
«In una manciata di polvere vi mostrerò la paura»: le macerie della guerra evocano, nelle parole di T. S. Eliot, uno scenario desolato. Millenni di violenza collettiva, dal Paleolitico a oggi, hanno lasciato una scia di fosse comuni, rovine, fortificazioni. E, soprattutto, hanno fatto terra bruciata: strati di carbone, ossa e cenere che nascondono storie quotidiane, vite spezzate, memorie cancellate. Con lo sguardo dell'archeologo e la sensibilità dello scrittore, Alfredo González-Ruibal percorre i luoghi devastati dai conflitti in tutto il mondo per ridare voce alle vittime invisibili di queste atrocità. Dalle razzie del Neolitico al genocidio dei nativi americani, dalle campagne militari romane alle trincee del Novecento, fino ai bombardamenti sul Medio Oriente, rivela il lato più crudo e intimo della nostra storia. E ci pone di fronte a una verità scomoda: la nostra inquietante propensione alla violenza.
Nella Roma sconvolta dalle proscrizioni di Silla, dove le strade si riempiono di cadaveri e la politica è diventata una guerra civile, una giovane patrizia osserva il crollo del suo mondo. Attorno a lei si muovono figure che cambieranno il destino della storia - Cesare, Cicerone Catilina - ma è la sua voce a guidare il lettore dentro il cuore di Roma, nelle sue case, nei suoi giardini, nei suoi intrighi e nei suoi segreti. Un romanzo che restituisce voce e anima a una figura femminile complessa e affascinante, nota ai più come la Lesbia di Catullo ma qui raccontata nella sua verità più intima, divisa tra il dovere imposto e il desiderio di libertà: è lei a mettere a nudo il prezzo che le donne pagano quando la storia è scritta dagli uomini.
Sul tetto della sua casa ardeva un fuoco devastatore e al posto degli angeli volavano serpenti nel cielo scuro. Non vennero pastori ad adorarlo, ma gli abitanti di Babilonia. Il bambino non incarnava umiltà: nel suo corpo abitava la vana sapienza del mondo. Agli emissari del Gran Maestro, giunti a interrogarlo, parlò come un adulto... Prima che l'Europa fosse attraversata dal mito dei Templari, un altro ordine di monaci guerrieri aveva già alimentato per secoli le paure e le speranze collettive del continente: gli Ospitalieri di Rodi. Tutto ebbe inizio nel Trecento, con una lettera inviata dal loro Gran Maestro alle potenze europee per annunciare la nascita, a Babilonia, di un bambino misterioso: con ogni probabilità l'Anticristo, il nemico degli ultimi giorni. La notizia venne accolta con sgomento e curiosità, si propagò nello spazio e nel tempo, ritornando a più riprese, fino alla Rivoluzione francese. Ma chi era davvero quel bambino? Che cosa bisognava fare per fermarlo? Ed era poi una buona idea fermarlo? La storia di questa falsa notizia, capace di intercettare tanto i ritmi profondi dell'immaginario quanto quelli più convulsi delle congiunture politiche e religiose, rivela come miti e paure possano plasmare intere società e aiutarci a sapere di più sul loro conto.
Meridione e rivoluzione: due parole che la tradizione storiografica ha spesso considerato inconciliabili, consegnandoci l'immagine di un Sud indifferenziato al suo interno, oggetto della «conquista» piemontese, colonia politica ed economica dell'Italia unita, eternamente arretrato. Come se, con la sconfitta della Repubblica napoletana del 1799, il Mezzogiorno avesse esaurito ogni impulso rivoluzionario, condannandosi all'immobilismo. Una lunga storia di sconfitte, sedimentata dal dibattito pubblico, dalla pubblicistica politica, dal cinema, dalla letteratura, che ha generato interpretazioni durature, quanto riduttive, capaci di influenzare il senso comune. Eppure, i fatti raccontano una storia diversa: dal 1816, anno di nascita del Regno delle Due Sicilie, fino all'Unità d'Italia, il Meridione è attraversato da rivoluzioni, controrivoluzioni, guerre civili. In questo quadro, il 1860 non è letto come l'esito di un processo lineare, ma come il culmine di un conflitto stratificato: tra borbonici e antiborbonici, liberali e legittimisti, tra diverse idee di patria - napoletana, siciliana, italiana. Anche la stagione post-unitaria, dunque, è parte integrante di questo ciclo rivoluzionario, mentre i decenni successivi fino al 1926 - allorché una rivoluzione di tutt'altro segno si impone - diventano il terreno su cui si elabora la memoria di quei conflitti per cercare di dare risposta alla domanda che ogni stagione rivoluzionaria lascia dietro di sé: ne è valsa la pena? Con un'analisi che abbraccia un lungo arco cronologico e intreccia conflitto politico, sociale ed economico, Salvatore Lupo ricostruisce come la memoria di quegli eventi è stata formulata, trasmessa, rimasticata, facendosi potente racconto pubblico. Liberato da stereotipi e semplificazioni, il Mezzogiorno si apre come un campo attraversato da narrazioni in conflitto in grado di orientare ancora oggi giudizi, identità e appartenenze.
È il 17 settembre del 1998 quando un gruppo di esperti si riunisce nella basilica di Santa Giustina a Padova, intorno all’urna dove, secondo tradizione, si conservano i resti dell’evangelista Luca, sigillata da quattrocento anni. Al suo interno, insieme a disparati oggetti e a un numero esorbitante di vertebre di serpente, c’è lo scheletro, senza testa, di un uomo alto circa un metro e sessanta, morto in tarda età. Si tratterebbe dei resti dell’evangelista Luca. Ma è davvero così? La reliquia è autentica? O è andata persa, o è custodita altrove: in Vaticano, o a Venezia, o magari a Praga? E in questo caso, di chi sono quei resti, e in ogni caso, come ci sono arrivati, a Padova? Il vescovo di Padova chiede risposte a una variegata commissione di storici, chimici, filologi, archeologi, e anche un paleontologo, per via dei serpenti. Il genetista chiamato ad analizzare il DNA dello scheletro per capire se è compatibile con le origini siriane del santo è Guido Barbujani, che in questo libro racconta una straordinaria avventura attraverso duemila anni di storia. Ci sono Giuliano imperatore e Lawrence d’Arabia, le crociate e le convulsioni del Medio Oriente contemporaneo: un lungo viaggio intellettuale, ma costellato di avventure e disavventure reali, talvolta comiche. Al contempo, attraverso i modi in cui esperti di discipline molto diverse hanno contribuito a ricostruire frammenti di una storia remota, veniamo a conoscere i meccanismi della ricerca, le grandi potenzialità e i limiti del metodo scientifico, gli scontri di idee e le motivazioni personali che portano, faticosamente e non senza contraddizioni, a passi avanti nelle nostre conoscenze: a volte piccoli, mai irrilevanti.
Mai più. Mai più la Shoah, mai più i campi di sterminio, mai più antisemitismo. Così si è detto. Ma a chi è riferito quel ‘mai più’? Mai più per gli ebrei o mai più a ogni altro genocidio, dopo quello estremo che ci deve fare da monito, chiunque ne possa essere vittima? E perché allora Gaza? E perché è una scelta controversa definire genocidio lo sterminio di Gaza? Usare questa definizione vuol dire sminuire l’unicità di quello ebraico o fare un paragone empio tra Stato di Israele e Germania nazista? Chiunque usi il termine genocidio per la Palestina è, anche inconsapevolmente, un antisemita? Proprio la parola antisemitismo è oggi sulla bocca di tutti: da una parte, la presenza nel dibattito pubblico di stereotipi antisemiti; dall’altra, il governo di Israele e i suoi sostenitori che definiscono antisemita chiunque critichi la sua politica, dall’ONU a quei paesi dell’Unione Europea che hanno riconosciuto lo Stato palestinese. Ma allora cos’è l’antisemitismo, chi sono gli antisemiti? Quali sono le differenze con l’antisionismo? E ancora, se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo, come opporvisi? Dopo il grande successo di "Il suicidio di Israele" (Premio Strega Saggistica 2025), Anna Foa ha sentito l’urgenza di rispondere a queste domande, con la consapevolezza che quello che abbiamo vissuto in questi ultimi due anni mette a rischio il patrimonio di valori che abbiamo costruito attorno alla memoria della Shoah e per rivendicare, oggi più che mai, un ‘Mai più’ che valga per tutte le donne e gli uomini. A prescindere da ogni credo e identità.
Cinquant’anni fa, il 24 marzo 1976, un golpe militare instaurò in Argentina una delle dittature più feroci dell’America Latina: 30.000 desaparecidos, migliaia di esuli e di prigionieri politici. Le Madres e le Abuelas de Plaza de Mayo, inizialmente sole - ‘le pazze della piazza’ - hanno costruito un modello di resistenza la cui immaginazione, creatività e, soprattutto, il coraggio hanno alimentato nuove forme di azione nella politica argentina: un movimento collettivo e pacifico, capace di trasformare il dolore privato in lotta politica. Gli organismi per la difesa dei diritti umani hanno così saputo rendere possibile il Juicio y castigo. Nel corso del tempo, infatti, i tribunali argentini hanno pronunciato 360 sentenze, condannato 1.237 persone e identificato oltre 800 centri clandestini di detenzione. E 140 nipoti, sottratti ai genitori desaparecidos, hanno potuto ritrovare la loro vera identità. Questo modello di giustizia integrale si è rivelato la forma più completa di riparazione e di accertamento della verità. Basato su fonti ufficiali, documenti d’archivio e testimonianze dirette, questo libro offre una visione d’insieme di un lungo cammino verso la verità e la giustizia. Un percorso che oggi è messo pericolosamente in discussione.
Quali erano i rapporti tra le popolazioni arabe e il mondo romano? Dall’età preromana, segnata dall’esperienza del regno dei Nabatei, attraverso l’età imperiale in cui fiorirono città multietniche ai confini del deserto come Palmira, fino all’epoca di Giustiniano e all’ascesa dei Jafnidi, il volume segue un lungo percorso di trasformazioni politiche e culturali. Al centro dell’analisi è un’area del Vicino Oriente a lungo considerata periferica, qui restituita nella sua funzione di spazio di mediazione e di scambio, inserito nelle dinamiche dell’impero romano. Grazie a un uso sistematico delle fonti letterarie, epigrafiche e archeologiche, il libro offre una rilettura complessiva dei rapporti tra Roma e le società arabe, contribuendo a ridefinire il quadro storico precedente all’avvento dell’Islam.
Questo libro affronta uno dei periodi più gravi e più drammatici della storia italiana: quello compreso fra il 1494 - l’anno della discesa in Italia di Carlo VIII - e il 1527, l’anno del sacco di Roma. Fu in quel periodo che l’Italia da centro della civiltà e della politica divenne periferia del mondo. Una grande ‘mutazione’ che colpì particolarmente Firenze, la città che sotto il dominio di Lorenzo de’ Medici era stata la capitale del Rinascimento. Qui, sotto la guida di Girolamo Savonarola, dopo la morte del Magnifico nel 1492, si sperimentò una nuova forma di governo repubblicano e popolare che voleva essere una risposta coraggiosa e alta alla tempesta in arrivo. Questa esperienza lasciò un segno indelebile anche in Francesco Guicciardini e Niccolò Machiavelli, nel loro operato politico e nei loro scritti teorici. Furono tutti sconfitti, in maniera diversa, e la loro sconfitta confermò il declino al quale l’Italia era ormai avviata e che durò per un lungo periodo di tempo. Paradossalmente, proprio in questi anni cruciali emerge il ruolo che la cultura italiana ha avuto nella costruzione delle libertà dei moderni: la libertà di pensiero, la libertà di coscienza, la libertà religiosa. L’eredità più importante dell’Umanesimo e del Rinascimento anche per la crisi che stiamo attraversando.
Oggi le società occidentali sembrano ossessionate dai ricchi: ammirati e lusingati e, allo stesso tempo, biasimati e disprezzati. Ma è sempre stato così? Negli anni le cose sono molto cambiate. In passato come oggi, però, ci si è interrogati su come si diventa ricchi e sul perché le ricchezze tendono ad accumularsi nelle mani di pochi. In questo libro, pieno di esempi e di resoconti delle vite di alcuni individui straordinari, si prova a rispondere a queste domande all’interno di un’ampia e organica ricostruzione storica. Chi sono i ricchi? Come lo si diventa? Perché le ricchezze tendono ad accumularsi nelle mani di pochi? Una grande storia dei ricchi e dei super-ricchi in Occidente.
Che cosa sappiamo di Sparta? Città guerriera, popolata di eroi programmati per combattere a difesa della patria senza temere la morte. Società dove il singolo non conta di fronte alla comunità. Soprattutto, Sparta è l’antitesi di Atene: se questa è la culla della democrazia, della filosofia, della poesia, della libertà, Sparta è la roccaforte dell’oligarchia, città senza cultura, austera ed essenziale. Ma è davvero così? Questo libro prova ad andare oltre lo stereotipo. Di Sparta sappiamo essenzialmente quello che ci ha raccontato la sua storica rivale, Atene. Ma a leggere bene tra le testimonianze del passato, emerge un’altra storia, tutta da raccontare.
Dalla conversione di Costantino alla conquista di Arkona nel 1168, in una vasta regione che dal Mediterraneo raggiungeva il Mar Baltico e l'Irlanda, donne e uomini continuarono a seguire usanze antiche, praticando potenti rituali e immolando agli dèi. I cristiani li chiamarono pagani, narrandone il caleidoscopico mondo spirituale in racconti laconici e incerti, tra fascinazione e biasimo. Sono tracce sbiadite che conducono in luoghi distanti: le zone d'ombra dei grandi regni, foreste tenebrose e stagni profondi, fino alle sconfinate terre che si estendevano oltre i limiti della parola scritta. Rare testimonianze che ci consentono di gettare uno sguardo su pratiche, credenze e divinità: scorgiamo i grandi fuochi accesi sui campi nel cuore dell'inverno, il legame che univa le streghe, la luna e i lupi, i cruenti sacrifici officiati nelle paludi del Nord, il fosco Wodan e la sinistra schiera di numi senza nome. Il volume ci guida in un viaggio attraverso un mondo perduto, oscuro ma rischiarato da frammenti che, preziosi, scintillano nel buio.

