistemologici del Modello Relazionale-Simbolico a cui Cigoli ha rivolto grande parte dei suoi studi e delle sue ricerche: l’origine psicodinamica, il dialogo con altri paradigmi teorici contemporanei, l’importanza del livello simbolico nelle relazioni, la funzione dei rituali e delle feste nell’esperienza umana, il ruolo dell’immagine per accedere alla relazione, lo sguardo relazionale delle dinamiche comunitarie e l’intreccio indissolubile tra ricerca e clinica. La seconda parte tratta alcuni temi che hanno attraversato tutto il lavoro di Cigoli: la continuità e la trasformazione dei legami familiari a fronte di eventi come la separazione e il divorzio, l’affido e l’adozione, la malattia. I contributi evidenziano inoltre gli apporti del suo pensiero clinico alla terapia e alla mediazione familiare, nonché le opportunità del lavoro in ambito sociale e comunitario. La terza parte, infine, restituisce il dialogo profondo con i colleghi italiani e internazionali che Vittorio Cigoli ha coltivato con generosità e curiosità intellettuale. Contributi di: Monica Accordini, Caterina Arcidiacono, Filippo Aschieri, Marta Bonadonna, Donatella Bramanti, Scott W. Browning, Giulio Costa, Antonello D’Elia, Federica Facchin, Paola Farinacci, Stephen E. Finn, Chiara Fusar Poli, Marialuisa Gennari, Caterina Gozzoli, Ondina Greco, Raffaella Iafrate, Davide Margola, Elena Marta, Costanza Marzotto, Aldo Mattucci, Sara Molgora, Marina Mombelli, Matteo Moscatelli, Corrado Pontalti, Camillo Regalia, Rosa Rosnati, Emanuela Saita, Eugenia Scabini, Giancarlo Tamanza, Carles Pérez Testor, Luciano Tonellato, Marcellino Vetere.
Come si sopravvive al dolore di chi abbiamo di fronte? Come non farsi travolgere, quando sembra occupare tutto lo spazio disponibile? Esiste un confine sottile in cui la professione diventa missione e i progetti personali di vita cedono spazio alla compassione; è in questo territorio che si muovono i testimoni intervistati da Marina Piccone: medici, missionari, psicoterapeuti, caregiver e volontari che hanno scelto di non distogliere lo sguardo, ma di restare. Con un mosaico di esperienze di dedizione e prossimità, il testo esplora il lavoro invisibile della cura e il suo costo emotivo e fisico, dando voce a chi tocca con mano le ferite del mondo sino, a volte, a farsi spezzare il cuore… ma senza mai soccombere! Le testimonianze raccolte mostrano quanto il confine tra chi cura e chi è curato sia fragile, e come l’esposizione continua al dolore dell’altro possa lasciare tracce profonde, spesso ignorate dal discorso pubblico e dalle istituzioni. E se la geografia del dolore che si traccia in queste pagine interroga il nostro modo di intendere il gesto di responsabilità e di cura, restituisce al contempo dignità a un’esperienza fondamentale eppure marginalizzata, nella sua capacità umana di generare speranza tramite la forza rivoluzionaria della tenerezza.
Le esperienze di pre-morte (near death experience, NDE) si verificano in individui in prossimità della morte per cause varie e sono stati studiati a fondo dal punto di vista scientifico. Includono un potenziamento della coscienza, percezioni extracorporee, talora verificate, il percorso in un tunnel che sfocia in un ambiente luminoso, un’esperienza di pace, benessere e amore, l’incontro con persone defunte, entità angeliche o addirittura divine e una rapida revisione della vita trascorsa. Sono fenomeni frequenti che spesso inducono un radicale e persistente cambiamento dei valori esistenziali e della credenza in Dio e in una vita eterna oltre la morte fisica. Alcuni studiosi li considerano allucinazioni prodotte da aree cerebrali sofferenti o elaborazioni psicologiche a carattere consolatorio. Per altri suggeriscono che l’io umano cosciente non sia solo il prodotto della rete neuronale e che esista una dimensione del reale che trascende quella materiale.
Un invito a riconciliarsi con se stessi, lasciare le paure e uscire dalla comfort zone per abbracciare il cambiamento. Con linguaggio chiaro e tono empatico, Francesca Bisogno intreccia la concretezza del coaching con la profondità della fede cristiana, guidando il lettore in un cammino di consapevolezza e libertà interiore. Attraverso esempi concreti, riflessioni e spunti pratici, imparerai a compiere piccoli passi, scegliere nuove parole e prendere decisioni nuove, ritrovando equilibrio e direzione. Così ogni storia personale può trasformarsi - e diventare, davvero - tutta un’altra storia.
"Tore my shirt to stop you bleedin'... Na na na". La canzone di Billie Eilish martella nella testa di Giulia, a battiti ritmici. È una canzone che parla della fine di una festa e trasuda sangue e dolore. Giulia non riesce a capacitarsi, con i suoi diciassette anni, di essere finita in commissariato, sotto il fuoco di fila di domande dei due poliziotti. Non riesce proprio perché a Monchi, il piccolo e tranquillo paese dove abita - villette, giardini curati, famiglie che si riuniscono per celebrare compleanni - il sangue e il dolore sembrano appartenere a un universo lontano, ed è inconcepibile assistere alla corsa disperata di un'ambulanza che trasporta, in bilico tra la vita e la morte, un bambino di otto anni con il corpo dilaniato dalle coltellate. Giulia è davanti agli investigatori per aiutarli a individuare il responsabile: perché quel bambino, Filippo Costa, lei lo conosce e con la sua famiglia ha un legame speciale. Rispetto ai genitori "disastrosi" di Giulia, i Costa sono sempre stati un sogno: presenti per i figli, esemplari nel loro equilibrio tra sport, educazione e alimentazione sana, mai un litigio, mai un urlo, mai uno schiaffo. Un'ottima famiglia. Quando le indagini si concludono e la verità viene stabilita, di bocca in bocca, e sugli schermi di tutti, rimbalzeranno giudizi senza appello: "mostro", "diavolo", "segreti morbosi". Ma attraverso il racconto e lo sguardo di Giulia, Stefania Andreoli ci svelerà, come sempre senza fare sconti, una verità molto più complessa e inafferrabile. E molto più spaventosa. Perché, al di là delle etichette, il male può nascere dalle azioni che appaiono più innocue, può annidarsi tra ingranaggi lucidi e perfettamente oliati. L'unico modo per vederlo, e per prevenirlo ed evitarlo, è accorgersi del vuoto di gesti e di emozioni che può aprirsi dietro un'apparenza regolare, rassicurante, quasi banale.
È una storia come tante che inizia in un appartamento di una città italiana. Una famiglia formata dai genitori e due figli, una vita scandita dal lavoro, dalle abitudini, dalle relazioni quotidiane. Ma dentro questa normalità nasce qualcosa di nuovo: Mario fin da piccolo sente di appartenere a un mondo diverso da quello che il corpo gli assegna. Vittorino Andreoli ci porta dentro le domande di un adolescente, quelle comuni insieme alle più profonde: chi sono davvero? La mia identità è scritta nel corpo o esce dai miei desideri, dai miei legami, dalla mia mente? Ne emerge una narrazione intensa che intreccia vita familiare, riflessioni psicologiche e un profondo pensiero esistenziale, che restituisce una prospettiva nuova sul tema dell’identità di genere. Una storia di crescita con al centro la ricerca di sé, che distingue la percezione di come si è da come invece si vorrebbe essere. Dove la diversità diventa la chiave per comprendere il senso di ciascun giovane e del mondo relazionale in cui si trova a vivere. Un testo coraggioso, attuale e profondamente umano, che non giudica ma ascolta, non spiega ma accompagna. Un invito a capire che l’identità di genere non è una gabbia biologica ma un processo, un cammino di integrazione affettiva e sociale.
Nell’antichità i greci usavano due termini diversi per definire il tempo: chronos per indicare lo scorrere dei minuti (e quindi la sua natura quantitativa) e kairos per indicare la natura qualitativa dello stesso, ovvero l’abilità di fare la cosa giusta al momento opportuno. Una delle sensazioni più comuni oggi è quella di sentirsi sempre fuori tempo, in ritardo rispetto alla vita. Ma ciò che proviamo è il bisogno di essere schiavi del tempo che scorre o vogliosi di un tempo vissuto? Spesso ci perdiamo nella classica frase «Scusa, non ho tempo…», lo facciamo in maniera convinta, quasi come se la categoria temporale non dipendesse da noi, bensì il contrario. I rischi del chronos sono dietro l’angolo: la tendenza a sentirsi fuori tempo ci induce spesso a sentire il vuoto della frenesia per poi fuggire in un altrove che ci ripropone gli stessi nuclei problematici. Alfredo Altomonte con questo testo ci dice che non è mai troppo tardi per cambiare strada, per sentirsi amati e amare. Non è mai troppo tardi per diventare sé stessi. Per farlo, però, dobbiamo ricominciare a respirare. Respirare è inteso come stare, stare nel vuoto, sentirlo e non fuggire, mentre tutti invitano a correre, riempire il vuoto con le cose del mondo. Nessuno, o quasi, dice invece che ogni tanto è giusto fermarsi, che va bene anche quando ci si sente persi e che non si è rotti solo perché non si sa dove si sta andando.
Chiedersi se siamo felici, se lo siamo stati o se speriamo di poterlo essere, può sembrare un esercizio provvisorio e perfino ingenuo, ma alla fine è l'unica domanda che ha un senso compiuto. Ci sono libri che sfuggono alle rigide classificazioni di critici ed editori, e, parlando al cuore dei lettori, li accompagnano nel percorso spesso difficile e a volte esaltante della vita quotidiana. Sono libri capaci di indagare l'enigma della mente e l'abisso del cuore, rivelando l'unicità irriducibile di ogni essere umano e, al tempo stesso, le costanti che abitano in noi. È il caso delle Confessioni di Sant'Agostino, dei Saggi di Montaigne, dei Pensieri di Pascal, dello Zibaldone di Leopardi. E forse è il caso di "Riprendersi l'anima" di Paolo Crepet. Frugando nel proprio animo e nella propria memoria come in un bazar, per trovare sempre l'universale nascosto dietro ogni particolare, Crepet scrive il suo libro più importante, un antidoto contro l'omologazione, contro i rischi della tecnocrazia e della violenza sotterranea ed esplicita che percorre i nostri tempi. Davanti alla tentazione di cedere a chi vuole annientarci, con la guerra, con il controllo, con la tentazione di rinunciare al fuoco che arde in noi, Crepet ricorda a sé stesso, e a chi decide di intraprendere questo viaggio con lui, per cosa vale la pena vivere. Ci ricorda che l'ombra e la luce, la musica e il silenzio, la quiete e il desiderio sono tutti momenti essenziali della nostra vita. Ci fa vedere come siano necessari il caldo e il freddo e quanto il tiepido, invece, sia un pericolo, un'anestesia che ottunde i nostri sensi e le nostre emozioni. Alternando sapientemente riflessioni profonde, ricordi personali e storie meravigliose - come quella del corniciaio che non riusciva a lavorare a Guernica di Picasso, o di Mike, motociclista il cui amore ha saputo guarire una bambina - Crepet mette in scena il meraviglioso teatro delle emozioni umane e ci mostra con una chiarezza partecipe e commossa come respingere l'apatia, lo sconforto, la tentazione di cedere a chi ci vuole spenti. E, soprattutto, come riprenderci l'anima.
La quinta edizione italiana del manuale di Psicologia generale conferma e rinnova un progetto didattico pensato per introdurre gli studenti universitari allo studio scientifico della psicologia con rigore e chiarezza. La trattazione integra contributi della ricerca europea e italiana, mantenendo al contempo il solido impianto del testo originale, strutturato per capitoli tematici. Il testo si adatta così con flessibilità ai corsi di laurea triennali in Psicologia, ma anche in Scienze della formazione e Scienze sociali, offrendo livelli differenziati di approfondimento e materiali di supporto per i docenti. Tra gli aggiornamenti più rilevanti, si segnalano i nuovi approfondimenti su disturbi dell’apprendimento, invecchiamento, fake news ed effetto Flynn, oltre a una riorganizzazione completa dei capitoli su motivazione, emozioni e benessere psicologico, resi più accessibili ed esaurienti. Il volume si conferma dunque un riferimento solido e aggiornato per la formazione di base in psicologia, in equilibrio tra la tradizione scientifica internazionale e le esigenze della didattica universitaria italiana.
Viviamo in un’epoca in cui siamo costantemente connessi: un messaggio è sufficiente per raggiungere chiunque, ovunque. Eppure, mai come oggi ci sentiamo soli. La "connessitudine" è la solitudine mascherata da connessione: una condizione in cui le relazioni appaiono superficiali, i legami fragili, e la presenza degli altri non colma il vuoto che sentiamo dentro. Questo libro esplora, con un approccio psicologico accessibile, le cause profonde della solitudine relazionale nel mondo iperconnesso: dall’isolamento emotivo nelle coppie alla mancanza di empatia nei rapporti sociali, fino alla dipendenza da stimoli digitali che anestetizzano il vero incontro umano. Attraverso esempi, riflessioni e strumenti pratici, Siamo soli? guida il lettore verso una consapevolezza più profonda del proprio modo di entrare in relazione. Un invito a ritrovare connessioni autentiche, con gli altri, ma soprattutto con sé stessi. Perché, se impariamo a stare con la nostra solitudine, impariamo anche a incontrare quella degli altri. E lì, in quell’incontro, la solitudine può diventare compagnia. L’attenzione è la prima lettera dell’alfabeto dell’amore: è il dono di essere presenti, di ascoltare con il cuore e di coltivare la cura che dà vita a ogni relazione.
Lo psichiatra e psicoterapeuta viennese Bonelli racconta 70 casi clinici e offre una rassegna di malattie immaginarie di pazienti impantanati dentro fisse e manie di vario tipo: dalla bellezza alla magrezza, dall’ansia di prestazione alla salute a tutti i costi. Da qui emerge che l’utopia di riuscire a fare tutto nel modo giusto e di essere impeccabili di fronte agli altri assicura fallimento e delusione di ritorno. Il quadro delle sofferenze spirituali odierne che Bonelli dipinge, dimostra che solo chi è in grado di accettarsi con i propri difetti e la propria imperfezione ha la possibilità di essere felice.

