Il volume presenta una serie di contributi redatti lungo il corso degli anni per diverse occasioni concernenti il confronto e il rapporto tra le autorità dell'Impero romano, e più in generale, la società pagana, e le comunità cristiane dei primi secoli. È questo il filo rosso che, seguendo uno sviluppo prevalentemente cronologico, pur nella diversità degli argomenti, distingue i vari scritti qui presentati: sono come le tessere di un mosaico che compongono un quadro variegato. Si può facilmente constatare che determinati argomenti tornano in scritti diversi e tuttavia essi sono considerati da diversa prospettiva in modo che si completino piuttosto che ripetersi. In tal senso ciascun articolo va letto a sé stante, nella sua autonomia. In linea di massima non sono stati apportati aggiornamenti bibliografici.
Tra la cultura greca arcaica e della prima età classica e quella successiva intercorre un vero abisso. Fino a Platone, la poesia trasmessa oralmente era stata il veicolo di diffusione di tutto il sapere scientifico, giuridico, storico, religioso, filosofico. Poesia orale e cultura erano una cosa sola. Alla fine del V secolo la crisi politica e spirituale conseguente agli sconvolgimenti prodotti dalla guerra del Peloponneso creò le condizioni per un radicale mutamento. Proprio da una situazione di incertezza e instabilità scaturì, per reazione, l’esigenza di un sapere fondato su più solide basi, ordinato criticamente e sistematicamente, un sapere impossibile a trasmettersi se non per il tramite della scrittura.
Havelock ha rinnovato la nostra conoscenza della cultura greca, ricostruendone gli effettivi canali di trasmissione – la tradizione orale prima, quella scritta dopo – nel vivo del contesto storico e sociale in cui operarono.
In Egitto al tempo di Ramses II giardini e palazzi dorati si stagliano accanto a capanne grigie e case di mattoni crudi, dove le pietre e i metalli preziosi vengono imitati con la pittura. Nei campi il sicomoro dalla vasta chioma e le tamerici abbelliscono con le loro macchie verdi il nero della terra arata; e poi risate, canti e musica riempiono gli appartamenti reali, mentre per le strade si incontrano schiavi con fagotti sulle spalle, artigiani e donne civettuole che amano adornarsi. La storia si intreccia con la leggenda, ma basandosi su reperti archeologici, iscrizioni e antichi papiri, Montet dipinge un brillante quadro della valle del Nilo del tempo, quando il volto di Ramses è scolpito ovunque nella pietra. Dai gesti più semplici ai riti più elaborati, dai costumi ai valori di un popolo solare, amante della vita ed estremamente devoto, che non si tira indietro di fronte al lavoro perché teme la carestia e ben conosce il valore di una terra unica al mondo. Il volume ricostruisce in modo realistico la vita di tutti i giorni in un periodo così lontano e pieno di fascino: un appassionante viaggio tra i profumi e i colori dell'antico Egitto, all'epoca del suo massimo splendore e del suo faraone più grande.
Quando l’Europa iniziò la sua esplorazione del Vicino Oriente, le notizie riguardanti quest’area erano sommarie e spesso facevano riferimento a un passato leggendario e mitico. In particolare, due miti ne avevano simboleggiato il paesaggio: la ‘Torre di Babele’ come metafora per la città e il ‘Giardino dell’Eden’ come metafora per la campagna. Entrambi erano caratterizzati da un elemento di crisi e di collasso: la torre di Babele era rimasta incompiuta e abbandonata, il giardino dell’Eden era stato chiuso all’uomo, costretto a migrare verso ambienti meno ospitali. Invece di città, i primi viaggiatori nel Vicino Oriente trovarono rovine, e invece di giardini trovarono il deserto. Col progredire dell’indagine storica e archeologica, le informazioni sulle antiche città (da Ninive a Babilonia) crebbero, mentre le informazioni sulle campagne rimasero scarse e quasi nulle. La storia orientale antica divenne una questione di re e dinastie, di città e palazzi, di scribi e artigiani e mercanti. Si sapeva che la stragrande maggioranza della popolazione antica era costituita da contadini e pastori, ma la ricostruzione della loro vita e del loro ambiente venne a lungo esclusa dal quadro. Oggi le condizioni sono cambiate. Possiamo provare, per la prima volta, a dare un volto al ‘giardino dell’Eden’, a quel paesaggio in cui è germinata alcuni millenni fa la nostra civiltà.
Trenta storie d'amore per conoscere meglio i greci e i romani, antenati ai quali ci uniscono, nel bene e nel male, fili di continuità che arrivano fino a oggi. Conoscere gli "altri", lontani da noi per tempo, spazio e cultura, può aiutarci a capire meglio anche il nostro rapporto con i sentimenti e l'affettività. Dalle avventure amorose di Zeus, il primo molestatore seriale della storia occidentale, alle conquiste di Cesare, "il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti", queste storie mostrano le tante analogie ma anche le non trascurabili differenze nel modo di concepire e vivere nelle diverse culture un sentimento considerato immutabile come l'amore. Una passione che nel corso dei secoli ha accolto benevolmente comportamenti oggi considerati inaccettabili, in una continua ridefinizione dei propri confini che ha segnato la cultura europea moderna. Eva Cantarella esplora questi confini in un libro che ci invita a cogliere nella luce del mito e della storia il riflesso in grado di illuminare il nostro tempo.
Può sembrare curioso, ma attorno al vino ruota una gran parte dell'identità di Greci e Romani: miti, regole di galateo, codici di comportamento, visioni etiche e filosofiche, religione e molto altro ancora. Con il vino gli eroi di Omero pregano, danno ospitalità e siglano accordi; nella Grecia classica il vino è l'imprescindibile fulcro attorno al quale ruota il simposio, quella 'bevuta collettiva' in cui si rafforzano i vincoli d'amicizia, si intrecciano discorsi, si corteggiano ragazzi e cortigiane; nelle città greche e poi a Roma la prima coppa di vino è l'emblema di un vero e proprio rito di passaggio verso l'età adulta. Senza contare che il vino è il dono di un dio. Bisogna saperlo bere: mescolarlo con acqua, condividerlo con gli altri, centellinarlo e mai tracannarlo, consapevoli che è lo strumento con cui misurare di volta in volta la propria capacità di controllo. Con la lievità di un brindisi, questo libro ci offre una visione originale e vivida della straordinaria cultura di cui siamo figli.
Questo libro è una completa e aggiornata sintesi interpretativa dell’evoluzione del Mediterraneo, dai primi insediamenti umani e l’origine dell’agricoltura e della metallurgia fino al sorgere delle antiche civiltà: egizia, levantina, minoica, micenea, fenicia, etrusca, greca arcaica. Il Mediterraneo possiede requisiti non comuni che ne spiegano il precoce sviluppo: è il più grande mare interno del mondo ed è prossimo al nucleo fluviale nei pressi del quale si diffusero le prime civiltà. Non c’è quindi da meravigliarsi se le società che vi si affacciavano si rivelarono eccezionali e se, come importanti campagne archeologiche hanno evidenziato, il “Mare di mezzo” custodisce le fonti più ricche e preziose per lo studio delle culture antiche.
A fronte della crisi del concetto stesso di famiglia e di atroci episodi di cronaca, Eva Cantarella è venuta interrogandosi - forte dei suoi strumenti di studiosa del diritto e della cultura antica - sulla storia di quel rapporto che, insieme alla dinamica degli affetti, porta inevitabilmente con sé tensioni, conflitti e, molto spesso, violenza. Questa conflittualità affonda le sue radici lontano: nei miti teogonici, nella famiglia patriarcale, nelle storie, spesso sanguinose, che la letteratura testimonia con straordinaria evidenza; nella mitologia, nei poemi omerici e nella tragedia classica, dove il tema della famiglia diventa il teatro pieno d'ombre della ferocia, della vendetta, della ribellione. Un teatro che, se a tutta prima parrebbe non implicare uno scontro generazionale, in realtà lo contiene, lo nutre, lo agita. Una volta di più Eva Cantarella si rivela evocatrice di personaggi e di storie, da Crono, signore dei Titani, divoratore dei suoi stessi figli, a Teseo, il parricida che uccide il proprio figlio; da Telemaco l'obbediente a Ettore il saggio, sia come padre sia come figlio; dai ribelli Antigone e Oreste a Medea, madre assassina.
Le Alpi non sono mai state una barriera. Al contrario: sono sempre state un luogo di incontro, di commerci e di fusione tra culture diverse. Lo storico tedesco Ralf-Peter Märtin - autore di bestseller in Germania e prematuramente scomparso - racconta in questo libro unico le mille storie della regione alpina nell'antichità, dall'Età del Bronzo al rimescolamento di popoli che caratterizza l'inizio del Medioevo. Tra le molte cose che narra, Le Alpi nel mondo antico ci dice come venivano coltivati i terreni fertili della valle, come le pendici vennero terrazzate a vigneto e come i popoli cominciarono a usare i pascoli per il bestiame. E ci racconta come e perché Ötzi - l'Uomo del Similaun - doveva morire e in che modo iniziò il commercio di rame, di sale e di ferro. Qui troviamo la saga delle battaglie dei cimbri e dei teutoni, l'avventura quasi incredibile degli elefanti di Annibale, il rapporto ambiguo dei romani con la montagna, e la nascita dei ricoveri, dei monasteri e delle rotte commerciali che hanno caratterizzato la penetrazione della cristianizzazione tra le valli alpine alla fine dell'antichità.
All'"Vrbs, Orbis" per vocazione, conducono tutte le vie attraverso le quali usi e costumi "stranieri", in particolare i culti, giungono nella capitale dell'Impero e la trasformano. Non sempre in un clima idilliaco e indolore, Roma caput mundi vede tradizioni, usanze e norme spesso di portata ancestrale coabitare assieme a "externae superstitiones"; il "naturale" risultato è la messa in opera di un compromesso creativo, capace di garantire tanto distinzione e prestigio quanto legami e certezze, e comunque lapax deorum che regge la "fatale" missione di Roma. Attraverso i vari racconti che compongono il libro - storie di gente, potere, spazi, immagini e simboli più o meno condivisi - si dà corpo e complessità a Roma, autentico laboratorio multiculturale, dalla fine della Respublica fino ai cambiamenti epocali del IV secolo.
È un'impresa mai tentata prima, quella del generale cartaginese Annibale: scavalcare le Alpi con l'intento di invadere l'Italia e porre fine al conflitto che contrappone Roma e Cartagine per il dominio del Mediterraneo. L'esercito di Annibale conta 30.000 uomini e centinaia di animali, tra cui un branco di elefanti: è una campagna ambiziosa, ancora oggi considerata una delle più grandi imprese dell'antichità, entrata fin da subito nella storia e nel mito. Eppure, per molti anni è stata circondata da misteri. Annibale partì dal Nord Africa per arrivare alla Penisola dalle Alpi attraverso i Pirenei e la Gallia: ma da dove passò esattamente, e come? Di quale valico si servì: attraversò le montagne dal passo del Piccolo San Bernardo, dal passo del Moncenisio, dal colle Clapier o dal Monginevro? Perché è stato tanto difficile ritrovare le tracce di una spedizione così imponente? Quali strategie, imprevisti e tradimenti guidarono i passi del condottiero, una volta giunto in Italia? Oltre duemila anni dopo il viaggio di Annibale, Roberto Giacobbo ci fa rivivere, in pagine avvincenti, la sua storia e i suoi segreti, accompagnandoci "sul campo" insieme agli scienziati che, con i loro studi, hanno portato alla luce la verità, diversa da quella narrata da autori classici come Tito Livio o Polibio. Dal giuramento di odio eterno a Roma alla lunga marcia tra i ghiacci alpini, e dall'epica battaglia di Canne allo scontro fatale di Zama, il romanzo di Annibale, emozionante e ricco di colpi di scena, ci restituisce intatta e viva una delle più affascinanti avventure del mondo antico.
Nell'aprile del 404 a.C. l'ammiraglio spartano Lisandro condusse finalmente la sua immensa flotta nell'odiato porto ateniese del Pireo, ponendo fine a quella che è passata alla storia come «guerra del Peloponneso». La città di Atene, un tempo potentissima e ora invasa da profughi, ridotta allo stremo dalla malattia, dalla fame e da ventisette anni di guerra, era alla mercé degli spartani. Una fine assolutamente inconcepibile solo tre decenni prima, quando Pericle promise la vittoria della democrazia. Non poteva certo immaginare che la sua patria avrebbe perso 80.000 cittadini per la peste o 500 navi affondate tra l'Egeo e la Sicilia. Come si era potuta verificare una situazione così catastrofica? In questo che è forse il suo lavoro più importante, lo storico militare Victor Davis Hanson risponde concentrandosi – come già Tucidide, la nostra principale fonte sulla guerra del Peloponneso – sul «fattore umano» dello scontro. Come hanno combattuto gli ateniesi sulla terraferma, nelle città, nelle campagne della Grecia? Come è stato questo orrendo conflitto per coloro che vi hanno seminato e incontrato la morte? È così che la sanguinosa guerra civile che 2400 anni fa vide fronteggiarsi quasi tutte le popolazioni di lingua greca ci appare non più come un evento bellico sepolto nelle nebbie di un passato lontanissimo, ma come uno dei combattimenti più feroci della storia, non solo antica, nel quale si alternarono battaglie convenzionali, atti di terrorismo, rivoluzioni, genocidi. Un modello «balcanico» tremendamente attuale che ancora ha molto da dire all'uomo del XXI secolo, se è vero che, come afferma Hanson, «c'è un elemento comune nella guerra, il totale coinvolgimento dell'essere umano, che trascende il tempo e lo spazio».