Nuova traduzione con ampia introduzione e apparato di note. Tra le ricche raccolte omiletiche di Giovanni Crisostomo, quelle sul vangelo di Giovanni - di cui in questo volume si pubblicano le omelie 30-59 - costituiscono un corpus notevole per ampiezza, organicità e sistematicità. Nelle omelie sul vangelo di Giovanni l'autore, attraverso la consueta raffinatezza stilistica e la grande sensibilità, interpreta il testo evidenziandone il fondamentale portato per la definizione della teologia trinitaria, in opposizione alla speculazione ariana. Inoltre coglie tutti gli spunti utili all'edificazione morale e spirituale della propria comunità, con frequenti e concreti riferimenti alle pratiche, agli usi e costumi dell'epoca.
Le Parole dei Padri della Chiesa a commento del Vangelo: un testo per riscoprire la saggezza della tradizione cristiana. «Siamo nani sulle spalle di giganti», ripeteva Bernardo di Chartres. In epoche più prossime a noi però ci si è alquanto adoperati per scendere da quelle spalle, nell'illusione che, col nostro ragionare "terra terra-, potessimo vedere più lontano di loro. Certamente abbiamo ottenuto importanti risultati, ma non senza qualche grave perdita, tra cui una pregiudiziale diffidenza verso le dottrine dei Padri, specie nell'ambito dell'esegesi biblica. È invece necessario, da parte di tutto il popolo di Dio, un recupero della tradizione e della sua saggezza. In queste pagine viene quindi proposta una rilettura dei capitoli 4-5 di Luca attraverso le parole dei Padri della Chiesa. Sono qui presentati una doppia serie di testi, una legata alla liturgia, l'altra più direttamente collegata al testo del Vangelo: la vita della Chiesa si nutre infatti nella meditazione orante della Parola di Dio.
INTRODUZIONE
1. Vita
Nato a Cesarea in Cappadocia tra il 332 e il 335 da Ernmelia e da Basilio il Vecchio, famoso retore di Neocesarea sul Ponto, ebbe come fratelli maggiori S. Basilio Magno e Naucrazio, da lui ricordato nella Vita S. Macrinae, come fratello minore Pietro vescovo di Sebaste e come sorella S. Macrina iunior. La prima istruzione, d'impronta religiosa, deve essergli stata impartita ad Annesi dalla sorella Macrina; a partire dal 348, prosegui i suoi studi a Cesarea, divenendo « lettore », uno dei primi gradini della gerarchia ecclesiastica. Ma fu soprattutto il fratello S. Basilio Magno, da lui chiamato « padre e maestro » ed « unico maestro », ad influire in maniera decisiva sulla sua formazione. Verso il 355 Basilio, non ancora battezzato, tornò a Cesarea da Atene pieno di entusiasmo per la letteratura classica, e seppe infondere quest'amore anche nel fratello Gregorio, rivelandogli il fascino della retorica di Libanio.
Il giovane Gregorio fu cosi attratto dalla cultura e dalla retorica classica e dalla vita secolare, che nel 359 noti ascoltò l'appello rivoltogli da Basilio — convertitosi intorno al 357 — perché abbracciasse anche lui la vita monastica. Poco più tardi, pur continuando ad esercitare la sua attività di « lettore », sposò Teosebia, dalla quale ebbe forse un figlio. Erano quelli gli anni del regno di Giuliano l'Apostata e della reviviscenza della retorica greca operata da Libanio. L'influenza di quest'ultimo si fece sentire sempre di più su Gregorio: nel 365 abbandonò il suo posto di « lettore » per abbracciare la professione di « retore », suscitando il risentimento di Gregorio Nazianzeno. Gregorio non rinunziò però alla sua fede: la sua più grande aspirazione era quella di realizzare una sintesi tra retorica e Cristianesimo, come già aveva fatto suo padre. Nel 371 S.
Basilio Magno, che nel 370 era divenuto vescovo di Cesarea e che aveva ormai sconfessato l'ascetismo eccessivo di Eustazio di Sebaste, incaricò l'ormai famoso retore cristiano di comporre il De virginitate. Verso la fine dello stesso anno — in ogni caso prima che Gregorio Nazianzeno, nella Pasqua del 372, divenisse vescovo di Sasima — fu nominato vescovo di Nissa, una piccola città della Cappadocia orientale, carica che accettò contro voglia.
Gli studi biblici l'avevano attratto e li vedeva in funzione formativa. Poco si è parlato sull'argomento che merita una particolare cura. La Sacra Scrittura è uno dei cardini per conoscere l'opera del Nisseno. Senza la Bibbia che sembra guidare passo passo la crescita spirituale di Gregorio di Nissa si rischia di cadere nelle solite frasi comuni, come se egli fosse solo dedito alla cultura classica.
Più spirito speculativo che uomo di azione, Gregorio difettava di quelle qualità pratiche che erano pur necessarie ad un vescovo in quei tempi difficili. Se ne rendeva perfettamente conto lo stesso Basilio, che in più occasioni — sia prima che dopo la nomina di Gregorio a vescovo di Nissa — ebbe a rimproverargli la sua eccessiva ingenuità e semplicità, e che nel 375, quando Doroteo gli propose d'inviare Gregorio in missione a Roma presso il papa Damaso, disse di non considerarlo adatto a tale compito. Con ogni probabilità, fu proprio per questa ragione che nell'inverno 375-376 il vicario del Ponto Demostene, un sostenitore degli Ariani, ebbe buon gioco nell'accusarlo di avere dilapidato i beni ecclesiastici; Gregorio riuscì a sottrarsi con la fuga all'arresto ed a ritirarsi in un luogo più tranquillo. Nella primavera del 376 un sinodo di vescovi Ariani fedeli all'imperatore Valente che aveva abbracciato l'Arianesimo, lo dichiarò decaduto dalla sua carica di vescovo, mettendo al suo posto una creatura di Demostene. Solo nel 378, dopo la morte dell'imperatore Valente alla battaglia di Adrianopoli (9 agosto 378), Gregorio poté ritornare a Nissa, dove la popolazione gli riserbò un'accoglienza trionfale.
Abelardo nasce nel 1079 nella Bretagna indipendente, destinato a divenire - grazie alla vivida intelligenza e alla vocazione per lo studio - una figura nodale del secolo successivo. È un'epoca di fermento intellettuale e letterario, in cui il "Maestro Palatino-, geniale ma altezzoso al limite dell'arroganza, non frena pensiero e ambizioni di fronte ad alcuna autorità. La vita di Abelardo è appassionante quanto la sua indomita riflessione. Egli transita dal successo parigino e dalla vita mondana alla rovina e alla scelta monastica; dall'essere ammirato come l'uomo dall'ingegno più sottile di quegli anni alla condanna per eresia, comminata anche in virtù dell'inimicizia di Bernardo di Chiaravalle. Il suo ricordo oggi si lega alla storia d'amore con Eloisa, ma molto più di questo insegna la figura di Abelardo, che questo libro intende osservare da ogni prospettiva.
Un missionario gesuita, raffinato studioso della civiltà cinese e divulgatore della cultura occidentale: questo fu Matteo Ricci, nato a Macerata e morto a Pechino nel 1610, costruttore di ponti tra mondi lontani, protagonista di una fortunata opera di apostolato e di evangelizzazione. Ma, per giungere a un tale obiettivo, per arrivare persino alla corte dell'imperatore cinese, Matteo Ricci dovette dimostrare sincero rispetto per la cultura locale, adattando il Vangelo alla sensibilità, al pensiero, al vocabolario e alla tradizione del popolo che, lentamente, iniziò a convertire. Ed ecco la domanda che vibra lungo tutta la sua eccezionale avventura: quel gesuita, pur di portare il Vangelo ai cinesi, lo arrangiò al punto da tradirlo? Matteo Ricci fu un eccezionale missionario o un grande traditore del messaggio cristiano?
Nella seconda metà del xii secolo Nerses – giovane vescovo armeno, nativo di Tarso in Cilicia – addolorato dalla divisione regnante tra i cristiani, interviene con evangelica franchezza al sinodo della sua chiesa per caldeggiare l’unione con la chiesa greca. Profondamente radicate nella preghiera di Cristo per l’unità della chiesa, le parole appassionate di Nerses – messe finalmente a disposizione del pubblico italiano – travalicano i secoli e risuonano attualissime ancora oggi per tutti i cristiani. Il suo pressante appello a spezzare la logica dell’inimicizia e a rinunciare alle ricchezze non essenziali pur di far prevalere la carità vuole essere balsamo di riconciliazione versato sulle lacerazioni inferte all’unico corpo di Cristo.
La Spiegazione del Credo rappresenta un autentico tesoro per la conoscenza delle origini cristiane. Quest'opera, nata quale espressione consapevole del legame del suo autore con la fede battesimale ricevuta nella sua Chiesa madre - l'«Ecclesia aquileiensis nostra» -, custodisce una testimonianza insuperabile per ricostruire la tradizione dei Simboli di fede delle Chiese delle origini. È infatti quest'opera che ha permesso di ricomporre l'antico Simbolo di fede della Chiesa di Roma. La Spiegazione del Credo di Rufino venne ritenuta nel medioevo latino una sorta di modello in materia, facendo da parametro e da esempio per tutti i successivi scritti di questo tipo. Introduzione Giuseppe Laiti.
Qual è la concezione che la chiesa degli inizi ha avuto del Cristo? Come si è evoluta, e secondo quali percorsi, la professione di fede dei cristiani? Tanto nei padri del primo millennio quanto tra gli autori moderni, il formularsi della dottrina cristologica ha dato luogo a sorprendenti espressioni, comprensioni e interpretazioni. Brian Daley concentra anzitutto l'attenzione sulla dichiarazione del concilio di Calcedonia: quello del 451 d.C., come del resto gli altri concili ecumenici dell'antichità, è stato di un'importanza fondamentale. Daley sostiene però che la formula secondo cui Cristo è «una sola persona in due nature» può rivelarsi fuorviante se interpretata come «soluzione definitiva e soddisfacente» e non come tappa - per quanto rilevante - di un cammino teologico-spirituale più ampio. Nel presente studio siamo invitati ad andare oltre la sola formula di Calcedonia, per ripensare criticamente le riflessioni condotte da alcuni grandi padri della chiesa - da Ireneo a Giovanni Damasceno - sulla persona di Gesù, costantemente alimentate dalla fonte evangelica.
Perché il cristianesimo è stato in grado di affermarsi con tanto successo nell'impero romano? Perché poté sopravvivere al mondo antico e tardoantico e si diffuse soppiantando i culti concorrenti? Sono queste le domande a cui Christoph Markschies risponde sulla base di un esame approfondito e puntuale, e per più di un aspetto anche inedito, di ogni fonte disponibile, cristiana e pagana, scritta o materiale. Situando il cristianesimo nel contesto della storia delle religioni e delle culture antiche, l'autore descrive la vita quotidiana e le pratiche religiose dei cristiani dei primi secoli, dalla nascita - passando per la conversione e il battesimo - alla morte, illustrando le strutture sociali in cui il cristianesimo venne a incarnarsi e le caratteristiche che fecero la peculiarità delle comunità cristiane delle origini.
Le religioni, così come le intendiamo oggi, non sono sempre esistite. Come spiega Pierluigi Banna in L'ambigua religiosità dei primi cristiani, il concetto di religione proprio della cultura occidentale è frutto di un'operazione dei primi cristiani (I-III secolo), che intendevano presentare la propria fede sia in opposizione sia a compimento di tutte le espressioni di religiosità non giudaica che li avevano preceduti. I culti superstiziosi dell'antichità venivano perciò accusati di idolatria, evemerismo e demonolatria in opposizione alla vera religiosità. Eppure, gli stessi cristiani pretendevano di aver ricevuto per rivelazione divina il pieno compimento dei frammenti di verità rinvenibili in pratiche religiose, filosofiche e sociali del mondo classico. In questa oscillazione continua tra critica spietata e valorizzazione dei frammenti consiste l'ambiguità stessa della religiosità cristiana. Tale ambiguità, che se unilateralmente affermata è foriera di violenza sociale, espone la pretesa di essere mantenuta in equilibrio dalla stessa assistenza divina che impedisce alla religiosità cristiana di rinchiudersi nelle maglie della superstizione.
Nel suo saggio Mauren Niehoff illustra gli sviluppi intervenuti nel pensiero e nella pratica esegetica di Filone, articolandone la vicenda biografica con la produzione letteraria, seguendo in parallelo gli spostamenti del filosofo giudeo fra la città natale, Alessandria d'Egitto, e Roma. Grandi capitali - l'una della ricerca scientifica, letteraria e filosofica del tempo, l'altra dell'impero e della grande politica, e al tempo stesso fervido terreno di trasformazione della filosofia greca -, entrambe ospitavano cerchie culturali che dettavano la linea al pensiero e alla filosofia allora egemoni. È con i discorsi che attraversano questi ambienti affatto diversi che Filone si forma, si confronta, si impratichisce, si consolida e infine innova.
Il volume qui presentato costituisce una ricerca filosofica, con aperture alla teologia e all'esegesi biblica, sul Prologo di Alberto Magno al Vangelo di Giovanni. A partire dall'esperienza che secondo Alberto Magno ha reso possibile la rivelazione giovannea, l'autore affronta l'ermeneutica del testo per individuare i limiti epistemologici nella conoscenza dell'assoluta trascendenza divina e tracciare il confine tra filosofia e teologia. Allo studio teoretico, segue l'edizione critica del Prologo e la traduzione italiana. Chiude il volume un'appendice dedicata alla storia dei commenti al Vangelo di Giovanni dall'antichità al secolo XIII.