La guerra dei dazi di Trump insieme a molti altri fattori segnano un arresto e una decisa inversione di rotta della globalizzazione. A questo contribuisce il proliferare in diversi paesi di partiti e governi sovranisti e xenofobi. Se è vero che la globalizzazione è responsabile di grandi squilibri sociali ed economici, è innegabile che ha prodotto anche grandi benefici di cui non possiamo fare a meno. Dobbiamo, allora, uscire dal tunnel regressivo e, fin da oggi, preoccuparci di ripristinarne le condizioni, senza ripetere gli errori del passato.
La crisi climatica è sempre più fuori controllo, le risposte necessarie a fronteggiarla, a fermare il ‘grande caldo’, sono sempre più impopolari: è questo il ‘paradosso verde’! In Occidente la transizione ecologica è vista da molti come un ‘massacro sociale’, un progetto tecnocratico imposto ai popoli da élite oscure e privilegiate. Gli ambientalisti sembrano afoni o balbuzienti. Come si esce da questo groviglio di problemi? Prima di tutto con un po’ di sano fact checking su tante bugie in circolazione, descrivendo la realtà del clima impazzito e illustrando con chiarezza e nel dettaglio i suoi costi che, soprattutto per noi europei, sono vistosi.
Sorto dove lo sfruttamento intensivo di un allevamento di bovini aveva lasciato degrado e sterilità, il bosco di Montopoli è un’opera viva, patrimonio di una comunità, il simbolo di un impegno comune per restituire alla comunità e alla Terra, rigenerato e arricchito, quel che il tornaconto individuale aveva loro sottratto. Dal dialogo tra Daniela Mori, presidente del Consiglio di Sorveglianza di Unicoop Firenze - cooperativa che conta un milione e duecentomila soci, 157 punti vendita e 10.570 dipendenti - e Stefano Mancuso, che da coordinatore di PNAT progetta soluzioni per le problematiche ambientali e le sfide dei cambiamenti climatici, emergono chiare le ragioni dell’impegno e del progetto di Montopoli. Le riflessioni di Mori, incentrate sulla responsabilità sociale della cooperativa, e quelle di Mancuso, scaturite dall’osservazione della cooperazione nel mondo vegetale e animale, danno vita a una trattazione ricca di intuizioni e proposte intorno ad alcuni dei temi fondanti di una società democratica, resistente e capace di mobilitarsi e impegnarsi per il bene comune.
Tra Oriente e Occidente sembra che sia sempre esistito un vero e proprio scontro di civiltà. Al contrario, per lunghi millenni a partire dalle antichissime civiltà mesopotamiche, il nostro Occidente è stato una sorta di appendice al grande complesso orientale. Mario Liverani esamina i rapporti tra Oriente e Occidente dalle origini fino alle guerre persiane per illustrare il lungo processo che portò infine la Grecia a diventare controparte di analoga portata. Da allora il mondo occidentale ha costruito la propria immagine come qualitativamente superiore, facendo emergere i valori della democrazia contro il dispotismo orientale, delle libertà contro l’asservimento generalizzato, delle individualità contro la sottomissione etnica.
Quella valdese è una storia di lunga durata, fatta di attraversamenti, fratture, resistenze, ri-costruzioni e aperture. Bruna Peyrot la ripercorre con uno sguardo storico ampio e una scrittura limpida, seguendo il filo delle trasformazioni che hanno segnato comunità e persone: la predicazione delle origini, la Riforma, i conflitti con il potere, l’Emancipazione, il ruolo della scuola, il contributo alla società italiana contemporanea. Un racconto che non isola i valdesi in una memoria separata, ma li ricolloca dentro la storia europea e italiana, restituendo al lettore e alla lettrice la complessità, la continuità e l’attualità di questa esperienza. Per i valdesi, la storia risulta imprescindibile perché dal passato germogliano i significati della loro identità collettiva. Non si tratta di un serbatoio chiuso, colmo di caratteristiche che definiscono i soggetti o una comunità, quanto piuttosto di un insieme dinamico di tratti che amalgamano passato e presente, offrendo posizionamenti verso il futuro. A conclusione della nostra narrazione, la domanda sul destino futuro dell’esistenza valdese e protestante potrebbe passare per tre parole-nodo: storia, identità, educazione, affinché resti vivo il rispetto del dissenso, cartina di tornasole delle società democratiche.
La via dell’enneagramma: psicologia e spiritualità, qui in una nuova edizione ampliata, può essere considerata per molti aspetti un’opera magistrale. Con un linguaggio semplice e chiaro, Franco Fabbro delinea le più importanti vicende storiche dell’enneagramma e introduce le principali strutture di personalità, correlandole ai nove caratteri (enneatipi) e ai ventisette sottotipi della personalità, descritti per la prima volta in maniera esaustiva. L’analisi non trascura la descrizione delle teorie e dei lavori scientifici condotti sul simbolo dell’enneagramma, il quale viene inserito nel contesto delle terapie spirituali delle principali tradizioni religiose. Quest’opera rappresenta un unicum nel panorama degli studi sull’enneagramma e una lettura per clinici, filosofi e per tutte le persone interessate alla dimensione spirituale e alla conoscenza di sé.
In questo dialogo intimo e profondo con Simone Weil, una delle menti filosofiche più brillanti del xx secolo e riferimento elettivo del pensiero dell’autore, Byung-Chul Han intreccia i propri temi chiave attorno ai nodi più sensibili della riflessione weiliana: i concetti di attenzione, decreazione, vuoto, silenzio, bellezza, dolore e inazione vengono delineati in opposizione ai modelli e alle forme neoliberali, per aiutarci a comprendere e superare la crisi della contemporaneità. Weil diventa una guida chiaroveggente e persino terapeutica per indicare un cammino conoscitivo che rovesci l’asfittica mancanza di trascendenza del nostro presente, legata agli imperativi di performance, auto-ottimizzazione, iperproduzione, consumo compulsivo di merci e stimoli, sovraffollamento di desideri e attività cieche di un Io ridotto soltanto a soggetto di prestazione. La spiritualità, l’attenzione silenziosa e contemplativa, la religiosità che eleva dall’immanenza, il dolore "indispensabile per passare dal tempo all’eternità" fanno, al contrario, ritrarre la modalità predatoria dell’Io e mettono in discussione gli attuali rapporti di potere (sociali, politici, psichici, con la Terra e ogni vivente), sovvertendo i loro automatismi. Così il binomio Weil-Han ci conduce, anzi ci seduce, verso un’altra realtà che può affrancare da una vita priva di significato e farci intuire una beata pienezza dell’essere, un’intensità che salva il Bello, crea relazioni "aneconomiche" e ricompone un "ethos puro e semplice". Ci sarebbero più pace e bellezza nel mondo, scrive Han, se vivessimo come ha vissuto e pensato per noi Simone Weil.
«Il volume esprime un percorso in tre momenti. Il primo si concentra nell’aspetto biblico (Paolo) e patristico (soprattutto Agostino). Il secondo offre dapprima due ambiti sensibili al nostro tema: il monachesimo (occidentale) e la tradizione dell’oriente cristiano. Sempre nella seconda sezione si ha un’analisi che dal Medioevo (Tommaso e Bonaventura) arriva ai nostri giorni (Rosmini, von Balthasar, Florenskij e Bordoni), si allarga alla Riforma (Bonhoeffer), alla riflessione filosofica (Maritain e Gilson) e alle religioni orientali (Buddhismo). La terza parte comprende proposte di attualizzazione in rapporto allo statuto epistemologico, alla conoscenza affettiva, alla teologia dei santi e alla circolarità dell’intellectus fidei con la fede celebrata e vissuta. La Postfazione riconduce all’unità le due dimensioni scientifica e sapienziale». Dall’Introduzione di Roberto Nardin «Dopo aver percorso, grazie ai preziosi contributi raccolti in questo volume, l’affascinante itinerario che, a partire dal Nuovo Testamento, illustra nelle opere e nei giorni della grande teologia, e di alcune figure della filosofia di matrice cristiana, riaffiora la domanda che a tutto soggiace: la teologia è questione di scienza o di sapienza? O di entrambe insieme? E, in quest’ultimo caso, in quale misura combinate e secondo quale rapporto tra loro intercorrente? È la logica inclusiva dell’"et et" che ci offre la chiave per coniugare con efficacia una risposta». (Dalla Postfazione di Piero Coda).
Matteo Galloni, in questo libro assai ben documentato, riesce a farci scoprire e gustare il genio di Clemente Alessandrino che ha contribuito, insieme a Panteno e Origene, all'elaborazione di una nuova cultura di eccellenza utilizzando le categorie della filosofia greca che saranno, in seguito, necessarie per le formulazioni dogmatiche dei vari Concili Ecumenici. Galloni ci aiuta a comprendere che la Scuola di eccellenza di Alessandria era una comunità di vita che, utilizzando le categorie filosofiche, ci apre le profondità del mistero cristiano e ci divinizza realizzando qui in terra la familiarità perché il Logos ci genera figli/e dell'eterno Padre tramite lo Spirito Santo. Clemente nel Protrettico (Esortazione), si inserisce nel solco di una tradizione consolidata (si pensi al Protrettico di Aristotele o all'Hortensius di Cicerone che tanto colpì il giovane Agostino), ma l'Esortazione centrale si manifesta irrompendo sin dall'inizio con forza: «Il Verbo (Logos) di Dio è divenuto uomo affinché anche tu da un uomo apprendi in quale maniera un uomo diventi Dio» (Pr I,8,4). L'attualità del testo è allora evidente perché siamo invitati a iniziare una nuova vita liberandoci dalle varie forme di idolatria che da duemila anni schiavizzano l'essere umano. Clemente e Galloni si augurano che, progredendo nella lettura, ci sentiamo elevati, trasformati e chiamati a costruire insieme, animati dal Logos divino, una nuova cultura di amore, pace, libertà, solidarietà e fratellanza per rendere noi e il creato sempre più belli (kalòs) e buoni (agathòs) per vivere la felicità eterna già qui ora in terra! Prefazione di Sergio Zincone.
Il saggio approfondisce la concezione panikkariana della mistica come esperienza integrale della realtà, nella quale il divino, l’umano e il cosmico si compenetrano in un’unica visione non dualistica. Attraverso categorie centrali come l’intuizione cosmoteandrica, la differenza simbolica e l’advaita, Panikkar supera la frammentazione del pensiero moderno e propone una sapienza che riconcilia filosofia, religione e vita. La mistica, intesa non come fuga ma come pienezza dell’essere, diventa linguaggio del silenzio, apertura al Mistero e via di liberazione dall’ego. In questa prospettiva la contemplazione e l’ortoprassi coincidono, indicando un cammino di conoscenza trasformativa, capace di restituire alla filosofia la sua dimensione sapienziale e all’uomo contemporaneo la consapevolezza del proprio radicamento nel divino.