
Verso la guerra totale? è il sesto numero di Limes del 2026, in edicola e in libreria dall'11 luglio. Mai negli ultimi decenni l'Europa è stata tanto vicina a precipitare in un conflitto allargato. Mentre l'America arretra e gli europei riarmano, il confronto tra Occidente e Russia si avvicina pericolosamente alla soglia dello scontro aperto. L'Italia, formalmente in pace ma cobelligerante di fatto, non ne resta fuori. L'Alleanza Atlantica sopravvive solo nella forma, mentre al suo interno crescono rivalità, gelosie nazionali e ambizioni divergenti. Al centro di questo scenario, ritorna la questione tedesca. La storia non si ripete mai nelle stesse forme, ma certe rime sono difficili da ignorare. Come alla vigilia della prima e della seconda guerra mondiale, l'Europa orientale è di nuovo il campo d'attrito tra Germania e Russia, con l'Ucraina al centro. Oggi Berlino individua nella minaccia russa la leva per riattivare le proprie capacità militari e rilanciare un ecosistema industriale in crisi profonda. Per un paese che ha a lungo fondato la propria identità sul rifiuto assoluto del proprio passato nazionalsocialista, il riarmo è anche (forse soprattutto) una svolta psicologica e culturale. Il volume approfondisce le dimensioni di questo passaggio storico. La prima parte, La fine del tabù tedesco, analizza la metamorfosi della Germania lungo le sue direttrici principali: dalla nuova strategia militare alla riconversione industriale, dalle vulnerabilità materiali, istituzionali e culturali della Bundeswehr alle ricadute sulla società nel suo complesso. Sullo sfondo, il concetto di esercito àncora (Ankerarmee): non un sistema di difesa europeo, ma un'architettura di forze nazionali guidata di fatto dalla Germania. L'ambizione di Berlino si scontra però con un fronte interno tedesco sempre più inquieto, segnato dall'ascesa dell'AfD, il partito neonazionalista ormai in testa ai sondaggi. La seconda parte, Onde d'urto, misura gli effetti del riarmo sugli equilibri europei. Nel Vecchio Continente ciascuno reagisce seguendo ambizioni, memorie e interessi differenti: dall'inquietudine francese all'integrazione militare olandese, dalla diffidenza polacca alla distrazione italiana, fino all'ambiguità britannica e alla scommessa svedese. L'America sovraestesa applaude il riarmo tedesco, forse ingenuamente, e la Cina cerca opportunità industriali. Intanto, la nuova era atomica aperta dalla crisi della deterrenza americana impone di pensare l'impensabile: come può la Germania diventare il perno militare dell'Europa senza un arsenale nucleare nazionale? La terza parte si intitola Berlino-Mosca, giochi di guerra. Nell'establishment tedesco prevale ormai un consenso: la Russia è il nemico strategico contro cui prepararsi a combattere. Non tutti in Germania considerano però la rottura irreversibile. Sotto la superficie, sopravvive l'idea che una tregua duratura in Ucraina possa riaprire, prima o poi, il canale con Mosca - a partire dall'energia. Nel frattempo, la Russia osserva il ritorno della Germania con sospetto, ma anche con un senso di malinconia per un legame perduto (forse) per sempre.
"La tirannia è caratterizzata essenzialmente dall’instabilità. In un attimo, il primo che capita sale in vetta al potere ma ruzzola giù con altrettanta velocità per essere sostituito da uno dei suoi avversari. C’è sempre un tiranno e sempre degli oppressi, insomma, ma i ruoli si alternano." Bastano poche righe a René Girard per mettere a fuoco l’instabile equilibrio del potere, di cui il tiranno incarna gli eccessi e rimane la tentazione segreta dei più. Confrontando la tragedia greca e il profetismo ebraico, la sua opera mostra come i disordini generati dal desiderio mimetico si risolvano nell’irruzione di un Modello unico, allo stesso tempo venerato e detestato, che si impone a tutta la società. La tirannia del Principe è tutt’uno con quella dei suoi sudditi. Una volta messo in luce questo male politico, la libertà si può reinventare in una relazione con l’Altro liberata dagli inganni del desiderio.
Douglas Murray, autore di bestseller internazionali e noto commentatore culturale, affronta quella che considera la questione più urgente del nostro tempo. Attingendo a un intenso lavoro di reportage sul campo in Israele, Gaza e Libano, Murray presenta un’argomentazione articolata che colloca le più recenti violenze nel loro contesto storico. Conduce i lettori in un viaggio sconvolgente attraverso le conseguenze del massacro del 7 ottobre 2023, ricostruendo testimonianze esclusive di vittime, sopravvissuti e persino dei terroristi responsabili delle atrocità. L’impegno di Israele nei confronti dei valori fondamentali dell’Occidente - capitalismo, diritti individuali, democrazia e ragione - lo ha reso un faro di progresso in una regione dominata da autoritarismo ed estremismo. Murray contrappone i principi di Israele all’ideologia di Hamas. Se non arginata, sostiene l’autore, questa malriposta simpatia occidentale potrebbe rafforzare forze determinate a minare i valori democratici e a perpetuare una cultura della violenza.
Il cinichilismo è un termine inventato per indicare un atteggiamento diffuso nella società contemporanea in cui la perdita dei valori (nichilismo) si combina con un adattamento pragmatico e disincantato a questa perdita (cinismo). Si può dire che il cinichilismo è la situazione in cui si sa che molti valori tradizionali (verità, giustizia, ideali) sono stati svuotati o messi in dubbio, ma invece di reagire o cercare nuovi fondamenti, ci si adatta consapevolmente e cinicamente, continuando a vivere puntando solo a ciò che funziona. Questo atteggiamento si traduce in una postura culturale e politica sempre più diffusa e pericolosa che attraversa l’intera piramide sociale: dai vertici del potere politico ed economico al mondo tecnologico, fino alle giovani generazioni che crescono in un contesto privo di riferimenti stabili. Il libro propone un percorso di analisi attraverso alcuni dei nodi più critici del nostro tempo mostrando come molte dimensioni della nostra epoca sembrino essere state progressivamente contaminate da questo "morbo" culturale, le cui conseguenze sono stata intuite e denunciate da una delle voci più autorevoli e illuminate del nostro tempo, Papa Francesco.
L’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2026 si propone come strumento indispensabile di analisi dei grandi cambiamenti in corso nel bacino del Mare nostrum, segnato dalla tragedia senza fine del conflitto israelo palestinese e sconvolto dalla guerra aperta tra Israele e Iran. Nella sezione Approfondimenti, il saggio di Dalia Ghanem racconta la percezione che di Israele hanno gli Stati arabi della regione, con uno scollamento non di rado significativo tra governi e opinioni pubbliche. Il contributo di Nimrod Goren ribalta invece la prospettiva, descrivendo come Israele percepisce se stesso dopo il 7 ottobre e restituendo la fotografia di un Paese che spesso si ritiene incompreso dagli alleati, ma in cui parte della società civile non si esime da un approfondito esame di coscienza. La sezione Schede Paesi offre poi una ricostruzione storica e una lettura aggiornata delle dinamiche politiche, economiche, sociali e internazionali degli 11 Stati della sponda sud del Mediterraneo, mentre quella dei Dialoghi mediterranei inquadra il ruolo di alcuni rilevanti attori politici nell’area e la loro reazione alla crescente instabilità che l’attraversa. Giunto alla sua dodicesima edizione, l’Atlante si conferma punto di riferimento editoriale per capire il Mediterraneo, in uno dei momenti più travagliati della sua millenaria storia.
Il nostro tempo sembra suggerire che una vita politica buona sia impossibile. Eppure, la speranza va riattivata proprio dentro la concretezza dell'esistenza sociale. Da qui nasce l'interrogativo che attraversa queste pagine: il potere è destinato a ridursi a mera forza o può trasformarsi in uno spazio di servizio e responsabilità condivisa? L'autore non guarda solo alle élite, ma al potere che ognuno esercita nella propria quotidianità. Attraverso una rilettura attuale del De civitate Dei di Agostino, il saggio mostra come l'impegno personale possa farsi ministerium e la politica un'occasione di offerta all'altro. In questa prospettiva, la Chiesa come «comunità di perdona» assume un ruolo decisivo per abitare la città dell'uomo, ripensando il legame profondo tra fede, cittadinanza e responsabilità civile.
La solitudine di Israele è il quinto numero di Limes del 2026, in edicola e in libreria dal 6 giugno. Il volume esamina la difficilissima condizione in cui versa oggi lo Stato ebraico. Un paese nato per unire gli ebrei e che oggi sondaggi alla mano li divide, ponendo in forse il futuro del progetto sionista. Un paese che si volle "Luce delle nazioni" (Ben-Gurion) e che oggi vive si vede sempre più isolato dal forte dissenso suscitato persino nei suoi più stretti alleati (Stati Uniti e Germania in testa) dalla guerra totale e su più fronti, scatenata dopo il massacro del 7 ottobre 2023. Uno Stato che si propone di salvare gli ebrei dalle persecuzioni, ma che ora rischia paradossalmente di metterli ancor più in pericolo con la ricerca di una "sicurezza totale" mediante la guerra permanente. E che così facendo trascina nella mischia un'America in confusione, ma anche indirettamente i paesi - Russia e Cina - che a vario titolo aiutano l'Iran a non soccombere. Oltre agli Stati arabi, orfani di una garanzia statunitense rivelatasi molto meno solida del previsto. Le tre parti del volume approfondiscono le principali dimensioni della questione, con abbondanza di voci israeliane filo- e anti-Netanyahu. La prima, Israele vuole diventare grande, dà conto del disegno strategico del "Grande Israele" perseguito anche e soprattutto in accordo con la destra ultraortodossa, che oggi sostiene l'esecutivo. Se ne illustrano motivazioni ideologiche e logica strategica, ma anche le aspre critiche che suscita dentro lo stesso Israele sotto il profilo morale e materiale. Particolare attenzione è dedicata ai fronti "attigui": Gaza, Libano, Cisgiordania e Siria. La seconda parte, I dolori di Sion, analizza con otto articoli le conseguenze materiali, psicologiche e sociali dello stato di mobilitazione permanente che da ormai tre anni logora un paese territorialmente e demograficamente esiguo, inadatto a guerre di lunga durata che infatti ha sempre, attentamente rifuggito. L'esagono contro la Turchia - questo il titolo della terza parte - approfondisce infine il disegno di alleanze regionali del governo Netanyahu in funzione anche e soprattutto antiturca, stanti le rinnovate, crescenti frizioni tra Ankara e Israele. Buona lettura.
Roger Scruton esamina i pensatori e le idee che hanno avuto maggiore influenza sulla sinistra contemporanea. Quali sono oggi le principali posizioni della sinistra e come si sono evolute nel corso del tempo? Il filosofo inglese inizia il suo libro con un’analisi spietata della nuova sinistra e lo conclude con una critica ai filoni chiave del suo pensiero soffermandosi su figure come Gyorgy Lukacs, Jean-Paul Sartre, Jacques Derrida, Slavoj Zizek. Ne emerge una disamina puntuale e senza sconti con una certezza: conoscere la sinistra è il modo migliore per evitarla.
La politica non è solo l'attività dei politici di professione: è anche e soprattutto ciò che gli uomini e le donne hanno fatto, fanno e faranno per organizzare le loro vite nella «polis» ovvero nel sistema politico nazionale e internazionale. Perciò nella politica c'è del bello; un bello che riguarda la discussione continua su regole, istituzioni, idee e ideologie come pure sui comportamenti e sui protagonisti. Un dialogo in divenire seguito da soluzioni sempre diverse a sfide e problemi; un bello sempre mutevole che qui l'autore mostra in modo suggestivo, sistematico ma non pedante, spaziando fra tematiche come il liberalismo, l'italianità, il corporativismo, l'etica e molto altro. Sguardi, analisi critiche e idee di un decano della scienza politica.
Se c'è qualcosa di cui è impossibile sbarazzarsi è la politica. La politica può essere un male necessario, ma anche un dovere, un’assunzione di responsabilità. Il concetto di politica è sfuggente, poliedrico, sempre in movimento. È una caratteristica essenziale dell’essere umano, che per natura è un "animale politico", ma al tempo stesso lo precede. La politica è il potere che sempre inerisce alla convivenza umana, ma è anche l’azione che dà ordine al caos e norma un potere altrimenti sregolato, come sforzo intellettuale ed esistenziale di dargli un senso, di legittimarlo e anche di sovvertire l’ordine e il dominio. E poiché il potere, con le sue gerarchie, le sue logiche di valore e disvalore, di inclusione ed esclusione, è ineliminabile dalle relazioni umane, la politica è ovunque, anche dove si pensa di poterne fare a meno. È nell’economia, nel diritto, nella scienza, nella religione, nella filosofia. Ovunque c’è potere c’è politica e c’è la possibilità di cambiare le relazioni di potere, di operare per la libertà nella politica - mentre perseguire la libertà dalla politica costituisce un obiettivo irrealizzabile. Attraverso questa originale rilettura dei principali pensatori politici - fra i quali Platone, Paolo di Tarso, Machiavelli, Hobbes, Sade, Marx, Nietzsche, Mosca, Carl Schmitt, Hannah Arendt, Hayek - Carlo Galli analizza come la politica storicamente muti di senso ma resti indispensabile tanto per la vita associata quanto per la piena realizzazione umana, e ridefinisce su queste basi il significato e le interne difficoltà della democrazia contemporanea.
Il diritto internazionale ‘non serve’, conta ‘fino a un certo punto’ o ancor peggio ‘non esiste’. Affermazioni simili, fino a pochi anni fa impensabili, sono oggi parte del discorso dominante. Lo smantellamento dell’ordine giuridico internazionale, cominciato sotto le bombe a Gaza, sembra far spazio a una nuova ideologia tribale, fondata unicamente sulla forza. È il lascito terribile delle atrocità compiute, con il supporto occidentale, da esecutivo ed esercito israeliani in Medio Oriente. A partire dal 2023, le linee rosse tracciate a protezione di civili, bambini, medici, giornalisti, operatori umanitari e diplomatici, sono state via via demolite. Il senso di norme volte a tutelare la coesistenza tra i popoli è stato completamente disintegrato. Luigi Daniele ricostruisce le violazioni più eclatanti a cui abbiamo assistito in questi anni, tra la campagna genocida a Gaza e gli attacchi in Siria, Iran e Libano, mostrando come l’Occidente abbia spianato la strada al ritorno di una violenza coloniale, dove la guerra diventa strumento ordinario nelle relazioni tra paesi. Uno schema che già si è ripetuto altrove e che si scaglia adesso anche contro lo stato di diritto.

