
Giovanni Falcone non era un eroe, ma un uomo vero, retto, sorridente, coraggioso e prudente. Spesso sfiancato dalla responsabilità e dall'incomprensione, disposto però a offrire sempre tutto di sé, per un ideale. A venticinque anni dalla strage di Capaci, la sorella Maria con Monica Mondo rilegge l'album dei ricordi: l'infanzia con i fratelli, la famiglia e gli insegnamenti, la Palermo in cui sono cresciuti, gli incontri e le amicizie, le gioie e i dolori. Il ricordo non appartiene solo al passato, è lo strumento per capire il presente, per trasformare il timore in ricerca di giustizia, per non ridurre un uomo al ruolo di sola icona, piuttosto per ribadirne legami, affetti, ideali e passioni. Il corpo fa l'uomo mortale, le idee lo consegnano alla storia. Gli ideali di Giovanni Falcone restano, bandiera delle quotidiane lotte per lo stato di diritto.
La Democrazia Cristiana, 1946-1954: dall'Assemblea costituente alla morte di De Gasperi. Gli anni della fondazione della democrazia e della ricostruzione postbellica: quelli dei governi da lui guidati nella "fase costituente" della Repubblica e dell'affermazione maggioritaria di un partito che De Gasperi non voleva «di massa» ma «di popolo», «partito nazionale» che doveva «rappresentare tutta la nazione» e i suoi multiformi interessi sociali. Le "grandi riforme" dei governi De Gasperi trasformarono profondamente la struttura della società italiana, in particolare il Mezzogiorno; contribuirono ad allargare le basi di consenso al regime democratico. In politica estera, inoltre, il «centrismo» degasperiano rese possibile l'adesione dell'Italia al Piano Marshall e consentì di tradurre la «scelta occidentale» in una coerente politica di cooperazione nel quadro delle relazioni internazionali disegnato dalla guerra fredda; assicurò l'ingresso nel Patto Atlantico e la partecipazione al processo di integrazione europea in una prospettiva federalista. Si rivelò, nel contesto interno e internazionale del dopoguerra, l'unica coalizione di governo capace di garantire la sicurezza della Repubblica, il consolidamento della Costituzione e la stabilità di un indirizzo politico orientato alla "difesa della democrazia" con il metodo democratico.
Niccolò Machiavelli è uno dei pensatori più fraintesi della storia occidentale. Da secoli il suo nome è associato al cinismo, all’inganno e alla massima «il fine giustifica i mezzi», un’eredità che ha cristallizzato la sua figura nell’immagine del consigliere dei tiranni. Questo libro si propone di scardinare questa interpretazione, restituendo al lettore il suo vero volto: quello di appassionato teorico della libertà civile e delle istituzioni repubblicane. L’esperienza diretta di Machiavelli nella politica della Firenze rinascimentale ha plasmato una visione del mondo in cui il bene comune deve sempre prevalere sull’interesse dei pochi. Non troviamo più il solitario ‘Principe’, ma il popolo e la sua capacità di autogovernarsi attraverso leggi giuste e istituzioni solide. Per Machiavelli la grandezza di una nazione risiede soprattutto nella virtù civile di una cittadinanza attiva e partecipe. Contrariamente alla tradizione che vede nel conflitto sociale un pericolo per lo Stato, Viroli dimostra come Machiavelli lo considerasse il respiro stesso della libertà: è dal confronto tra le diverse anime della società che nascono le difese contro le derive autoritarie. Un libro essenziale che considera la politica non l’arte dell’inganno, bensì la scienza del vivere libero.
Vincenzo Cerami l’aveva capito: prendete tutta l’opera di Pasolini, dalla prima poesia infantile fino all’ultimo fotogramma di Salò, e avrete il ritratto, il disegno della storia italiana dalla fine del fascismo alla metà degli anni Settanta. Ascanio Celestini rilancia: facciamone un gioco. Un gioco vero, un azzardo pericoloso, che costringe a guardare in faccia le nostre contraddizioni. 1964: l’Italia del boom sta già franando, si trama un colpo di Stato e Pasolini che fa? Gira Il Vangelo secondo Matteo. Provocazione? Fuga? O uno sguardo così lucido da vedere due millenni di storia nello stesso momento? Valle Giulia, marzo 1968: gli studenti si scontrano coi poliziotti e Pasolini osa scrivere «io simpatizzavo coi poliziotti». E poche righe dopo «Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia». Tradimento? Follia? O l’unico intellettuale italiano che aveva il coraggio di rifiutare le ovvietà del proprio tempo? Il gioco è dunque quello di rimettere Pasolini nel suo tempo. Un tempo che fu breve e pieno. E che oggi è possibile guardare per intero, dall’inizio alla fine. Smettiamola con le domande inutili del tipo «chissà cosa direbbe Pasolini oggi» della distruzione di Gaza, del capitalismo di Stato in Cina o della guerra in Ucraina, di Internet e dei social! E raccontiamo non un solo Pasolini, ma almeno due: il poeta friulano e il regista romano, l’intellettuale corsaro e l’uomo fragile, il profeta della società dei consumi e la vittima della violenza di uno dei grandi ‘misteri italiani’. Ascanio Celestini vuole ritrovare lo sguardo del poeta. Solo così Pasolini resta una presenza viva, un interlocutore necessario per chiunque voglia comprendere le contraddizioni del presente.
Fu al funerale che si rivelò la grandezza di Antoni Gaudí: le strade di Barcellona si riempirono di gente, di canti e di silenzio. Nato il 25 giugno 1852 nel Camp de Tarragona, da artigiani del rame, imparò a unire mente e mani. Trovò la sua vocazione nella Sagrada Família. Viveva tra gli operai, condividendone la povertà e la fede. Per lui l'architettura era carità e lode. Chiamato famigliarmente, ma anche per scherno, «l'architetto di Dio», morì il 10 giugno 1926 investito da un tram mentre si recava come tutti i giorni dal suo padre spirituale. Gaudí vivo è una biografia del grande architetto catalano che segna una via nuova: non spiega tutte le sue opere - pur presenti -, ma cerca di comprendere la mentalità che lo animava e il modo in cui le realizzava. Il punto di partenza sono i gesti quotidiani: come parlava con gli operai, accoglieva i visitatori, correggeva un modello, chiedeva un'elemosina, osservava una pianta, pregava, camminava verso il cantiere. Da questi atti emerge un'intelligenza radicata nella realtà, nutrita da fede, lavoro manuale, osservazione e da una vita quasi monastica. Attraverso le testimonianze di chi lo conobbe, Chiara Curti restituisce un Gaudí vicino e vivo: non il genio isolato, ma un uomo che costruiva in relazione con persone, materia e Dio. La sua preoccupazione non era terminare le opere, ma indagare l'uomo e il suo destino. Il volume celebra i cento anni della morte di Gaudí, nel segno della Beatificazione, con una Prefazione dell'astrofisico Marco Bersanelli e la Postfazione di Jordi Faulí, architetto direttore della Sagrada Família.
L'autobiografia di Silvano Girotto che con queste pagine intende dare la propria versione della sua vita, spesso raccontata a partire da congetture, false ricostruzioni e pregiudizi che hanno contribuito a fare di lui l'ambiguo personaggio di Frate Mitra. Una narrazione fluida, appassionata, che ricostruisce un pezzo di storia e soprattutto rende testimonianza del cammino di un uomo che non ha mai accettato l'ingiustizia e lo sfruttamento del povero.
26 luglio 2016, Rouen. Padre Jacques Hamel viene assassinato da due giovani jihadisti mentre sta celebrando la messa. Il mondo intero è sconvolto. Un altro drammatico capitolo della serie di attentati più terribile che la Francia abbia mai conosciuto: Charlie Hebdo, Bataclan, Nizza… Eppure, l’odio non ha l’ultima parola. Nel dolore, avviene un incontro. Roseline e Nassera: l’una piange la perdita di suo fratello, padre Hamel, l’altra è la madre di uno dei terroristi che lo hanno ucciso, Adel Kermiche. Due donne di fedi e culture diverse. Due donne che non sono sorelle di sangue, ma che, nel perdono e nella speranza, si scoprono «sorelle di dolore».
Professore e poi Rettore dell’Università Cattolica, Padre costituente, laico cristiano impegnato nell’attuazione nel Concilio Vaticano II, Giuseppe Lazzati è una figura di rilievo del nostro Novecento. Mentre è in corso la causa di beatificazione, ecco un volume che raccoglie per la prima volta gli interventi pubblicati sulla rivista «Vita e Pensiero» dal 1968 al 1983, gli anni del rettorato. Testi che restituiscono il contesto storico-culturale nel quale furono scritti: il Sessantotto e la questione studentesca, gli anni Settanta e la fine del boom economico, il declino dei grandi partiti popolari, in particolare la Democrazia Cristiana, e la crisi della politica dei primi anni Ottanta, la difficile attuazione del Concilio Vaticano II e la cosiddetta "scristianizzazione" in atto in Italia. Ma soprattutto ci permettono di rileggere il suo pensiero ancora attuale sul rapporto tra la Chiesa e il mondo, sui fedeli cristiani laici e l’azione culturale, sul ruolo dell’Università Cattolica e quello dei cristiani nei confronti della "città dell’uomo", affrontando temi culturali, sociali e politici, con linee di pensiero e di azione del laicato cattolico italiano impegnato per il bene del Paese. Un’eredità da non disperdere, che ci ricorda, come scrive Lazzati, che «le provocazioni della realtà, lungi dal turbare, devono costituire uno stimolo permanente a cercare di operare al meglio perché la nostra presenza quaggiù, ciascuno nel posto cui è stato chiamato, sia la meno inutile possibile».
Le sue opere a Barcellona non sono semplici costruzioni, ma manifestazioni di una spiritualità profonda e di una creatività esuberante che ha saputo far "parlare le pietre", con una bellezza che rapisce l’osservatore: Gaudí, il grande genio della cultura catalana, ha vissuto e operato in un dialogo costante e fertile con la natura, prima e perfetta opera di Dio. Ogni colonna, ogni facciata, dalle sinuose abitazioni civili ai vertiginosi innalzamenti della Sagrada Família, è una sintesi sublime tra forma e fede, geometria e creazione, tra il gesto umano e il mistero divino. Il presente volume è il risultato di una esaustiva e rigorosa ricerca storica e documentale sulla vita e l’opera di Antoni Gaudí i Cornet: un testo ricco e illuminante, che svela il percorso celato dietro il linguaggio artistico rivoluzionario di Gaudí, ricostruendone la biografia, la formazione e la straordinaria avventura spirituale che fece della sua opera un atto di fede. Un viaggio essenziale per comprendere l’artista che trasformò l’architettura in linguaggio spirituale, lasciando al mondo un testamento di ineguagliabile bellezza.
Emily Dickinson (Amherst, 1830-1886) è una delle voci più radicali della modernità poetica, per l’originalità della sua riflessione su vita e morte, tempo e natura: la sua scrittura fu un’esperienza totalizzante ed eversiva, nel silenzio della Homestead, casa-prigione volontaria. La libertà della sua poesia si respira anche nei versi frammentati, nella punteggiatura innovativa e in un’intensa introspezione. Questo libro è più di un saggio biografico: è un viaggio intimo e poetico che attraversa le poesie e le lettere della Dickinson che ricordano «una torta fatta in casa, un utensile intagliato, una coperta fatta a mano». Come suggerisce l’autrice, dopo aver letto la poetessa americana non è più possibile tornare a una parola pacificata o trasparente: lettori e versi, infatti, si misurano sullo stesso piano per restituire la forza perturbante e il fascino oscuro della sua parola, una poesia che interroga e trasforma chi legge.
«Questo presente, privo di ogni faticosa formazione, stufa perché è un accumulo di attimi e fatti isolati e sfuggenti, come brandelli di un tessuto non più ricomponibile. Una volta, dietro a ogni uomo o cosa c’era un background: artigianale, contadino, militare, aristocratico, sacerdotale, commerciale, professionale, industrial-borghese e intellettuale. Ogni persona e circostanza risuonavano di echi in una polifonia di livelli sociali, epoche e luoghi, entro un tessuto umano carnale e sapienziale significativo. Tutto riecheggiava del tutto, essendone a un tempo la parte e l’intero. Ogni uomo aveva dignità - nei modi, nel vestire, nel sentire e nel pensare -, tra gli estremi del mendicante e del nuovo ricco. Oggi massa e classe dirigente prediligono una realtà allo spezzatino. Io me ne sto il più possibile nell’ozio ‘operoso’, come si sarebbe detto una volta. Appena ne esco vengo invaso da torrenti di turisti che nulla vedono e intendono, salvo lo specchiarsi unicamente nel cellulare. È come se gli individui, uniformati da un’uguaglianza più consumistica che democratica, si fossero incollati gli uni agli altri nel costume e nel comportamento. Le città non hanno quasi più abitanti: se chiedi a qualcuno d’indicarti una strada non la conosce, pur lavorando da tempo in quel luogo, perché i palazzi del centro sono ormai ridotti ad assemblaggi di Bed and Breakfast e Case Vacanza. Terra e cielo sono ormai un colossale meccanismo comandato da pochissimi padroni che ammaliano infima plebe e ricchissimi i quali, faticosamente oppure facilmente, acquistano cose e distrazioni solo per disfarsene al più presto volendone altre ancora».
Alle 16,30 del 10 giugno 1924, a Roma, sul lungotevere Arnaldo da Brescia, un uomo viene caricato a forza su un’automobile. L’uomo è Giacomo Matteotti, indomito avversario del fascismo e di Benito Mussolini. Non sarà mai più visto vivo. Un delitto che è stato senza dubbio il più grande ‘caso’ della storia italiana, raccontato come se nessuno l’avesse fatto prima: la scena del crimine; la meccanica; gli esecutori e i loro mandanti; i possibili moventi. Infine, come in ogni delitto, c’è un ‘dopo’, le molteplici ‘vie di fuga’ dall’affaire: dai processi del 1926 e del 1947 al destino di ciascun protagonista nel corso del ventennio. Ma soprattutto c’è la vittima: chi era, chi è stato Giacomo Matteotti? E perché proprio lui?

