«Il rapporto tra fede e politica è uno dei grandi temi da sempre al centro dell'attenzione di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI e attraversa l'intero suo cammino intellettuale e umano. E così, con un salto di trent'anni, egli ci accompagna alla comprensione del nostro presente, a testimonianza dell'immutata freschezza e vitalità del suo pensiero. Oggi infatti, più che mai, si ripropone la medesima tentazione del rifiuto di ogni dipendenza dall'amore che non sia l'amore dell'uomo per il proprio ego, per "l'io e le sue voglie". Sono particolarmente lieto di potere introdurre questo secondo volume dei testi scelti di Joseph Ratzinger sul tema "fede e politica". Insieme alla sua poderosa Opera omnia, essi possono aiutare non solo tutti noi a comprendere il nostro presente e a trovare un solido orientamento per il futuro, ma anche essere vera e propria fonte d'ispirazione per un'azione politica che, ponendo la famiglia, la solidarietà e l'equità al centro della sua attenzione e della sua programmazione, veramente guardi al futuro con lungimiranza.» (Papa Francesco)
L’Europa non è un’idea da celebrare. È una costruzione politica da completare. E il tempo per farlo rischia di finire. La guerra è tornata nel continente, l’ordine liberale vacilla assieme alle democrazie e si impongono problemi vasti quanto il mondo, dalle migrazioni alle possibili derive dell’intelligenza artificiale. Non possiamo sopravvivere in un contesto di grandi potenze restando un semplice collage di 27 Stati, 27 veti, 27 interessi particolari: la sovranità nazionale che molti promettono di riconquistare è un’illusione, quando tutte le questioni cruciali sfuggono al potere dei singoli governi. È il momento di un cambio di passo e per compierlo dobbiamo innanzitutto guardare senza indulgenza a ciò che abbiamo fatto e a ciò che non abbiamo fatto, in ottant’anni di occasioni colte a metà o perdute del tutto. Perciò questo libro non è un esercizio di nostalgia europeista, né un esercizio di retorica. È il frutto di una vita politica, di una lunga esperienza personale nelle istituzioni internazionali, nei luoghi in cui le crisi smettono di essere astrazioni e diventano decisioni da prendere, responsabilità da assumere, errori da riconoscere. Partendo dalla visione potente di Ventotene per arrivare alle nuove minacce globali, Emma Bonino ci ricorda che abbiamo costruito il mercato comune, ma non ancora una federazione vera, dotata di reali poteri in materia di politica estera, difesa, sicurezza, immigrazione. La sua voce chiara e appassionata ci mette in guardia: sulla strada dell’integrazione europea bisogna correre, non trascinare i piedi. Perché nel mondo che sta arrivando, l’alternativa è un’irrilevanza che conduce al declino.
C’è una parola che domina il nostro tempo: paura. Paura di perdere benessere, lavoro, certezze. Paura del futuro. Nell’era dell’insicurezza, il populismo sovranista raccoglie consensi trasformando il disagio in rabbia e cultura del nemico. Per questo Meloni, come Trump e come altri, è solo un epifenomeno di una crisi democratica più profonda: la percezione, da parte dei cittadini, che la politica non sia in grado di gestire il radicale cambio d’epoca che ci troviamo a vivere, mentre una frattura sempre più grave si allarga tra classi dirigenti e popolo. Il problema è di tutti, ma per la sinistra, nata per rappresentare e difendere proprio le classi più deboli, è la certificazione di una sconfitta culturale, un tradimento delle proprie ragioni. E una sinistra che si indigna ma non ascolta, che è «contro» ma non riesce a comunicare il senso di una nuova missione, non riuscirà a riconquistare una connessione sentimentale con il popolo. Nello schema identità contro identità, vince la destra; la sfida, invece, è conquistare cuori e cervelli attraverso un vero progetto alternativo. Questo libro è storia, analisi, provocazione ma anche passione e stimolo per le forze progressiste: perché apre alla speranza di un cambiamento e propone possibili vie d’uscita dalla nostra crisi quasi trentennale. Tra queste, riappropriarsi di parole strumentalizzate dalla destra come «nazione», «sovranità» e su tutte «sicurezza». E misurarsi, in termini gramsciani, col «senso comune»: anziché parlare agli elettori da improbabili altezze leaderistiche, farsi popolo, accantonando l’ambizione personale in nome di una grande ambizione collettiva. Perché la sinistra, senza popolo, semplicemente non è. Prefazione di Maurizio de Giovanni.
In un momento in cui la politica sembra ridursi a uno scontro senza coraggio, senza speranza e senza visione, il volume ci invita a riflettere su temi affrontati dalla rivista «Mondoperaio» e dall'Istituto Luigi Sturzo in riferimento alla costruzione di una politica adeguata alle nuove sfide. Il punto di partenza sono le idee e le posizioni emerse nei due seminari «Cristianesimo e socialismo alla prova della politica», «Le idee del socialismo ci salveranno» e in un terzo dedicato ai cattolici e al Codice di Camaldoli. Appare opportuno, inoltre, un rimando al volume «Macinare la Prima Repubblica» (pubblicato dal Mulino nel 2024), in cui si riflette sul momento virtuoso, tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio dei Sessanta del secolo scorso, in cui si realizzò un confronto politico, tra esponenti della cultura cattolica e di quella laica e socialista, su come guidare e aiutare l'Italia a non perdersi di fronte ai mutamenti, nei consumi e nei costumi, dettati dalla modernizzazione post-bellica. La combinazione è ancora oggi valida, capace di far emergere le condizioni da cui trarre una ispirazione intelligente e coraggiosa per affrontare l'attuale mutamento. Un passaggio radicale e drammatico che richiede un effettivo salto di qualità per fare appello al risorgere di una cultura cattolica e laica ispirata a un nuovo riformismo progressista.
Il sommario del numero 9/26 di Limes, dedicato all'intreccio dei conflitti in corso dalle prospettive delle superpotenze Usa, Cina e Russia.
Il diritto internazionale è davvero carta straccia? O «conta solo fino ad un certo punto»? Di fronte a guerre, crimini impuniti e doppi standard, molti oggi lo liquidano come inutile. Eppure, è proprio la crisi attuale a mostrare quanto sia invece necessario: perché se le regole perdono credibilità, a restare esposti sono soprattutto i più deboli. Il diritto internazionale è inutile? Per rispondere bisogna prima fare i conti con le sue origini coloniali, le sue contraddizioni strutturali e i suoi fallimenti più clamorosi. Nato come sistema europeo, costruito per giustificare l'esclusione e la sottomissione del resto del mondo, nel Novecento ha conosciuto una trasformazione profonda: divieto dell'uso della forza, decolonizzazione, diritti umani, giustizia penale internazionale. Un cammino reale di progresso. Oggi quel cammino sembra interrotto e la matrice della crisi è l'applicazione selettiva delle regole. Di fronte all'aggressione russa dell'Ucraina, gli Stati occidentali hanno invocato con forza il diritto internazionale; di fronte all'operazione militare israeliana contro Gaza ‒ in cui organi internazionali hanno ravvisato i presupposti di un genocidio ‒ hanno per lo più taciuto o protetto Israele. Un doppio standard che logora la credibilità dell'intero sistema. La risposta, però, non è rinunciare al diritto. Dire che conta fino a un certo punto non è realismo: è una scelta di parte. A guadagnarci sono i più forti; a perderci gli Stati deboli, i popoli, le minoranze. "Il diritto internazionale non è carta straccia": è una carta fragile, che tutti abbiamo interesse a non strappare.
Uno dei maggiori esperti europei di welfare state ridefinisce lo stato sociale - la nostra ‘casa comune' - come il fondamento della democrazia. Rispondendo alle domande di Daniele Manca, e attingendo alla sua lunga esperienza di ricerca e di collaborazione con le istituzioni europee, Maurizio Ferrera affronta i nodi cruciali del welfare: dalla riforma delle pensioni alle politiche per le famiglie e per i giovani, dalle diseguaglianze di genere alle specificità del caso italiano. Sullo sfondo, le trasformazioni del nostro tempo: l'intelligenza artificiale, le migrazioni, l'invecchiamento della popolazione e il ritorno dei nazionalismi. Un libro che unisce analisi e proposta, offrendo una sintesi chiara del dibattito internazionale e spunti per rafforzare la casa comune di fronte alle sfide del futuro.
Alla fine della seconda guerra mondiale esplode in tutta Europa il desiderio di prender parte alla vita politica per tanto tempo compressa e negata. Grazie a questa mobilitazione popolare, che vede in prima fila anche le donne, in quei primi anni la partecipazione politica è altissima: i partiti sono all'apice della loro forza e considerazione, e tutti si precipitano alle urne. Attraverso quali strade e superando quali sfide i partiti arrivano all'appuntamento con la ripresa della democrazia? Come vengono «normati» dalle nuove costituzioni? Il turbinio di passioni politiche che contrassegna quel periodo scemerà progressivamente, tanto che oggi i partiti sono impoveriti di militanza e screditati dall'opinione pubblica. Quando e perché si è invertita la curva del sostegno? E c'è una via d'uscita? Il libro approfondisce questa parabola con uno studio comparato finora mai condotto.
«I problemi che definiscono il presente, il clima, i conflitti, le migrazioni, le disuguaglianze, hanno una struttura che nessun confine nazionale può contenere. La necessità è internazionalista. Non una nostalgia utopica né una formula retorica, ma un internazionalismo che sia allo stesso tempo ambizioso e realistico, universale e attento alle differenze, istituzionale e radicato nella politica democratica. Rinunciarvi nel nome di una ritrovata sovranità nazionale significa, letteralmente, condannare il futuro a essere ingestibile». «L'ondata è nazionalista, ma la necessità è internazionalista». I flussi migratori, il cambiamento climatico, le violenze globali, i movimenti di capitali transnazionali e l'ipertecnologia sono sfide che nessuno Stato può affrontare da solo. Abbiamo superato l'era della semplice globalizzazione. Viviamo in un'epoca di interdipendenza totalizzante, in cui i social media ci informano, o più spesso ci disinformano, su ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza, la finanza globale decide dei nostri risparmi, le violenze in aree rurali dell'Africa spingono persone verso le nostre coste. La risposta oggi più forte alle urne è il nazionalismo. Questo libro non lo liquida come un errore. Il bisogno di appartenenza, di protezione e di dignità a cui risponde è reale, e l'internazionalismo che per trent'anni lo ha ignorato ne ha pagato il prezzo. Ma vincere la competizione per il potere non è governarlo. Si possono vincere le elezioni promettendo di «riprendere il controllo», e scoprire poi che dentro quei confini non c'è nessuna delle leve che servono per tassare i grandi patrimoni, fermare una pandemia o il cambiamento climatico. In questo libro Andrea Ruggeri ricostruisce due idee nate nel l'Ottocento e avanza poi una doppia critica. Alle false soluzioni dei nazionalisti, il mito dell'interesse nazionale, il feticcio della frontiera, la militarizzazione come unica sicurezza, si affianca l'esame delle fallacie degli internazionalisti: la superiorità moralista, la fuga dalle scelte dietro il linguaggio della sinergia, l'illusione che la storia lavori per loro, le istituzioni costruite senza politica. Tuttavia, siamo di fronte a una necessità internazionalista. Rimane da pensare quale internazionalismo, perché non ci serve quello che abbiamo conosciuto, liberale nelle ambizioni ed egemonico nelle gerarchie. È un internazionalismo che intende la sovranità come capacità di agire e non come impermeabilità dei confini, che affronta il problema della legittimità democratica delle istituzioni comuni invece di aggirarlo, e che tratta la sicurezza come bene collettivo, mentre prometterla attraverso la sola forza militare rischia di innescare spirali di riarmo. Nazionalismo e internazionalismo non sono un destino, sono una scelta politica e questo libro prova a dirne le ragioni e i significati.
In questo libro si parla di controllo mentale: milioni di americani sono vittime di quest’infamia governativa, ma non si creda che l’Italia sia una terra felice da questo punto di vista. Liberiamoci dunque da atteggiamenti partigiani e prepariamoci ad entrare con indipendenza intellettuale e voglia di verità nelle oscure trame di uno dei più infami progetti concepiti dalle contorte menti degli organi governativi. Questa volta ci si addentra nel più terrificante progetto mai concepito per portare avanti questo autentico crimine contro l’umanità, questa volta ci si addentra... nel progetto Monarch.
"Il 2025 segna una cesura silenziosa ma profonda: il mondo ha smesso di cercare un ordine e non sa ancora convivere con il disordine. Le potenze si urtano, le regole si moltiplicano, l’equilibrio si ritrae. Viviamo in un territorio intermedio, instabile e mutevole, dove potenza e fragilità coesistono. Non è la fine dell’ordine: è l’inizio di un ‘nuovo disordine mondiale’. La globalizzazione integra e divide, la tecnologia emancipa e domina, l’interdipendenza unisce e imprigiona. Nessuna potenza governa da sola; il mondo è una mappa in movimento, un sistema senza architetti, la forza non garantisce più sicurezza. Il passaggio da un mondo unipolare a uno oligopolare è in corso, ma non è ancora compiuto e questo genera disordine. […] Che cosa resta da fare, allora, in un Atlante geopolitico che ambisce a guidare i lettori in questa geografia mobile? Innanzitutto, recuperare la capacità di guardare al mondo con occhio freddo e visione lunga. […] Questo Atlante non promette mappe stabili. Intende offrire bussole affidabili. Non pretende di addomesticare il disordine, ma di aiutare a navigarlo. Ogni epoca, scriveva Carl von Clausewitz, elabora la propria teoria della guerra. La nostra deve elaborare la propria teoria dell’interdipendenza. Essere forti significa saper dipendere in modo intelligente; l’efficienza va tarata sulla sicurezza; la cooperazione vive se la deterrenza è credibile. Le istituzioni valgono se riflettono forze reali. Nel 21° secolo il potere è governo del tempo e delle risorse. La conoscenza è il primo bene strategico: comprendere è già agire."
Douglas Murray, autore di bestseller internazionali e noto commentatore culturale, affronta quella che considera la questione più urgente del nostro tempo. Attingendo a un intenso lavoro di reportage sul campo in Israele, Gaza e Libano, Murray presenta un’argomentazione articolata che colloca le più recenti violenze nel loro contesto storico. Conduce i lettori in un viaggio sconvolgente attraverso le conseguenze del massacro del 7 ottobre 2023, ricostruendo testimonianze esclusive di vittime, sopravvissuti e persino dei terroristi responsabili delle atrocità. L’impegno di Israele nei confronti dei valori fondamentali dell’Occidente - capitalismo, diritti individuali, democrazia e ragione - lo ha reso un faro di progresso in una regione dominata da autoritarismo ed estremismo. Murray contrappone i principi di Israele all’ideologia di Hamas. Se non arginata, sostiene l’autore, questa malriposta simpatia occidentale potrebbe rafforzare forze determinate a minare i valori democratici e a perpetuare una cultura della violenza.