Storico e critico sociale nato nel Midwest americano, Christopher Lasch (1932-1994) è legato perlopiù a singole opere, segnatamente "La cultura del narcisismo" (1979) e "Il paradiso in terra" (1991). Scopo di questa monografia è invece quello di ricostruire nel suo complesso sia l'itinerario biografico sia il pellegrinaggio intellettuale di un autore spesso citato, ma poco conosciuto. Lo sviluppo intellettuale di Lasch appare strettamente intrecciato con le proprie vicende biografiche. La prima parte del libro intende pertanto dar conto di tali vicende, anche in considerazione del fatto che Lasch stesso affermava che il proprio pensiero, profondamente radicato nel contesto americano, mutò negli anni proprio a causa dei cambiamenti storico-culturali occorsi. La seconda parte si focalizza sui principali interessi di studio che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita: la famiglia, il narcisismo, il paternalismo, il liberalismo, il progresso, il capitalismo, la democrazia e il populismo. Si dà altresì conto della sensibilità religiosa che lo studioso americano via via manifestò e dell'influenza da lui esercitata su - ma anche ricevuta da - singole personalità e riviste.
Le nozioni di saggezza e di desiderio non si contrappongono, bensì si compenetrano e sono depositarie di un messaggio di estrema importanza: nell’era della perdita dell’aura, dell’indifferenza, dell’individualismo occorre tornare a saper “stare di fronte all’assenza di stelle” ovvero a ciò di cui non possiamo appropriarci. Partendo dai Greci per arrivare a Lacan e a Levinas ciò emerge con forza è che il desiderio non è tanto una mancanza, ma un’assenza che non potremo mai colmare, un’ubriacatura alla quale siamo invitati, una tensione a essere ispirati e insieme un movimento di uscita da sé verso l’esteriorità e una temporalità colta nella sua diacronia.
In questo Messalino Quotidiano trovi il Santo del giorno, la Messa del giorno commentata con audio, alcune piccole preghiere e invocazioni all'interno del testo, le preghiere del buon cristiano, il Santo Rosario e le preghiere del periodo.
Esta edición especial literaria de Camino ofrece el texto original de Escrivá de Balaguer, anotado brevemente y con una introducción sobre su contenido, estilo y contexto.
Camino es un testimonio de la predicación de san Josemaría en los primeros años de su labor pastoral como fundador del Opus Dei. Se trata de un libro dirigido a todas las personas que desean buscar a Dios, escrito en breves puntos, con la finalidad de ayudar a la meditación personal. Así lo demuestra la acogida que le han dispensado millones de lectores en todo el mundo: es el cuarto libro en español más traducido de la historia, con más de 500 ediciones en 142 traducciones y cinco millones de ejemplares vendidos. Su estilo, sencillo y directo, anima al lector a contemplar la belleza del amor de Dios y a contagiar a los demás el entusiasmo del encuentro con Jesucristo.
En esta edición especial a cargo del filólogo Fidel Sebastián Mediavilla, autor de ediciones de crítica literaria de Teresa de Jesús, Gracián o Luis de Granada, se ofrece el texto original de Escrivá de Balaguer, anotado brevemente y con una introducción sobre su contenido, estilo y contexto.
Una scoperta che ha riscritto le regole della fisica, spingendoci oltre i confini del noto: nel 1900, la formula dell'emissione di corpo nero di Max Planck getta le basi della meccanica quantistica, aprendo squarci su un universo inaspettato. Un passaggio fondamentale per studiare quantitativamente innumerevoli sistemi fisici: i pianeti, le stelle e l'universo primordiale, in ambito astronomico; l'atmosfera terrestre e il bilancio termico del pianeta Terra, in ambito ambientale; è inoltre necessaria per applicazioni tecnologiche che vanno dall'illuminazione ai satelliti, al condizionamento degli edifici, ai sistemi di visione notturna. In questo libro la storia della formula che ancora «illumina» la nostra comprensione del cosmo.
La storia ebraica non è solo la storia degli ebrei, ma anche una parte della storia dei paesi nei quali si sono stabiliti dopo la diaspora. Nel caso dell'Italia, la presenza giudaica ha contribuito a una storia d'eccezione, essendosi radicata in tutto il territorio dall'età romana ai giorni nostri, sia pure fra alterne vicende: ora nel segno della pacifica convivenza, ora attraversando fasi critiche di discriminazione e di separazione. Dopo una prima integrazione, la cristianizzazione dell'Impero ne segna la marginalizzazione dal corpo sociale, con un netto ridimensionamento di spazi e di autonomie. La ridefinizione di status non ne arresta però la crescita e sia le fonti sia una ricca documentazione archeologico-epigrafica – qui ripercorsa regione per regione, fra catacombe, sinagoghe e vari manufatti – mostrano come gli ebrei d'Italia siano rimasti sul territorio con una nuova fisionomia, che vede infine, fra l'altro, il recupero liturgico e letterario dell'ebraico, parte essenziale della propria antica eredità culturale.
Il 7 giugno 1099, dall'alto della collina di Montjoie, i crociati fissano l'orizzonte: la Città Santa è lì, ancora distante eppure già segnata dal destino. Una febbre di attesa e furore percorre l'esercito cristiano, mentre si costruiscono torri d'assedio e si affilano le spade. Poi, il momento decisivo. Le mura cedono, la città è invasa. Per giorni, il sangue scorre senza tregua. Nel Tempio di Salomone, si racconta, si cavalca tra le onde di un massacro. È giustizia divina o il volto più oscuro della fede? Nelle parole dei cronisti, tra il mito della liberazione e l'eco cupa di una carneficina, si dispiega il racconto di una battaglia che avrebbe segnato per sempre la storia del Mediterraneo.
La responsabilità civile della pubblica amministrazione è da sempre una delle questioni più complesse e controverse. Anzitutto, perché richiede di coniugare il diritto civile con il diritto amministrativo, di operare l’interazione di due settori dell’ordinamento che non sempre comunicano fluidamente tra loro, seguendo regole e principi che, a volte, sembrano porsi in posizione di alterità. L’interdisciplinarietà rileva anche sotto il profilo della dualità delle posizioni giuridiche, che attinge pure la tutela risarcitoria. La responsabilità implica il confronto tra le situazioni sostanziali, di diritto ed interesse, dalla cui consistenza derivano non solo le modalità della tutela offerta dall’ordinamento, ma anche la scelta del plesso giurisdizionale. Non meno importante è il profilo della funzione, compensativa/repressiva o essenzialmente preventiva, da attribuire alla responsabilità della pubblica amministrazione e che risente del dibattito teorico ancora vivo nella dottrina civilistica. L’idea tradizionale - che affida alla responsabilità civile finalità di natura prevalentemente compensative, consentendo il risarcimento di rimediare ad una perdita economica o ad una lesione del patrimonio - è fronteggiata da una diversa prospettiva, che propugna la scuola economica, nella quale la previsione di determinati standards di legalità si prefigge di realizzare una prevenzione del danno efficiente e munita di un adeguato grado di deterrenza e, così, una proficua allocazione delle risorse. Prospettiva, quest’ultima, che appare utilmente invocabile proprio per la responsabilità civile della pubblica amministrazione, che coinvolge il corretto impiego delle risorse pubbliche. La risalente complessità della questione è accentuata da recenti interventi legislativi, che vedono l’impiego di clausole generali - tipicamente, la buona fede - come regole dell’agire anche pubblicistico e come parametri di valutazione della liceità non solo dei comportamenti materiali, ma anche dell’attività autoritativa. L’inevitabile grado di indeterminatezza che contrassegna l’applicazione di tali clausole comporta un ampio margine interpretativo, fonte di incertezze, che può pregiudicare l’efficacia dell’attività amministrativa e, specialmente, la sua tempestività. Al dibattito su questi temi intende contribuire l’Avvocatura dello Stato di Catanzaro con l’organizzazione del terzo convegno annuale di studi, quale proficua occasione di confronto tra avvocati dello Stato e del libero foro, accademici e magistrati, senza che manchi la voce di chi è chiamato a svolgere attività di amministrazione attiva.
L’eccidio di civili commesso dagli israeliani a Gaza dopo il 7 ottobre 2023 può essere considerato un genocidio? L’invasione russa del febbraio 2022 è un progetto di genocidio del popolo ucraino? Negli ultimi trent’anni l’uso del termine ha conosciuto un’espansione senza precedenti, suscitando dibattiti non solo giuridici e storici, ma anche politici e culturali. Mai come oggi questa parola è utilizzata frequentemente e spesso per definire avvenimenti molto diversi. Questo libro ricostruisce la genealogia del concetto di genocidio, dalla sua formulazione durante la seconda guerra mondiale alla codifica nella Convenzione delle Nazioni Unite del 1948, seguendone la diffusione durante la guerra fredda e l’affermazione nell’ordine internazionale successivo al crollo dell’Unione Sovietica. Lungi dall’essere una categoria stabile, il genocidio appare come un ‘oggetto di negoziazione’, un campo di tensione in cui si riflettono proiezioni identitarie, relazioni di potere e politiche della memoria. In gioco non è soltanto la definizione di una violenza estrema, ma il modo in cui le società contemporanee pensano il rapporto tra diritto e storia, tra Occidente e mondo, tra giustizia e rappresentazione del passato.
Quanto pesa l’eredità sulle nostre possibilità di successo? Quanto guadagna un manager rispetto a un’operaia? Quanto si mette in tasca l’1% più ricco del nostro paese? E quanto la metà più povera? In queste pagine si attinge agli studi più recenti e di frontiera per raccontare le disuguaglianze economiche in Italia: dall’esplosione dei divari tra lavoratrici e lavoratori all’immobilità sociale estrema, dalle diverse conseguenze dei cambiamenti climatici su ricchi e poveri al ritorno della ricchezza e dell’eredità ai livelli di fine Ottocento. Non dismettendo gli strumenti del dibattito accademico, si mostrano le ingiustizie che queste disuguaglianze rappresentano: non solo delineando quante sono, ma anche comparandole con quelle di altri paesi e periodi storici.
«La causa degli oppressi può difenderla soltanto uno che sia anche lui un oppresso». Pare che Lucio Sergio Catilina, di nascita nobile e dalla carriera torbida, temprato nella ferocia delle guerre civili, sia approdato a questa convinzione, proclamata in una riunione segreta di suoi seguaci, quando ormai si accingeva, nell’anno 63 a.C., all’ultima, celebre, perdente battaglia contro l’oligarchia. Infiltrati vi erano anche nella sua cerchia. Così, il servizio di spionaggio agli ordini del console a lui più avverso, Marco Tullio Cicerone, prontamente divulgò quel proclama, subito giudicato come una minaccia. Fu instaurato lo ‘stato d’assedio’ e in tale clima si svolsero le elezioni. E Catilina fu battuto nelle urne: intreccio perfetto di strategia della tensione e gestione dei pentiti. Cicerone era giunto al vertice del potere mettendosi agli ordini dell’oligarchia. Fu perciò, come spesso i transfughi, il più implacabile avversario della ‘rivoluzione’. Al culmine dello scontro non esitò a varcare i confini della legalità, illudendosi, per un tempo non breve, di poter rimanere, grazie a tale ‘benemerenza’, al vertice della Repubblica. Non aveva capito di essere soltanto una pedina, non un capo: gli mancava un esercito. Era suonata l’ora dei capi carismatici e delle loro legioni.