
Violet ha 11 anni, vive per le strade di New York, ha una madre amatissima che non può badare a lei. Il treno degli orfani sarà il suo destino. Tre donne, tre voci, tre generazioni per raccontare quel viaggio, luminoso e sofferto, che chiamiamo vita.
23 novembre 1980: il terremoto colpisce la Basilicata e la Campania, provocando migliaia di morti, dispersi e senzatetto. Un'antropologa milanese si precipita a Palmira, minuscolo centro dell'Appennino che ha la particolarità di non figurare sulle carte geografiche. Trova strade e ferrovie interrotte, dighe e ponti crollati, abitazioni rase al suolo, famiglie distrutte. Solo una falegnameria è rimasta in piedi e dentro, notte e giorno, mastro Gerusalemme fabbrica il mobilio per una sposa, l'ultima del paese. Sulle ante sta disegnando le leggende che si tramandano negli anni: misteriose profezie di gente senza tempo e memoria, miracoli di un luogo favoloso dove convivono cristiani, ebrei, musulmani. I pannelli dei mobili sono l'unica testimonianza che Palmira sia esistita veramente e in essi si compie il destino di ogni uomo. Tra l'antropologa e il falegname inizia un dialogo di sguardi sfuggenti e di parole arcane, un viaggio alla ricerca dell'ultima sposa, un'avventura nei segreti di questa comunità, dalla remota fondazione di Patriarca Maggiore all'apocalisse del terremoto che ha trasformato il paese in un immenso presepe di morti. Grazie a una lingua modulata sull'affabulazione dei sogni e a un gioco di incastro fra epica orale, mito e cronaca, con questo fantasioso romanzo Giuseppe Lupo celebra un evento che fa da spartiacque nella recente storia del Mezzogiorno e segna la fine di una civiltà.
1951, Tokyo. Nicholai Hel si trova in prigione per aver ucciso il suo padre spirituale, un generale accusato di crimini di guerra. È disposto a tirarlo fuori di lì un agente dei servizi segreti, che ha bisogno di lui e della sua abilità per una missione segretissima. Hel naturalmente accetta, ma non sa che la sua missione è praticamente mortale: dovrebbe infatti uccidere un consigliere militare sovietico a Pechino, mettendo fine a decenni di amicizia tra Cina e Urss. A addestrare Hel nella missione mortale è la bellissima Solange, una ex prostituta francese che però, partita da semplici favori sessuali, finisce con l'innamorarsi davvero di Hel. Ma le sorprese non finiscono qui. Tra prove-trabocchetto, missioni all'ultimo respiro, tradimenti e successi, giunto al momento della resa dei conti, Hel scopre che il suo aguzzino è la persona a lui più vicina...
Nel 2002 Caroline Bréhat, giornalista di 32 anni, si trova a New York per una manifestazione anti-Bush e resta colpita da un cantante "impegnato", Julian Jones, che si esibisce in quell'occasione. Pochi giorni dopo lo intervista e nel giro di altri pochi giorni si ritrova a casa sua, nel vortice di una grande, sconfinata passione, come mai le era sembrato di vivere nella vita. È il sogno che si fa realtà, il principe azzurro che si materializza in un uomo non solo bello, famoso, seduttivo, ma anche intelligente, sensibile, impegnato. Dopo un anno di luna di miele i due si sposano, ma subito iniziano i problemi. La sensibilità estrema di Julian Jones si rivela essere fragilità, inconsistenza e soprattutto instabilità emotiva. Dalla fase della seduzione Julian passa a quella del dominio, umiliando il più possibile Caroline. Da questo momento in poi il tunnel non fa che incupirsi: dalle violenze verbali a quelle fisiche, e poi dalle botte ai baci, ogni volta facendo sentire Caroline responsabile di tutto - anche quando è incinta. Dopo che ha partorito e dopo oltre tre anni di inferno, un giorno Caroline vede per strada un uomo che picchia sua moglie e, come illuminata, capisce che quella donna potrebbe essere lei. Inizia così il percorso della ribellione, dalla rivendicazione dei propri diritti, fino alla libertà e al divorzio.
Nella nona decade della sua vita, alle soglie del nuovo millennio, Czeslaw Milosz decide di raccontare il suo Novecento. Comincia allora a rovistare nei cassetti della memoria e ne trae figure, luoghi, fenomeni: un fulgido mosaico di vicende proprie e altrui che spaziano da un continente all'altro, da un'epoca all'altra, delineando una personalissima enciclopedia del secolo appena trascorso, un alfabeto di ricordi e riflessioni sulla civiltà occidentale. Ma, come sempre, la memorialistica di Milosz scaturisce non già dall'impulso a eternare sé e il proprio vissuto, bensì dall'esigenza di testimoniare, anzi di perpetuare il mondo, meraviglioso e terribile. Milosz rinuncia così al ruolo di protagonista per assumere quello di regista, chiamando in scena grandi attori e piccole comparse, mosso dal duplice intento di «salvare» tutto ciò che in un modo o nell'altro ha avuto un ruolo nella sua vita, e di riflettere sul proprio tempo. Non stupisce quindi che accanto a medaglioni imprescindibili per un grande intellettuale - come quelli su Rimbaud, Schopenhauer, Whitman, Dostoevskij o Baudelaire - compaiano riflessioni sulla pittura di Edward Hopper, sull'alchimia o sul buddhismo; che «la fine del capitalismo» o «la stupidità dell'Occidente» si specchino nei lemmi dedicati al mondo russo-sovietico; che i commenti sulla «spietatezza» o sulla «blasfemia», sul «pregiudizio» o sulle «lettere anonime» stemperino le loro note amare nel fascino di paesaggi nordici o mediterranei - Inverness, la Selva Rudnicka di Vilna, il Connecticut, le acque trasparenti di Bocca di Magra.
In una bella mattina d’inverno, mentre il suo autista lo portava, come ogni giorno da , trent'anni, nella ditta di import-export fondata da suo nonno, Norbert Monde ha deciso di scomparire. Anzi no: non c'è stato niente da decidere. «Probabilmente lo aveva sognato spesso, o ci aveva pensato così tanto che adesso aveva l'impressione di compiere gesti già compiuti»: farsi radere i baffi, scambiare il completo dal taglio elegante con un abito di seconda mano, andare alla Gare de Lyon, chiedere un biglietto di terza classe per Marsiglia. Ma perché è accaduto proprio quel giorno? Forse perché era il suo compleanno; o forse perché, alzando gli occhi, ha visto i comignoli rosa stagliarsi contro un cielo di un pallido azzurro in cui fluttuava pigra una minuscola nuvola bianca - e gli è venuta voglia di vedere il mare. Quando finalmente se l'è trovato davanti, il signor Monde ha pianto. E quelle lacrime, che si portavano via «tutta la stanchezza accumulata in quarantotto anni» , erano dolci, «perché ora la battaglia era finita», e lui era finalmente come uno di quei clochard che dormono sotto i ponti di Parigi, e che più di una volta gli era capitato di invidiare. Così è andato a vivere con una tale Julie, che fa l'entraineuse in un locale notturno di Nizza dove hanno dato un lavoro anche a lui. Ed è diventato per tutti Désiré Clouet, il contabile del Monico. Un giorno, però, gli apparirà dinanzi un fantasma della sua vita di prima: allora il signor Monde, che si è portato dietro «la sua condizione di uomo come altri si portano addosso una malattia che ignorano», riprenderà la sua identità e il suo ruolo, ma non sarà più la stessa persona. Perché da quel momento non avrà più ombre - e guarderà ogni cosa in modo diverso, con una sorta di «fredda serenità».
Il titolo viene da un'usanza sette-ottocentesca di cui parla lo scrittore Giuseppe Rovani nel romanzo “Cento anni”: uomini di mondo si facevano dipingere la maschera di un noto personaggio del tempo, poi se la applicavano sul volto per stupire, infastidire o impaurire la gente per strada o nei salotti. Il protagonista, vissuto nella convinzione di assomigliare all'amato padre, scoprirà, alla fine, di essere identico al detestato nonno. Almeno nei tratti del volto. Le due figure del padre e del nonno sono l'oggetto di una doppia indagine da parte del narratore. Entrambi sono legati a un mistero: il padre a un inspiegabile suicidio, il nonno a una colpevole sparizione che ha generato sofferenza e senso d'abbandono. Entrambi sono legati a una figura femminile assente: il primo ne è il marito, il secondo il padre.
«Vizio di forma è il romanzo piú divertente che Pynchon abbia mai scritto. Ed è anche una folle e magistrale sintesi di tutto ciò che lo rende unico e grande».
Rolling Stone
«Immaginate il vostro romanzo preferito di Raymond Chandler riscritto come un giallo hippy. Immaginate un grande romanziere americano, uno che adesso ha settant'anni, che scrive con tutta la vivacità e l'entusiasmo di un ragazzo che ha appena scoperto le donne.
Immaginate, soprattutto, frasi e scene che sono talmente divertenti a leggerle che vorreste che Vizio di forma durasse il doppio. Vizio di forma è una straordinaria miscela di noir californiano, e una perfetta evocazione degli ultimi fuochi degli anni Sessanta».
Michael Dirda, The Washington Post
California, inizio anni Settanta. Doc Sportello, investigatore privato ed ex surfista con un debole per le droghe (sul cartello appeso alla porta del suo ufficio c'è scritto LSD indagini: «Localizzazione, Sorveglianza, Discrezione»), viene contattato da una vecchia fiamma, Shasta, una tipa che «poteva passare settimane senza far niente di piú complicato di una smorfietta». Lei gli chiede di proteggere il suo nuovo amante, un costruttore miliardario di nome Mickey Wolfmann, dato che la moglie ha in mente un piano per liberarsi di lui. Ancora innamorato di Shasta, Doc accetta l'incarico, ma non fa neanche in tempo ad avviare le indagini che si ritrova arrestato per l'omicidio di una delle guardie del corpo del costruttore, che intanto è sparito, come pure Shasta. Nel corso dell'indagine Doc inciampa in falsi biglietti da venti dollari con il ritratto di Richard Nixon, e in un'associazione di dentisti assassini nota come Golden Fang, la Zanna d'Oro, ma si ritrova anche nei dintorni delle Pantere Nere e della Fratellanza ariana, di Charles Manson e della sua «Famiglia», di surfer e zombie.
Con un occhio rivolto ai grandi crime-movies in bianco e nero e uno ai cartoni animati, Pynchon disegna il suo personalissimo tributo alla stagione degli hippy e il loro manipolo di sbandati sognatori.
Vizio di forma è, alla fine, anche una «porta aperta su un tempo e un luogo precisi, una spiaggia della Storia, la California degli anni Sessanta, "piccola parentesi di luce" condannata purtroppo a essere inghiottita dalla restaurazione» (Tommaso Pincio).
Si dice che i gatti abbiano sette, persino nove vite. Che riescano a precipitare da altezze vertiginose per poi rialzarsi, darsi una lisciata al pelo e spiccare un altro salto. Giovanni Prati, che con i gatti sa persino parlare, di vite ne ha avute tante da perdere il conto. È stato traduttore e poeta, cuoco, sceneggiatore, esperto di cooperazione nei paesi in via di sviluppo.
È stato, per dieci anni, uomo di punta della Infinite Power Limited, la più potente multinazionale nel settore dell'aviation marketing. Fino a oggi: perché stamattina Giovanni Prati ha raccolto le sue cose dalla scrivania, ha messo nella borsa il notebook e se n'è andato. Per cominciare una vita nuova, un'altra, a modo suo. Una scorta di bottiglie per sciogliere i pensieri, i messaggi sul cellulare a scandire come epigrafi sgrammaticate le ore.
Davanti a lui un weekend eterno durante il quale dovrà nascondersi e prepararsi, fare il punto di ciò che è stato e prendere congedo: dai colleghi, dagli amici, soprattutto dai suoi ragazzi, unica costante che resiste nel terremoto dei giorni. Per Giovanni si tratta dell'unica forma di amore possibile: che siano figli di papà o clandestini che si lasciano abbordare davanti alla stazione, quello che lo cattura è la loro bellezza. Sono giovani, giovanissimi, quattro peli di barba e architetture di gel sulla testa.
E allora, se il lavoro è il mezzo e il pretesto per girare il mondo, se le giornate sono fatte di riunioni e pranzi aziendali, Giovanni aspetta paziente di trovarsi solo per avventurarsi nelle città notturne e disegnare la sua personalissima geografia sentimentale, una mappa fatta di volti e di corpi. Nella contemplazione adorante dei propri sensualissimi dèi, Giovanni sopravvive e insieme s'infligge la più crudele delle pene: nel confronto con la giovinezza, la vecchiaia diventa evidenza che annichilisce.
Comincia così, con la percezione del proprio decadimento, la crisi di Giovanni Prati, ed è solo il principio di una frana che pare voler travolgere tutto, il lavoro e le amicizie e gli amori. Ai piedi di questa frana, nella preparazione dell'ultima fuga, Giovanni sarà costretto a fare i conti con le proprie scelte, fino ad accorgersi che scappare fortissimo, in fondo, non è troppo diverso da inseguire.
Sarà costretto soprattutto a raccontarsi per quello che è: un uomo provocatorio e liberissimo che rifiuta l'autocommiserazione e sceglie una voce ironica, vitale, sfrontata. Ed è proprio nel parossismo dell'ironia e della sfrontatezza che sentiamo lo scricchiolio di un'impalcatura che cede e rivela, all'aprirsi di crepe e fratture, il dolore profondo e la paura di un individuo incapace, come tutti noi, di rassegnazione.
Non tutti sanno che Sir Arthur Conan Doyle, il grande inventore del moderno romanzo poliziesco e creatore di Sherlock Holmes, ha studiato medicina e ha praticato la professione per quindici anni come medico di bordo, prima di una baleniera e poi di un piroscafo, e infine con un suo ambulatorio con l'insegna della lampada rossa che in Inghilterra allora identificava gli ambulatori medici. Pubblicati nel 1894, quando oramai la fama di Conan Doyle aveva raggiunto dimensioni ragguardevoli, questi racconti sono prima di tutto un atto di amore non tanto verso la medicina quanto verso ciò che la figura del medico rappresenta, e soprattutto rappresentava nei tempi passati. Com'è noto, lo scrittore scozzese ha costruito Sherlock Holmes e il suo 'metodo' sulla base di un approccio scientifico ai fatti da interpretare non dissimile dal metodo diagnostico seguito dai medici in un periodo in cui non disponevano dei moderni strumenti di indagine. Questi racconti, sempre incentrati su tematiche riguardanti medici o medicina, si trasformano così nell'affresco sublime e leggero di un intero mondo e di un'intera società, la società vittoriana, descritta in personaggi che vanno dal ministro degli Esteri di Sua Maestà al piccolo borghese, dal grande chirurgo al medico alle prime armi, passando da un tono elegante e divertito al racconto 'nero'.
Da quando Julia, la donna che ama, se ne è andata con un altro, il protagonista non sa più guardare al domani. Forse è per questo che l’amato nonno gli lascia in eredità solo un taccuino rilegato in cuoio con cento pagine bianche, dalle proprietà, a suo dire, magiche. Un taccuino che non ha prezzo, che gli segnerà la vita. Dapprima scettico, il giovane si ricrede il giorno in cui scrive su una pagina un ricordo, e all’improvviso quello si materializza intorno a lui, vivido e palpabile come fosse vero. La cagnolina della sua infanzia, l’insegnante di flauto, i nonni teneramente abbracciati sulla spiaggia, l’incontro con Julia: in breve, il passato diventa una droga. Un ricordo dopo l’altro, le pagine del taccuino si assottigliano e intanto il giovane dimentica di avere un presente. Conosce Clarisse, che lo ama profondamente e con cui trascorre una notte appassionata, ma non riesce a staccarsi da Julia, che intanto si è rifatta viva portando con sé una bambina. Confuso su se stesso e sui propri sentimenti, sempre più imprigionato in un passato da cui non sa uscire, lacerato dai dubbi del cuore, e ormai arrivato alle ultime pagine del taccuino, l’uomo dovrà affrontare i fantasmi in carne e ossa della gelosia, dell’invidia e della perdita prima di imparare una lezione davvero preziosa: i ricordi migliori sono quelli che dobbiamo ancora costruire.
Nel maggio del 1312, mentre in città fervono i preparativi per la festa della Sensa che culminerà con lo Sposalizio del Mare, l’acqua alta trascina in piazza San Marco i cadaveri di tre bambini crocifissi. L’atroce scoperta scatena l’odio contro gli ebrei, accusati di celebrare empi rituali in spregio alla religione cristiana. Intanto a Bologna, Davide, un ragazzo ebreo, consegna a Mondino de’ Liuzzi un messaggio di Adia, un’alchimista araba di cui lui si era innamorato nel periodo in cui la donna aveva vissuto in città. Adia è molto malata e Mondino decide di raggiungerla a Venezia, ma al suo arrivo scopre che in realtà lo ha chiamato perché cerchi di salvare Eleazar da Worms, padre di Davide, accusato ingiustamente dell’infanticidio. Chiuso nella sua cella, Eleazar sa che l’accusa di omicidio è solo un pretesto. In realtà quello che Gradenigo, un membro del Consiglio dei Dieci a cui è affidata la guida della Repubblica, vuole da lui è il Sefer ha Razim, il Libro dei Misteri, che secondo la leggenda l’angelo Raziel ha dettato a Noè. Ha inizio così una vicenda d’intrigo e di morte, in cui Mondino dovrà sfidare il potere di Gradenigo e dei suoi molti alleati e, a rischio della sua stessa vita, sciogliere più di un mistero in un’implacabile corsa contro il tempo.

