
"Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano". Il 26 giugno 1946 Giuseppe Saragat, Presidente dell’Assemblea Costituente, rivolge un così profondo e impegnativo invito. Il contesto politico dell’epoca è ben noto: la forte polarizzazione tra universi ideologici assai distanti si combina con il desiderio di dare all’Italia un nuovo assetto istituzionale. Saragat ricorda che la democrazia è soprattutto un problema di rapporti umani, poiché specifica che, laddove esistono, esiste la democrazia, mentre dove non esistono, quest’ultima "non è che la maschera di una nuova tirannide". A ottant’anni da quella seduta, possiamo dire che l’invito a costruire una Repubblica dal volto umano è stato ampiamente accolto, grazie soprattutto all’attività di protagoniste come Tina Anselmi, Nilde Iotti e Lina Merlin. Il loro impegno civile ha contribuito a forgiare la nostra democrazia ed è dunque davvero lodevole lo sforzo di Leonardo Brancaccio nel ricordarne la passione e la tenacia. Dalla Prefazione di Elena Beccalli
Oggi più che mai i popoli, ignari del progetto di sfruttamento conseguente al disordine mondiale, accettano un riordino violento e distruttivo, convinti di salvarsi dal caos e dall’ignoto. Leader e gente comune diventano protagonisti, spesso involontari, della ormai quotidiana sceneggiata bellica che serve soprattutto a tenere nascosti i sottostanti interessi finanziari del complesso militare-industriale globale e dei prepotenti che lo controllano. Il libro presenta fatti, testimonianze originali e studi approfonditi che dimostrano come la vera pace sostenibile richieda una transizione verso una pace positiva, onesta, disarmata e disarmante; essa è possibile solo a seguito di una collaborazione mondiale tra tutti i governi e le società civili che si fondi sul diritto internazionale, unica vera speranza di riconciliazione delle nazioni.
La guerra ha sempre significato morte e distruzione. La guerra dilania, smembra, annienta, saccheggia, deflagra, massacra; e questo è tristemente noto. Esiste però un aspetto meno visibile della guerra, capace comunque di produrre sofferenze per molte generazioni: sono gli effetti che provoca per decenni - se non addirittura secoli - sui terreni che coltiviamo, sulle acque che beviamo, sugli animali che ci circondano, sulla vegetazione che ci permette di respirare. In Guerra e clima Stefania Divertito esplora e racconta l'impatto ambientale a lungo termine dei conflitti e le iniziative messe in campo per affrontarlo e contrastarlo. Il suo è un reportage che attraversa le epoche e i continenti per andare al cuore di una questione da troppo tempo ignorata e nascosta: dalla piana di Verdun, dove il suolo conserva ancora livelli altissimi di arsenico a oltre un secolo dalla Prima guerra mondiale, a Gaza, dove bombe e detriti tossici hanno distrutto il 97% delle colture arboree; dalle foreste del Vietnam, segnate dall'irrorazione dell'«agente arancio», alla pioggia nera caduta su Teheran nel marzo 2026; dalle ricerche che misurano i danni ambientali e climatici dei conflitti all'accusa di «ecocidio» avanzata dalla procura di Kiev, fino ai programmi di bonifica e risarcimento per perseguire un autentico «disarmo climatico» a livello globale. In un presente segnato da guerre continue, quest’opera affronta quello che sarà uno dei grandi temi del nostro futuro. Guerra e clima è un osservatorio sull’onda lunga delle scelte sciagurate compiute da noi e dai nostri padri, che contiene già in sé la speranza di una resistenza. Perché ciò che ci insegna con le sue cicatrici il nostro pianeta è che nessuna guerra finisce davvero nel momento in cui finisce; l’unico modo per farla finire davvero è impedire che cominci.
Il libro ricostruisce il processo di fondazione della Democrazia cristiana, partito che la maggioranza dell'elettorato italiano nel giro di pochi anni scelse per governare il Paese. Fin dalla tarda estate 1942 la proposta politica della Dc si legò strettamente alla più vasta vicenda storica nazionale: nella crisi del progetto totalitario fascista e nel tramonto della monarchica italiana l'itinerario di costituzione del partito democristiano si snodò lungo difficili tornanti, accomunando cattolici di diverse generazioni e sensibilità per aprire la via alle attese libertà politiche in un quadro di giustizia sociale. Fuori da precostituiti canoni definitori e giovandosi di inedite fonti storiche, gli studi raccolti nel primo dei sei volumi di un'ampia Storia della Democrazia cristiana ripercorrono in particolare tre passaggi decisivi: l'apparire della progettualità degasperiana e il suo misurarsi con i molteplici orientamenti politici della cultura cattolica, interagendo con l'organizzazione ecclesiale e con le più ampie strategie vaticane; la formazione e la mobilitazione della Dc in un'Italia ancora divisa dal conflitto bellico, fino a diventare un partito nazionale; le prime prove di una forza di governo in grado di affrontare delicati snodi istituzionali e di un'organizzazione politica capace di sostenere la lotta elettorale che coinvolse la popolazione italiana nel referendum tra monarchia e repubblica e nel suffragio universale per l'Assemblea costituente del 1946.
Verso la guerra totale? è il sesto numero di Limes del 2026, in edicola e in libreria dall'11 luglio. Mai negli ultimi decenni l'Europa è stata tanto vicina a precipitare in un conflitto allargato. Mentre l'America arretra e gli europei riarmano, il confronto tra Occidente e Russia si avvicina pericolosamente alla soglia dello scontro aperto. L'Italia, formalmente in pace ma cobelligerante di fatto, non ne resta fuori. L'Alleanza Atlantica sopravvive solo nella forma, mentre al suo interno crescono rivalità, gelosie nazionali e ambizioni divergenti. Al centro di questo scenario, ritorna la questione tedesca. La storia non si ripete mai nelle stesse forme, ma certe rime sono difficili da ignorare. Come alla vigilia della prima e della seconda guerra mondiale, l'Europa orientale è di nuovo il campo d'attrito tra Germania e Russia, con l'Ucraina al centro. Oggi Berlino individua nella minaccia russa la leva per riattivare le proprie capacità militari e rilanciare un ecosistema industriale in crisi profonda. Per un paese che ha a lungo fondato la propria identità sul rifiuto assoluto del proprio passato nazionalsocialista, il riarmo è anche (forse soprattutto) una svolta psicologica e culturale. Il volume approfondisce le dimensioni di questo passaggio storico. La prima parte, La fine del tabù tedesco, analizza la metamorfosi della Germania lungo le sue direttrici principali: dalla nuova strategia militare alla riconversione industriale, dalle vulnerabilità materiali, istituzionali e culturali della Bundeswehr alle ricadute sulla società nel suo complesso. Sullo sfondo, il concetto di esercito àncora (Ankerarmee): non un sistema di difesa europeo, ma un'architettura di forze nazionali guidata di fatto dalla Germania. L'ambizione di Berlino si scontra però con un fronte interno tedesco sempre più inquieto, segnato dall'ascesa dell'AfD, il partito neonazionalista ormai in testa ai sondaggi. La seconda parte, Onde d'urto, misura gli effetti del riarmo sugli equilibri europei. Nel Vecchio Continente ciascuno reagisce seguendo ambizioni, memorie e interessi differenti: dall'inquietudine francese all'integrazione militare olandese, dalla diffidenza polacca alla distrazione italiana, fino all'ambiguità britannica e alla scommessa svedese. L'America sovraestesa applaude il riarmo tedesco, forse ingenuamente, e la Cina cerca opportunità industriali. Intanto, la nuova era atomica aperta dalla crisi della deterrenza americana impone di pensare l'impensabile: come può la Germania diventare il perno militare dell'Europa senza un arsenale nucleare nazionale? La terza parte si intitola Berlino-Mosca, giochi di guerra. Nell'establishment tedesco prevale ormai un consenso: la Russia è il nemico strategico contro cui prepararsi a combattere. Non tutti in Germania considerano però la rottura irreversibile. Sotto la superficie, sopravvive l'idea che una tregua duratura in Ucraina possa riaprire, prima o poi, il canale con Mosca - a partire dall'energia. Nel frattempo, la Russia osserva il ritorno della Germania con sospetto, ma anche con un senso di malinconia per un legame perduto (forse) per sempre.
Primo titolo della collana "Rinascita", questo volume inaugura un percorso editoriale dedicato a interpretare il presente e a interrogare il futuro con strumenti rigorosi e uno sguardo aperto. Nel mondo contemporaneo, l’ordine sembra essersi dissolto senza essere sostituito. Le certezze che hanno guidato gli equilibri globali per decenni si incrinano sotto il peso di crisi ricorrenti, conflitti diffusi e trasformazioni profonde. L’impero del disordine esplora questa nuova condizione: un sistema in cui l’instabilità non è più un’eccezione, ma la regola. Dalla frammentazione geopolitica alla crisi delle democrazie, dalle tensioni economiche globali alle guerre invisibili dell’informazione, il volume traccia una mappa lucida e accessibile del nostro tempo. Senza indulgere al pessimismo né cedere a semplificazioni, il libro propone una riflessione critica sulle dinamiche che stanno ridefinendo il potere e la società. Comprendere il disordine diventa così il primo passo per immaginare nuove forme di equilibrio.
"La tirannia è caratterizzata essenzialmente dall’instabilità. In un attimo, il primo che capita sale in vetta al potere ma ruzzola giù con altrettanta velocità per essere sostituito da uno dei suoi avversari. C’è sempre un tiranno e sempre degli oppressi, insomma, ma i ruoli si alternano." Bastano poche righe a René Girard per mettere a fuoco l’instabile equilibrio del potere, di cui il tiranno incarna gli eccessi e rimane la tentazione segreta dei più. Confrontando la tragedia greca e il profetismo ebraico, la sua opera mostra come i disordini generati dal desiderio mimetico si risolvano nell’irruzione di un Modello unico, allo stesso tempo venerato e detestato, che si impone a tutta la società. La tirannia del Principe è tutt’uno con quella dei suoi sudditi. Una volta messo in luce questo male politico, la libertà si può reinventare in una relazione con l’Altro liberata dagli inganni del desiderio.
Douglas Murray, autore di bestseller internazionali e noto commentatore culturale, affronta quella che considera la questione più urgente del nostro tempo. Attingendo a un intenso lavoro di reportage sul campo in Israele, Gaza e Libano, Murray presenta un’argomentazione articolata che colloca le più recenti violenze nel loro contesto storico. Conduce i lettori in un viaggio sconvolgente attraverso le conseguenze del massacro del 7 ottobre 2023, ricostruendo testimonianze esclusive di vittime, sopravvissuti e persino dei terroristi responsabili delle atrocità. L’impegno di Israele nei confronti dei valori fondamentali dell’Occidente - capitalismo, diritti individuali, democrazia e ragione - lo ha reso un faro di progresso in una regione dominata da autoritarismo ed estremismo. Murray contrappone i principi di Israele all’ideologia di Hamas. Se non arginata, sostiene l’autore, questa malriposta simpatia occidentale potrebbe rafforzare forze determinate a minare i valori democratici e a perpetuare una cultura della violenza.
Il cinichilismo è un termine inventato per indicare un atteggiamento diffuso nella società contemporanea in cui la perdita dei valori (nichilismo) si combina con un adattamento pragmatico e disincantato a questa perdita (cinismo). Si può dire che il cinichilismo è la situazione in cui si sa che molti valori tradizionali (verità, giustizia, ideali) sono stati svuotati o messi in dubbio, ma invece di reagire o cercare nuovi fondamenti, ci si adatta consapevolmente e cinicamente, continuando a vivere puntando solo a ciò che funziona. Questo atteggiamento si traduce in una postura culturale e politica sempre più diffusa e pericolosa che attraversa l’intera piramide sociale: dai vertici del potere politico ed economico al mondo tecnologico, fino alle giovani generazioni che crescono in un contesto privo di riferimenti stabili. Il libro propone un percorso di analisi attraverso alcuni dei nodi più critici del nostro tempo mostrando come molte dimensioni della nostra epoca sembrino essere state progressivamente contaminate da questo "morbo" culturale, le cui conseguenze sono stata intuite e denunciate da una delle voci più autorevoli e illuminate del nostro tempo, Papa Francesco.
L’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2026 si propone come strumento indispensabile di analisi dei grandi cambiamenti in corso nel bacino del Mare nostrum, segnato dalla tragedia senza fine del conflitto israelo palestinese e sconvolto dalla guerra aperta tra Israele e Iran. Nella sezione Approfondimenti, il saggio di Dalia Ghanem racconta la percezione che di Israele hanno gli Stati arabi della regione, con uno scollamento non di rado significativo tra governi e opinioni pubbliche. Il contributo di Nimrod Goren ribalta invece la prospettiva, descrivendo come Israele percepisce se stesso dopo il 7 ottobre e restituendo la fotografia di un Paese che spesso si ritiene incompreso dagli alleati, ma in cui parte della società civile non si esime da un approfondito esame di coscienza. La sezione Schede Paesi offre poi una ricostruzione storica e una lettura aggiornata delle dinamiche politiche, economiche, sociali e internazionali degli 11 Stati della sponda sud del Mediterraneo, mentre quella dei Dialoghi mediterranei inquadra il ruolo di alcuni rilevanti attori politici nell’area e la loro reazione alla crescente instabilità che l’attraversa. Giunto alla sua dodicesima edizione, l’Atlante si conferma punto di riferimento editoriale per capire il Mediterraneo, in uno dei momenti più travagliati della sua millenaria storia.
Il nostro tempo sembra suggerire che una vita politica buona sia impossibile. Eppure, la speranza va riattivata proprio dentro la concretezza dell'esistenza sociale. Da qui nasce l'interrogativo che attraversa queste pagine: il potere è destinato a ridursi a mera forza o può trasformarsi in uno spazio di servizio e responsabilità condivisa? L'autore non guarda solo alle élite, ma al potere che ognuno esercita nella propria quotidianità. Attraverso una rilettura attuale del De civitate Dei di Agostino, il saggio mostra come l'impegno personale possa farsi ministerium e la politica un'occasione di offerta all'altro. In questa prospettiva, la Chiesa come «comunità di perdona» assume un ruolo decisivo per abitare la città dell'uomo, ripensando il legame profondo tra fede, cittadinanza e responsabilità civile.

