
Nel 1096 un'armata eterogenea di migliaia di uomini, donne e bambini, nobili e pezzenti partì dall'Europa alla volta di Gerusalemme. Stremati, senza scorte di cibo né di acqua, all'alba del 7 giugno 1099 i crociati presero d'assedio la città e il mese dopo, raggiunti via mare da rinforzi genovesi, tentarono l'assalto. Il 15 luglio riuscirono a entrare, e si abbandonarono a una carneficina indiscriminata: perirono musulmani, ebrei, forse anche qualche cristiano. Nacque così il Regno di Gerusalemme che, con gli altri stati crociati allora istituiti, per circa un secolo impose il potere cristiano sull'Oriente. Il volume ricostruisce vividamente l'assedio di Gerusalemme nel suo svolgimento, descrivendone i protagonisti, gli ideali che li muovevano, e le profonde rivalità politiche che li dividevano; infine tratteggia le conseguenze che ebbe l'esito di quella prima spedizione crociata in Terrasanta.
Conor Kostick insegna Storia medievale al Trinity College di Dublino. Tra i suoi libri: "Revolution in Ireland" (1996) e "The Social Structure of the First Crusade" (2008).
Il volume di MacCulloch si inserisce nella migliore tradizione della storiografia inglese per la capacità di tracciare un grande affresco (oltre due secoli di storia europea) senza per questo rinunciare al gusto per il dettaglio, per la digressione, per l’aneddoto, talvolta anche umoristico o salace. Il risultato complessivo è un libro di grande leggibilità a dispetto della sua mole, dove, come in un romanzo di Dickens, tutta una serie personaggi storici di primo piano – Erasmo, Lutero, Zwingli, Loyola, la regina Margot, Filippo II… – si mescola a una pletora di personaggi minori, talvolta oscuri. Il lettore di romanzi storici ritroverà in Riforma le atmosfere di Q di Luther Blisset o del ciclo di Eymerich di Valerio Evangelisti. Quello di saggistica, che ha letto con interesse i libri di Carlo Ginzburg rincontrerà in queste pagine molti dei temi cari a questi autori: stregoneria, inquisizione, sesso, peccato, soprannaturale, disquisizioni liturgiche, teologiche… Ma Riforma, come tutti i buoni libri di storia, non è soltanto questo. Non si limita infatti a raccontare le vicende di un passato remoto e distante da noi. Dietro questo scontro fra diverse “ortodossie” si possono cogliere i rischi e il dramma di un’epoca dilaniata dagli integralismi religiosi. Non sarà forse un caso allora che il libro sia stato pubblicato soltanto due anni dopo l’11 settembre! Né sarà per caso che molte delle questioni che animano il dibattito contemporaneo sui cosiddetti “temi etici” trovino la loro origine nei modi di concepire la vita e la morte, il sesso e il suo rapporto con la religione, così come il rapporto della religione con la politica, elaborati proprio nei due secoli che MacCulloch affronta. L’esito sarà una “divisione” (cui si fa riferimento nel sottotitolo), una vera e propria spartizione, anzi, di quella eredità classica e medievale europea che fino a quel momento si era mantenuta sostanzialmente unitaria.
Bologna 1886. Amalia Bagnacavalli è una giovane contadina nata e cresciuta a Vergato, un paesino dell’Appennino che da secoli vive di poca agricoltura e molti sacrifici. Per far fronte alle ristrettezze in cui versa la famiglia, decide di prendere a balia un orfanello dall’Ospedale degli esposti. Ma il viaggio nella città, ancora gravata da un retaggio medievale, segna l’inizio delle sue vicissitudini: dalla bambina che le assegnano — sguardo opaco, petto scavato e corpicino deforme — contrae la sifi lide, della quale faranno le spese anche il marito e la fi glia. Invece di rassegnarsi all’ingiustizia, Amalia si rivolge ad Augusto Barbieri, un giovane e ambizioso avvocato, che accetta di intentare causa al potentissimo corpo amministrativo centrale degli ospedali di Bologna e al suo presidente, il conte Isolani. Un’avventura più pericolosa di quanto una popolana analfabeta possa immaginare, che la porterà a fare i conti con un mondo più grande di lei e con la disonestà degli uomini, mentre la malattia divora il suo corpo e la sua famiglia. Frutto di un paziente lavoro di scavo negli archivi e di una felice vena narrativa, La sfi da di Amalia ricostruisce con rigore e partecipazione le vicende dei protagonisti e il lungo iter processuale, riportando alla luce una storia sorprendentemente attuale. Che vede Amalia, eroina moderna, sovvertire la condanna atavica alla sopportazione e dare voce a quell’oppresso e povero mondo delle campagne che, alleandosi alla nascente borghesia cittadina, si lancia all’attacco dell’antica aristocrazia. Una storia che è anche il ritratto di una società in trasformazione, già proiettata verso la voglia di riscatto che animerà le lotte di classe del Novecento.
A centocinquant’anni dall’unificazione politica italiana il mito risorgimentale, su cui si fonda la storia dello Stato nazionale, non è entrato a far parte della memoria collettiva degli italiani. Se l’Unità, evento di carattere politico reso necessario dalle difficoltà di convivenza insorte fra gli Stati europei in età moderna, che rendevano ardua la sopravvivenza dei piccoli Stati, ha trovato consensi, pur di natura eterogenea, il Risorgimento, processo culturale mirante a «modernizzare» la millenaria identità del Paese, non ha raggiunto lo scopo di separare l’Italia dal suo ethos tradizionale cattolico. L’opera di unificazione ideologica è fallita e la costruzione della nuova Italia ha colpito un elemento primario della «nazionalità spontanea» degli italiani, cioè il senso di appartenenza religiosa. L’omogeneizzazione delle istituzioni e la creazione di un forte Stato centralista hanno aperto due ulteriori ferite, una di natura politica e istituzionale, la cosiddetta Questione Settentrionale, e l’altra di carattere più culturale che economico, nota come la Questione Meridionale, con effetti che si fanno sentire ancora oggi. Giuseppe Garibaldi, uno degli artefici principali dell’Unità, è stato protagonista attivo anche del Risorgimento, contribuendo a diffondere un’ideologia relativista e laicista e a porre le basi di una liturgia civile totalmente svincolata da una tradizione religiosa specifica e alternativa rispetto alle radici cristiane e allo stretto rapporto con la Chiesa cattolica che ha sempre caratterizzato la vita della nazione italiana.
Francesco Pappalardo è socio benemerito di Alleanza Cattolica, del cui organo ufficiale Cristianità è direttore editoriale, presidente dell’IDIS, l’Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale, di Roma, socio onorario dell’ISIIN, l’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale,di Milano, consigliere parlamentare nel Senato della Repubblica. Cultore di storia, è autore di saggi, fra cui Il mito di Garibaldi. Vita, morte e miracoli dell’uomo
che conquistò l’Italia (2002), Il brigantaggio postunitario. Il Mezzogiorno fra resistenza e reazione (2005) e Il Risorgimento (2010), e di contributi a opere collettanee, fra cui Franco Cardini (a cura di), Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia (1994) e Oscar Sanguinetti (a cura di), Insorgenze antigiacobine in Italia (1796-1799). Saggi per un bicentenario (2001). Ha curato, con Giovanni Cantoni, Magna Europa. L’Europa fuori dall’Europa (2006).
Con penetrante ed efficace stile narrativo, Jorge M. Reverte affronta in questo libro un aspetto di grande originalità, la strategia militare dei due schieramenti – quello franchista e quello repubblicano – che si sono affrontati durante la guerra civile spagnola. La dettagliata analisi di Reverte, che non trascura lo scenario europeo in cui si andava preparando la Seconda guerra mondiale, mette in discussione il mito che Franco fosse un grande stratega, ma aiuta a comprendere la sua abilità nel rispondere alle situazioni politiche nelle quali si muoveva. D’altro canto, non esita a individuare i limiti della Repubblica spagnola che, difesa in maniera molto diseguale dalle diverse formazioni politiche che parteciparono ai suoi governi, scontò la sua sfavorevole posizione internazionale e le rilevanti defezioni interne, ma anche i gravi errori commessi in campo militare.
In questo nuovo libro antologico Giorgio Bocca ha raccolto il meglio della sua produzione "storica", articoli e altri scritti che all’epoca hanno rivoluzionato il modo di fare inchiesta e quindi il giornalismo italiano. Si parte dal luglio del 1943 quando viene alla luce tutta la mediocrità dei gerarchi durante la votazione del Gran Consiglio fascista contro Mussolini e si finisce ai giorni nostri con il potere sultanesco di un padrone che si considera un benefattore circondato da perdenti e ingrati…
Il libro
"Posso dire che conosco il paese in cui sono nato e vissuto? Sì e no. Le sue virtù continuano a stupirmi come i suoi difetti. Dopo avere per due volte primeggiato nel mondo, ne siamo ancora in certo modo estranei: i nostri imperi non hanno lasciato il segno nel nostro carattere, i santi, gli eroi, i navigatori hanno vissuto invano, non hanno lasciato una traccia nel nostro modo di essere e forse questa è la nostra peculiarità: dobbiamo ancora imparare a vivere in società, a essere Stato, inutilmente furbi, inguaribilmente infantili ma molto umani nelle debolezze come nelle virtù, in un certo senso rassegnati a questa nostra umanità: capaci di fermarci prima della ferocia e del fanatismo."
In questo nuovo libro antologico Giorgio Bocca ha raccolto il meglio della sua produzione "storica", articoli e altri scritti che all’epoca hanno rivoluzionato il modo di fare inchiesta e quindi il giornalismo italiano. Si parte dal luglio del 1943 quando viene alla luce tutta la mediocrità dei gerarchi durante la votazione del Gran Consiglio fascista contro Mussolini e si finisce ai giorni nostri con il potere sultanesco di un padrone che si considera un benefattore circondato da perdenti e ingrati, degni di licenziamento come l’allenatore del Milan. Ne è passato di tempo tra un fatto e l’altro, ma Bocca ha visto entrambi questi momenti dell’Italia e i tanti che si sono susseguiti nel mezzo, avendo trascorso quasi settant’anni di vita a scrivere cronache del Bel Paese. Dalla caduta del fascismo alla guerra partigiana, dalla Repubblica di Salò al dopoguerra, dal miracolo economico al Sessantotto, dagli anni di piombo a quelli dell’automazione, dalle mafie al leghismo, fino al berlusconismo: tutti i grandi temi storici e civili che hanno contrassegnato il secondo dopoguerra italiano sono qui al centro di un libro straordinario, specchio di antichi mali e al contempo di caduche virtù.
Un blocco di carta gialla sbiadita. Da leggere tutto in una notte. Perché leggere è un crimine, e domani il manoscritto aspetta un altro lettore complice. Questo libro è l'avventura del lettore ideale e della parola poetica, protagonisti essenziali della resistenza all'omologazione culturale sovietica. Li seguiremo attraverso cucine come salotti letterari, registratori umani di decine di migliaia di versi, nuovi raffinati modelli di scrittura, analisi monografiche dei testi di massima densità formale (da Brodskij a Venedikt Erofeev, Sokolov, Dovlatov). Per giungere dopo il crollo dell'Urss al fatidico incontro con il mercato editoriale e il mainstream davanti ai quali, nell'ombra della dittatura light putiniana, la parola d'ordine poetica continua a essere ‘resistere resistere resistere'.
A partire dalla straordinaria personalità di Saladino, tra i più grandi ed eruditi condottieri dell’antico Islam, Hindlay offre la chiave per comprendere il fallimento della terza crociata. “Grande spirito non toccato da Dio”, come lo definì secoli dopo Dante Alighieri nella Divina Commedia, Saladino si distinse sempre per un senso di giustizia che gli impedì di abbandonarsi all’efferatezza fine a se stessa che aveva caratterizzato quasi un secolo prima l'assedio cristiano di Gerusalemme. Dopo un incipit pieno di suspense, che proietta il lettore nel 1187, sul campo di battaglia, quando Saladino è pronto a riconquistare la “città santa”, l’autore ci riporta indietro nel tempo, agli esordi della sua formazione, restituendo un quadro autentico e affascinante del sultano che ancora oggi viene ricordato come esempio universale di virtù cavalleresca. Lo scenario bellico ricompare alla fine della narrazione, con la marcia dell’esercito di Saldino da Damasco verso i territori cristiani attorno a Gerusalemme, che culmina nel memorabile scontro di Hattin.
Un grande studioso e traduttore della “classicità” latina ci racconta, tra la fedeltà storica e l’intuizione fantastica, i profili di alcuni dei più celebri scrittori della romanità. Plauto e Catullo, Lucrezio e Sallustio, Cicerone e Cesare, Virgilio e Orazio, Seneca, Petronio, Tacito, Persio, Giovenale, Svetonio e Paolo rivivono in questo libro grazie alla sapiente scrittura di Canali, che ne illumina la personalità, lo stile, i segreti, fuori dalle convenzioni accademiche e museali ma anche dalle forzature dell’attualità. Attraverso un gioco spregiudicato (quello appunto dell’identikit), ma che poggia su una rigorosa conoscenza dei testi e delle fonti, l’autore ci conduce a scoprire quali verità possibili si celino nelle parole e nelle vite di questi giganti della cultura classica.
Che cosa è stato il sacco di Roma compiuto nel 1527 dai lanzichenecchi e dalle altre truppe dell'imperatore Carlo V? La storiografia lo ha spesso descritto come un evento traumatico per la storia di Roma e della penisola italiana, ma non come una vera e propria frattura, in diversi casi un semplice riferimento cronologico utile, al piú, a scandire i tempi della periodizzazione storica. Con questo libro Chastel si contrappose polemicamente a tale orientamento e riaffermò con forza, arricchendola di nuovi contenuti, l'interpretazione del sacco come frattura, data dai grandi storici del passato: da Guicciardini a Burckhardt. Una frattura che non risparmiò gli equilibri politici e sociali di Roma, ma si ripercosse soprattutto sulle tradizioni, sui costumi, sull'immagine e sulla spiritualità della capitale del mondo cristiano, spezzando letteralmente in due il corso della vita romana.

