
Quando Michele torna nella città da dove è fuggito decenni prima, la domanda sorge spontanea: cosa è successo? Uno scherzo stupido con conseguenze letali. La vita riparte da zero all’estero, apparentemente perfetta, finché la morte del figlio in un incidente fa riemergere i fantasmi della giovinezza e la ricerca di una via di salvezza. Un racconto che scava in profondità nell’animo umano, una vicenda intensa di perdita e di rinascita, in cui è l’esperienza del dolore e dell’amore a rivelare una via di speranza, una possibilità di redenzione.
Sardegna, Penisola del Sinis, una giovane donna scompare nel nulla. Sei mesi di silenzio e indagini a vuoto. Poi, un unico agghiacciante segnale: il cellulare di Angela Floris si riaccende. Sul luogo del rilevamento gli ispettori Daniel Corvo e Viola Zardi trovano un macabro reperto che vale da firma. Si tratta di una mano femminile, troncata e in stato di perfetta conservazione. È l’inizio di un duello perverso con un assassino che agisce da artista della morte. Non si limita a uccidere ma osserva, studia, contempla, collezionando gli arti delle vittime come fossero opere. Per Corvo e Zardi, partner nel lavoro ma opposti per indole e modo di vedere le cose, comincia una caccia allucinata. Lui, mentalità da monaco guerriero, ancorato alla famiglia e alla fede per tenere a bada antichi traumi; lei, spirito in tempesta con il fascino dell’azzardo nel gioco e nella vita, capace di domare il caos soltanto quando lo incanala nei casi da risolvere. Mentre i demoni personali riaffiorano e un’altra ragazza scompare, i due poliziotti capiscono che il killer non li sta solo sfidando, li ha scelti. Attirandoli tra stagni di sale e campagne desolate, trasforma ogni scoperta nella tappa di un incubo meticolosamente orchestrato. Più Corvo e Zardi si avvicinano alla verità, più diventa chiaro che le vittime erano solo un prologo. Il vero capolavoro, l’opera suprema che l’Artista vuole realizzare, forse sono proprio loro. Sullo sfondo di una Sardegna sospesa tra west selvaggio e lande crepuscolari, Pulixi firma una storia ipnotica e avvolgente, che scandisce una deriva nei chiaroscuri dell’anima umana.
Quando, nel settembre del 1927, Joseph Roth ringrazia Stefan Zweig della cordiale accoglienza riservata a uno dei suoi libri, nulla lascia presagire che il loro rapporto possa tramutarsi in qualcosa di più di un garbato scambio di cortesie fra letterati. Sono entrambi ebrei, entrambi scrittori, ma tutto li separa: di tredici anni più anziano, Zweig gode di una fama internazionale di cui mal sopporta l'onere e le responsabilità: «Meglio essere dimenticati che diventare un marchio» confessa; Roth, che il successo comincerà a conoscerlo solo nei primi anni Trenta grazie aGiobbe e La Marcia di Radetzky, si dibatte affannosamente per non soccombere alle ristrettezze economiche, al nomadismo impostogli dalla sua innata irrequietezza e a una pulsione autodistruttiva di cui è dolorosamente consapevole. Come per miracolo, dalla reciproca ammirazione scaturisce un'amicizia ardente, e tragica, testimoniata da questa corrispondenza, fra le più alte del Novecento. All'angoscia di Roth, che solo nell'alcol sembra trovare requie, ai suoi scatti di collera, alle sue ricorrenti richieste di denaro, alla sua urgenza espressiva - che nasce dal desiderio di perdersi indestini inventati -, Zweig risponde con pacata fermezza, con quell'«armonia» che è uno dei tratti della sua bontà, senza mai lesinare aiuti e incoraggiamenti. Mentre Roth, che del nazionalsocialismo ha subito presagito le atroci conseguenze, vorrebbe scuotere la mansuetudine e la saggezza dell'amico, indurlo a un'intransigenza più che mai necessaria nell'«ora infernale, quando la bestia viene incoronata e riceve l'unzione». Ma i contrasti, anche accesi, non intaccheranno un legame indefettibile, come dovrà riconoscere nel 1937 anche il più misurato e ponderato Zweig: «contro di me Lei può fare tutto quello che vuole, può disprezzarmi, può attaccarmi in privato o in pubblico, non potrà impedire che io provi per Lei un amore infelice, un amore che soffre per le Sue sofferenze». Postfazione di Heinz Lunzer.
1772. Bagnara Calabra è un pugno di terra rubato alla montagna, stretto tra rocce e mare. Scuro, compatto, chiuso. Ma è così, ed è la casa della famiglia Florio. Niente è facile, per loro, ogni cosa deve essere difesa con fatica e determinazione: dalla forgia di Vincenzo, uomo duro come il ferro che lavora, all'amore che Rosa, sua moglie, ha per i tanti figli che ha avuto e per i tanti che ha perso. Una vita fondata sull'orgoglio del proprio nome, sulla certezza che il presente è, insieme, un'eco del passato e la promessa del futuro. Almeno finché non arriva il destino a spezzare quei fili che sembravano così saldamente intrecciati: prima la fuga di un figlio, ribelle e sognatore, e la sua scoperta che la libertà è esaltante, ma si paga a caro prezzo; poi la natura, più matrigna che madre, che in pochi istanti sgretola case, uomini e speranze; e infine un sogno nuovo, lontano da Bagnara, in un'isola dove ci sono soldi e potere… Perché, nel 1799, quando Paolo e Ignazio Florio arrivano a Palermo, non sanno quale sarà il loro destino, ma sanno cosa sono stati. Hanno lottato contro un padre che li voleva schiavi, contro la disperazione di chi ha perso tutto, contro le ombre delle persone amate e perdute. Una consapevolezza che segna l'intera storia dei Florio, dall'inizio alla fine. E questo è l'inizio. Questa è l'alba dei Leoni di Sicilia.
"Il birraio di Preston", del 1995, è considerato da molti il capolavoro di Andrea Camilleri. Lo spunto del romanzo nasce da un episodio realmente accaduto, riportato nell’Inchiesta sulle condizioni della Sicilia del 1875-76: un succedersi di intrighi, delitti e tumulti seguiti alla incomprensibile, ostinata determinazione del prefetto di Caltanissetta di inaugurare il teatro regio con una sconosciuta opera lirica, "Il birraio di Preston", melodramma di Luigi Ricci. Siamo nel 1874 e la recente Unità d’Italia è messa a dura prova da questa scelta «settentrionale» alla quale la popolazione oppone Vincenzo Bellini. In breve si scatenano disordini che culminano con l’incendio del teatro. I fatti, le versioni, gli imbrogli, gli equivoci si inseguono e in paese si incrociano più verità mentre ognuno dei protagonisti - ufficiali piemontesi, congiurati mazziniani, uomini di rispetto, e una girandola di personaggi minori - interviene a modo suo. Un romanzo di potente forza comica e sapienza narrativa che attinge alla Storia come punto di partenza; ha detto Camilleri: «Io non ho una possibilità di invenzione che non abbia riferimento reale; ho sempre bisogno di un punto di partenza, qualcosa che è già successo». E la Storia qui si presenta con la smorfia violenta e assurda della farsa. Nota di Marco Malvaldi.
«Lei non ha mai scritto niente di simile» disse una volta Paul Morand a Simenon, dopo aver letto "La vecchi"a. Il romanzo è quello che, a teatro, si definirebbe un 'huis clos': una vicenda la cui azione si svolge quasi interamente in uno spazio chiuso. La scena è un appartamento dell'Île Saint-Louis, a Parigi, dove quattro donne si osservano, si spiano, pronte in ogni momento a umiliare e a colpire. Sophie Émel, la proprietaria - celebre paracadutista che conduce un'esistenza molto dissipata e molto alcolica, e condivide la propria stanza da letto con giovani donne più o meno sbandate -, ha accettato, per una sorta di svagata curiosità, di ospitare la nonna, che non vede da tempo: una temibile ottantenne che si era barricata nella sua casa destinata alla demolizione, minacciando di buttarsi dalla finestra. Tra la giovane e la vecchia si innesca un complicato gioco al massacro, fatto di reciproci sospetti e sottili crudeltà, che finisce per coinvolgere anche l'ultima amichetta di Sophie e l'occhiuta domestica. In un'atmosfera ogni giorno più claustrofobica e inquietante, Simenon compone, in modo magistrale, un crescendo che sfocerà, inesorabilmente, nel la violenza.
Un romanzo che è un grido contro la guerra. Il giovane soldato al fronte, Matteo, durante un turno di guardia in trincea si addormenta, sente un rumore improvviso e fa fuoco. Ma non sa se ha veramente colpito qualcuno. La possibilità di aver ucciso un uomo lo fa sprofondare, ora dopo ora, in una cupa disperazione. E mentre aspetta di avere, alla luce del sole, la prova di quanto è successo, Matteo passa in rassegna l’infanzia trascorsa in campagna e scandita dai valori di una realtà contadina ormai scomparsa. La sua è una caduta nel buio dal quale emerge grazie al ricordo degli insegnamenti dei nonni, l’amore per la Natura e il calore delle tradizioni. Fino all’alba, quando scoprirà la verità.
Di rado il destino si rivela fin dall'infanzia: ma è proprio quello che accade alla protagonista di questo romanzo, preda fin da bambina di svenimenti improvvisi dai quali si risveglia con il presagio di un evento futuro. I genitori cercano di tenere nascosto questo suo dono e sperano che un buon matrimonio possa metterla al sicuro: e invece è proprio quel matrimonio il luogo più pericoloso per lei, che sarà costretta a fuggire più lontano che può per ricostruirsi una vita contando solo sulle proprie forze. Comincia così, in una città della Sardegna, l'avventura di Ofelia Rossi, "rinomata sonnambula", donna sola e fiera, che nel suo salotto in via del Fiore Rosso si guadagna da vivere offrendo vaticini per il prezzo di 5 lire. Le sue clienti sono perlopiù signore che covano nell'animo inquietudini e desideri per sé stesse o per coloro che amano. La sonnambula le fa parlare, le sa ascoltare, poi simula una trance, impugna una penna d'oca e scrive il suo responso. Fino a quando cominciano a verificarsi eventi che sfuggono anche alla sua sapiente regia, e il passato torna a bussare alla sua porta... Ispirandosi a un ritaglio di giornale di fine Ottocento, Bianca Pitzorno gioca con gli archetipi del romanzo d'avventura e d'amore, intinge la penna nel gotico e nel picaresco per scrivere un romanzo brulicante di vita, onirico, ironico e politico insieme. Abitata da visioni misteriose, la sonnambula è al tempo stesso aliena da ogni superstizione, capace di affrontare con dignità e coraggio il suo destino di donna sola in un mondo ostile. Attraverso la sua straordinaria avventura Bianca Pitzorno celebra il potere della mente umana e ci ricorda che grazie alla nostra forza d'animo, razionalità e fantasia siamo noi a scrivere le nostre vite.
L'approdo al cristianesimo, per Lewis - «un pagano convertito in un mondo di puritani apostati», come lui stesso amava definirsi -, affonda le radici in tutto quanto nella filosofia, nei miti e nella letteratura lo aveva ammaliato, quasi che Platone e le saghe nordiche, i Salmi e le avventure di Artù e Merlino fossero indissolubilmente intrecciati. Ed è a difesa dell'antica sapienza che Lewis, con queste conferenze tenute al King's College di Newcastle nel 1943 e presto divenute un caposaldo della critica alla modernità e al suo culto della tecnologia, volle lanciare una generale chiamata alle armi. Prendendo le mosse dall'innocuo paragrafo di una grammatica per le elementari, Lewis, con la chiarezza del logico aristotelico, l'umorismo polemico di Chesterton e Swift e la forza immaginativa dello scrittore di fantascienza, bracca il relativismo che serpeggia velenoso nella nostra società, nei modelli educativi, nella propaganda e nel mercato dei consumi, e delinea l'ormai ineluttabile trionfo di una sinistra distopia tecnocratica. È possibile inventare nuovi valori in nome del progresso? Che cosa accomuna scienza e magia? Quale tirannide si annida in un sistema che recide i nessi con la tradizione universale e condiziona le coscienze? E soprattutto: che cosa significaessere e restare esseri umani? Interrogativi che si sono imposti prepotentemente nell'èra digitale, ma che Lewis aveva formulato con profetica chiarezza più di ottant'anni fa.
In un Paese ampiamente raccontato, spettacolarizzato e a volte banalizzato c’è ancora spazio per la sorpresa. Ai margini delle mappe, nei dettagli e negli angoli nascosti esiste una dimensione inquieta che solo uno sguardo lucido e al tempo stesso visionario può rendere visibile. Le città visibili di un grande narratore: da Bari a Venezia, da Palermo a Torino, in una trama tessuta con allegro spaesamento, in molte direzioni ma senza una destinazione precisa. Cartografo dell’invisibile, Carofiglio ci accompagna con il passo del flâneur, invitandoci a scoprire la luce nella penombra, la bellezza nascosta nei dettagli e nelle storie minime. Ricordandoci che sono le deviazioni e il caso a far balenare orizzonti inattesi e sorprendenti.
Nei boschi attorno al paese di Norma, in provincia di Latina, viene rinvenuto uno scheletro con qualche brandello di pelle. Questi poveri resti sono finiti nella macchia molti anni prima, solo la fatalità e le particolari condizioni ambientali hanno potuto salvaguardarli. A occuparsi del caso sono i carabinieri di Latina, nella persona del capitano Damasi e dell’appuntato Circosta, un giovane senza tante pretese né qualità, ma con una fame insaziabile di esperienza. Bisogna dare un nome a quelle ossa, per questo vengono convocate quattro persone, quattro presunti familiari. In tutto tre famiglie che hanno denunciato, in epoca compatibile con lo stato dei resti, la scomparsa di un loro caro. Chi avrà lo stesso Dna recuperato dallo scheletro vincerà una lotteria lunga anni di speranze e ricerche vane. Potrà finalmente piangere il proprio congiunto sparito nel nulla. Daniele Mencarelli in questo romanzo fa qualcosa di nuovo e forse di inaspettato. Attorno a un enigma che agita nei personaggi parole segrete risvegliando spettri di dolori irrisolti, ci mostra un mondo nerissimo, intriso di desiderio e nostalgia del potere, di forza e violenza. A raggrumarlo, a cementarne le fondamenta, c’è un’energia che viene da lontano, che mai è scomparsa e sempre si trasforma, cristallizzata nelle strade, nell’architettura, nella storia di una città, Latina, che per alcuni continua a chiamarsi Littoria. Un’energia che entra nei corpi e nelle menti, diviene pulsione odiosa, deflagrazione di virilità frustrata, gesto feroce e autorità implacabile, divisa d’ordinanza e consuetudine alla sopraffazione, scansione di ordine e gerarchia. In queste oscurità si muovono le anime che Mencarelli come pochi sa raccontare, figure macchiate dalla colpa, assuefatte alla disperazione, intossicate da errori e sogni. In loro si annida il tesoro più prezioso, la luce di una redenzione e di un riscatto, l’attimo folgorante in cui il male diviene verità, senza vincoli e coercizioni.
"Il cavallo rosso" è una grande storia corale e un irripetibile caso letterario: protagonista, una famiglia italiana i cui destini si fondono con i più laceranti drammi del Novecento, dalla pianura lombarda alle distese assiderate della Campagna di Russia, agli orrori della guerra civile; dalle incertezze del primo Dopoguerra alle violenze e alle ideologie degli anni Settanta. Catturato da una trama densissima, il lettore compie, di pagina in pagina, l’esperienza straordinaria offerta dalla grande letteratura: gioisce, soffre, ride, piange, cresce, insieme coi protagonisti del romanzo e, allo stesso tempo, si accorge di diventare più chiaro a sé stesso, più consapevole del mistero della vita e del significato del mondo. Edizione elegante, con copertina rigida e sovracoperta.

