
Nine ha sedici anni e questa sera non andrà alla festa del liceo. Titania, sua madre, ha deciso diversamente. Dopo aver prelevato la figlia all’uscita di scuola, si dirige verso una destinazione sconosciuta, una capanna isolata sulla riva di un lago. È tempo che Nine venga a conoscenza di un passato accuratamente nascosto. Chi sono Octo, Orion e Rose-Aimée? Chi vive in quella misteriosa capanna? A chi appartiene la bici rossa che sta sotto la scala? In una lunga notte di rivelazioni Nine scopre l’incredibile storia della sua famiglia. Una notte passata in bianco. Una veglia lunga trent’anni. Il momento della vita in cui niente è più come prima. Età di lettura: da 13 anni.
È una bella domenica di maggio in Costa Azzurra: l'aria è mite, l'alta stagione è alle porte, e alla Bastide, una tipica locanda a conduzione familiare ai piedi del massiccio dell'Estérel, tutti si muovono come dietro le quinte di un teatro, in attesa della consueta invasione all'ora di pranzo. Ma per Émile, che è arrivato dalla Vandea quando era solo un ragazzo e ha risollevato le sorti dell'attività con i suoi manicaretti sopraffini, questa domenica, iniziata come tante altre, è in realtà una giornata decisiva, destinata a chiudere una partita che va avanti ormai da anni. Non saprebbe neanche dire com'è cominciata: quando ha sposato Berthe, la figlia del vecchio titolare? Quando lei ha rifiutato di stipulare un accordo prematrimoniale, non per amore ma per la consapevolezza di essersi comprata il marito? Quando ha cominciato a prendersi delle amanti, quasi per rivalsa contro quella moglie fredda e occhiuta che gli nega anche i piaceri più semplici e gli impedisce di vivere da uomo? O forse quando è arrivata Ada, la strana «piccola selvaggia» assunta come domestica con cui ben presto Émile ha intrecciato una relazione viscerale e ferina? In "Domenica", una volta di più, Simenon dimostra di saper scavare mirabilmente nella psiche dei suoi personaggi per mettere in scena un dramma impietoso come il sole della Provenza nel primo pomeriggio. E il lettore non potrà far altro che restare a guardare, avvinto alle pagine, fino allo spiazzante, magistrale epilogo.
Oltre i confini delle terre note, a est, c’erano le terre ignote - buio, orchi, ferro, fuoco, dolore - divise da secoli di guerre, odio e desiderio di vendetta. Il Capitano dei Mercenari, il re bastardo degli uomini dal nome potente e magico, Rankstrail, che aveva battuto gli Orchi e da tempo si riteneva disperso, ne era diventato l’imperatore, seguito, forse guidato, nella mirabile impresa dal soldato semplice Skardrail, ultimo mago del fuoco, stirpe di sacerdoti orchi sterminata da un potere crudele. La pace tra i due popoli era diventata possibile, la fratellanza poteva regnare, ma stava arrivando una nuova minaccia ancora più terribile degli orchi, gli Yurdioni, e una funesta maledizione. Questo volume è la riedizione della seconda parte dell’Ultima profezia del mondo degli uomini, arricchita da un’intera nuova storia e da nuovi, straordinari, personaggi.
L’amore non è una questione di sangue. È una scelta.
Avola, 1885. Marianna viene al mondo senza che nessuno l'abbia cercata né voluta. Tutti la chiamano Cosuzza, “il nome delle donne che restano sole e tirano avanti lo stesso”, e viene affidata a Lisetta, la stria del paese, che le insegna i segreti delle erbe, della cucina, della cura. Insieme alla verità più preziosa: il cibo non serve solo a nutrire. L'infanzia dura un istante. Quando Lisetta parte per l'America, Marianna viene mandata a servizio all'Irminio, una grande masseria nelle campagne ragusane. Dietro quella porta si apre un mondo duro, governato da gerarchie antiche e regole che non si discutono, ma nell'enorme cucina rumorosa smette per la prima volta di sentirsi sola. All'arrivo dei villeggianti, i ricchi nipoti della baronessa, tutto cambia di nuovo: un'amicizia profonda come una radice, la scoperta di un corpo che vuole e che può, un amore capace di rompere ogni confine. E, mentre il destino prende pieghe sempre più imprevedibili, Marianna impara la cosa più difficile, volere qualcosa per sé. Anche quando farlo costa tutto.
Ispirandosi alla vera storia della sua bisnonna, Santina Cosetta firma un romanzo bruciante: una donna nata dal niente che impara a salvarsi salvando gli altri, un amore per la vita che travolge a ogni pagina.
«C’erano madri che non sapevano amare. E figlie che imparavano a non chiedere nulla.»
Ogni uomo, pagano, eretico o cattolico, ha un Angelo Custode. Sebbene un solo Angelo sarebbe abbastanza potente da prendersi cura di mille anime, Dio, nella sua infinita bontà, ha dato a ciascuno di noi un compagno speciale: un Angelo tutto nostro. Il suo compito è vegliare su di noi giorno e notte, nel sonno e nella veglia, nella solitudine o nel clamore della folla; tra le mura di casa o lungo le strade polverose del mondo. Egli è presente nel lavoro e nel riposo, nelle gioie e nelle sofferenze. Non ci abbandona mai, neppure per un istante. Vede ogni nostro movimento ed è sempre al nostro fianco. Sempre. Questo romanzo è il diario di un incontro straordinario. Il protagonista scopre che la voce che sussurra al suo cuore ha un nome, un volto e una missione: Nick. In un dialogo serrato e commovente, l’Angelo ci conduce per mano attraverso i misteri della vita e dell’eternità, svelando che la nostra esistenza non è un caso, ma un viaggio d’amore protetto da due ali invisibili. Prefazione di Aldo La Neve.
Da un remoto borgo di montagna, sospeso tra dirupi e castagni secolari, prende vita il viaggio di Berto. Un'infanzia fatta di giochi tra rovi e fontane, di legami semplici e profondi, in una comunità dove la natura non è è solo sfondo, ma presenza viva: accompagna, educa, segna il ritmo dele stagioni delle esistenze. È li che nasce il suo sguardo sul mondo, tra meraviglia, povertà e improvise perdite. Con il tempo, Berto lascia Mezzecase e approda alla città: gli studi, gli amori, le inquietudini e e una vocazione artistica che prende forma nella pittura. Nel confronto con una realtà più ampia e mutevole, il suo cammino S1 fa ricerca: di senso, di identità, di verità. Nell' età matura, tra scelte e rinunce, comprende che nulla è stato inutile: ogni esperienza, ogni ferita, ogni incontro ha contribuito a renderlo ciò che è.
Un romanzo di formazione intenso e coinvolgente, che attraversa l'Italia dei piccoli paesi e quella delle nuove possibilità, intrecciando memoria, crescita, amore, arte e cambiamenti sociali in una storia profondamente umana. E come il profumo del glicine, i ricordi non svaniscono: restano, trasformano, accompagnano per tutta la vita.
Una raccolta di racconti inediti che vedono protagonista Rocco Schiavone, tra l’infanzia e la maturità, Roma e Aosta, la nostalgia e il dolore. L’amicizia con i compagni di Trastevere, prima da bambini e poi da adolescenti, eterni ragazzi di strada e di vita, sempre sospesi tra sfrontatezza e crimine. L’incontro inaspettato con la moglie Marina, in una tempesta di emozioni e presagi. Lo sdegno morale di fronte a un organizzatore di matrimoni, un wedding planner che sembra destinato a una brutta fine. Le pulsioni erotiche di un giorno di noia smisurata. La guerra e la Resistenza, le figurine dei calciatori, i sogni dell’infanzia. I morti ammazzati, i segreti di famiglia, la fatica di mettersi ancora una volta al lavoro su un nuovo caso. L’affetto e lo sprezzo per i colleghi, il rigore di chi cerca sempre la verità e applica una costante disubbidienza alla stupidità e all’ingiustizia. In queste storie Antonio Manzini sembra ripercorrere un cammino iniziato tredici anni fa con Pista nera creando un personaggio e un mondo in cui convivono umorismo e dramma, suspense e sensibilità, fotografia della realtà e rovesciamento tragicomico. I Tramezzini sono un punto di arrivo, e di rinnovata partenza.
È il tempo delle crociate e la violenza che si respira per le città d'Europa non risparmia neppure gli innocenti. Ugo e Agnes, ancora bambini, partono alla volta della Terra Santa, accompagnati da giovani compagni, per liberare quel territorio dalla morsa degli odiati musulmani. Santucci prende a prestito un evento a metà tra lo storico e il mitico — la crociata dei fanciulli del 1212 — per dar forma a un percorso di redenzione e riappacificazione. I due protagonisti vivranno vicende piene d'imprevisti e incontreranno singolari personaggi a costruire il loro particolare viatico dall'odio all'amore, dall'intolleranza alla fratellanza, portando allo scoperto la follia di una religione che, come un'arma potente, è usata per colpire e uccidere.
Ci sono stati, nell'infanzia di Emmanuel Carrère, momenti di memorabile beatitudine: quelli in cui, in occasione dei viaggi del padre, a lui e alle due sorelle minori era concesso di trasferirsi nella camera dei genitori. «Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto. A questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Ci piaceva da morire fare kolchoz». I tre fratelli, ormai più che adulti, ripeteranno quel rito nella camera di un hospice, raccogliendosi attorno alla madre per trascorrere con lei l'ultima notte della sua vita. Sarà proprio Emmanuel a chiuderle gli occhi; e poco tempo dopo inizierà la stesura di questo libro. Che è al tempo stesso il grande «romanzo familiare» in cui Carrère, da quel formidabile narratore che è, ricostruisce la storia - perigliosa, tormentata, avvincente come una saga - delle due famiglie da cui discendeva sua madre, quella russa e quella georgiana; il racconto di come la povera, orgogliosa Hélène Zourabichvili dal cognome impronunciabile sia diventata la più influente storica francese dell'Unione Sovietica prima e della Russia poi, fino a essere eletta segretaria perpetua dell'Académie française; e una struggente dichiarazione d'amore per questa donna dura, autoritaria, avida di riconoscimenti accademici e mondani, ma anche coraggiosa, tenace, generosa, di cui il figlio non nasconde ombre e asprezze, rendendole l'omaggio più esaltante che uno scrittore possa tributare alla propria madre: trasformarla in uno strepitoso personaggio romanzesco.
Giovanni Diotallevi ha sedici anni quando suo padre gli comunica la grande notizia. Ha ottenuto per lui un colloquio con un gerarca, una persona importante. Se saprà fargli una buona impressione, per Giovanni si apriranno le porte del meraviglioso luogo che il Duce ha voluto costruire in fondo alla Tuscolana, una piccola metropoli destinata a creare pellicole che incanteranno il mondo intero. Per lui non ci saranno i mercati generali, cassette da scaricare e una schiena spezzata: potrà servire da bere e da mangiare ai più grandi divi del Paese, in quel posto magico che verrà inaugurato in primavera. È ancora incompleto ma ha già un nome che suona come una promessa: Cinecittà. Così, in una fredda mattina del febbraio 1937, Giovanni sale sulla sua bici, attraversa una Roma ancora addormentata e varca le grandi colonne della città del cinema. Incontra Franco Romoli, capo del bar, e per la prima volta passa dietro al bancone. Lì diventerà amico di Marcello Mastroianni e di Fellini, crescerà e invecchierà, si farà una famiglia, vedrà scorrere mezzo secolo: la guerra, gli sfollati, la ricostruzione e il nuovo benessere. Incontrerà le grandi stelle italiane e internazionali, negli anni della "Hollywood sul Tevere", fino a quando la televisione metterà in crisi quella straordinaria avventura. Walter Veltroni conferma la sua capacità di raccontare la grande Storia attraverso vite normali e speciali insieme, come sono tutte le vite umane. Costruito in equilibrio tra meticolosa ricostruzione storica e invenzione letteraria, "Il bar di Cinecittà" è un romanzo storico e familiare. Ironico e struggente, dolce e amaro, restituisce la magia, le contraddizioni e l'umanità di un luogo unico al mondo, la fabbrica dei sogni chiamata Cinecittà.
«Quando la vedi da fuori, Casa Leopardi, è come non te la aspetteresti: un palazzo di 5.000 metri quadrati su quattro piani, facciata in stile neoclassico, pianta trapezoidale. In questa casa, dal 1200 abita la stessa famiglia e qui il 29 giugno 1798 nacque Giacomo Leopardi conte di San Leopardo, poeta, prosatore, pensatore e altro ancora. Ed è qui che mi troverai perché Casa Leopardi è un luogo che frequento da molti anni in qualità di guida, di operatore turistico, talvolta di Caronte (dipende dal pubblico e dai suoi umori). Della casa conosco la vita silenziosa che dimora negli angoli, il cigolio del mobilio quando il palazzo riposa di notte, il respiro dei solai e il sussurro di cardini di porte e finestre al mattino. Ti accompagnerò attraverso queste ‘sudate stanze’ sfruttando il chiarore della luna, ti parlerò di storie cui ho assistito, alle quali ho partecipato o anche solo delle leggende che ho orecchiato. Li ho salvati tutti questi ricordi e ve li racconterò tutti, prima che la casa di Giacomo si popoli di sconosciuti che ne faranno un set fotografico.»
L’Iliade è un’opera complessa e misteriosa, che raffigura una civiltà remota fondata su valori lontanissimi dai nostri. Quando si affronta a scuola, faticando su traduzioni a tratti incomprensibili, la sensazione di stringere tra le mani un relitto del passato, la traccia inerte di un’epoca grandiosa e perduta, è quasi inevitabile. Invece l’Iliade è un’opera d’arte strepitosa, da cui sprigiona una forza umana eccezionale. Un racconto che, a quasi tre millenni di distanza, è ancora capace di emozionare e di rispondere, oltre i cascami del tempo, alle domande di noi lettori contemporanei. Primo poema di guerra, origine dell’estetica e dell’etica della violenza, l’Iliade è anche una meditazione delicata e toccante sulla fragilità umana. I suoi guerrieri - assassini feroci, eroi potentissimi - sono anche esseri umani in costante balìa di forze superiori, che non sanno capire né controllare. Proprio da qui, dalla contemplazione di una comune sofferenza, nasce l’impulso alla condivisione, in grado di abbattere perfino le barriere tra nemici mortali. Contrariamente a quanto si pensa, l’Iliade non è allora solo il poema della forza, ma anche il poema della debolezza. In cinque capitoli, intervallati da numerosi estratti in una nuova, appassionante traduzione, Francesco Morosi ricostruisce le tante debolezze che l’Iliade mette in scena: quella di Elena, perennemente sospesa tra la forza di un eros invincibile e il rimorso per le proprie scelte; quella di Ettore, difensore senza macchia che condanna Troia alla rovina; e quella di Achille, l’eroe nichilista, il migliore dei Greci che non riesce a strappare alla morte l’amico Patroclo e assiste, dilaniato dal dolore, al crollo del suo stesso mondo.

