
Come i sette precedenti volumi (2004-2010), "Scegliere un film 2011" è uno strumento ideale sia per genitori che vogliono scegliere un film da godere in famiglia, sia per chi organizza cineforum, soprattutto in contesti educativi (scuole, gruppi giovanili, associazioni...). Ma anche gli studiosi, i professionisti dell'audiovisivo e i semplici appassionati potranno trovare uno sguardo acuto, intelligente e originale per comprendere a fondo i film analizzati. Il volume raccoglie infatti i circa 160 titoli considerati più significativi fra quelli usciti da giugno 2010 a maggio 2011. Le recensioni, firmate da giovani e brillanti professionisti dei media (sceneggiatori, story editors, studiosi), privilegiano la componente narrativa: il tipo di storia raccontata, i personaggi e i valori di cui si fa portatrice, con una valutazione che tiene in primo piano le componenti etico-antropologiche del film. Per rendere la consultazione più rapida e immediata, a ogni film è stato attribuito un voto in stelline, da una a cinque. Il voto non è per cinefili, ma per un pubblico di persone "normali", ed è il frutto di un giudizio complessivo che tiene conto dei pregi estetici, ma soprattutto contenutistici.
Foppa, Leonardo e Bramantino sono i protagonisti del Rinascimento lombardo, dall'insediamento del duca Francesco Sforza e dalla Pace di Lodi (1454) alla definitiva scomparsa del ducato sforzesco con la morte di Francesco II Sforza (1535). Questo libro segue i momenti più significativi della loro presenza milanese, ma si impegna a ricomporre anche il fitto contesto di presenze figurative e di intrecci culturali che caratterizzano uno dei momenti più alti e ricchi di futuro della storia dell'arte lombarda. Sfilano sotto gli occhi del lettore lo sfolgorante itinerario formativo di Vincenzo Foppa, dalla Padova di Mantegna alla cappella di Pigello Portinari in Sant'Eustorgio; l'affermazione umanistica di Bramante e di Bernardo Zenale, architetti e pittori, in una Milano che forgia un suo particolare Rinascimento "senza Roma", fantastico e iperdecorato; Leonardo che crea l'Ultima cena delle Grazie, primo capolavoro della "maniera moderna", sotto lo sguardo stupefatto dei colleghi lombardi, legati a una diversa tradizione figurativa, che in parte saranno travolti, ma in parte sapranno appropriarsi delle novità leonardesche distillandone un prezioso cromatismo e una sofisticata eleganza disegnativa (dal Maestro della Pala Sforza a Luini); Bramantino, a chiusura, che inventa un suo peculiare canone umano, di geometrica e lunare potenza, che suggestionerà tanta parte della pittura nell'Italia settentrionale, dal Veneto di Lorenzo Lotto al Piemonte di Gaudenzio Ferrari.
Attorno alle bellezze minori, attorno alle chiese e ai monumenti meno conosciuti e più colpiti dall’incuria o dall’indifferenza, si sta giocando una parte importante del nostro futuro, perché lì persiste un senso ultimo di comunità che altrove è perduto. Né i partiti né i circoli culturali ripropongono un’idea di comunità umana come invece viene riproposta dai gruppi e dai comitati che lavorano a dar vita alle bellezze ritenute periferiche e secondarie. Il grande monumento "spersonalizza" la sua tutela (nessuno si sentirebbe di dover difendere la Cappella Sistina di Michelangelo), mentre invece il piccolo monumento, proprio perché spesso mal conservato, malcurato, ignorato dalle amministrazioni, riesce a far nascere un senso di difesa, di condivisione, di richiamo a ciò che abbiamo di importante e di duraturo nella nostra civiltà.
L’enorme lavoro svolto da Chagall per portare a termine il Messaggio Biblico, che è anzitutto un "luogo" di meditazione spirituale ed artistico, concordato con l’allora Ministro della Cultura André Malraux costruendo il Museo di Nizza, ha coinvolto, insieme con le 17 grandi tele, anche le vetrate, il mosaico, l’assetto del giardino e dell’architettura.
Inoltre Chagall ha realizzato una produzione sterminata di quelle che vengono considerate opere preparatorie delle 17 grandi tele, che poi solo preparatorie non sono, perché vengono realizzate non tutte prima, ma anche dopo le tele.
Tra queste ci sono 97 pastelli, suddivisi per i 17 soggetti (La Creazione dell’Uomo, Il Paradiso, Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso, L’Arca di Noè, Noè e l’Arcobaleno, Abramo e i tre Angeli, Il Sacrificio di Isacco, Il Sogno di Giacobbe, La Lotta di Giacobbe con l’Angelo, Mosè davanti al Roveto Ardente, La Roccia colpita, Mosè che riceve le Tavole della Legge, Il Cantico de Cantici I-II-III-IV-V): siamo di fronte, rispetto agli schizzi o agli acquarelli, a qualche cosa di straordinario e difficilmente definibile.
L’incompiuto e il perfetto si sposano; il pastello è per sua natura polvere, cipria sulla carta, ma il risultato è straordinario: il livello di sintesi cromatico-compositiva raggiunta fa gridare al capolavoro. Da un lato vediamo nascere le 17 grandi tele, dall’altro ciò che sarebbe "preparazione" è "opera compiuta".
Il saggio di Pierre Provoyeur ci offre una lettura indispensabile per entrare nel procedimento chagalliano, per inserirlo nella storia dell’arte e per farci partecipi dell’alto livello estetico del ciclo completo dei pastelli, qui riprodotto con straordinaria fedeltà e dettaglio, sotto la supervisione degli eredi dell’artista e con la collaborazione del Museo di Nizza.
Un catalogo completo dei pastelli arricchisce il libro, insieme raffinata pubblicazione d’arte e imprescindibile strumento per studiosi e appassionati.
Il "Manuale del film" è divenuto negli anni un punto di riferimento per l'insegnamento del linguaggio cinematografico nei corsi universitari e una guida per tutti coloro che, amando il cinema, cercano con i film un rapporto che vada di là della loro semplice visione. Attraverso ampie analisi di scene e sequenze tratte da film che appartengono a diversi momenti della storia del cinema, a differenti generi, stili e autori, il libro studia il linguaggio cinematografico in tutte le sue componenti: dalla sceneggiatura alla scenografia, dal punto di vista della macchina da presa a quello dei personaggi, dal fuori campo ai movimenti di macchina, dal montaggio al rapporto fra suono e immagine. Questa nuova edizione del "Manuale del film" nasce dal bisogno di rendere conto dei grandi cambiamenti avvenuti in questi anni sia nel cinema in quanto tale, sia negli studi a esso dedicati. Sono stati quindi aggiunti, da un lato, argomenti che erano stati omessi o poco sviluppati nella prima edizione, come le osservazioni sul colore, quelle relative al lavoro dell'attore e quelle inerenti ad aspetti più tecnici. Dall'altro lato, sono stati inseriti quegli elementi che il cinema contemporaneo, postmoderno e digitale hanno introdotto nella rappresentazione e comunicazione filmica e che hanno quindi assunto un ruolo fondamentale nello studio di questa disciplina.
A dieci anni di distanza dalla sua prima apparizione, questa storia del design viene riproposta in una versione riveduta e arricchita, che dà conto dei più recenti sviluppi registrati in questo campo. Da quando nel 1851 la Great Exhibition di Londra raccolse per la prima volta, sotto le modernissime volte in vetro e ferro del Crystal Palace, i «prodotti dell'industria di tutte le nazioni», la sterminata famiglia degli oggetti d'uso è entrata nella storia della nostra cultura, reclamando un progetto formale -il design - che ha finito col dare vita a un campo culturale ben strutturato, a una disciplina universitaria e a una professione perfettamente definita. Progettare la figura di un oggetto d'uso quotidiano costituisce infatti un'operazione complessa, nella quale la forma deve confrontarsi con la funzione, la creatività deve sfidare i vincoli tecnici, e il principio etico, formulato fin dall'inizio, di "portare la bellezza in tutte le case" deve affrontare le ragioni della produzione e del mercato. Questo libro racconta quindi la storia del design come storia di un laborioso equilibrio ogni volta raggiunto fra le componenti artistiche e quelle tecniche del progetto. Al suo centro, però, resta sempre l'oggetto d'uso, strumento indispensabile per il vivere quotidiano, portatore di significati sempre più ampi, con le luci e le ombre che lo hanno accompagnato nella sua lunga vicenda.
Questo libro parla di Venezia, delle sue pietre e dell'acqua con la quale da sempre fa i conti. Delle sue storie e dei suoi protagonisti: dai primi insediamenti veneziani alla Repubblica dei commerci, da Shakespeare a Byron che in Laguna alimentò il suo talento letterario e visse i suoi amori più brucianti. Un libro che ribalta anche uno stereotipo: la stagione d'oro della Serenissima non va cercata nel Sei-Settecento, bensì alla fine dell'Ottocento, nella Venezia di D'Annunzio che nel suo discorso di chiusura per la prima edizione della Biennale d'Arte veneziana proclamò la nuova formula vincente della città: Venezia non più centro-cuore dei commerci di gemme e sete come al tempo del Milione, bensì luogo ideale per lo scambio delle idee. La Venezia centro di networking internazionale prende ispirazione proprio da quell'intuizione. Rafforzata poi, dal 1932, dalla Mostra del Cinema nata per volontà del conte Volpi di Misurata. Il libro raccoglie infine le ambiziose sfide del futuro: la risoluzione del problema del contenimento della forza dell'acqua con il Mose e la candidatura della città come capitale della cultura per il 2019, dove gioca la carta vincente, da secoli: la sua unicità.
Fin dalle primissime battute di questa commedia appare chiaro perché Roman Polanski abbia deciso di portarla sullo schermo - e perché attori come Isabelle Huppert, Ralph Fiennes e James Gandolfini abbiano voluto interpretarla a teatro. Nel lindo, assennato salotto borghese in cui due coppie di genitori si incontrano per cercare di risolvere, da persone adulte e civili quali essi ritengono di essere, una questione in fondo di poco conto (una lite scoppiata ai giardinetti tra i rispettivi figli), vediamo sgretolarsi a poco a poco le maschere di benevolenza, tolleranza, buona creanza, e di correttezza politica, apertura mentale, dirittura morale; e sotto quelle maschere apparire il ghigno del nume efferato e oscuro che ci governa sin dalla notte dei tempi: il dio del massacro, appunto. Con uno humour e cinismo (e senza mai assumere il tono del moralista), in una lingua volutamente media, che sfodera tutto il suo micidiale potere, Yasmina Reza costruisce uno psicodramma, porgendo allo spettatore (e al lettore) uno specchio deformante nel quale scoprirà, non senza un acido imbarazzo, qualcosa che lo riguarda molto da vicino.
"Il mio sbigottimento alla notizia della morte di Giorgio Morandi non è quasi tanto per la cessazione fisica dell'uomo, quanto, e più, per la irrevocabile, disperata certezza che la sua attività resti interrotta, non continui; e proprio quando più ce ne sarebbe bisogno. Non vi saranno altri, nuovi dipinti di Morandi: questo è, per me, il pensiero più straziante. E tanto più se ricordo quel che, ancora pochi giorni fa, egli mi diceva: " Se sapesse, caro Longhi, quanta voglia ho di lavorare"; ed anche: "Ho delle idee nuove che vorrei svolgere...". Parole che denunciano l'improprietà, pur molto diffusa, di assimilare il percorso di un artista, soprattutto se anziano, a una parabola. Nella costante lucidità di Morandi, esso fu piuttosto una traiettoria ben tesa, una lunga strada; speriamo che resti aperta. Quelle poche frasi, sussurratemi nei suoi ultimi giorni (ed altre ne riporteranno certamente gli amici più vicini), stupiranno anche i molti che in Italia si sono accomodati a credere in una certa immobile comodità della posizione di Morandi dinanzi ai suoi semplici "oggetti" disposti, scalati, variati, permutati; senza intendere che in quella sua lunga, instancabile, solenne "elegia luminosa" - come ebbi a chiamarla presentandone la mostra al " Fiore " di Firenze nel '45, il giorno stesso della liberazione di Bologna". (Roberto Longhi)
Le lettere scritte da Rilke alla moglie Clara Westhoff nell'ottobre del 1907, al ritorno da visite compiute alla esposizione di Cézanne allestita nel Salon d'Antonine, sono di solito più citate che lette. Un poeta e narratore non ancora del tutto libero da scorie provinciali, anche se conosce l'Europa, con una cultura singolare, vasta, anzi vastissima, ma non di eguale qualità, trova nella mostra di Cézanne l'occasione per leggere in se stesso come mai gli era prima accaduto, e per formulare princìpi cui si mantiene fedele per il resto della vita. L'incontro sembra predestinato: Rilke cercava da anni quello che le due sale gli offrono di colpo, con tale intensità da renderlo, sulle prime, sconcertato. L'assimilazione, in ogni modo, è rapida: l'uomo che esce dall'ultima visita compiuta alla mostra non è lo stesso che vi era entrato due settimane avanti. Il Rilke che appartiene al nostro secolo sembra avere una seconda nascita nelle aule del Grand Palais, che Matisse e i suoi amici, quattro anni prima, avevano inaugurato in modo memorabile. (Dalla postfazione di Giorgio Zampa)
Il tema dell'ombra affascina da sempre l'uomo e lo si incontra nelle arti figurativa e letterarie di tutti i continenti. Secondo un'antico mito greco, fu proprio ricalcando l'ombra dell'amato in procinto di partire per un lungo viaggio che una donna diede vita all'arte della pittura, mentre appartiene al romanticismo tedesco la storia di Peter Schlemhil, che vende la sua anima al diavolo. Teatri di ombre si trovano fin dai tempi antichi in Oriente e si sono poi diffusi in Europa nel corso del XVII secolo, gli stessi anni in cui prendeva piede la moda della silhouette, alla cui base si trova come nel mito antico, la proiezione dell'ombra della persona ritratta. La cultura di massa e la "piccola stampa" non sono ovviamente rimaste immuni al fascino delle ombre, come dimostrano i materiali raccolti in questo volume, provenienti dagli archivi del Museo della Figurina di Modena: dalle ombre cinesi alle sagome grottesche ed espressive dei Notgeld, il denaro d'emergenza della Repubblica di Weimar illustrato con storie popolari delle città emettitrici. E, ancora, ombre che rivelano la vera natura di chi le proietta, silhouette per lanterna magica e indovinelli visivi. Alle immagini si accompagna il testo critico del curatore Roberto Alessandrini, che inquadra il tema dell'ombra e delle silhouette nella storia dell'arte e della letteratura, collocando i materiali nel contesto storico e culturale che li ha prodotti.
Eccelsa testimonianza di fede, il cui altissimo significato spirituale si lega alla vicenda e all'insegnamento del Santo Patrono d'Italia, la Basilica di San Francesco ad Assisi è anche uno dei monumenti più insigni del nostro Paese, uno scrigno di capolavori che hanno segnato un profondo rinnovamento nello sviluppo dell'arte occidentale. Questo volume prende in esame, con un percorso fotografico rapido ma esauriente, l'intero patrimonio artistico della Basilica, illustrando sia i tesori pittorici della Chiesa inferiore, opera somma di Giotto, Simone Martini e Pietro Lorenzetti, sia la decorazione della Chiesa superiore, capolavoro di Cimabue e di Giotto e delle rispettive botteghe.
Scandito da riprese di eccezionale efficacia visiva, capaci di rivelare aspetti sovente inediti dei vasti cicli pittorici della Basilica, il percorso fotografico si snoda come un incalzante reportage attraverso alcuni tra i momenti più alti, toccanti e suggestivi dell'arte dell'affresco, mostrando al lettore, oltre alle scene d'assieme dei vari cicli pittorici, tutta una serie di dettagli in grado di restituire con flagrante immediatezza non solo il ductus politico dei vari maestri, ma la loro stessa personalità.

