
Lucio Cornelio è un giovane patrizio romano, amante delle corse di cavalli e provetto auriga. Si è sempre tenuto lontano dagli intrighi di palazzo, ma rischia di rimanere invischiato nella congiura ordita contro Augusto dai dissoluti amici di Giulia, nipote dell'imperatore. In realtà, i nemici di Lucio vogliono coinvolgerlo solo perché mirano al suo ingente patrimonio. Lucio è costretto a scappare e ripara in Germania dal suo amico Arminio, principe dei Cherusci. Arminio era stato educato a Roma e aveva combattuto spesso, al fianco dei romani, contro altre tribù germaniche. Solo che Lucio non poteva capitare nel momento più sbagliato. Perché Arminio sta preparando una colossale sollevazione contro i romani, quella che porterà alla più sanguinosa sconfitta mai subita dalle truppe imperiali: la battaglia di Teutoburgo.
Riordinando la mole enorme dei suoi racconti, Lucarelli è stato molto crudele. Verso se stesso, non verso i suoi lettori. Ha tolto tutto ciò in cui non si riconosceva piú, e ha "montato" il meglio, gli oltre cinquanta racconti selezionati, secondo un ritmo mentale, una esigenza musicale che alterna i sapori e i temi. Così, mentre il lettore si trova invitato a un ghiottissimo menu, che spazia dall'horror al comico al thriller, unica e del tutto inconfondibile è la voce che lo affascina in questo libro. Forse la voce più autentica di Carlo Lucarelli, in tutte le sue modulazioni. Una voce che invita alla complicità, che coinvolge in una sorta di ininterrotta "danse macabre", di gioco esplicito sui temi della morte e della colpa, in una a volte selvaggia cavalcata diabolica, in una confusione di identità dove, alla fine, lo specchio sembra rimandarci l'immagine distorta, ma lucidissima, dei nostri desideri, e delle nostre illusioni.
Fergus ha quindici anni quando vede i suoi genitori e le sue sorelle morire di fame. Non possiede niente. Solo la rabbia e il desiderio di sopravvivere. Nel suo viaggio verso la salvezza Fergus farà la conoscenza di una banda di banditi bambini guidati da una misteriosa ragazzina, scoprirà i piaceri e le insidie della carne in una casa di piacere a Liverpool, rischierà la vita nei cantieri ferroviari del Galles in un estenuante corpo a corpo con la vita per guadagnarsi il diritto a esistere. Siamo soliti immaginare la fine del mondo come un evento futuro, un qualcosa che deve ancora avvenire. Dimenticandoci che il mondo è finito molte volte, in molti modi. La Grande Carestia che travolse l'Irlanda a metà Ottocento fu questo: una catastrofe immane che significò la morte per milioni di persone e l'emigrazione in America come unica speranza per altrettanti disperati, in tempi in cui la traversata dell'Oceano era terribile e spesso fatale. Da lì a qualche anno la popolazione dell'isola si dimezzerà. Raramente la Grande Carestia è stata descritta in una maniera altrettanto vivida e sincera, con una scrittura scabra, affilata, ma allo stesso tempo evocativa e dolente, degna di Cormac McCarthy. Se la storia è un incubo da cui tentiamo di svegliarci, l'unica scelta per Fergus è sottomettersi alla legge dei sogni.
Canada, fine Ottocento. La vita di una piccola comunità della Columbia britannica, composta da tagliaboschi e cacciatori di pellicce, viene sconvolta dal misterioso delitto di un ricco commerciante francese, la cui vita appare costellata di enigmi e di trascorsi anche loschi, tutti da chiarire. I sospetti convergono sul figlio adottivo dei coniugi Ross, una coppia molto nota e stimata; il ragazzo è stato l'ultimo a vedere la vittima viva ed è fuggito subito dopo l'omicidio. La signora Ross non riesce a rassegnarsi all'idea che suo figlio sia colpevole, e prende la decisione estrema di seguirne le tracce avventurandosi nel gelo invernale delle foreste canadesi, accompagnata soltanto da un nativo che conosce il territorio palmo a palmo. Comincia cosí una corsa contro il tempo, attraverso un paesaggio ostile e colmo di insidie: un lungo viaggio che approda in una strana e chiusa comunità norvegese, nella quale, forse, si nasconde la verità...
È mezzanotte. Leila, giovane marocchina cresciuta in Francia, sta dormendo della piccola stanza che condivide insieme ai fratelli, quando la madre la sveglia. Le ordina di mettersi il suo vestito più bello e di preparare il tè per l'uomo seduto sul divano della sala: lo deve accogliere come fosse un re. Leila non lo conosce. Eppure tra pochi giorni quell'uomo diventerà suo marito. Perché così ha deciso suo padre e, se lei oserà ribellarsi, la punizione sarà terribile. Per Leila è l'inizio di un incubo. Suo marito la tratta come una schiava, la picchia, la umilia. Per tre volte Leila tenta il suicidio. Solo la nascita di suo figlio Ryad le dà la forza di ribellarsi. A costo di essere ripudiata dalla famiglia, Leila chiede la separazione.
Blanca, madre e moglie appagata, conduce un'esistenza ovattata e fuori della realtà nella Santiago del Cile del dopo dittatura. All'improvviso alcuni eventi dirompenti vengono a sconvolgere la linearità della sua vita: l'incontro con persone di un diverso ceto sociale, l'amore per un ex perseguitato politico, la scoperta dell'ipocrisia e della vacuità del mondo cui appartiene. Un terremoto esistenziale, un bivio obbligato: è il momento delle scelte. Blanca vorrebbe gridare, vorrebbe dirlo che non ci sta più, ma un'improvvisa, quasi metaforica malattia la rende incapace di comunicare. Perde la parola proprio quando una nuova coscienza del mondo le chiede di parlare. La prigione del silenzio diventa tuttavia la premessa di una rinascita, di un'altra storia, di un'altra verità. Dopo un primo istante di smarrimento e disperazione, Blanca sceglie la vita e inventa un nuovo linguaggio, quello degli occhi, con i quali racconta la propria storia, i ricordi, i sentimenti e i rimpianti.
California del Nord, anni Settanta. Anna ha sedici anni e vive insieme alla sorella adottiva e al padre nella fattoria di Petaluma. Non ha mai conosciuto la madre, morta di parto, e sin da piccola ha imparato a badare alla fattoria. Ad aiutarla c'è Coop, un giovane lavorante più grande di lei, ragazzo taciturno e silenzioso. Con il suo fare protettivo, per Anna è sempre stato una figura enigmatica e affascinante. Ma adesso l'affetto si è trasformato in un'attrazione sempre più forte che minaccia di distruggere tutto ciò che hanno di più caro al mondo. È il padre a scoprirli per caso, una mattina. È posseduto da una furia cieca, e si abbatte su Coop, ancora e ancora, fino a quando lui non giace a terra quasi senza vita. Vent'anni dopo, Anna è fuggita da quella violenza. È in Francia, abita in un piccolo paesino nella casa che fu di Lucien Segura, un misterioso scrittore vissuto durante la grande guerra. Anna ne sta studiando la vita e le opere. Si sente ossessionata da lui. Forse perché nella vita dell'uomo, fatta di segreti, passioni illecite, amori controversi e impossibili, ritrova inquietanti paralleli con la propria vita; o forse perché in quei misteri giace la cruda verità del passato che Anna ha lasciato dietro di sé ma che non riuscirà mai a dimenticare.
Nel 1937 i fratelli Nello e Carlo Rosselli furono assassinati in Francia perché oppositori del regime fascista. Silvia Rosselli, figlia dello storico Nello, nipote di Carlo, fondatore del movimento antifascista "Giustizia e libertà", racconta la propria vita e quella della sua famiglia. Attraverso i suoi occhi seguiamo buona parte della storia del nostro paese nel secolo scorso ma soprattutto seguiamo la famiglia Rosselli: dal confino ad Ustica, all'assassinio in Francia dei due fratelli, all'espatrio in Inghilterra e in America, al rientro in Italia, al trascorrere delle generazioni successive fino ad oggi. "Cosa mi ha spinto a raccontare?", si chiede l'autrice. "Dopo la morte di mia madre ad un tratto mi sono accorta che non c'era più nessuno a cui fare domande sul passato. Ero rimasta l'ultima, è stato allora che ho pensato di scrivere qualcosa, in primo luogo per le figlie, i nipoti, i fratelli e poi per gli amici e anche per quelli che non conosco... Pensavo che il passato giacesse lì quieto e ormai risolto al fondo della mia memoria, era invece una materia ancora viva e incandescente." Lo struggente e nitido ritratto di una famiglia, anzi di una generazione, di un gruppo culturale e sociale che se oggi non esiste più, ha lasciato tracce indelebili nella nostra storia e che leggiamo con straordinaria partecipazione.
Quando nel maggio del '99, Erri De Luca partì per Belgrado, bombardata dalla Nato, fece "atto di residenza, non di resistenza". In un certo senso, tutto questo libro è "un atto di residenza". Raccoglie scritti diversi, che raccontano luoghi, avventure, impressioni, unite da un unico punto di vista, quello del "pianoterra", cioè uno sguardo dal basso e uno sguardo di residente: lo sguardo stanziale di chi, pur vagabondo, per il breve periodo in cui si ferma, mette radici, costruisce pareti di cartone o di latta. Uno sguardo che gli fa vedere gli uomini come alberi che camminano, la politica come un museo delle marionette, il mondo come un vecchio cappotto capovolto...
Con questo libro Scott Turow ritorna con successo al legal thriller così come l'aveva concepito nei suoi primi romanzi. Il giudice George Mason si trova di fronte a un caso di stupro collettivo di una giovane ragazza di colore e per una serie di vincoli procedurali, primo tra tutti il fatto che la vittima accusa i suoi assalitori tre anni dopo l'accaduto, il grave reato rischia di non poter essere dibattuto e giudicato nelle aule del tribunale. Inoltre le prove sono racchiuse in una videocassetta che contiene il filmato dello stupro e per le norme sulla privacy queste potrebbero non essere valide nel corso del dibattimento. Ma non è solo questo a turbare George Mason, perché la sua vita è da tempo in pericolo: uno sconosciuto lo sta minacciando di morte sfuggendo a tutti i controlli della sicurezza. Ancora una volta Scott Turow si interroga sulla natura della legge, sui suoi limiti e sulla reale efficacia della sua applicazione.
Aveva pregato con tutte le sue forze che fosse un bambino. Suo marito, il giovane e valoroso comandante, non avrebbe potuto sopportare l’affronto di una femmina. Daria lo sapeva bene, e sapeva anche quale punizione poteva essere inflitta nel suo villaggio alle donne che non erano in grado di partorire un primogenito maschio.
Eppure aveva fallito. Era nata Samira, una bambina. Lo aveva capito subito, aveva letto la sua colpa sul volto amareggiato dell’uomo che amava e che la amava. L’uomo era sconcertato. Perché proprio a lui? Cosa avrebbero pensato i suoi soldati, cosa avrebbero detto al villaggio quando la notizia fosse giunta? Non era possibile. E così aveva deciso: la bambina sarebbe stata cresciuta come un maschio. Sarà Samir.
Sulle montagne dell’Hindu Kush, in Afghanistan, Samir impara a cacciare, ad andare a cavallo, a sparare. A credere ciecamente a suo padre, che venera come un dio. E quando il comandante viene ucciso in un combattimento, gli uomini del villaggio non hanno dubbi: anche se non è che un ragazzino, Samir dovrà diventare la loro guida.
Ma quando la natura giungerà a reclamare ciò che le spetta, l'artificio così a lungo alimentato inizierà a vacillare. Sarà allora che Samira inizierà la sua lotta per rimpossessarsi della propria vita e del proprio destino.

