Il pensiero di Marcello di Ancira (vescovo nel 314-374) può essere paragonato al fenomeno denominato in astrofisica dei "buchi neri": non sono visibili e tuttavia la loro presenza influisce sulla traiettoria degli astri visibili. Fu al centro di mille polemiche: il conflitto tra avversari e sostenitori ha contribuito ad acuire, nel IV secolo, il divario tra le Chiese di Oriente e di Occidente e nel Credo niceno-Costantinopolitano, a tutt'oggi comune a tutte le Chiese, è addirittura entrata una formula diretta contro di lui. A distanza di secoli, a una visione storica equanime appare come uno dei pensatori più creativi, in un'epoca in cui l'ortodossia trinitaria era in fase di costruzione. Il volume presenta tutte le opere a lui attribuite con sicurezza (Lettera a papa Giulio; Frammenti teologici; Sulla santa Chiesa) un patrimonio in gran parte solo frammentario, che presenta una seria proposta teologica alternativa a quella risultata vincente nella storia della Chiesa.
Gregorio il Sinaita, vissuto a cavallo fra il XIII e il XIV secolo, è una tra le più luminose figure di santi della Chiesa ortodossa, colui che iniziò, sulla Santa Montagna dell'Athos in Grecia, la pratica dell'esichia, cioè la preghiera profonda e ininterrotta che Gesù stesso chiede nel Vangelo. I suoi scritti sono ben conosciuti, mentre la Vita rimaneva inedita in italiano. È una testimonianza preziosa, perché giunge dalla viva voce del monaco Callisto, che fu discepolo del santo bizantino, e visse per lunghi anni a strettissimo contatto con lui. Le opere e gli insegnamenti di san Gregorio il Sinaita non perdono nulla della loro freschezza originaria, anzi si rivelano particolarmente attuali, nel presentare una figura di eremita che si sposta da un luogo all'altro, che non disdegna un rapporto sano e fecondo con la società e che propone la preghiera come via privilegiata per attuare in pienezza la Grazia battesimale.
"Giovanni della Croce si presenta come un teologo atipico, tra quelli che per parlare di Dio preferiscono ricorrere al linguaggio della poesia, piuttosto che a quello della definizione dogmatica, riallacciandosi così a un'antichissima tradizione che vede in Efrem il Siro uno dei migliori esempi, non a caso dichiarato dottore della Chiesa universale poco prima di Giovanni, nel 1920. Due teologi che prediligono l'immagine, il paradosso, la metafora, come peraltro il loro Maestro che, catturato dalle realtà più semplici e quotidiane, ne faceva parabole del Regno. Maria Tondo, nelle appassionate pagine che seguono, entra in dialogo con questo gigante del passato, non per volgersi indietro, ma quasi per invitarlo a dialogare con il nostro mondo, con le sue sfide e le sue opportunità. Intessendo così un dialogo di riconoscenza, in cui l'autrice dice di voler rendere conto di un incontro avvenuto tanti anni or sono, ma ancora vivo e fecondo." (Dalla Prefazione di Sabino Chialà)
La Concordia del Nuovo e dell'Antico Testamento è l'opera forse più ambiziosa e innovativa di Gioacchino da Fiore, che vi sviluppa in dettaglio la propria teologia della storia. Gioacchino vi lavorò per oltre quindici anni, rivedendola continuamente. Impresa totale perseguita ai limiti dell'ossessività, l'opera si presenta come una mappa dell'intera storia della salvezza riletta in prospettiva trinitaria, dalla Creazione sino agli eventi finali attesi come imminenti. Desumendo le proprie notizie sia dalla Bibbia sia dai racconti e dalle cronache di cui dispone, Gioacchino crea un affresco grandioso: un arsenale di schemi e figure apocalittici, di attese sabatiche, di convinzioni messianiche e istanze riformatrici della Chiesa e del monachesimo cistercense destinati a improntare le attese religiose, filosofiche e politiche dell'Occidente europeo fino ai nostri giorni.
Renato D'Antiga nel saggio ricostruisce, nei primi due capitoli, la storia della presenza greca a Venezia dalla sua formazione, dovuta alla caduta in mano ottomana di Costantinopoli (1453), al suo stabilizzarsi istituzionale e alla sua collocazione nelle istituzioni della Repubblica. Si evidenzia poi l'attività teologica della comunità ellenica attraverso alcune personalità, quella educativa con il Collegio Flangini e quella religiosa. L'autore si sofferma sulle relazioni editoriali tenute dai greci veneziani con i monasteri dell'Athos, dalle quali nacque la pubblicazione della Filocalia. Viene esaminata nei capitoli seguenti la formazione dell'opera filocalica e le finalità che Macario di Corinto e Nicodemo l'Aghiorita le attribuivano. Vengono esaminati gli scritti collazionati più o meno cronologicamente, conservando l'ordine dei curatori, che possono essere divisi in tre periodi: quello tardo-antico (Antonio il Grande, Evagrio, Giovanni Cassiano, Massimo il Confessore, Giovanni Damasceno, ecc.) quello medio-bizantino (Simeone il Nuovo Teologo e altri) e l'ultimo, quello paleologo, che riguarda in particolare la rinascenza esicasta (Gregorio il Sinaita e Gregorio Palamas) avvenuta prima della fine di Costantinopoli. L'autore evidenzia in particolare tre temi comuni a tutti i testi collazionati: la lotta contro le passioni, la pratica della preghiera di Gesù e la via per il conseguimento della deificazione.
È ancora necessario soffermarsi sulle vicende straordinarie del fratello universale Charles de Foucauld, avventuriero, monaco ed eremita, forse oggi più di ieri. E di farlo con una preziosa bussola, l'enciclica di papa Francesco Fratelli tutti, cuore pulsante di un progetto che - mettendo a fuoco il complesso reticolo dei rapporti fra cristiani e musulmani - può fungere da cartina di tornasole di una Chiesa autenticamente, e coraggiosamente, in uscita. In entrambi i casi, per de Foucauld e Bergoglio, il solo metro di paragone, il Modello Unico (come lo chiamava il primo) è - e non può essere altrimenti - Gesù di Nazaret.
L’autobiografia di S. Ignazio di Loyola è un classico della spiritualità cristiana, vero fondamento della spiritualità ignaziana e dei Gesuiti. L’ampio commento intende introdurre il lettore a percorrere e a fare proprio l’itinerario spirituale del carisma del santo. Per questo si mettono in evidenza le diverse tappe della crescita dell’intera sua vita spirituale in generale e di alcuni aspetti o caratteristiche particolari del suo tipico avvicinarsi a Dio: conversione, capacità di discernere la Sua volontà, e decidersi per essa, speranza, integrazione tra carisma e istituzione.
Nello stesso tempo, però, le note, nel loro succedersi ordinato, cercano costantemente di mostrare come l’esperienza di Ignazio narrata in questo testo è il luogo in cui ha preso inizialmente corpo e la sorgente da cui si è andato sviluppando il suo carisma sia di iniziatore di una spiritualità ecclesiale attraverso gli Esercizi Spirituali, sia di fondatore della Compagnia di Gesù.Per questo, per una migliore comprensione della spiritualità ignaziana e della spiritualità gesuitica, ambiscono illuminare, attraverso il testo dell’autobiografia, gli Esercizi Spirituali e le Costituzioni della Compagnia di Gesù.
INTRODUZIONE
1. Vita
Nato a Cesarea in Cappadocia tra il 332 e il 335 da Ernmelia e da Basilio il Vecchio, famoso retore di Neocesarea sul Ponto, ebbe come fratelli maggiori S. Basilio Magno e Naucrazio, da lui ricordato nella Vita S. Macrinae, come fratello minore Pietro vescovo di Sebaste e come sorella S. Macrina iunior. La prima istruzione, d'impronta religiosa, deve essergli stata impartita ad Annesi dalla sorella Macrina; a partire dal 348, prosegui i suoi studi a Cesarea, divenendo « lettore », uno dei primi gradini della gerarchia ecclesiastica. Ma fu soprattutto il fratello S. Basilio Magno, da lui chiamato « padre e maestro » ed « unico maestro », ad influire in maniera decisiva sulla sua formazione. Verso il 355 Basilio, non ancora battezzato, tornò a Cesarea da Atene pieno di entusiasmo per la letteratura classica, e seppe infondere quest'amore anche nel fratello Gregorio, rivelandogli il fascino della retorica di Libanio.
Il giovane Gregorio fu cosi attratto dalla cultura e dalla retorica classica e dalla vita secolare, che nel 359 noti ascoltò l'appello rivoltogli da Basilio — convertitosi intorno al 357 — perché abbracciasse anche lui la vita monastica. Poco più tardi, pur continuando ad esercitare la sua attività di « lettore », sposò Teosebia, dalla quale ebbe forse un figlio. Erano quelli gli anni del regno di Giuliano l'Apostata e della reviviscenza della retorica greca operata da Libanio. L'influenza di quest'ultimo si fece sentire sempre di più su Gregorio: nel 365 abbandonò il suo posto di « lettore » per abbracciare la professione di « retore », suscitando il risentimento di Gregorio Nazianzeno. Gregorio non rinunziò però alla sua fede: la sua più grande aspirazione era quella di realizzare una sintesi tra retorica e Cristianesimo, come già aveva fatto suo padre. Nel 371 S.
Basilio Magno, che nel 370 era divenuto vescovo di Cesarea e che aveva ormai sconfessato l'ascetismo eccessivo di Eustazio di Sebaste, incaricò l'ormai famoso retore cristiano di comporre il De virginitate. Verso la fine dello stesso anno — in ogni caso prima che Gregorio Nazianzeno, nella Pasqua del 372, divenisse vescovo di Sasima — fu nominato vescovo di Nissa, una piccola città della Cappadocia orientale, carica che accettò contro voglia.
Gli studi biblici l'avevano attratto e li vedeva in funzione formativa. Poco si è parlato sull'argomento che merita una particolare cura. La Sacra Scrittura è uno dei cardini per conoscere l'opera del Nisseno. Senza la Bibbia che sembra guidare passo passo la crescita spirituale di Gregorio di Nissa si rischia di cadere nelle solite frasi comuni, come se egli fosse solo dedito alla cultura classica.
Più spirito speculativo che uomo di azione, Gregorio difettava di quelle qualità pratiche che erano pur necessarie ad un vescovo in quei tempi difficili. Se ne rendeva perfettamente conto lo stesso Basilio, che in più occasioni — sia prima che dopo la nomina di Gregorio a vescovo di Nissa — ebbe a rimproverargli la sua eccessiva ingenuità e semplicità, e che nel 375, quando Doroteo gli propose d'inviare Gregorio in missione a Roma presso il papa Damaso, disse di non considerarlo adatto a tale compito. Con ogni probabilità, fu proprio per questa ragione che nell'inverno 375-376 il vicario del Ponto Demostene, un sostenitore degli Ariani, ebbe buon gioco nell'accusarlo di avere dilapidato i beni ecclesiastici; Gregorio riuscì a sottrarsi con la fuga all'arresto ed a ritirarsi in un luogo più tranquillo. Nella primavera del 376 un sinodo di vescovi Ariani fedeli all'imperatore Valente che aveva abbracciato l'Arianesimo, lo dichiarò decaduto dalla sua carica di vescovo, mettendo al suo posto una creatura di Demostene. Solo nel 378, dopo la morte dell'imperatore Valente alla battaglia di Adrianopoli (9 agosto 378), Gregorio poté ritornare a Nissa, dove la popolazione gli riserbò un'accoglienza trionfale.
Parigi, febbraio 1253: alcuni fatti di cronaca nera danno la stura a una feroce polemica a proposito della presenza degli Ordini mendicanti nel corpo insegnante dell'Università di Parigi e nelle attività pastorali ordinarie delle diocesi. La disputa, senza esclusione di colpi, che riguardo anche aspetti biecamente materiali e durerà fino al 1257, coinvolgerà addirittura Luigi IX, il re santo, e i pontefici del tempo. In effetti, essa costituisce un inevitabile momento di svolta nella concezione della Chiesa, sull'onda lunga della riforma gregoriana. I tre testi principali che ne costituirono la base non sono mai stati avvicinati fra loro in un unico volume. E' quanto ci si propone di fare in questo libro, dotando le traduzioni (due delle quali appaiono per la prima volta in italiano) di un articolato apparato di rimandi, consapevoli che le riflessioni sulla povertà di cui questi scritti sono costellati hanno ripreso vigorosa attualità.
CARLO DEZZUTO, sacerdote della diocesi di Biella, laureato in Fisica.
dottore in Diritto canonico e licenziato in Teologia con una tesi sui Prologhi latini del XII secolo ai Commentari al Cantico dei Cantici, ha tra l'altro insegnato Storia della Spiritualità Medievale al Centro di Studi di Spiritualità della Facoltà Teologica
dell'Italia Settentrionale di Milano.
Agostino viveva il momento delle Omelie come un incontro desiderato con la sua gente, un atto di intensa pastorale. Parlava con la sovrabbondanza rigurgitante della mente e del cuore. Con una voce un po' flebile, ma con una potenza espressiva eccezionale e con un cuore vulcanico. Con i suoi Discorsi, per quarant'anni Agostino ha educato i fedeli a coniugare Parola di Dio e vita, facendoli entrare nel dinamismo proprio della lectio divina: quello di assumere la Parola di Dio come luce che rischiara la quotidianità della vita, di cui offre uno spaccato interessante e avvincente, persino attuale. E a tal fine, con squisita sensibilità pastorale, Agostino mirava a coinvolgere il pubblico, sollecitandolo a bussare con lui alla Roccia della Sacra Scrittura, da cui far scaturire l'acqua viva, cioè i misteri abissali di salvezza, di cui nutrirsi insieme.
Teresa d'Avila ha attraversato la storia con un passo capace di gettare ombre lunghe: è stata teologa e mistica, talvolta eretica e infine, nel 1970, dottore della Chiesa. Personaggio fuori asse, magnetico e irriducibile, Teresa è stata anche - e soprattutto - una pioniera, fonte d'ispirazione per le molte autrici che si sono voltate a guardarla. Seguendo il movimento di progressiva costituzione della sua identità autoriale, questo volume accompagna lo sviluppo della scrittrice: dal Libro della mia vita, vasta opera autobiografica, a Le mansioni del Castello interiore, la scrittura di Teresa disegna un arco che la porta a svincolarsi dalle retoriche maschili, dal parlare fiorito dei dottori, dal canone misogino imposto da una lunga tradizione. Con intelligenza e originalità, Teresa d'Avila fonda una pratica del sé che germina nella scrittura, s'irrobustisce nella riscoperta del soggetto femminile e si proietta nel mondo.
C'è una santità molto evidente di alcuni uomini, ma c'è anche la santità sconosciuta della vita quotidiana: è quella testimoniata da Charles de Foucauld, che ha voluto imitare l'esempio della vita nascosta di Gesù a Nazareth. Frate Charles ha cercato di manifestare il Vangelo in maniera laboriosa e nascosta, nel silenzio in cui Dio dimostra la sua presenza nella forma di una "brezza leggera". Lui, che voleva "gridare il Vangelo con la vita", ha dimostrato che i gesti semplici possono parlare di Gesù.