
"Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere". Il proverbio è notissimo, ma è difficile decifrarlo: come può un ammonimento di saggezza popolare escludere dal sapere il contadino? Qualcosa evidentemente non torna. Lo storico si incuriosisce, si chiede quale origine possa avere un testo del genere, che cosa significhi, a cosa possa servire. Investigando fra ricettari antichi, trattati di agricoltura e di dietetica, opere letterarie e raccolte proverbiali, Massimo Montanari scopre che i palati esigenti e gli stomaci delicati della nobiltà si innamorano del formaggio con le pere sin dal Medioevo. Ma c'è di più. A un certo punto l'abbinamento diventa espressione di un savoir faire socialmente esclusivo. Ciò accade quando l'idea medievale del "gusto" come capacità naturale è sopravanzata dall'idea moderna del "buongusto" come attitudine culturale. Senza questo snodo decisivo il proverbio sarebbe impensabile. Montanari si avventura - non senza colpi di scena - nei delicati territori di confine tra cultura scritta e cultura orale, rapporti economico-sociali e rappresentazioni mentali. E l'enigma si svela: quell'ambigua sentenza non è il deposito di una saggezza condivisa, ma un luogo di rappresentazione del conflitto sociale e della lotta di classe. Chi l'avrebbe mai detto che tanta parte di storia se ne stesse racchiusa in un proverbio?
Questo libro è una pietra miliare nel campo degli studi sul fascismo e fa chiarezza nel dibattito sorto intorno a una tematica ingiustamente trascurata dagli storici. Gli autori, scelti tra i maggiori esperti italiani e stranieri, definiscono le caratteristiche della politica coloniale fascista nel contesto storico e sociale più ampio dell'Italia liberale; si soffermano su aspetti poco noti, come i violenti metodi (dall'uso massiccio di gas alla fucilazione di massa) adottati per stroncare la resistenza delle popolazioni aggredite e le dinamiche delle campagne militari; affrontano le implicazioni giuridiche e culturali del colonialismo fascista e delle sue conseguenze relativamente a temi di politica internazionale.
Perché Annibale subito dopo Canne non sferra l'attacco finale marciando su Roma? Cosa si cela dietro la morte improvvisa e oscura (anche ai medici) di Scipione Emiliano? E che relazione c'è con la morte di poco successiva dell'ambizioso tribuno della plebe Marco Livio Druso? Perché Cesare non si sottrae al suo destino di morte? E infine quale serial killer si aggira per la corte di Augusto? Quattro misteri della storia di Roma antica, quattro enigmi rimasti insoluti che per la penna di Luca Canali, fra i massimi conoscitori del mondo classico, rivivono e trovano una loro possibile spiegazione nel quadro di un più ampio discorso sul senso, sui limiti e sulle sfide che il fare storia pone all'uomo del terzo millennio.
Come possiamo difenderci dal maltrattamento pubblico della storia cui si dedicano opinion makers e giornalisti spesso condizionati dalle contingenze della politica nazionale? Il modo migliore è forse ricorrere alla competenza e al rigore degli storici veri e propri. È questo l'invito che Sergio Luzzatto rivolge ai lettori attraverso questa raccolta di interventi e "raccomandazioni" di lettura, per comprendere, fuori dagli usi strumentali, il nostro recente passato e le sue ferite ancora aperte. Gli scritti di Luzzatto (usciti principalmente sul "Corriere della Sera") affrontano con piglio polemico e limpidezza di stile i principali snodi della storia italiana del Novecento: la peculiare modernità del Ventennio fascista, il traumatico valore della guerra civile combattuta in Italia dal 1943 al '45, la complicata eredità dell'esperienza resistenziale, il peso politico e civile degli "anni di piombo".
Fra la caduta dell'Impero romano dalla piena affermazione della città comunale una zona d'ombra si proietta sull'iconografia urbana, attraversando la quale non s'incontrano immagini che riproducano singole città nel loro assetto complessivo o almeno in alcuni degli elementi reali. Solo fonti testuali permettono di indagare i processi di orientamento e di formazione di una nuova idea di città in rapporto alle strutture materiali in profonda evoluzione. Nell'assenza di convenzioni cartografiche condivise fondate sull'oggettivazione di uno spazio esterno al descrittore, le scritture cercano di ancorare i dati a griglie di riferimento fragili e soggettive. In mancanza di un modello di mappatura dello spazio urbano ne esistono molti, ma la pluralità degli approcci, consente di seguire in una fase fortemente dinamica della città, il processo di costruzione di mappe mentali, e l'emergenza degli elementi in base a cui saranno poi costruite le rappresentazioni grafiche dell'età moderna. Il testo prende in esame scritture di vario tipo, composte con diversi linguaggi in un lungo arco di tempo, e cerca di metterle in relazione con le strutture materiali cui sono riferite. Il testo analizza, dall'alto Medioevo all'inizio dell'età moderna, le carte che hanno descritto Roma per orientare i pellegrini, le scritture legislative e quelle celebrative che hanno accompagnato l'ascesa del Comune e i trattati teorici di architettura che elaborano nuovi modelli astratti di spazio urbano.
L'analisi retrospettiva della storia costituisce un mezzo attraverso il quale si possono riconsiderare gli eventi storici sotto una diversa luce. Dall'analisi degli ultimi cinque secoli di storia, emergono numerose variabili che potevano condizionare fortemente le vicende mondiali, prima fra tutte la posticipata scoperta dell'America. La scoperta del nuovo continente, infatti, è stata portatrice di un "effetto domino" che ha fortemente condizionato le vicende mondiali nei secoli. La storia tende a ripetersi ciclicamente: il genere umano non è stato nelle condizioni di apprendere dai funesti eventi che sono avvenuti nel corso dei secoli.
L'avanzata turca nei Balcani nel Quattrocento e l'occupazione delle terre d'Albania costrinse molti alla fuga: tanti albanesi ripararono a Venezia. Quale fu la politica di accoglienza della Serenissima? Quale destino ebbero le donne, i bambini e gli uomini scampati agli eventi bellici? Il libro segue le loro vicende e il processo di integrazione nel tessuto socio economico veneziano. Illustra inoltre i contributi albanesi alla cultura umanistica veneziana. Segue il formarsi dello stereotipo della figura dell'albanese nella letteratura veneta del Cinquecento. Il libro apre nuove prospettive di indagine sul versante delle arti figurative e sulla committenza artistica tra Quattrocento e Cinquecento.
L'opera indaga alcuni aspetti della storia e della cultura veneziana attraverso una prospettiva inedita quanto accattivante: quella dello sguardo esterno sulla città lagunare, della percezione di Venezia fuori da Venezia. Le diverse "visuali" a partire dalle quali si affronta il tema spaziano all'interno di ambiti eterogenei, anche se strettamente collegati tra loro: dal ruolo che l'immagine della Venezia medievale ebbe nella costruzione del pensiero degli storici europei tra Otto e Novecento, alle profonde modificazioni che ebbe in Bisanzio la percezione della Serenissima, divenuta, da suddita dell'impero, sovrana; dall'osservazione della Repubblica veneziana da parte dell'impero ottomano, allo sguardo attento della Roma papale, che da Venezia importava, oltre a un rilevante quantitativo di merci di varia natura, anche influenze di una ideologia politica e religiosa che appariva "avanzata" rispetto a quella della città papale; infine, di "distanza, se non di un'aperta contrapposizione" si parla a proposito dello sguardo della rivale Genova.
Se alla domanda "cos'è l'Islam?" si rispondesse indicando semplicemente uno dei capolavori dell'arte islamica, come ad esempio la moschea di Cordoba, quella di Ibn Tûlûn al Cairo, una delle mederse di Samarcanda o anche il Taj Mahal, questa risposta, per quanto sommaria, sarebbe peraltro valida, poiché l'arte dell'Islam esprime senza equivoci quel che denomina.[...] Non è stupefacente né assurdo che la manifestazione più esteriore di una religione e di una civiltà come quelle dell'Islam rifletta a suo modo quel che vi è di più interiore in questa stessa civiltà. La sostanza dell'arte è la bellezza; la bellezza è una qualità divina e comporta in quanto tale un duplice aspetto: nel mondo essa è apparente; riveste, per così dire, le creature e le cose belle. Mentre in Dio, o in se stessa, è beatitudine inferiore; tra tutte le qualità divine che sì manifestano nel mondo, la bellezza è quella che più direttamente richiama il puro Essere. Questo significa che lo studio dell'arte islamica, come di qualsiasi arte sacra, può condurre, quando viene intrapresa con una certa apertura di spirito, verso una comprensione più o meno profonda di verità spirituali che sono alla base di tutto un mondo al tempo stesso cosmico e umano. Considerata in tal modo, la "storia dell'arte " supera il piano della storia pura e semplice, fosse solo per porre queste domande: da dove proviene la bellezza del mondo di cui stiamo parlando?
Tra il gennaio e l'aprile del 1945 i Lager nazisti svelarono il loro segreto. Il mondo inorridiva: il nazismo si spegneva nel grido di orrore che si levava dappertutto di fronte alle camere a gas e ai crematori. Da allora il frettoloso giudizio manicheo ha ceduto sempre più il posto a un esame di coscienza da parte dell'umanità tutta. Ma il mondo ha conosciuto per intero il «segreto dei Lager»? Negli anni del dopoguerra é stato fatto l'elenco degli orrori e crediamo, ora, di saperne tutto. Ma forse il vero segreto sfugge ancora, proprio perché si è cercato di circoscriverlo nei suoi aspetti esterni. La sua vera dimensione sta, invece, nella diabolicità del sistema, nella sua tecnica perfetta e nel suo funzionamento ineccepibile. Questo libro prende in esame, sulla scorta dl una vastissima documentazione, il mondo dei campi di concentramento, la loro struttura e organizzazione, le tecniche della deportazione e dello sterminio, alla luce di un'ideologia politica. Cioè come traduzione pragmatica di una concezione del mondo. L'impostazione della ricerca é un po' diversa da quella consueta e contrasta ancor più fortemente con quel corrompimento della storia nei Lager che è la catalogazione e descrizione degli orrori, di cui è nutrita una certa deteriore pubblicistica. Attenzione particolare viene riservata all'atteggiamento dei governi e dell'opinione pubblica del tempo, a ciò che forse si sarebbe potuto fare e non fu fatto; alla sorprendente presenza, in una situazione di assoluta precarietà, di un movimento di resistenza interna nei Lager, ad aspetti generalmente meno noti di questa incredibile vicenda, quali la sorte degli italiani e quella degli zingari. Jaoseph Ratzinger, arcivescovo di Monaco, vide la mente ordinatrice dei Lager coma la Bestia che il Veggente dell'Apocalisse indica non con un nome ma con un numero. Se il «segreto dei Lager» è costituito dalla Bestia apocalittica, un numero che trasforma gli uomini in numeri, c'è da temere che essa non sia stata sconfitta e uccisa, ma che sonnecchi soltanto. In ogni caso come dice Brecht, non è inaridito il ventre che l'ha partorita.

