
Quella della frontiera adriatica è una storia di ferite non rimarginate. E il sangue negli ultimi anni è stato la ragione, quando non il pretesto, per fare della memoria della violenza un’arma politica e, sempre più spesso, ha trasformato il dibattito istituzionale in dolorosa mistificazione. A partire da questa lacerazione Gianni Cuperlo ha scelto finalmente di attraversare una storia che è sua da tanti punti di vista: di triestino, italiano, antifascista, comunista. Le pagine che ne sono emerse sono trasparenti e irradianti come cristallo: capaci di tenere insieme l’esperienza personale e un’attenta bibliografia. Così la frontiera ferita non è solo quella che attraversa il confine tra italiani e slavi, ma è il margine della stessa coscienza europea, segnata da una serie di conflitti che hanno permesso di costruire una democrazia internazionalista oggi chiaramente in crisi, ma che sta a noi continuare a immaginare.
Siamo nel luglio del 1925. Giovanni Amendola è in viaggio verso Pistoia da Montecatini, che ha dovuto lasciare perché una folla di camicie nere ha posto sotto assedio il suo albergo. Per Amendola, questi attacchi non sono una novità. Ha già subito nel 1923 un pestaggio a Roma, dove ora è il leader principale dell’Aventino, la coalizione dei deputati antifascisti sorta dopo il delitto Matteotti. Improvvisamente, a una svolta, l’auto è costretta a fermarsi e Amendola viene assalito dai fascisti che, dopo avergli garantito l’incolumità, avevano preparato l’agguato. Lo picchiano brutalmente a colpi di bastone. Le ferite sono gravi e lo condurranno alla morte pochi mesi dopo, nell’aprile del 1926. A cento anni dalla scomparsa, Antonio Carioti parte da questo drammatico episodio per ricostruire la biografia del più acuto e coraggioso oppositore liberal-democratico del Duce. Autodidatta di origini modeste, Amendola si afferma ai primi del Novecento nell’ambiente delle riviste fiorentine, per poi passare al "Corriere della Sera" di Luigi Albertini. Eletto deputato nel 1919, figlio del Mezzogiorno di cui reclama il riscatto, è uno spirito religioso, animato da una fede profonda nella libertà. Ostile al fascismo e al comunismo, si batte per trasformare l’Italia in una democrazia moderna e capisce in anticipo su molti altri il pericolo costituito dal sorgere di un partito armato agli ordini di Mussolini. Denuncia per primo nel 1923 lo «spirito totalitario» del regime nascente e avanza la proposta di creare una Corte costituzionale per tutelare le regole del gioco dagli abusi del potere. Un nemico troppo pericoloso perché il fascismo potesse tollerarlo.
Gli eventi recenti nella Striscia di Gaza hanno riacceso l’interesse del pubblico verso una comprensione più profonda delle radici storiche del conflitto israelo-palestinese. Le mobilità forzate - dall’esilio della maggioranza dei palestinesi nel 1948 alle espulsioni del 1967, fino ai trasferimenti che si sono susseguiti nei decenni successivi - rappresentano un elemento imprescindibile della storia di quest’area. Questo libro ricostruisce la storia dei rifugiati palestinesi utilizzando fonti documentarie inedite e immagini provenienti da archivi disseminati in tutto il mondo. E lo fa coprendo un arco temporale straordinariamente ampio, che parte dalle migrazioni all’interno dell’impero ottomano nel XIX secolo fino ad arrivare agli sviluppi più recenti, passando attraverso i momenti cruciali delle espulsioni nel 1948 e dell’occupazione nel 1967. Una prospettiva di lungo periodo che permette di comprendere continuità e rotture storiche spesso ignorate dalla cronaca contemporanea, offrendo chiavi di lettura originali per interpretare il presente. Le vicende dei rifugiati palestinesi, infatti, investono anche il modo con cui viene ricostruito e narrato il conflitto arabo-israeliano. I palestinesi non sono stati privati soltanto di case, comunità e territori: da esuli e rifugiati, sono state anche negate la loro soggettività e l’identità, presentati come vittime e mai protagonisti. Una storia mai raccontata, oggi più necessaria che mai.
«La consapevolezza maturata grazie alla sensibilità degli insegnanti che hanno scelto di accompagnare i ragazzi in questo progetto è stata trasformata in uno strumento di approfondimento per la società tutta, a partire da chi è loro più vicino: i compagni, le compagne, i familiari e gli amici. Leggetelo: c’è molto da imparare!» (dalla Postfazione di don Luigi Ciotti) Dal 1945 a oggi, sono 117 i minori uccisi dalla mafia in Italia. Ragazzini, bambini piccoli che si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato o che hanno pagato con la vita il coinvolgimento mafioso dei loro familiari. Per restituire a queste vittime innocenti la giusta memoria, che in molti casi si era persa negli anni, la società cooperativa sociale La Tela di Rescaldina (Milano), in collaborazione con Libera e altri enti del territorio, ha indetto un concorso ispirato ai valori di legalità, giustizia, solidarietà e destinato alle scuole secondarie dell’Altomilanese. Questo libro è il frutto dell’impegno degli studenti nel rintracciare e raccontare le storie di quelle piccole vittime: ogni classe a suo modo, da fonti diverse, attraverso testi e immagini, con un coinvolgimento che ha colpito gli stessi insegnanti. Prefazione di Alessandra Dolci. Postfazione di Don Luigi Ciotti. S "Cipriano Facchinetti" Castellanza.
Si è scritto molto sulla guerra nel Medioevo, non altrettanto sulla pace. D'altra parte, la stessa civiltà medievale, quando raccontava sé stessa, lo faceva per lo più attraverso la guerra; non c'era spazio nella narrazione per la pace, intesa come assenza, come vuoto senza alcuna rilevanza storica (e storiografica). Ermanno Orlando intende colmare proprio questo vuoto, ricostruendo la storia delle donne e degli uomini che hanno sostenuto la pace tra il X e il XV secolo, dando talora vita a veri e propri movimenti pacifisti: dai promotori delle paci e tregue di Dio a Francesco d'Assisi; da Raimondo Lullo a Niccolò da Cusa; da Caterina da Siena sino a Giovanna d'Arco. Il Medioevo occidentale si rivela così nella sua contraddizione più affascinante: un'epoca segnata dalla violenza e dai conflitti, ma al tempo stesso capace di elaborare riflessioni, pratiche e ideali di pace che ancora parlano al nostro presente.
Secondo uno dei miti fondativi dell’Occidente, i diritti dell’individuo sono un’invenzione moderna. Attraverso un’analisi attenta delle fonti greche - da Aristotele, passando per le leggi e i decreti dell’Atene classica e concreti casi giudiziari - questo libro dimostra al contrario che gli Ateniesi possedevano già una sofisticata concezione dei diritti del soggetto. In un’epoca in cui i diritti sono sotto attacco da più fronti - dalle democrazie illiberali di Orbán e Trump alle autocrazie che li denunciano come una forma di ‘imperialismo occidentale’ - il modello ateniese offre spunti di riflessione inaspettati. Dimostra che l’idea di una priorità dei diritti non è un’esclusiva occidentale o moderna, ma è una aspirazione emersa ripetutamente, in forme diverse in culture diverse, dalle dinamiche stesse della socialità, a partire dalle lotte concrete per il riconoscimento e la dignità. Al contempo, il libro non nasconde un paradosso doloroso: quegli stessi Ateniesi che svilupparono una concezione così sofisticata dei diritti scelsero ostinatamente di negarli agli schiavi. Una lettura nuova e potente della democrazia ateniese di età classica che parla al nostro tempo inquieto, ricordandoci che la difesa dei diritti è sempre frutto di battaglie radicate nelle dinamiche e nelle contraddizioni della società.
Edith Bruck, poetessa e scrittrice, ha vissuto sulla propria pelle l’orrore dei lager nazisti. Andrea Riccardi, storico, le guerre le ha studiate e poi le ha conosciute da mediatore per la pace. Diversi per generazione, radici culturali e religiose, entrambi hanno però conosciuto il male. A partire dal racconto delle loro esperienze, prendono avvio in queste pagine riflessioni lucidissime su cosa sia il male, su come possiamo affrontarlo e sulla necessità di non rassegnarci ad esso. Un appello oggi più che mai necessario. Due modi diversi di testimoniare cosa è il male, con una sensibilità rara, nella costante speranza in una umanità migliore, e nella convinzione che anche nelle stagioni più cupe si debbano e possano trovare delle luci.
«Abbiamo cercato di considerare Hitler un condensato, o se si preferisce come il catalizzatore di forze che si sprigionano dalla vertiginosa mutazione di quei sistemi economici, sociali e cognitivi che costituiscono l’Europa - in particolare l’Europa di mezzo - tra la fine dell’Ottocento e la Grande Guerra e che hanno trasformato il continente, le sue modalità di ‘gestire’ le masse umane, di nutrirle, guidarle, controllarle e di pensare la dimensione politica. Ciò che si delinea è quindi la storia di un uomo, di un destino, ma anche, per suo tramite, di un oggetto che abbracciò l’Europa e che si autodenominò ‘Terzo Reich’. Nel destino di quest’uomo si mescolano infatti militantismo frenetico, speranza imperiale, conquista dell’Europa, guerra ripugnante, inaudito genocidio.» I fallimenti personali e i successi politici, le ossessioni folli e il pragmatismo freddo del più temuto dittatore del Ventesimo secolo.
Dalla rivoluzione del 1979, l’Iran è considerato dall’Occidente il nemico numero uno, uno dei paesi centrali dell’‘asse del male’ da cui Europa e Stati Uniti si sentono minacciati. Ma l’Iran è anche un paese enorme e complesso, in cui il regime teocratico deve fronteggiare una opposizione molto forte e combattiva. Questa storia dell’Iran prende lettori e lettrici per mano e li accompagna alla scoperta di uno dei luoghi centrali delle attuali crisi internazionali a partire da un punto di vista inedito: quello dei movimenti sociali - studenti, donne, lavoratori e minoranze etniche. Invece di mettere al centro le figure apicali dello stato - Khomeini, Khamenei, Ahmadinejad -, il libro segue le proteste e la storia delle organizzazioni politiche che nel corso degli anni si sono alleate, organizzate e mobilitate, influenzando lo sviluppo della politica nazionale e internazionale in maniera determinante fino al movimento Donna Vita Libertà. Uno strumento indispensabile per chiunque voglia comprendere le dinamiche sociali e politiche dell’Iran contemporaneo.
Nel mondo antico, Roma rappresenta un'eccezione: gli dèi abitano la stessa città degli uomini e paiono sottoporsi alle stesse regole giuridiche. Le divinità straniere, ad esempio, possono essere accolte solo tramite un decreto del senato, poiché il ius, così come il rito, vincola tanto gli uomini quanto gli dèi. Tuttavia, in ambiti cruciali come la guerra o il dominio sui corpi umani, l'equilibrio apparente si incrina e il rapporto torna gerarchico. Gli dèi devono essere ingraziati e placati affinché il nemico venga sconfitto, e la stessa pax deorum, se compromessa, minaccia la sopravvivenza dell'intera comunità. Neppure il sangue può essere versato senza un'adeguata espiazione. Il libro affronta questi nodi da una prospettiva comparativa, mostrando come diritto e religione si intreccino in profondità. E, attraverso l'analisi dell'antico, apre uno sguardo sul presente, rivelando quanto il peso dell'ideologia religiosa continui a farsi sentire nelle guerre, nelle questioni bioetiche e nelle dinamiche biopolitiche.
Dalle poligamie aristocratiche alle monogamie seriali, dalle concubine cinesi ai divorzi occidentali. Una storia viva, di grande attualità. «Nelle culture umane è la monogamia che è rara, mentre è comune la poligamia». Partendo da questa tesi dell'antropologo inglese Jack Goody, Marzio Barbagli ricostruisce la storia - in Europa, nelle Americhe, in Asia e in Africa - delle norme sociali che prescrivono con quanti individui gli esseri umani possono sposarsi, o convivere more uxorio per un certo periodo di tempo, simultaneamente o in sequenza, rendendo legittimi determinati legami e definendo chi ha accesso alla successione ereditaria e alla distribuzione della proprietà. Il passaggio dalle diverse forme di poligamia alla monogamia indissolubile e a quella seriale, alle convivenze, al matrimonio fra persone dello stesso sesso e al poliamore, permette di capire come e perché siano mutati i modi di formazione, trasformazione e dissoluzione delle famiglie, insieme alle relazioni interne e ai rapporti di parentela.
Incontri tra popoli, culture e civiltà del Mediterraneo: questo è "Fantastico Medioevo", narrazione avvincente ma rigorosa di un passato che parla al presente e orienta il futuro. I castelli degli Svevi segnano tutto il paesaggio dell’Italia meridionale. Qui soggiornò a lungo il grande imperatore Federico II con la sua corte e qui trovò il punto di innesco una vera e propria rivoluzione istituzionale, politica e culturale.

