
Alla soglia degli ottant'anni la più riverita penna del giornalismo britannico, Honor Tait, famosa tanto per un cinquantennio di reportage scottanti dai più importanti scenari internazionali, quanto per le rutilanti frequentazioni culturali e mondane, si appresta a dare alle stampe la sua ultima fatica. Per un infelice qui pro quo, a intervistarla per conto del prestigioso supplemento culturale "Sunday" viene spedita la ventisettenne Tamara Sim, contrattista precaria per il settimanale di costume "Pssst!" e reginetta delle classifiche dell'in e dell'out fra i vip della tv. L'incontro fra due donne tanto diverse diventa anche scontro fra antitetici approcci al giornalismo: quello impegnato, di prima linea di Honor, sicura di sé sui principali teatri bellici dal secondo dopoguerra in avanti; e il gossip selvaggio in cui sguazza Tamara, ochetta sbadata e un po' ignorante che, anziché fra le pieghe della Storia, per mestiere fruga fra le lenzuola e negli armadietti dei medicinali delle celebrità pop. Insomma, Martha Gellhorn incontra Bridget Jones, e l'esito sarebbe scontato. Non fosse che a legare l'improbabile duo c'è la comune determinazione a raggiungere il proprio obiettivo: per Honor, riscrivere l'articolo sulla liberazione di Buchenwald; e per Tamara, trovare lo scoop che la sottrarrà al sottobosco dei tabloid per trasformarla in una firma. Un impietoso ritratto del mondo dell'informazione e dei meccanismi che regolano "il mercato delle news".
C'è un albero di mango nel villaggio di Kusumbhara, nell'India settentrionale. Un albero grande e generoso, che regala sollievo dal sole nelle giornate afose, fa da parco giochi per i bambini, e accoglie gli adulti la sera dopo il lavoro nei campi. I suoi rami solidi e le sue foglie sussurranti offriranno conforto a Bharti nei dolori più grandi, che il destino non risparmia a quelli come lei nati sotto una stella traballante. Ed è sempre lì sotto, seduta su una grande radice, che Bharti, a dodici anni, si scopre maestra. Un giorno, mentre sta tracciando in terra le parole che ha imparato al mattino a scuola, alcuni bambini si avvicinano e le ripetono a loro volta. Giorno dopo giorno, gli allievi si raccolgono sempre più numerosi intorno a questa bambina un po' più grande, povera come loro, ma con una sete di sapere e una curiosità non comuni in una regione dove la priorità di tutti è una sola: la sopravvivenza. Ma Bharti ha un sogno che la guida. Lei, appartenente alla casta degli intoccabili, abbandonata tra i binari di una stazione, una fortuna l'ha già avuta: quella di trovare una mamma che l'ha raccolta in fasce. Una mamma dal sorriso dolce come una tazza di tè zuccherato, che la ama al punto da infonderle il coraggio di immaginare per sé un destino diverso. Non moglie e madre bambina, come tante sue coetanee, ma studentessa e poi donna istruita che sa difendersi da sé. Maestra per tutti quei bambini che rischiano di perdersi appena usciti dall'ombra protettiva del mango.
"Le dit du sourd et muet" (ora tradotto per la prima volta in italiano, ma scritto dall'autore in francese) è l'ultimo romanzo di Gabriele D'Annunzio, e il suo più sentito e potente testamento spirituale, l'ultimo atto, l'estrema testimonianza, dolente e insieme affascinata, di un intellettuale europeo, dall'anima duplice, italo-francese, anzi molteplice, universale, ansiosa di abbracciare ogni esperienza, ogni realtà e ogni sollecitazione, bruciandole e sublimandole nel fuoco vivo dello stile.
Due anni imprecisati della prima decade del ventunesimo secolo. Una città, Paneròpoli, evidente alter ego di Milano (la città della panerà, del formaggio, come la chiamava non senza sprezzo Ugo Foscolo). Una folla di uomini e donne che vivono tante storie intrecciate d'amore, di potere, di sesso - in una rete che costituisce la trama stessa del romanzo, come della loro vita. Diverse generazioni, ma una su tutte, quella dei cinquantenni, per la quale è suonata "la campana dell'ultimo round"; diversi ceti sociali; genitori e figli; linguaggi diversi. Tanti fili con i colori del dramma, della satira, del sentimento romantico e del grottesco che disegnano pagina dopo pagina un arazzo fitto di figure e colori che trova senso e fine, proprio come la vita, soltanto nella sua improvvisa e imprevista conclusione. Un romanzo di trama e di personaggi, ricco di fatti e di ritratti. Un romanzo fittissimo di riferimenti culturali, tra i più vari e diversi, dal rock'n'roll alla poesia romantica, dai manga alla pittura rinascimentale. Un romanzo talvolta non facile e spiazzante sempre, sostenuto da un mirabile tour de force linguistico - che, comunque, non può lasciare indifferenti. Un romanzo che, lontano da ogni pensiero debole e linguaggio minimalista, sfida il lettore a misurarsi con quei valori "alti" - amore e morte, e l'arte, nelle loro varie declinazioni - che soli possono dare un senso alla vita
"Naturalmente, quando ho cominciato a raccontare questa favola per il vostro diletto, non sapevo che di lì a poco avrei incontrato i miei due corvi nella vita vera". Questo nuovo caso per Aristotele detective ha inizio mentre il filosofo è occupato a discutere con gli allievi del Liceo la funzione del denaro. La strada migliore per raggiungere la felicità, sostiene un giovane viziato. Ma il vecchio Stagirita non è d'accordo e per illustrare la propria visione economica, nel quadro della più vasta teoria della polis, sceglie una parabola (un'abitudine, come osserva ironico uno dei discepoli, platonica più che aristotelica): la favola dei due corvi bianchi. Il filosofo ha appena iniziato a raccontare che arriva un uomo trafelato. E Caronide, un vedovo, una volta possidente, che ha ceduto terreni e schiavi per ridursi a vivere su uno stentato podere accudendo le capre. Costui chiede ad Aristotele di indagare sulle macchinazioni del cugino, il ricco Simmaco, che vorrebbe impadronirsi delle ultime sue risorse. Aristotele non accetterebbe quell'incarico da piedipiatti, ma a convincerlo c'è una singolare coincidenza: il governatore Licurgo gli ha chiesto di recarsi ad Idra, la vicina isola dov'è rifugiato il detto Simmaco, per chiarire un caso di corruzione di giuria; inoltre, la città di Atene ha deciso di inviare nella stessa isola Stefanos, il braccio destro nelle specula zioni poliziesche come Teofrasto lo è in quelle del Liceo. Così Aristotele si trova ad affrontare tre casi..
Estonia, 1910. Il diciassettenne Alfred Rosenberg viene convocato nell'ufficio del preside Epstein. Gli occhi grigio-azzurri, il mento sollevato con un'aria di sfida, i pugni serrati, il ragazzo adduce ben poco per difendersi dall'accusa di aver proferito violenti commenti antisemiti in classe. All'ebreo Epstein non resta perciò che condannarlo a una singolare punizione: imparare a memoria alcuni passi dell'autobiografia di Goethe, il poeta che l'adolescente dichiara di venerare come emblema stesso del popolo tedesco. In particolare si tratta dei brani in cui l'autore del Faust si dichiara fervente ammiratore di Baruch Spinoza, il grande filosofo ebreo del diciassettesimo secolo. La lettura insinua nella mente del giovane un tarlo che lo accompagnerà per il resto della vita: come può Goethe aver tratto ispirazione da un uomo di razza inferiore? Le opere di Spinoza non smettono di tormentare, sotto forma di incessanti domande, l'"ariano" Rosenberg, divenuto uno dei fondatori del partito nazista e stretto collaboratore di Hitler: davvero Baruch Spinoza, quest'uomo appartenente a una razza da sterminare, è riuscito a sviluppare un pensiero filosofico così lucido e geniale? O forse il segreto della sua genialità non sta nella sua mente, ma altrove? Magari nella sua biblioteca personale, su cui la guerra consente di mettere le mani? Un romanzo sulla vita misteriosa e controversa di Baruch Spinoza nella Amsterdam del Seicento e l'ossessione per le sue opere nella Germania antisemita
DESCRIZIONE DEL LIBRO
27 dicembre 1788: mentre Venezia è avvolta dal più freddo inverno a memoria d’uomo, un burchiello diretto a Mestre rimane bloccato in mezzo alla laguna gelata. Dentro la cabina, Elisabetta Grimani, da anni sofferente di epilessia, riflette sul destino che l’ha portata a sposare il procurator Lodovico Manin, uomo mite e scrupoloso ma troppo assorbito da impegni pubblici e dall’amministrazione di un patrimonio incommensurabile per prestare attenzione alla sua condizione di donna e madre mancata. Giunta in Friuli, la famiglia si segrega in un’anomala villeggiatura invernale. Mentre da Venezia giungono gli echi di un carnevale spensierato, la villa Manin di Passariano, Versailles del Friuli, nasconderà nel suo labirinto l’accennato tentativo della donna di cambiare il proprio destino. Rientrati a Venezia, i Manin scoprono di essere catapultati al centro dell’attenzione della capitale a causa della candidatura al dogado, proposta e quasi imposta a Manin dal cognato Francesco Pesaro, che Elisabetta considera un nemico della famiglia. La morte di Elisabetta nel 1792 lascia Lodovico Manin solo di fronte all’indecisione del patriziato veneziano, all’incalzare degli eventi francesi e all’arrivo dell’Armata d’Italia che violerà la sovranità della Serenissima al seguito di Napoleone Bonaparte.
L'AUTORE
Alberto Frappa Raunceroy è nato a Udine da antica famiglia friulana. Per anni ha cercato altrove quello che possedeva in Friuli: l’ispirazione. Scrive ispirandosi ai classici della letteratura europea. Nel 2007 ha pubblicato per le Edizioni Segno La condanna dei tre capitoli, romanzo storico-teologico in controtendenza e in polemica con certe fiction americane che, violentando storia e filologia, trasfigurano la letteratura e l’umanesimo occidentali
I primi 50 anni di vita di una donna eccezionale per fascino e intelligenza, dotata di un notevole talento artistico e di una spiccata personalità. Un racconto vivace delle esperienze della pittrice, dall'infanzia nella feudale Transilvania, allora Ungheria ora Romania, agli studi a Vienna e Budapest negli anni '25/30. Assistiamo poi all'incontro con il futuro marito, Enzo Massarani, avvocato e commercialista, e quindi al trasferimento a Milano, nell'Itali fascista del 1934. Vediamo attraverso i suoi occhi i milanesi di allora, gli anni della guerra, la fuga in Svizzera ed il dopoguerra, fino agli anni '60. Nell'agosto del 2011 ha compiuto 101 anni e completato la dettatura di questo libro di ricordi. Scritti in prima persona, i testi sono stati raccolti e trascritti dall'amica Silvana Baldini.
Roma, 1938. Alessandro Borghesi, ingegnere minerario neolaureato e pieno di entusiasmo, viene assunto in una missione archeologica destinata a scavare nell'oasi di Siwah, nel deserto del Sahara, alla ricerca della tomba perduta di Alessandro Magno. Ma ben presto il giovane Borghesi viene a sapere che secondo un antico papiro a Siwah è nascosto un tesoro ben più prezioso, di valore inestimabile: la fonte di un potere misterioso, un segreto celato da quattro ideogrammi - una lingua arcana e sconosciuta - che nessuno studioso al mondo è ancora riuscito a decifrare. Arrivato al Cairo, Alessandro si rende conto che intorno alla missione archeologica ruotano enormi interessi economici e politici: il tedesco Hans Brunner, morto in circostanze sospette, aveva infatti individuato proprio dove sorge l'oasi di Siwah un giacimento di greggio, ora conteso tra gli italiani - che occupano la Libia - e gli inglesi che controllano l'Egitto. Nel seguire le tracce di questa scoperta, Alessandro incontra l'affascinante Elisabeth Rosenheim, egittologa allieva del defunto professor Brunner, e decide di inoltrarsi con lei tra i tanti, troppi misteri della missione. Giunto nel cuore del Sahara, scoprirà che nemmeno il recupero del giacimento di greggio è il suo unico scopo. Nel viaggio si nascondono un'altra verità e nuovi, inquietanti interrogativi: perché l'Ovra ha intercettato una telefonata tra il cardinale di Chicago e la Segreteria di Stato di Pio XI
Aveva chiesto a sua madre di non dire a nessuno che sarebbe tornata a casa, e invece quando Manuela Paris scende dalla macchina, davanti al portone di casa sua, trova un comitato d’accoglienza grande quanto Ladispoli intera. È la vigilia di Natale, Manuela non ha ancora ventotto anni ed è alta e sottile, il suo sarebbe un corpo da atleta, non fosse che ora è fragilissimo - le ossa frantumate ricomposte dalle operazioni, la fisioterapia, le stampelle che chissà quando si potranno mettere via.
Manuela è tornata a casa, in Afghanistan era a capo di un plotone di trenta alpini – la realizzazione di un desiderio che nasceva nell’infanzia, il sogno di una bambina magra e selvatica con l’anima di una principessa guerriera - adesso è una sopravvissuta. Per caso. In balistica si chiama «teoria della divergenza»: Dovevo trovarmi in un punto, che era l’incrocio di una serie di linee, e queste linee sono sempre la conseguenza logica e matematica di una catena di azioni, decisioni, movimenti, gesti. Invece, per un caso, non c’ero. Ero dieci metri piú indietro, anche se non dovevo esserci, e l’esplosione mi ha fatto a pezzi, ma non del tutto. È per quella divergenza che sono viva.
Viva ma incapace di vivere, Manuela, incapace di pensare a un futuro che non sia tornare sul campo e far ripartire l’esistenza nel punto esatto in cui si è interrotta, un istante prima dell’attentato che adesso, invece di rassegnarsi a diventare passato, è intrusione continua nel presente. I medici le hanno detto che ricordare è importante, che ricostruire la sua storia fino al giorno del disastro può aiutarla ad andare avanti. E Manuela, che della disciplina ha imparato a non poter fare a meno, fa i compiti: ricorda, racconta dell’Afghanistan, della guerra, di un popolo sprezzante del pericolo e che più di tutto amava la libertà, scrive del deserto delle pietre e del sangue. Anche se le parole, le sembra, non servono a dissolvere i fantasmi: piuttosto li evocano, ne mettono a fuoco i dettagli.
Ogni sera, quando la casa è già silenziosa, Manuela esce sul balcone e accende una sigaretta. Dall’altra parte della strada, sul balcone dell’hotel Bellavista, un uomo nascosto dal buio fa la stessa cosa. Lui sa che lei si alza prima di tutti e va a letto per ultima, che dorme con la luce accesa, che a volte di notte si sveglia e cammina, che al posto del pigiama usa una maglietta bianca. Lei di lui sa che corre tanto e bene, che beve acqua gassata, che prima di spegnere la luce legge un libro e che fuma troppo. Non sanno nulla del passato che li ha costruiti, di quello che vogliono dimenticare, o magari nascondere, ma ognuno, dal suo limbo, studia il limbo dell’altro: le azioni minime, le espressioni, i gesti che parlano al posto della voce. E forse proprio nell’incontro con quest’uomo che sembra appena venuto al mondo, e che come lei sembra paralizzato in un presente di speranza e attesa, Manuela riuscirà a trovare il punto in cui si ricomincia a vivere. Un punto che dovrebbe stare lì, nell’incrocio delle linee determinate dalle azioni e dalle decisioni, ma che invece, contro ogni previsione logica e matematica, forse va cercato dieci metri più in là.
A sette anni dal successo di Un giorno perfetto, Melania Gaia Mazzucco (Premio Strega nel 2003 per Vita) passa a Einaudi con una storia epica e appassionante, che ci parla del nostro tempo e ci interroga sulle nostre responsabilità di uomini. Il grande romanzo contemporaneo di una delle autrici italiane più conosciute e amate nel mondo.
Annemarie fu scrittrice, fotografa, giornalista; colta, ricca e bellissima, "sembrava incarnare tutta la storia d'Europa". Sullo sfondo della società letteraria cosmopolita degli anni Trenta fu una donna sempre in attesa, in fuga, che non smetteva mai di cercare: parole per i suoi libri, immagini per i suoi reportage, donne da sedurre, uomini da incantare. Senza realizzare mai il suo sogno di vivere di scrittura. Avrebbe potuto avere una vita agiata e oziosa invece ha scelto di portare il suo corpo androgino, il volto nobile, i fluenti capelli biondi tagliati corti continuamente in viaggio: ha attraversato l'Europa in guerra, l'Afganistan, l'Iran, il Congo da sola per far fotografie, alla ricerca di un senso. Scelse di essere fedele a se stessa pagandone le conseguenze. Ruppe con la famiglia, con una madre che detestava la sua libertà, e scivolò in una vita errabonda, in amicizie appassionate e distruttive, come quella con i terribili figli di Thomas Mann che la iniziarono alla tossicodipendenza, fino alla morte. Melania Mazzucco, con "Lei così amata", toglie dall'oblio "una vita che riassume in sé i grandi classici delle esperienze della gioventù del '900: dalla ribellione contro la società borghese, al desiderio di essere eterni adolescenti, senza doveri e responsabilità. Eppure è anche la storia di un'utopia: di essere salvati dalla scrittura. Quella che si infila nelle crepe della vita"
Pubblicato nel 1947 e accolto da Einaudi nel 1958, "Se questo è un uomo" viene da allora continuamente ristampato e tradotto in tutto il mondo. È nota la misura, la compostezza di questo classico dell'esperienza della deportazione, il suo intento di descrivere l'indescrivibile, che ha portato l'autore a affermare "se c'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio". Questa edizione commentata è ricca di riferimenti testuali e per l'acume interpretativo, con note, sin dalla prefazione, sulla struttura, le scelte linguistiche e di contenuto (fornendo particolari sui personaggi descritti nel campo). Cavaglion compie uno scrupoloso lavoro di analisi stilistica, studiando le influenze letterarie (prima di tutto "La Bibbia" e la "Divina Commedia") ed illuminando di volta in volta interi periodi o singole parole come "gioia", "fortuna" e "felicità", paradossalmente i vocaboli più ricorrenti in tutta l'opera di Levi. Un lavoro che "pesa, separa e distingue" in un'opera che non si leggerà mai abbastanza

