
Un'analisi spietata e appassionata sull'eclissi della democrazia e sui rigurgiti di fascismo nella politica contemporanea. A partire dalle parole tossiche che minacciano la convivenza e normalizzano le grammatiche della disumanizzazione, Nichi Vendola traccia una continuità inquietante tra gli ‘anni feroci' del Novecento e il presente. Un pamphlet civile di chi sa che la libertà non si perde solo per soppressione, ma anche per superficialità, pigrizia culturale, indifferenza al dolore degli altri, assuefazione al male. Il fascismo non è un capitolo chiuso. È una possibilità sempre aperta, che torna quando la società rinuncia alla giustizia in nome dell'ordine, quando la disuguaglianza viene spacciata per legge di natura, quando la politica smette di cambiare il mondo e si limita ad amministrare un presente cupo e feroce. In questo libro, Nichi Vendola attraversa il Novecento e il presente con uno sguardo insieme storico e politico, letterario e civile. Dalle origini del fascismo italiano - il trauma della Grande Guerra, il rimosso coloniale, la parabola di Mussolini - all'analisi dei suoi interpreti più lucidi: Gramsci, Togliatti, Gobetti; dall'Olocausto - Auschwitz, la persecuzione degli ebrei, il Porrajmos dei rom e sinti, il triangolo rosa degli omosessuali, l'internamento dei malati di mente - alle metamorfosi contemporanee del fascismo: il sovranismo, il trumpismo, l'internazionale nera delle destre radicali, la guerra come grammatica del potere globale. Ma il libro non si ferma alla storia. Interroga il presente: le politiche migratorie che trasformano il soccorso in reato, la militarizzazione della società e del sapere, il negazionismo climatico e pandemico, il genocidio di Gaza, la manipolazione della memoria storica. E si misura con le grandi domande della democrazia contemporanea: perché le masse possono desiderare la propria sottomissione? Come si costruisce il consenso al male? Come si riconosce la disumanizzazione quando cambia nome e si fa rispettabile? Scritto con la densità argomentativa del saggio e la forza evocativa della letteratura, "Il vizio della ferocia" è un atto di resistenza intellettuale e civile. Un libro che non consola, ma illumina.
Attraversiamo metropoli futuristiche e hutong, locali fumosi e campi di ginseng, antichi principi confuciani e intelligenza artificiale, neomarxismo e ipercapitalismo. Incontriamo l'ambiguo funzionario del Partito comunista, l'operosa dottoressa di Wuhan, l'eterea vlogger della Cina rurale, l'astro della letteratura fantascientifica, la giovanissima attivista per l'ambiente. Addentriamoci nella Cina nuova, quella che scopriamo appena smettiamo di leggerne soltanto la superficie. I cambiamenti attraversati dalla Cina in poco più di cinquant'anni sono così profondi che, nella storia di altri paesi, analoghe trasformazioni hanno impiegato secoli per affermarsi. Là dove oggi si innalzano grattacieli sbalorditivi, fino a pochi anni fa c'era solo campagna. Moltissimi giovani, figli di operai e nipoti di contadini, sono arruolati nel settore hi-tech più dinamico al mondo. Il mastodontico inquinamento industriale si affianca alla più avanzata ricerca sulle energie sostenibili. Ma nonostante sia apparentemente tutta proiettata verso il futuro, la Cina contemporanea ha radici che affondano in un passato millenario, al quale spesso attinge traendone valori, idee, strategie che usa nel confronto sempre più serrato con l'Occidente. Oggi da un lato c'è la Cina che si consolida sempre più come potenza internazionale, unica alternativa credibile a quella americana; dall'altro, al suo interno, non riesce più a convincere i giovani che lavorare duramente serva davvero a migliorare la propria posizione sociale e a promuovere l'idea di un progresso infinito. È questo il tema dell'ultimo capitolo che aggiorna questa nuova edizione del libro. Simone Pieranni, tra i massimi esperti di Cina, ci immerge nella sua atmosfera e smonta quel volto apparentemente contraddittorio che si mostra allo sguardo della owai, dello straniero.
Che cos’è davvero la modernità e in quale punto della storia ci troviamo oggi? Lucido e provocatorio, questo libro indaga le radici e gli sviluppi del "Moderno" - quella cruciale fase storica della civiltà occidentale inaugurata dal pensiero di Cartesio e ancora operante nelle nostre vite. Adottando il rigoroso metodo interpretativo di Augusto Del Noce, l’autore non si limita a una cronaca degli eventi, ma legge la storia moderna e contemporanea nella sua essenza più profonda: come "storia filosofica". Attraverso la lente delnociana, la nostra epoca contemporanea rivela il suo volto più inquietante: quello di una tarda modernità in cui si è affermato e consolidato un pervasivo nichilismo di massa. Ma in questo viaggio filosofico, tra le derive del presente, l’autore non è solo. Ad accompagnarlo c’è un complice inaspettato: il latinorum. Con un fraseggiare in un latino "birbone", ironico e dissacrante, il testo si snoda tra i concetti chiave del pensiero occidentale utilizzando la lingua di Cicerone. Un espediente letterario che avrebbe fatto sorridere Alessandro Manzoni e che richiama irresistibilmente l’arguzia - e le resistenze - di uno dei personaggi più celebri dei Promessi Sposi: Don Abbondio.
«Quando c’era lui», ripetevano i nostalgici, «i treni arrivavano in orario». Oggi quella formula si rovescia e diventa l’atto d’accusa più tagliente contro chi governa. «Da quando c’è lei» si pagano più tasse, i treni viaggiano in ritardo, i giovani hanno ripreso la via dell’estero, benzina e spesa costano di più e l’Italia è diventata meno sicura. Il governo di Giorgia Meloni è il più longevo della storia repubblicana. Ma con quale stabilità e a quale prezzo per il Paese? Matteo Renzi scava dietro la propaganda dei numeri, non limitandosi a mettere in fila i fallimenti del Governo Meloni, ma lanciando proposte per un centrosinistra che può tornare a vincere, per un Paese che può tornare a crescere. Un pamphlet al vetriolo che smonta le bugie del potere e detta l’agenda dell’opposizione in vista delle elezioni del prossimo anno.
Negli ultimi decenni l’idea di progresso - centrale nella modernità - sembra aver perso gran parte della sua forza normativa e simbolica: tra crisi ecologica, disuguaglianze globali, guerre e regressioni democratiche, in molti ne sottolineano aporie e ambivalenze, fino a rifiutarla del tutto. Ma senza una categoria comparativa e orientativa come quella di progresso, come possiamo definire alcune politiche "progressiste" o, viceversa, reazionarie? In altre parole: pur con tutti i suoi limiti, possiamo davvero fare a meno del concetto di progresso? Con contributi, tra gli altri, di: Stefano Petrucciani, Amy Allen, Telmo Pievani, Lea Ypi, Adriana Cavarero, Axel Honneth, Giovanna Vertova, Jonathan White, Paolo Flores d'Arcais, Roberto Mordacci.
Cosa è successo alla società israeliana dopo tre anni di guerra permanente e totale? Chi parla, oggi, per Israele? «Poche sono le persone che si sono immerse nel dramma del Medio Oriente con coraggio, profondità e umanità come Francesca Caferri. La sua scrittura è intensa e ci restituisce una lettura profonda e onesta di una delle regioni più difficili del mondo.» David Grossman Dal 7 ottobre del 2023, Israele si è presentato al mondo come una fortezza sotto assedio. Una piccola Sparta pronta a rispondere colpo su colpo alle aggressioni, senza incertezze e dubbi. Una società unita dal dolore e dalla volontà di sopravvivere, da cui sono banditi coloro che obiettano e dissentono. Ma siamo sicuri che Israele abbia una sola faccia o invece ce ne sono mille che si contraddicono, si ignorano, si temono a vicenda? Come è possibile che un leader accusato di corruzione in patria e di crimini contro l'umanità alla Corte dell'Aja continui a governare con il consenso della maggioranza? Per rispondere a queste domande, Francesca Caferri ha fatto un viaggio dentro la società israeliana con gli strumenti del buon giornalismo: le scarpe consumate sul campo, le interviste cercate e conquistate, lo sguardo capace di stare sui fatti. Così, ci porta dagli elettori della destra radicale e dai pacifisti ostinati e sempre più soli, dai media sotto pressione e dagli imprenditori che guardano dall'altra parte. E poi in Cisgiordania, a toccare con mano l'espulsione dei palestinesi. Voci che in Israele non hanno quasi mai diritto di parola, ma che finalmente riusciamo ad ascoltare. Sullo sfondo resta proprio Gaza, con i suoi morti e la sua distruzione. E anche una domanda che percorre tutto il libro: come può Israele non vedere ciò che indigna il resto del mondo? E non capire le conseguenze - pericolosissime - di questi anni di guerra?
Il nazionalcapitalismo è capitalismo, anche spinto, ma incorniciato nel quadro della nazione e dell'interesse nazionale. Non è un'idea nuova. È il terreno da cui sono nate le due guerre mondiali. Perché le destre nazionaliste e illiberali vincono ovunque, dall'Europa agli USA? Non per caso, non per rabbia popolare, non per la crisi della sinistra. C'è una logica, un progetto, un nome: nazionalcapitalismo. Una visione che conserva tutte le caratteristiche del capitalismo, ricollocandole nella cornice ideologica della nazione e dell'interesse nazionale, presidiati da un governo elettivo autoritario. Il nazionalcapitalismo si contrappone alla globalizzazione dell'economia, della politica e della cultura che, dopo la caduta del Muro di Berlino, ha investito gran parte del mondo. Contrariamente alle promesse, non tutti ne hanno beneficiato: ci sono stati i perdenti della globalizzazione. Il messaggio per loro è semplice: voi siete perdenti non per colpa del capitalismo, ma della sua globalizzazione e di chi l'ha voluta. Questa forma di capitalismo imbevuto di nazionalismo e autoritarismo non è un'idea nuova: è il brodo di coltura delle due guerre mondiali. Oggi si ripresenta con nuove vesti, nuovi algoritmi, nuovi nemici da indicare, ma con la stessa visione. Una menzogna precisa, efficace, pericolosa.
Sono aumentati i conflitti armati e le vittime di guerra in cifra assoluta, ma non in rapporto al numero crescente di stati e di abitanti della Terra. Le guerre sono cambiate. È aumentato il numero di attori non statali, come Hamas e i separatisti filorussi del Donbass in Ucraina. E le guerre si sono imbastardite: solo raramente sono scontri campali tra eserciti, più spesso si fa uso di missili, droni, attentati contro civili. Ma perché la guerra è tornata prepotente? Gli storici dicono che le guerre sono sempre esistite e sempre esisteranno. Ma lo stesso si può dire delle paci. Le guerre sono frutto di decisioni politiche di uomini contro altri uomini. Non sono il prodotto ineluttabile di una natura umana malvagia. Siamo capaci di guerra e di pace. Dipende dalle circostanze: c'è stato un periodo di pace sostanziale subito dopo la fine della Guerra Fredda, grazie alle operazioni di peacekeeping condotte dai caschi blu dell'ONU. Potremmo e dovremmo farlo anche oggi. Conoscere la storia ci può aiutare a capire come possiamo fare la pace e renderla duratura.
Il neoliberalismo non è stato sconfitto dai suoi nemici. È stato tradito dai suoi stessi trionfi: una Cina diventata superpotenza, le élite occidentali sempre più ricche e separate dal resto, le classi medie erose dall'interno. Questi tre esiti erano inevitabili: Branko Milanovic ci spiega perché e cosa ci aspetta ora. Branko Milanovic è l'economista che per primo ha dato una risposta in numeri a una delle grandi questioni del nostro tempo: perché la globalizzazione ha arricchito miliardi di persone in Asia e, al contempo, ha svuotato le classi medie occidentali? In questo libro, il più ambizioso della sua carriera, allarga il campo di indagine e racconta come quei numeri abbiano ridisegnato il mondo intero. Il filo conduttore si può riassumere in una domanda semplice e decisiva: perché è finita l'egemonia neoliberale che sembrava destinata a durare per sempre? Milanovic individua due cause. La prima: la globalizzazione ha reso la Cina una superpotenza economica e geopolitica, innescando una reazione degli altri paesi che ha sgretolato l'ordine liberale internazionale. La seconda: dentro le democrazie occidentali lo stesso sistema ha prodotto una nuova élite - colta, benestante, cosmopolita - che ha accumulato redditi da lavoro e da capitale insieme. Un fenomeno inedito che l'autore chiamaomoplutia. Il rancore di chi è rimasto fuori ha alimentato la rivolta populista e messo fine, di fatto, all'ideologia dominante degli ultimi quarant'anni. Milanovic scrive da economista, ma pensa da storico e argomenta da intellettuale civile. Il risultato è un grande saggio - nella tradizione di Polanyi e di Hirschman - capace di spiegare perché il mondo di oggi assomiglia così poco a quello promesso trent'anni fa.
«Pur tra prolungate eclissi, la parola ‘democrazia' è sopravvissuta, nel corso di due millenni e mezzo, apparentemente uguale a se stessa. Ma dietro quella facciata immobile sono transitati vari e assai diversi contenuti. Fino all'attuale perdita di senso.» Se la storia delle parole è un indicatore dei mutamenti che accadono nella realtà, ciò è più vero che mai nel caso della abusatissima e strattonata parola ‘democrazia'. Il concetto che esprime è di per sé dirompente: non a caso fu a lungo intesa come sinonimo di ‘rivoluzione sociale' e perciò avversata. I tanti aggettivi che l'hanno accompagnata nei secoli hanno avuto e hanno come obiettivo quello di limitarne gli effetti, o invece di sottolinearli, o addirittura di farle dire il contrario di ciò che essa esprime. Nel corso del tempo, e - fenomeno straordinario - da un capo all'altro del pianeta, la parola ‘democrazia' ha creato passione tenace, allarme e, più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere, finta adorazione. Insomma, ‘democrazia' non è mai un approdo stabile e conclusivo: è piuttosto una idea-forza, un obiettivo, un orizzonte. In queste pagine, una straordinaria sintesi storica e insieme una coraggiosa interpretazione.
Da oltre trent’anni l’idea del declino dell’Occidente domina il dibattito pubblico, tra crisi economiche, polarizzazione politica e sfide globali sempre più complesse. Ma quanto questo racconto corrisponde davvero alla realtà? In questo saggio lucido e documentato, Paolo Messa smonta la retorica del declinismo mostrando come essa sia diventata, più che un’analisi, una narrazione strategica spesso alimentata e amplificata dai regimi autoritari per indebolire la fiducia nelle democrazie liberali. Attraverso dati, confronti storici e analisi geopolitiche, l’autore dimostra che l’Occidente non è una civiltà al tramonto, ma un sistema in profonda trasformazione: resiliente, innovativo e capace di autocorrezione. Lungi dall’essere un segno di crisi irreversibile, il dissenso, il pluralismo e l’autocritica rappresentano la sua forza vitale. Un libro che invita a distinguere tra percezione e realtà e a riconoscere, senza trionfalismi e senza fatalismi, perché l’Occidente è ancora vivo.

