
La summa delle teorie sulla fede e sulla religione di uno
dei più importanti filosofi viventi.
Qual è la distanza tra Cristo che spronava il giovane ricco a dare tutti i suoi averi ai poveri, e la Chiesa che oggi raccomanda mondanamente di donare il più possibile? Come si uniscono la lotta dichiarata contro ogni forma di totalitarismo e l’aspirazione a una “società cristiana”, che totalitaria sarebbe per definizione? Quanto sono inconciliabili la fiducia nella “ragione naturale” e la necessità della Rivelazione? Emanuele Severino si addentra nella massa di contraddizioni che avvolge tanto la religione quanto la sua critica, e riflette sulla dottrina sociale della Chiesa, sulla possibilità della fede, sulle tante fedi che segnano il percorso dell’Occidente. Un libro che confronta le tesi dei maggiori pensatori della nostra storia – Socrate, Paolo, Agostino, Aristotele, Kant, Leopardi, Kierkegaard, Tommaso d’Aquino, Dostoevskij, senza dimenticare i documenti conciliari e papali – portando l’autore al paradosso di affermare che “l’ateo e Dio concordano sul senso delle cose”.
“Dopo che l’esperienza
mi ebbe insegnato come fossero vane
e futili tutte quelle cose
che capitano così frequentemente
nella vita quotidiana, decisi infine
di cercare se ci fosse qualcosa
che mi facesse godere in eterno
di una continua e somma letizia.”
Il volume offre al lettore italiano le opere complete di Baruch Spinoza, per la prima volta presentate con testo a fronte, secondo l’ormai storica edizione critica di Carl Gebhardt, opportunamente adattata. Vissuto nel pieno della rivoluzione scientifica e nel clima di fervore religioso e politico dell’Olanda del Seicento, Spinoza rappresenta uno dei pensatori più importanti della storia del pensiero Occidentale. La sua riflessione si forgia alla confluenza di molteplici tradizioni, unificando in una sintesi di straordinaria ricchezza tanto suggestioni tipicamente ebraiche quanto i risultati più avanzati della nuova filosofia cartesiana. Destinato dapprima a un’unanime condanna dai suoi contemporanei, immortalato poi nell’immagine dell’“ateo virtuoso”, Spinoza è oggi al centro del dibattito filosofico internazionale, per l’estrema rilevanza sia storiografica che intellettuale ricoperta dai suoi scritti. Se il Trattato teologico-politico può ben dirsi uno dei manifesti del liberalismo seicentesco, i cui valori di tutela della libertà di pensiero e di culto costituiscono senz’altro uno dei fondamenti della nostra civiltà, dalle pagine dell’Etica emerge un sistema metafisico, epistemologico e morale con cui i grandissimi nomi della filosofia successiva – da Leibniz a Hegel, da Marx a Nietzsche – hanno sempre avvertito l’esigenza di confrontarsi. Ma il lettore potrà meglio destreggiarsi tra le pagine dei due sommi capolavori spinoziani grazie alle altre opere qui pubblicate, di non certo minor rilievo: il Trattato sull’emendazione dell’intelletto e il Breve trattato costituiscono infatti i prodromi essenziali per comprendere le linee guida dell’Etica, così come i Principi della filosofia di Cartesio e Pensieri Metafisici offrono un materiale prezioso per valutare il rapporto di Spinoza con il suo grande maestro Cartesio. Ma è altresì dal Trattato politico che emerge più compiutamente l’idea spinoziana della scienza politica intesa come architettura delle istituzioni, così come è dal Compendio di grammatica ebraica – qui per la prima volta offerto in traduzione italiana – che si rileva la straordinaria attenzione dedicata dal filosofo alla lingua santa. L’Epistolario costituisce invece il luogo privilegiato non solo per seguire gli importanti rapporti di amicizia e scambio culturale con i suoi contemporanei (tra cui Leibniz), ma anche per vedere discusse le principali difficoltà sorte intorno alle opere che il filosofo andava elaborando. Il volume è infine corredato dai due brevi trattatelli Sull’arcobaleno e Sul calcolo delle probabilità – anch’essi per la prima volta tradotti in italiano – che danno un’idea dell’attenzione di Spinoza per le conquiste più avanzate della scienza moderna. La Prefazione, tratta dagli Opera Posthuma, conclude quindi offrendo una testimonianza del modo in cui le opere del pensatore olandese erano state offerte per la prima volta al pubblico nel 1677. L’ampio saggio introduttivo, le note esplicative, gli indici, nonché l’amplissima bibliografia ragionata, che dà conto in modo esaustivo degli studi apparsi su Spinoza tra il 1978 e il 2008, offrono al lettore altrettanti strumenti per agevolarlo nello studio di un corpus di opere tanto complesso quanto affascinante.
“‘Gnosi’ è ‘conoscenza di chi eravamo,
di ciò che siamo diventati; da dove eravamo,
dove siamo stati gettati; dove ci affrettiamo,
da dove siamo redenti; che cosa è nascita
e che cosa è rinascita’ (Excerp. ex Theod. 78, 1).
Qui si trova [...] una completa
schematizzazione del mito gnostico.
Dobbiamo solo attenerci a essa per ricevere
una guida sicura nell’intera molteplicità
della mitologia e della speculazione gnostica.”
Che la tarda antichità possieda una propria unità intrinseca, che sia guidata da un principio spirituale originale e che questo coincida con lo spirito gnostico, sorto in Oriente intorno alla nascita di Cristo e diffuso poi in tutto l’Occidente greco-romano, questa è la tesi di fondo che anima Gnosi e spirito tardoantico e che l’Autore si sforza di dimostrare con puntuali analisi contro ogni giudizio di decadenza, di mero sincretismo su quest’epoca o ogni tentativo di ricondurla a tradizioni passate. Miti gnostici, culti misterici, apocalittica giudaica, primo cristianesimo, letteratura ermetica, filosofia neoplatonica e mistica monastica: tutte mostrano di condividere una stessa cornice storico-spirituale che articola un senso assolutamente nuovo del sé, del mondo e di Dio e della loro relazione: questa è “gnosi”, conoscenza della verità sulla condizione umana, rivelazione di un radicale dualismo tra sé e mondo che orienta verso una dinamica di fuga demondizzante nell’aldilà, quale unica via di ritorno all’origine divina e dunque di salvezza. In questo quadro si sviluppa un’opera che è, da un lato, sintesi magistrale delle ricerche storico-religiose sul tema mediante l’uso dell’ermeneutica demitizzante di Bultmann e della fenomenologia esistenziale di Heidegger, entrambi maestri di Jonas, dall’altro tentativo fecondo di descrivere una forma di esistenza qualificata dal rifiuto del mondo e ricorrente variamente nella storia. Da qui Heidegger, l’esistenzialismo, che gli avevano permesso di interpretare la gnosi, sono ora essi stessi letti in senso gnostico: in un affascinante rispecchiamento tra passato e presente, la gnosi non è dunque chiusa in un tempo lontano, ma è una possibilità esistenziale tuttora viva – e per Jonas non priva di pericoli.
Muovendo dalla distinzione aristotelica tra l'"agire" e il "fare" Salvatore Natoli compie un'indagine accurata e densa di suggestioni filosofiche e culturali sul "buon uso del mondo", riflettendo se e quanto siamo effettivamente padroni di noi stessi in quel che abitualmente facciamo. Sulla base di sollecitazioni nicciane ancora valide e illuminanti, Natoli suggerisce un'alternativa: emanciparsi dalla passività per diventare davvero liberi, praticare una "nuova" forma di ascesi, che non è rifiuto del piacere e meno che mai rinuncia alla godibilità delle cose e del mondo, ma è la giusta riserva di coscienza per distinguere ciò che davvero ci serve da ciò che ci "asserve". È una pausa nella frettolosità del fare, per divenire appieno padroni di noi e del nostro stesso agire. Una riflessione autorevole e appassionante sulle complesse leggi che governano la nostra vita quotidiana, nella convinzione di poter penetrare nelle sue pieghe e sciogliere, per quanto possibile, alcune sue ambiguità. Un libro che non da facili soluzioni ma che indica a ognuno di noi, con coraggio e lucidità, una strada da percorrere.
Da quando nella cultura italiana si è aperto il dibattito sulla "crisi della ragione", attraverso di esso si è preso atto del fatto che non c'è un filo unificatore della storia, un sapere globale che riesca a coordinare i saperi particolari in una visione "vera" del mondo. Molto spesso, però, se ne è preso atto per istituire affrettatamente nuove forme parziali di razionalità o per avallare improbabili "ritorni" a vecchi valori. Questo libro ha tentato di spingersi oltre. Più voci, provenienti anche da campi disciplinari diversi, non necessariamente consonanti tra loro, suggeriscono un approccio più radicale. Quello che qui, con espressione provvisoria, è stato chiamato "pensiero debole" è un tentativo di sfondare le resistenze che le immagini "forti" della ragione continuano a innalzare. Nietzsche e Heidegger vengono chiamati in causa e messi a loro volta in discussione. Soltanto se ci liberiamo davvero dei fantasmi dell'irrazionalità, potremo infatti cominciare a scorgere un'idea di verità più mobile, più frastagliata, più tollerante: forse meno rassicurante, ma certo più vicina alla nostra realtà, e dunque alla fine più utile. Testi di Gianni Vattimo, Pier Aldo Rovatti, Umberto Eco, Gianni Carchia, Alessandro Dal Lago, Maurizio Ferraris, Leonardo Amoroso, Diego Marconi, Giampiero Comolli, Filippo Costa, Franco Crespi.
IL LIBRO
Perché Galileo puntò il cannocchiale verso il cielo e perché mai dovremmo essere sicuri che la natura segua uniformemente il suo corso? Cosa distingue la scienza dalla metafisica? Come cambia e cresce la conoscenza scientifica? Dalla natura dell’osservazione all’induttivismo e al convenzionalismo, dal progresso scientifico alla libertà intellettuale, da Popper a Quine: sono solo alcune delle questioni imprescindibili che hanno segnato la filosofia del Novecento e sono divenute rilevanti per le nostre scelte di vita. In queste pagine, un’introduzione esaustiva per comprendere temi e protagonisti della filosofia della scienza nel XX secolo.
INDICE
Prefazione - Ringraziamenti - Parte prima L'induttivismo e i suoi critici - 1. Breve profilo storico: l'induttivismo, Russell e la scuola di Cambridge, il Circolo di Vienna e Popper - 2. La critica di Popper all'induttivismo e la teoria delle congetture e confutazioni (o falsificazionismo) - 3. La critica di Duhem all'induttivismo - Parte seconda Il convenzionalismo e la tesi Duhem-Quine - 4. Il convenzionalismo di Poincaré del 1902 - 5. La tesi di Duhem e la tesi di Quine - Parte terza La natura dell'osservazione - 6. Enunciati protocollari - 7. L'osservazione e carica di teoria? - Parte quarta La demarcazione fra scienza e metafisica - 8. La metafisica e priva di significato? Wittgenstein, il Circolo di Vienna e la critica di Popper - 9. La relazione fra scienza e metafisica: la posizione di Popper, Duhem e Quine - 10. Il falsificazionismo alla luce della tesi Duhem-Quine - Parte quinta Rivoluzioni e programmi di ricerca - 11. Le rivoluzioni nella scienza - 12. Tenacia e proliferazione: la «logica» del cambiamento scientifico - 13. Incommensurabilità e traduzione - 14. Fallibilismo e tolleranza - Note - Bibliografia - Indice dei nomi
Profilo dell’opera
Nato verso il 1215 a Toledo, Yehudah ha-Cohen è uno dei più importanti enciclopedisti del Medioevo ebraico. La sua opera principale, composta originariamente in arabo, si è conservata solo nella traduzione ebraica realizzata successivamente da Yehudah stesso (con il titolo di Midrash ha-hokmah, ovvero Esposizione o Insegnamento della scienza), dietro richiesta di alcuni amici ebrei.
Il complesso lavoro di recupero e di ripensamento del sapere secolare, compiuto in quest’ambito essenzialmente alla luce dei modelli che gli venivano offerti dalla tradizione ebraica, giustifica l’interesse che Yehudah suscitò sia nel mondo ebraico che in quello latino, come ad esempio attestano i suoi stretti contatti con la corte di Federico II.
Il Midrash ha-hokmah, di cui si presenta qui la traduzione della sezione astrologica (I decreti degli astri), costituisce da questo punto di vista non solo una significativa testimonianza della trasmissione delle scienze greche in ambito ebraico, ma anche un punto d’accesso inconsueto al fervido clima culturale e, almeno entro certi limiti, interconfessionale che regnava alla corte imperiale sveva .
Autrice
Marienza Benedetto è attualmente ricercatrice a contratto (nell’ambito dei programmi FIRB) presso il Dipartimento di Scienze Filosofiche dell’Università di Bari. Ha condotto i suoi studi a Bari (dove ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca prima in «Filosofia e storia della filosofia» e poi in «Storia della scienza»), trascorrendo periodi di ricerca a Lovanio, Parigi, Colonia e Nijmegen, e occupandosi prevalentemente di filosofia medievale ebraica e islamica.
La moderna riflessione filosofica sul tragico presuppone una presa di distanza dal suo oggetto specifico: la tragedia. Si può anzi dire che la cultura moderna ha elaborato il «tragico» come idea filosofica, mentre all’epoca antica e premoderna si deve l’elaborazione della «tragedia» come forma letteraria, canonizzatasi ben presto in un genere. Sulla base di questa distinzione fondamentale, gli autori propongono una ricostruzione storico-concettuale che, muovendo dal decisivo contributo nietzschiano, rilegge sia il tragico premoderno sia la vicenda della «filosofia del tragico» vera e propria, dai suoi esordi in età idealistica fino ai più recenti sviluppi novecenteschi.
Carlo Gentili è professore ordinario di Estetica nell’Università di Bologna. Fa parte del consiglio scientifico delle Nietzsche-Studien e della Nietzsche Gesellschaft. Per il Mulino ha pubblicato «Nietzsche» (2001). Gianluca Garelli è ricercatore confermato e docente di Storia dell’estetica nell’Università di Firenze. Per il Mulino ha pubblicato «Storia dell’estetica moderna e contemporanea» (2003) e «Lineamenti di storia dell’estetica» (2008), entrambi con F. Vercellone e A. Bertinetto.
"Tutta la filosofia occidentale è, in senso effettivo, filosofia greca; ed è vano soffermarsi sul pensiero filosofico se si recidono i legami che ci uniscono ai grandi pensatori del passato… Una narrazione della storia della filosofia può procedere in due modi. La storia può essere puramente espositiva, e indicare che cosa ha detto il tale e come è stato influenzato il tal altro. Oppure l’esposizione può essere integrata, entro certi limiti, da un discorso critico, per mostrare in che modo si sia sviluppata la discussione filosofica. Qui è stato adottato il secondo metodo. Va aggiunto che ciò non deve portare il lettore a credere che un pensatore possa essere liquidato soltanto perché è stato constatato che le sue teorie sono manchevoli. Kant disse una volta che aveva paura non tanto di essere confutato quanto di essere frainteso. Dobbiamo tentare di capire che cosa i filosofi cercano di dire, prima di metterli da parte. Ma bisogna confessare, al tempo stesso, che lo sforzo appare talvolta sproporzionato al risultato che si consegue. In definitiva, è un problema di giudizio che ciascuno deve risolvere da sé...
Il nostro fine è stato quello di fornire un panorama di alcune delle principali questioni che i filosofi hanno discusso. Se, scorrendo queste pagine, il lettore si sentirà spinto a studiare l’argomento più di quanto avrebbe fatto altrimenti, lo scopo principale del libro sarà stato raggiunto."
Dalla Prefazione dell'autore
Socrate non ha scritto nulla; eppure la sua fama non si è mai affievolita da ben 25 secoli. Chi era dunque quest’uomo che non smette di affascinarci e che viene qualificato da molti «il fondatore della filosofia» nonché il suo primo martire? Perché la sua filosofia e il suo insegnamento di vita sono ancora attuali nel mondo contemporaneo? Louis-André Dorion ci guida attraverso le testimonianze antiche che hanno edificato il mito di Socrate: Aristofane che ne fa oggetto di satira nelle sue commedie, Platone che lo rende il protagonista di quasi tutti i suoi splendidi dialoghi, Senofonte che lo innalza a modello vivente di saggezza e rettitudine morale, Aristotele che lo battezza come il padre del ragionamento induttivo. Nella consapevolezza dell’impossibilità di risolvere la cosiddetta questione socratica, ovvero di giungere a ritrovare il Socrate storico, Dorion ci mostra i quattro ritratti antichi che ne hanno fatto una delle figure più influenti di tutta la storia del pensiero filosofico occidentale.
Un'analisi della progressiva e profonda crisi "dei valori che ha segnato la società occidentale degli ultimi secoli. Esaminando il pensiero di grandi intellettuali della modernità - da Baudelaire a Valéry, da Spengler a Camus, da Nietzsche a Heidegger, a Derrida -, l'autore riflette sulla perdita traumatica dell'orizzonte di senso che segue all'affermazione della nuova civiltà borghese, incentrata sul progresso tecnologico-scientifico, e ne indaga gli effetti a livello sociale, filosofico e letterario. A emergere con forza è una tradizione intellettuale nichilista, in cui siamo tuttora immersi e che mette in discussione la possibilità di proporre valori assoluti come metro interpretativo. La tendenza culturale dominante diviene così il relativismo, in bilico tra il rischio di accettazione passiva e omologante di tutte le idee e la speranza di apertura autentica alla negoziazione e al dialogo.

