
RS/33. Il nome stesso, all’epoca del Fascio, era sinonimo di terrore. Riferiva unicamente al Duce e alle massime autorità del Regime. E i pochi che ne erano a conoscenza sapevano che parlarne significava morire. O finire internati in manicomio. Capitò a un giornalista e a un aviatore francese che aveva incontrato un UFO.
Il Gabinetto Ricerche Speciali 33 era uno di molti gruppi segreti. Ma era il più importante e tenebroso, investigava su fenomeni impossibili: marziani, fantasmi e veggenti. Al suo servizio furono costrette a lavorare le maggiori menti dell’epoca, dall’inventore della radio Guglielmo Marconi a Enrico Fermi, dal padre della missilistica italiana Gaetano Crocco al costruttore del primo disco volante terrestre Giacinto Dagani. RS/33 si interessò ai marziani dopo che un disco volante si era schiantato a Magenta nel giugno del 1933. Ma non si limitò a questo: andò a caccia dell’arca dell’alleanza di spielberghiana memoria, cercò Atlantide e la super-razza dei giganti, interrogò veggenti per conoscere i destini del conflitto mondiale, studiò l’uomo-robot e i mostri terrestri e marini. Tutto ciò è rimasto sconosciuto per oltre mezzo secolo. Sino ad ora.
In appendice, le ricerche segrete dell’RS di Trump sugli UFO e un saggio della filosofa Stefania Genovese sugli alieni secondo Steven Spielberg.
Con inserto fotografico a colori!
"Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano". Il 26 giugno 1946 Giuseppe Saragat, Presidente dell’Assemblea Costituente, rivolge un così profondo e impegnativo invito. Il contesto politico dell’epoca è ben noto: la forte polarizzazione tra universi ideologici assai distanti si combina con il desiderio di dare all’Italia un nuovo assetto istituzionale. Saragat ricorda che la democrazia è soprattutto un problema di rapporti umani, poiché specifica che, laddove esistono, esiste la democrazia, mentre dove non esistono, quest’ultima "non è che la maschera di una nuova tirannide". A ottant’anni da quella seduta, possiamo dire che l’invito a costruire una Repubblica dal volto umano è stato ampiamente accolto, grazie soprattutto all’attività di protagoniste come Tina Anselmi, Nilde Iotti e Lina Merlin. Il loro impegno civile ha contribuito a forgiare la nostra democrazia ed è dunque davvero lodevole lo sforzo di Leonardo Brancaccio nel ricordarne la passione e la tenacia. Dalla Prefazione di Elena Beccalli
Questo testo indaga la precarietà dei rapporti tra fascismo, Chiesa cattolica e massoneria in una prospettiva multidimensionale che coinvolge sia la dimensione religiosa sia quella politica. L’autore ha cercato di delineare i conflitti teologici, le tensioni ideali, le speranze di convergenza, le disillusioni di quelle speranze, le occasioni perdute come quelle mancate, dal punto di vista di ciascun attore protagonista: chiesa, fascismo, massoneria.
Abbiamo sempre pensato che la storiografia italiana, europea e mondiale dovrebbe essere riscritta per sottolineare la falsa propaganda laica, le grandi ingiustizie, le contraddizioni, le anomalie ideologiche e i tanti misfatti che hanno avvilito il popolo e confuso le opinioni di tanti credenti cristiani e cattolici.
Don Giuliano Lilli, con questo saggio, cerca di condurre il lettore sul sentiero della giusta interpretazione delle vicende che si sono verificate nel corso dei secoli.
Dalla condanna a morte di Giordano Bruno alla terribile fine di Voltaire, dai forni crematori della Rivoluzione francese ai martiri d'Inghilterra, dalla congiura di Mazzini e Hume contro la Chiesa cattolica alla feroce persecuzione di Spagna.
La Democrazia Cristiana, 1946-1954: dall'Assemblea costituente alla morte di De Gasperi. Gli anni della fondazione della democrazia e della ricostruzione postbellica: quelli dei governi da lui guidati nella "fase costituente" della Repubblica e dell'affermazione maggioritaria di un partito che De Gasperi non voleva «di massa» ma «di popolo», «partito nazionale» che doveva «rappresentare tutta la nazione» e i suoi multiformi interessi sociali. Le "grandi riforme" dei governi De Gasperi trasformarono profondamente la struttura della società italiana, in particolare il Mezzogiorno; contribuirono ad allargare le basi di consenso al regime democratico. In politica estera, inoltre, il «centrismo» degasperiano rese possibile l'adesione dell'Italia al Piano Marshall e consentì di tradurre la «scelta occidentale» in una coerente politica di cooperazione nel quadro delle relazioni internazionali disegnato dalla guerra fredda; assicurò l'ingresso nel Patto Atlantico e la partecipazione al processo di integrazione europea in una prospettiva federalista. Si rivelò, nel contesto interno e internazionale del dopoguerra, l'unica coalizione di governo capace di garantire la sicurezza della Repubblica, il consolidamento della Costituzione e la stabilità di un indirizzo politico orientato alla "difesa della democrazia" con il metodo democratico.
Nel Rinascimento la coltivazione della frutta era confinata agli orti dei monasteri e ai giardini delle ville signorili: un lusso aristocratico che, lungi dall’avere una funzione alimentare, serviva per ostentare raffinatezza. Dal canto loro, i ceti popolari, ossessionati dalla paura di patire la fame, al posto della frutta preferivano mangiare cereali e legumi, più nutrienti e sostanziosi. Al contempo, pere, mele e pesche venivano dipinte dalla dietetica come alimenti insidiosi per l’equilibrio degli umori del corpo. Fra Cinque e Seicento ha inizio la ‘rivincita’ della frutta: una lenta rivoluzione culturale in cui il gusto prende il sopravvento sulle prescrizioni mediche e poi le scoperte scientifiche sulla nutrizione smantellano antiche paure. Non è un caso che, nel Seicento, la rivolta di Masaniello a Napoli scoppiò per una questione legata al mercato della frutta, dimostrando quanto quel commercio fosse strategico. Poi la frutta prende il largo: i limoni di Sanremo e Amalfi nell’Ottocento conquistano il Nord Europa grazie a ferrovie a vapore; le arance siciliane sbarcano in America; l’Italia per decenni domina il commercio internazionale. Fino allo scenario attuale, con la mondializzazione che ha portato sulle nostre tavole mango e avocado tutto l’anno. La frutta che compriamo racchiude, dunque, secoli di storia: teorie mediche e dietetiche, innovazioni agricole, battaglie commerciali, mode e tendenze.
Tucidide descrive il grande scontro avvenuto nel V secolo a.C. tra Atene e Sparta. Ciò che fa di quest’opera un classico immortale è - più che la quantità di informazioni preziose - la qualità della ricostruzione storica che, basata su rigorosi criteri di valutazione razionale, mira a trarre dalla massa degli eventi contingenti il filo conduttore dell’evoluzione storico-politica: non a caso è Tucidide che ha ‘scoperto’ la guerra del Peloponneso che gli stessi contemporanei non percepivano come fenomeno unitario, ma come catena di episodi staccati.
Parlare di incertezza in questo tempo può apparire scontato di fronte alle crisi che si stagliano nei grandi orizzonti internazionali. Ma c'è un'incertezza sul futuro dell'Italia, radicata nel suo ruolo a livello internazionale, che ha anche un'origine endogena: ha a che fare con gli esiti a cui l'hanno condotta le classi dirigenti che l'hanno guidata nell'ultimo abbondante trentennio. L'incertezza riguarda ormai la collocazione dell'Italia nel quadro internazionale, il fronte delle istituzioni che hanno registrato forti discontinuità nella legislazione elettorale, nelle riforme costituzionali, financo nella rielezione dei presidenti della Repubblica. Anche dal punto di vista delle questioni del lavoro, della sanità, dell'economia, della fiscalità, il clima che si registra resta sempre quello dell'incertezza. Capire come questa percezione si sia materializzata nel nostro paese è al centro di queste pagine che da diversi punti di vista, e in vari campi di osservazione, provano a ricostruire gli ultimi decenni della Repubblica. Molti dei cambiamenti avvenuti hanno condotto ad esiti ben lontani da una transizione ordinata dalla Repubblica dei partiti che avevano scritto la Costituzione. La transizione si è allungata a dismisura ed è divenuta incertezza.
A lungo gli archeologi hanno scavato negli antichi siti di Megiddo, Hasor e Gezer, portando alla luce i resti di magnifici palazzi e fortificazioni, credendoli il segno tangibile del biblico regno di Salomone. All’inizio degli anni duemila, il colpo di scena: quelle rovine potrebbero essere almeno di un secolo più tarde, mentre ai tempi di re Salomone persino Gerusalemme non era che poco più di un villaggio. Fu un piccolo terremoto, perché in nessun altro posto al mondo, forse, è così difficile il lavoro dello storico: in quel pezzo di Vicino Oriente stretto tra il Mediterraneo, il fiume Giordano, il Mar Morto e giù giù fino al Mar Rosso, per molti secoli i testi sacri si sono sovrapposti alla Storia, l’hanno condizionata, piegata e a volte forgiata. Allo stesso modo, gli interessi economici si sono fusi e confusi con le istanze culturali, i nazionalismi hanno dettato l’agenda della politica e delle guerre, il fanatismo ha tracciato o cancellato confini, al punto che quelle terre contese hanno avuto molti e diversi nomi: Terrasanta, Regno crociato di Gerusalemme, Eretz Israel, Palestina… Franco Cardini, grande storico medievale ed esperto del Vicino Oriente, conosce quella lunghissima storia e sa che spesso, nel dibattito, ci concentriamo sugli eventi recenti: per spiegare il 7 ottobre o l’invasione di Gaza si risale fino alla guerra dei Sei Giorni, o al conflitto arabo-israeliano del 1948 e alla nascita dello stato di Israele. In pochi si avventurano nelle pieghe del “Grande Gioco” con cui le potenze europee si contesero l’influenza sul Medio Oriente. Raramente ci si spinge oltre il XIX secolo. Eppure, bisogna andare ancora indietro. Molto più indietro. Terra santa e dannata risale fino alla terra promessa di Abramo e alla conquista babilonese, racconta il giogo dei romani e poi l’arrivo degli arabi musulmani, l’impero d’Oriente e il lungo dominio ottomano, per poi continuare appunto con gli eventi sanguinosi più recenti e familiari. Perché per capire questo intricato presente, dobbiamo districare i fili intricatissimi di un passato che non passa.
L’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2026 si propone come strumento indispensabile di analisi dei grandi cambiamenti in corso nel bacino del Mare nostrum, segnato dalla tragedia senza fine del conflitto israelo palestinese e sconvolto dalla guerra aperta tra Israele e Iran. Nella sezione Approfondimenti, il saggio di Dalia Ghanem racconta la percezione che di Israele hanno gli Stati arabi della regione, con uno scollamento non di rado significativo tra governi e opinioni pubbliche. Il contributo di Nimrod Goren ribalta invece la prospettiva, descrivendo come Israele percepisce se stesso dopo il 7 ottobre e restituendo la fotografia di un Paese che spesso si ritiene incompreso dagli alleati, ma in cui parte della società civile non si esime da un approfondito esame di coscienza. La sezione Schede Paesi offre poi una ricostruzione storica e una lettura aggiornata delle dinamiche politiche, economiche, sociali e internazionali degli 11 Stati della sponda sud del Mediterraneo, mentre quella dei Dialoghi mediterranei inquadra il ruolo di alcuni rilevanti attori politici nell’area e la loro reazione alla crescente instabilità che l’attraversa. Giunto alla sua dodicesima edizione, l’Atlante si conferma punto di riferimento editoriale per capire il Mediterraneo, in uno dei momenti più travagliati della sua millenaria storia.
Il cibo è l’espressione formidabile della cultura di un’epoca, oltre a essere un mezzo di sostentamento. Per molti secoli, farina e latte, erbe, carni e umori sono stati usati per invocare il sovrannaturale, penetrare l’occulto, compiere miracoli. Sulla base di un’ampia gamma di fonti storiche, come testi penitenziali, letteratura pastorale, agiografie, collezioni di incantesimi e rimedi medici e trattati di teologia, Andrea Maraschi getta luce sulle fluide barriere tra quotidiano e meraviglioso, come solo un oggetto di studio tanto universale e trasversale - il cibo, appunto - può permettere. Il centro dell’analisi è l’Occidente altomedievale ma con un più ampio sguardo all’intero Mediterraneo. Il libro consente non solo di conoscere aspetti meno noti della storia e della cultura riguardante molti alimenti, ma anche di approfondire il concetto di ‘magia’ nell’Alto Medioevo come realtà presente, quotidiana e in profonda continuità con la pratica medica e quella religiosa.
Tra la fine del Medioevo e la prima Età moderna, in alcune città e in alcuni Stati italiani la straordinaria vivacità commerciale rende necessaria l’invenzione di una serie di strumenti operativi e previsionali che avranno un grande successo nei secoli. Quello era il tempo in cui le obbligazioni erano scritte in genovese, i banchieri internazionali parlavano toscano, i broker assicurativi sottoscrivevano polizze in veneziano. Era il tempo in cui gli italiani - pur suddivisi in tanti Stati spesso in guerra fra loro - insegnavano al resto del mondo come accedere al credito senza incorrere nei fulmini ecclesiastici sull’usura, come consolidare il debito pubblico, come far fruttare i risparmi e come evitare di farsi rovinare da un naufragio. Sembra incredibile ma anche uno strumento così attuale come la criptovaluta mostra sorprendenti somiglianze con lo scudo di marco, una valuta virtuale e sottratta al controllo dei governi messa a punto dai banchieri di Genova tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Nei capitoli di questo libro, Alessandro Marzo Magno ricostruisce un affresco vivacissimo di un tempo lontano a cui dobbiamo così tanto del nostro presente.

