Esistono libri buoni per una stagione soltanto e altri, più fortunati, che hanno una vita più lunga; infine ci sono i long seller, destinati a essere letti e riletti e a tornare più e più volte con vesti grafiche sempre differenti negli scaffali delle librerie. È questo il caso di Gesù Zero, forse il testo più significativo nella produzione di Paolo Curtaz. Scritto per le tante persone che sentono simpatia nei confronti del Nazareno, ma che sono frastornate e confuse dalle molteplici parole che si dicono su di lui, Gesù Zero è un libro per chi crede di credere e per chi crede di non credere. In un mondo che considera Gesù irrilevante e lo conosce appena, è dallo Zero che occorre ricominciare per (ri)scoprirne la figura.
La storia di san Francesco è oggetto di ricerca da otto secoli; ogni indagine ne ha fatto emergere un ritratto differente: pacifista, ecologista, pauperista, ma anche santo che parla agli animali, che riceve le stimmate... Non è impresa semplice restituire un'immagine che tenga insieme tutte le anime che compongono il ritratto del Poverello di Assisi. Paolo Curtaz decide di mettere ordine tra le tante notizie e curiosità sulla sua figura, recuperandone il centro, che è l'imitazione perfetta di Gesù. Curtaz si interroga e noi con lui sulle ragioni e le intuizioni che hanno accompagnato ogni scelta, ogni rinuncia dell'uomo Francesco, ma anche sul contesto storico in cui si è mosso e sulle persone che gli erano attorno. Il risultato non è un saggio agiografico né accademico, bensì un viaggio emozionante nelle profondità spirituali di Francesco, al cui cuore c'è Cristo, riferimento costante, pietra d'angolo: Colui di cui il Santo di Assisi era sinceramente innamorato e a cui senti di voler assomigliare giocando tutta la la vita in questa straordinaria avventura.
L’agiografia rappresenta un punto di osservazione privilegiato per comprendere la società e le trasformazioni della cultura occidentale, poiché ha contribuito a plasmarne l’immaginario collettivo, lasciando un’impronta indelebile nell’arte, nella letteratura e nelle tradizioni popolari. Con questo libro l’autore riflette sul valore di questa disciplina, ne ricostruisce l’evoluzione e le trasformazioni che hanno segnato la narrazione della santità nel corso dei secoli. Dopo aver introdotto il lettore alle origini della materia, alle sue principali fonti e al metodo di indagine, il volume si sofferma ad approfondire il rapporto tra l’eroe classico e il santo cristiano, entrambi presentati come exempla ad imitandum, che sembrano svolgere la medesima funzione all’interno della società: l’eroe, simbolo della cultura classica, sarebbe stato sostituito dal santo, nuovo eroe del cristianesimo. Evidenziate le differenze tra le due figure, l’autore analizza quali elementi e schemi narrativi della tradizione classica siano stati ripresi e rielaborati dai primi autori agiografici.
Il volume si apre quindi all’analisi e al commento di alcune tra le opere più significative delle letteratura agiografica. L’itinerario proposto accompagna il lettore attraverso gli atti e le passioni dei martiri, le biografie antiche e medievali, le narrazioni di traslazioni di reliquie. Questo approccio consente di immergersi nel contenuto delle fonti e addentrarsi nei contesti storici in cui hanno preso forma. Un’attenzione particolare è riservata al calendario liturgico e all’evoluzione del processo di canonizzazione, elementi chiave nella costruzione della memoria agiografica. Conclude il percorso il commento alla pièce Assassinio nella cattedrale di T.S. Eliot, incentrata sul martirio di Thomas Becket, opera che getta luce sul complesso rapporto tra verità storica e narrazione agiografica. Il libro introduce così il lettore allo studio dell’agiografia e diventa un percorso che attraversa i secoli, in cui la parola agiografica diventa spazio di confronto tra devozione, politica e cultura, e in cui la lotta tra morte e vita, evocata nel titolo, si rinnova in ogni pagina.
«Il futuro, non solo del Cristianesimo ma del mondo intero, è legato alla nostra testimonianza da portare fino agli estremi confini della terra. La missione non è appannaggio di pochi eletti. È dovere di ogni credente, che è inviato a chi ancora non ha riconosciuto il Signore, fonte di salvezza per tutti». La forma letteraria scelta, tipica della Bibbia è la "lettera pseudoepigrafa", che è cioè attribuita falsamente a un personaggio autorevole. In questo caso, l'apostolo Paolo. Così Fausti: «Il tono, familiare e diretto, di una lettera mi sembrava il più adeguato. L'attribuzione a Paolo, l'apostolo per antonomasia, era di dovere. Sila, al quale scrisse, fu discepolo suo e compagno di Pietro. Queste parole sono una confessione ad alta voce».
Nella cultura giuridica della chiesa, e dunque nel codice di diritto canonico, lo stupro e l'abuso sessuale sono considerati trasgressioni del sesto comandamento e mai atto contro un'altra persona. Ma questo comandamento è l'unico del decalogo ad aver cambiato denominazione nel corso della storia: il «non commettere adulterio» delle origini bibliche è divenuto nel XVI secolo «non commettere atti impuri». Anche se si tratta sempre di norme relative al comportamento sessuale, la differenza è importante. L'adulterio è un atto che rompe gli equilibri comunitari e familiari, sconvolgendo le relazioni sociali, mentre gli atti impuri riguardano solo il peccatore, che diventa impuro. L'attenzione quindi si sposta dalle relazioni, danneggiate dalla trasgressione, all'impurità del solo colpevole: ecco perché la chiesa fa molta fatica a occuparsi delle vittime. Del resto, a causa di una concezione sbagliata della sessualità, di tipo solo maschile, nella cultura cattolica si crede che le vittime provino comunque piacere e quindi diventino così complici nella trasgressione. Per affrontare le radici degli abusi bisogna, dunque, ritornare a riflettere sul sesto comandamento.
L’Imitazione di Cristo appartiene alla ristretta schiera dei capolavori assoluti. Nei secoli ha saputo parlare in modo inimitabile al cuore non solo di monaci, per i quali fu composto, e di fedeli di ogni religione, ma anche di deisti, agnostici, miscredenti. Secondo Voltaire «bisognerebbe che le opere utili non appartenessero ad alcuno. Si hanno ancora dubbi sull’autore dell’Imitazione di Cristo. Che importa l’autore di un libro, se fa del bene alla brava gente?». Carducci lo definì «il più sublime libro religioso del Medioevo». Il suo segreto è proprio quello di interpretare l’anelito più profondo dell’uomo, quel bisogno di assolutezza, di completezza, di infinità che nessun bene finito può colmare, e chi l’ha detto – con tutta probabilità, l’abate benedettino Giovanni Gersen, cadute ormai le impossibili attribuzioni a Tommaso da Kempis e a Giovanni Gerson – si rivela profondo conoscitore del cuore umano.
La presente edizione, con testo e apparati riveduti e aggiornati, si impone per rigore, facilità di lettura, limpidezza di commento.
Il volume è a cura di Giovanni Bacchini, che ha anche seguito per Ares l’edizione di L’Amicizia spirituale & Gesù a dodici anni di Aelredo di Rievaulx, La contemplazione di Dio con La Lettera d’oro di Guglielmo di Saint-Thierry e i Sermoni sul Cantico dei Cantici di Bernardo di Chiaravalle.
Il 4 dicembre 1963 veniva approvata la costituzione del concilio Vaticano II sulla liturgia, Sacrosanctum concilium, avviando una riforma a lungo attesa e desiderata. Il documento, la cui preparazione aveva giovato dei decenni di attività del movimento liturgico e della timida azione di riforma intrapresa durante il pontificato di Pio XII, apriva infatti la strada a una nuova stagione di rinnovamento liturgico. Dell'inizio di questa stagione - durante la quale la vivacità della prassi celebrativa delle comunità accompagnava l'entusiasmo per il concilio ancora in corso e, allo stesso tempo, preoccupava la Santa Sede per le implicazioni che ciò avrebbe potuto avere nella prima ricezione del Vaticano II - ancora molto rimane da portare alla luce. Il volume, quindi, accompagna chi legge attraverso quella ingarbugliata successione di eventi che hanno condotto nel 1964 all'istituzione del Consilium per l'applicazione della costituzione sulla liturgia e, nell'arco di cinque anni, alla raccolta dei primi frutti della riforma ma anche, nel 1969, alla soppressione di quello stesso organismo, nel quadro di un'inversione di tendenza del pontificato di Paolo VI che lasciava presagire i tentativi di normalizzazione che ne sarebbero scaturiti. La liturgia, così, divenne il banco di prova del postconcilio e, nella sua ritrovata centralità, contribuì a delineare il futuro del Vaticano II.
"Via Vai" racconta la consapevolezza che la vita è un cammino a cui non ci si può sottrarre, un dono che riceviamo, e merita sempre di essere vissuta. Il sentiero da seguire è l'amicizia con Gesù: il suo amore non si conquista ma si può solo accogliere! Il più delle volte l'espressione "via vai" descrive una situazione caotica in cui è veramente difficile trovare una via d'uscita. Gli oratori delle diocesi lombarde hanno scelto proprio questa espressione per rifarsi in qualche modo alla vita di tutti i giorni o a tanti momenti nei quali abbiamo la sensazione di avere perso la bussola. Lo sanno bene i nostri adolescenti che sono alle prese con decisioni non rinviabili che determineranno poco o tanto la direzione della loro esistenza. Nello slogan di questa estate oratoriana c'è un po' di tutto questo. La consapevolezza che la vita sia un cammino spesso caratterizzato dall'incertezza e da scarse garanzie. E tuttavia un cammino a cui non ci si può sottrarre. Anche solo per il semplice fatto che nessuno può vivere al posto nostro. Anche se così la vita è un dono e non un castigo, e come tale va accolta e merita sempre di essere vissuta, nonostante tutto. L'oratorio è lì per questo: senza presunzione vorrebbe accompagnarci nella scoperta che anche i fili più ingarbugliati possono diventare un meraviglioso intreccio e i frammenti una storia.
Il tema del futuro sta diventando sempre più oggetto di una riflessione teologica sulla fede perché non è affatto certo che l'uomo continuerà a credere in Dio. La preoccupazione di Ratzinger, espressa in questo straordinario saggio, non si limita però solo al futuro della fede ma anche all'incertezza e alla confusione che regna sul mondo, cause del venire meno della speranza e di timore. La questione del futuro non è quindi solo limitata ai credenti. Lo sviluppo storico, che ha subito negli ultimi anni una incredibile accelerazione, ha messo l'umanità di fronte a possibilità estreme, ma anche a pericoli estremi. Il futuro non è più atteso con speranza ma con preoccupazione, è diventato persino un incubo. La fede ha ancora un ruolo nella costruzione del mondo futuro? La chiesa continuerà ad esistere? Sotto la spinta degli sconvolgimenti sociali della fine degli anni sessanta, Joseph Ratzinger pubblicò per la prima volta questo libro, le cui tesi oggi sono più che mai attuali. Chiunque oggi legga questi i testi sarà sorpreso dalle profezie di Ratzinger su l'attuale situazione della Chiesa e del Cristianesimo, e ancor più dalle conclusioni dolorose e coraggiose che egli trae. Egli vede il futuro in una chiesa piccola, semplice e interiorizzata. La chiesa perderà molto ed arriverà quasi ad estinguersi, ma guadagnerà molto nella sua capacità di testimoniare una verità che ormai non sarà più riconosciuta. Prefazione del cardinale Pietro Parolin.
Patrono dei parroci, patrono di tutti i sacerdoti del mondo, san Giovanni Maria Vianney spese interamente la sua missione terrena dividendosi fra la celebrazione dell’Eucaristia, l’adorazione davanti al tabernacolo, e l’ascolto dei penitenti nel confessionale, dove negli ultimi tempi passò fino a 17 ore al giorno. Del resto ad Ars si presentavano ogni anno per confessarsi circa 100 mila pellegrini provenienti anche d’oltre confine e Vianney voleva ricevere tutti. Di lui veramente si può dire che non avesse altra preoccupazione al di fuori della salvezza delle anime.
Giovanni Paolo II, che lesse e consigliò questo libro, definì Vianney «un rivoluzionario, sullo sfondo della laicizzazione e dell’anticlericalismo del XIX secolo».
Di Alfred Monnin esiste anche una bella Vie de M. Jean Marie Vianney, pubblicata nel 1861. Da essa si è tratto spunto per la biografia breve del santo curato che arricchisce questo volume.
Ebrei e cristiani: figli dello stesso Padre, legati da una storia comune e da ferite non ancora rimarginate. In tempi in cui la guerra e la propaganda rimettono in circolo antigiudaismo e antisemitismo, Ambrogio Spreafico propone una bussola per non smarrire il cammino del dialogo. Con rigore biblico e attenzione alla realtà contemporanea, ricostruisce la svolta di Nostra aetate, rilegge testi controversi del Nuovo Testamento alla luce di una corretta esegesi, e mostra come la fedeltà alla propria identità possa aprire all’incontro. Un libro necessario per chi cerca parole responsabili, non slogan, e per chi vuole tenere viva la speranza della convivenza. Con prefazione di Riccardo Di Segni.