Le esperienze di pre-morte (near death experience, NDE) si verificano in individui in prossimità della morte per cause varie e sono stati studiati a fondo dal punto di vista scientifico. Includono un potenziamento della coscienza, percezioni extracorporee, talora verificate, il percorso in un tunnel che sfocia in un ambiente luminoso, un’esperienza di pace, benessere e amore, l’incontro con persone defunte, entità angeliche o addirittura divine e una rapida revisione della vita trascorsa. Sono fenomeni frequenti che spesso inducono un radicale e persistente cambiamento dei valori esistenziali e della credenza in Dio e in una vita eterna oltre la morte fisica. Alcuni studiosi li considerano allucinazioni prodotte da aree cerebrali sofferenti o elaborazioni psicologiche a carattere consolatorio. Per altri suggeriscono che l’io umano cosciente non sia solo il prodotto della rete neuronale e che esista una dimensione del reale che trascende quella materiale.
Un invito a riconciliarsi con se stessi, lasciare le paure e uscire dalla comfort zone per abbracciare il cambiamento. Con linguaggio chiaro e tono empatico, Francesca Bisogno intreccia la concretezza del coaching con la profondità della fede cristiana, guidando il lettore in un cammino di consapevolezza e libertà interiore. Attraverso esempi concreti, riflessioni e spunti pratici, imparerai a compiere piccoli passi, scegliere nuove parole e prendere decisioni nuove, ritrovando equilibrio e direzione. Così ogni storia personale può trasformarsi - e diventare, davvero - tutta un’altra storia.
"Tore my shirt to stop you bleedin'... Na na na". La canzone di Billie Eilish martella nella testa di Giulia, a battiti ritmici. È una canzone che parla della fine di una festa e trasuda sangue e dolore. Giulia non riesce a capacitarsi, con i suoi diciassette anni, di essere finita in commissariato, sotto il fuoco di fila di domande dei due poliziotti. Non riesce proprio perché a Monchi, il piccolo e tranquillo paese dove abita - villette, giardini curati, famiglie che si riuniscono per celebrare compleanni - il sangue e il dolore sembrano appartenere a un universo lontano, ed è inconcepibile assistere alla corsa disperata di un'ambulanza che trasporta, in bilico tra la vita e la morte, un bambino di otto anni con il corpo dilaniato dalle coltellate. Giulia è davanti agli investigatori per aiutarli a individuare il responsabile: perché quel bambino, Filippo Costa, lei lo conosce e con la sua famiglia ha un legame speciale. Rispetto ai genitori "disastrosi" di Giulia, i Costa sono sempre stati un sogno: presenti per i figli, esemplari nel loro equilibrio tra sport, educazione e alimentazione sana, mai un litigio, mai un urlo, mai uno schiaffo. Un'ottima famiglia. Quando le indagini si concludono e la verità viene stabilita, di bocca in bocca, e sugli schermi di tutti, rimbalzeranno giudizi senza appello: "mostro", "diavolo", "segreti morbosi". Ma attraverso il racconto e lo sguardo di Giulia, Stefania Andreoli ci svelerà, come sempre senza fare sconti, una verità molto più complessa e inafferrabile. E molto più spaventosa. Perché, al di là delle etichette, il male può nascere dalle azioni che appaiono più innocue, può annidarsi tra ingranaggi lucidi e perfettamente oliati. L'unico modo per vederlo, e per prevenirlo ed evitarlo, è accorgersi del vuoto di gesti e di emozioni che può aprirsi dietro un'apparenza regolare, rassicurante, quasi banale.
È una storia come tante che inizia in un appartamento di una città italiana. Una famiglia formata dai genitori e due figli, una vita scandita dal lavoro, dalle abitudini, dalle relazioni quotidiane. Ma dentro questa normalità nasce qualcosa di nuovo: Mario fin da piccolo sente di appartenere a un mondo diverso da quello che il corpo gli assegna. Vittorino Andreoli ci porta dentro le domande di un adolescente, quelle comuni insieme alle più profonde: chi sono davvero? La mia identità è scritta nel corpo o esce dai miei desideri, dai miei legami, dalla mia mente? Ne emerge una narrazione intensa che intreccia vita familiare, riflessioni psicologiche e un profondo pensiero esistenziale, che restituisce una prospettiva nuova sul tema dell’identità di genere. Una storia di crescita con al centro la ricerca di sé, che distingue la percezione di come si è da come invece si vorrebbe essere. Dove la diversità diventa la chiave per comprendere il senso di ciascun giovane e del mondo relazionale in cui si trova a vivere. Un testo coraggioso, attuale e profondamente umano, che non giudica ma ascolta, non spiega ma accompagna. Un invito a capire che l’identità di genere non è una gabbia biologica ma un processo, un cammino di integrazione affettiva e sociale.
Nell’antichità i greci usavano due termini diversi per definire il tempo: chronos per indicare lo scorrere dei minuti (e quindi la sua natura quantitativa) e kairos per indicare la natura qualitativa dello stesso, ovvero l’abilità di fare la cosa giusta al momento opportuno. Una delle sensazioni più comuni oggi è quella di sentirsi sempre fuori tempo, in ritardo rispetto alla vita. Ma ciò che proviamo è il bisogno di essere schiavi del tempo che scorre o vogliosi di un tempo vissuto? Spesso ci perdiamo nella classica frase «Scusa, non ho tempo…», lo facciamo in maniera convinta, quasi come se la categoria temporale non dipendesse da noi, bensì il contrario. I rischi del chronos sono dietro l’angolo: la tendenza a sentirsi fuori tempo ci induce spesso a sentire il vuoto della frenesia per poi fuggire in un altrove che ci ripropone gli stessi nuclei problematici. Alfredo Altomonte con questo testo ci dice che non è mai troppo tardi per cambiare strada, per sentirsi amati e amare. Non è mai troppo tardi per diventare sé stessi. Per farlo, però, dobbiamo ricominciare a respirare. Respirare è inteso come stare, stare nel vuoto, sentirlo e non fuggire, mentre tutti invitano a correre, riempire il vuoto con le cose del mondo. Nessuno, o quasi, dice invece che ogni tanto è giusto fermarsi, che va bene anche quando ci si sente persi e che non si è rotti solo perché non si sa dove si sta andando.
Chiedersi se siamo felici, se lo siamo stati o se speriamo di poterlo essere, può sembrare un esercizio provvisorio e perfino ingenuo, ma alla fine è l'unica domanda che ha un senso compiuto. Ci sono libri che sfuggono alle rigide classificazioni di critici ed editori, e, parlando al cuore dei lettori, li accompagnano nel percorso spesso difficile e a volte esaltante della vita quotidiana. Sono libri capaci di indagare l'enigma della mente e l'abisso del cuore, rivelando l'unicità irriducibile di ogni essere umano e, al tempo stesso, le costanti che abitano in noi. È il caso delle Confessioni di Sant'Agostino, dei Saggi di Montaigne, dei Pensieri di Pascal, dello Zibaldone di Leopardi. E forse è il caso di "Riprendersi l'anima" di Paolo Crepet. Frugando nel proprio animo e nella propria memoria come in un bazar, per trovare sempre l'universale nascosto dietro ogni particolare, Crepet scrive il suo libro più importante, un antidoto contro l'omologazione, contro i rischi della tecnocrazia e della violenza sotterranea ed esplicita che percorre i nostri tempi. Davanti alla tentazione di cedere a chi vuole annientarci, con la guerra, con il controllo, con la tentazione di rinunciare al fuoco che arde in noi, Crepet ricorda a sé stesso, e a chi decide di intraprendere questo viaggio con lui, per cosa vale la pena vivere. Ci ricorda che l'ombra e la luce, la musica e il silenzio, la quiete e il desiderio sono tutti momenti essenziali della nostra vita. Ci fa vedere come siano necessari il caldo e il freddo e quanto il tiepido, invece, sia un pericolo, un'anestesia che ottunde i nostri sensi e le nostre emozioni. Alternando sapientemente riflessioni profonde, ricordi personali e storie meravigliose - come quella del corniciaio che non riusciva a lavorare a Guernica di Picasso, o di Mike, motociclista il cui amore ha saputo guarire una bambina - Crepet mette in scena il meraviglioso teatro delle emozioni umane e ci mostra con una chiarezza partecipe e commossa come respingere l'apatia, lo sconforto, la tentazione di cedere a chi ci vuole spenti. E, soprattutto, come riprenderci l'anima.
La quinta edizione italiana del manuale di Psicologia generale conferma e rinnova un progetto didattico pensato per introdurre gli studenti universitari allo studio scientifico della psicologia con rigore e chiarezza. La trattazione integra contributi della ricerca europea e italiana, mantenendo al contempo il solido impianto del testo originale, strutturato per capitoli tematici. Il testo si adatta così con flessibilità ai corsi di laurea triennali in Psicologia, ma anche in Scienze della formazione e Scienze sociali, offrendo livelli differenziati di approfondimento e materiali di supporto per i docenti. Tra gli aggiornamenti più rilevanti, si segnalano i nuovi approfondimenti su disturbi dell’apprendimento, invecchiamento, fake news ed effetto Flynn, oltre a una riorganizzazione completa dei capitoli su motivazione, emozioni e benessere psicologico, resi più accessibili ed esaurienti. Il volume si conferma dunque un riferimento solido e aggiornato per la formazione di base in psicologia, in equilibrio tra la tradizione scientifica internazionale e le esigenze della didattica universitaria italiana.
Viviamo in un’epoca in cui siamo costantemente connessi: un messaggio è sufficiente per raggiungere chiunque, ovunque. Eppure, mai come oggi ci sentiamo soli. La "connessitudine" è la solitudine mascherata da connessione: una condizione in cui le relazioni appaiono superficiali, i legami fragili, e la presenza degli altri non colma il vuoto che sentiamo dentro. Questo libro esplora, con un approccio psicologico accessibile, le cause profonde della solitudine relazionale nel mondo iperconnesso: dall’isolamento emotivo nelle coppie alla mancanza di empatia nei rapporti sociali, fino alla dipendenza da stimoli digitali che anestetizzano il vero incontro umano. Attraverso esempi, riflessioni e strumenti pratici, Siamo soli? guida il lettore verso una consapevolezza più profonda del proprio modo di entrare in relazione. Un invito a ritrovare connessioni autentiche, con gli altri, ma soprattutto con sé stessi. Perché, se impariamo a stare con la nostra solitudine, impariamo anche a incontrare quella degli altri. E lì, in quell’incontro, la solitudine può diventare compagnia. L’attenzione è la prima lettera dell’alfabeto dell’amore: è il dono di essere presenti, di ascoltare con il cuore e di coltivare la cura che dà vita a ogni relazione.
Non sempre i clienti di una psicoterapeuta sono persone: in questo caso, in terapia, si sono seduti i social media. Non certo per loro scelta ma per il desiderio dell’autrice di studiare il loro funzionamento, svelarne le dinamiche e approfondirne gli aspetti psicologici e comunicativi. Questo libro svela i meccanismi sottesi a questi strumenti in modo da conoscere, riconoscere e permettere di attuare una scelta consapevole e libera. Parallelamente invita a riflettere sulle dinamiche personali (sistemi di valori, bisogni intrinseci…) che a volte inconsapevolmente vengono compensati dal mondo digitale. Senza alcuna pretesa di fornire tutte le soluzioni (d’altra parte l’approccio psicoterapeutico non fornisce soluzioni pronte all’uso), invita a riattivare il senso critico e il pensiero personale che si costruisce, in modo sano, dal confronto con gli altri e con le varie fonti delle notizie e delle informazioni. Inoltre, permette di riflettere sull’uso cosciente e consapevole di internet, proprio per non sottomettersi, in modo acritico, alla valanga di informazioni da cui veniamo quotidianamente bombardati, ma rimanendo il più possibile liberi e padroni delle nostre opinioni.
La vita di ogni giorno ci fa sentire in contraddizione: l’orizzonte ideale al quale tendiamo ci propone infatti mete che si scontrano con la realtà della nostra esperienza. La mente, il corpo e il cuore fanno fatica a trovare l’accordo e l’armonia che vorremmo, e spesso non sappiamo legare tra loro l’ideale e il reale, il desiderio del bene con l’esperienza della nostra e altrui fragilità. Lo sguardo della fede può inserirsi in questa dinamica favorendo in noi la sfida di una riflessione libera che entra nella concretezza delle relazioni a partire dalle relazioni familiari, cuore della nostra esistenza.
In quest'opera, che struttura la prima fase della ricerca foucaultiana, affiora una consapevolezza decisiva, sulla quale Nicoletti richiama l'attenzione: la storia non è, prima facie, la risultante delle azioni coscienti degli uomini, dacché il vero ambito della ricerca storica è offerto non già da quel che gli uomini hanno fatto o detto, bensì dalle strutture epistemologiche che di volta in volta determinano quale è soggetto e quale l'oggetto della storia.
Voglio rimarcare, in conclusione l'importanza del pregevole studio di Nicoletti, che riprende un tema centrale della riflessione foucaultiana, ma poi anche un nodo fondamentale del nostro presente, le cui implicazioni sono ampiamente note: il connubio tra medicina e potere, la biopolitica, la governamentalità, l'episteme.
Tutti temi dirimenti, senza affrontare i quali ben poco si capirebbe del nostro tumultuoso presente (si pensi anche solo alle valenze governamentali dell'epidemia di coronavirus del 2020).
Dalla prefazione di Diego Fusaro
Giuseppe Nicoletti e' Primo Ricercatore presso Istituto di Bioimmagini Sistemi Biologici Complessi del Consiglio Nazionale dele Ricerche (CNR) di Catanzaro.
Cos'è la speranza? Ed e vero che la speranza è un farmaco? Chi spera ha veramente più possibilità di migliorare la propria condizione di salute e di vita? Quali sono meccanismi biologici che sottendono e modulano questo processo? Una malattia organica può trovare le sue radici in eventi traumatici di ordine psico-affettivo?
A queste altre domande il testo risponde integrando le scoperte della scienza medica degli ultimi vent'anni con la teoria della Gestalt Therapy (GT) le sue evoluzioni (Gestalt Therapy Kairos).
In un continuo parallelismo tra i i sistemi corporei che regolano la fisiologia dell' organismo e le funzioni del sé in in GTK, esaminando i diversi punti di vista, il libro offre una visione armonica, pur nella complessità, della relazione mente-corpo all'interno della relazione di cura. Mantenendo sempre il legame tra medicina e e psicologia, sottolinea come tale relazione trova nel corpo e nei suoi processi biochimici la radice che sostiene la speranza e promuove la vita.