
Oggi le società occidentali sembrano ossessionate dai ricchi: ammirati e lusingati e, allo stesso tempo, biasimati e disprezzati. Ma è sempre stato così? Negli anni le cose sono molto cambiate. In passato come oggi, però, ci si è interrogati su come si diventa ricchi e sul perché le ricchezze tendono ad accumularsi nelle mani di pochi. In questo libro, pieno di esempi e di resoconti delle vite di alcuni individui straordinari, si prova a rispondere a queste domande all’interno di un’ampia e organica ricostruzione storica. Chi sono i ricchi? Come lo si diventa? Perché le ricchezze tendono ad accumularsi nelle mani di pochi? Una grande storia dei ricchi e dei super-ricchi in Occidente.
Che cosa sappiamo di Sparta? Città guerriera, popolata di eroi programmati per combattere a difesa della patria senza temere la morte. Società dove il singolo non conta di fronte alla comunità. Soprattutto, Sparta è l’antitesi di Atene: se questa è la culla della democrazia, della filosofia, della poesia, della libertà, Sparta è la roccaforte dell’oligarchia, città senza cultura, austera ed essenziale. Ma è davvero così? Questo libro prova ad andare oltre lo stereotipo. Di Sparta sappiamo essenzialmente quello che ci ha raccontato la sua storica rivale, Atene. Ma a leggere bene tra le testimonianze del passato, emerge un’altra storia, tutta da raccontare.
Dalla conversione di Costantino alla conquista di Arkona nel 1168, in una vasta regione che dal Mediterraneo raggiungeva il Mar Baltico e l'Irlanda, donne e uomini continuarono a seguire usanze antiche, praticando potenti rituali e immolando agli dèi. I cristiani li chiamarono pagani, narrandone il caleidoscopico mondo spirituale in racconti laconici e incerti, tra fascinazione e biasimo. Sono tracce sbiadite che conducono in luoghi distanti: le zone d'ombra dei grandi regni, foreste tenebrose e stagni profondi, fino alle sconfinate terre che si estendevano oltre i limiti della parola scritta. Rare testimonianze che ci consentono di gettare uno sguardo su pratiche, credenze e divinità: scorgiamo i grandi fuochi accesi sui campi nel cuore dell'inverno, il legame che univa le streghe, la luna e i lupi, i cruenti sacrifici officiati nelle paludi del Nord, il fosco Wodan e la sinistra schiera di numi senza nome. Il volume ci guida in un viaggio attraverso un mondo perduto, oscuro ma rischiarato da frammenti che, preziosi, scintillano nel buio.
La biografia del protagonista della storia unitaria, artefice del nostro Risorgimento, ricostruisce non solo la sua carriera pubblica - i successi politici, gli intrighi finanziari, le cospirazioni, la visione nazionale e le doti diplomatiche -, ma la complessa psicologia dello statista torinese alla prova delle scelte che hanno permesso di fare l'Italia. L'autore attinge ai giornali, agli epistolari e ai diari di Cavour, a quelli dei suoi amici, dei suoi alleati e dei suoi avversari: ne emerge un affresco completo e aggiornato del nobile piemontese, che non tralascia di presentare il temperamento autoritario, la tenace aspirazione al cambiamento, le fragilità, le incertezze del personaggio destinato a passare alla storia come l'autore politico del Risorgimento.
La questione della difesa dell'Europa è antica come il progetto d'integrazione europeo. Nel 1952 i sei paesi fondatori di quella che sarebbe divenuta l'Unione europea provarono a costruire un esercito comune con la Ced, la Comunità europea di difesa, che però non entrò mai in vigore per la riluttanza del Parlamento francese. Più di settant'anni dopo, l'aggressione della Russia all'Ucraina e, soprattutto, il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti hanno fatto emergere nuovamente l'esigenza di una difesa comune per assicurare la pace nel nostro continente. Ma come dovrebbe essere finanziato e organizzato un esercito europeo? Quali sono gli strumenti che l'Unione ha a disposizione per crearlo? E come si differenzia dal piano di riarmo presentato dalla Commissione europea? Un libro per fare chiarezza su un tema - quello della difesa europea - su cui siamo chiamati a confrontarci con sempre maggiore urgenza.
Ogni volta che qualcosa non va, sentiamo ripetere la frase: «Stiamo tornando al Medioevo!». Può essere un sistema scolastico traballante o una crisi economica e sociale, sempre ritorniamo a quei ‘secoli bui’, a quel periodo di transizione e di tabula rasa che tanto ci spaventa e, paradossalmente, tanto ci affascina. Ma il Medioevo che pensiamo di conoscere non è mai esistito. I ‘secoli bui’ popolati da servi della gleba o quello luccicante di cavalieri, corti e tornei, nascondono una verità storica ben più complessa e affascinante. Giuseppe Sergi, uno dei più autorevoli storici italiani del Medioevo, in questo libro demolisce con rigore scientifico i luoghi comuni che da troppo tempo offuscano la comprensione di un millennio cruciale della storia europea: la presunta ‘piramide feudale’, l’economia del baratto, il papa-monarca assoluto, i vescovi-conti, lo ius primae noctis. Di fronte a chi si sforza di trovare nel Medioevo inventate radici di identità nazionali o esalta i vincoli solidaristici delle comunità rurali, è necessario compiere una operazione di verità storica. Il Medioevo reale, liberato dalle incrostazioni leggendarie, rivela sorprese culturalmente più ricche e autentiche di qualsiasi immaginario convenzionale.
Questa è la storia di come le società europee, tra medioevo ed età moderna, spinsero le proprie ambizioni sempre più verso l’oceano trasformando l’idea che avevano dell’Ovest: quella che era una direzione divenne poco alla volta uno spazio pensabile. Questa è, dunque, una storia di grandi navigatori e di dibattiti violenti tra geografi, una storia di sfide e di esplorazioni che solcarono l’ignoto. Ma è anche la storia dei dibattiti culturali che ne seguirono e che inventarono e definirono quell’Occidente che prima mancava dalle mappe. E il punto di arrivo di questa storia siamo noi. Nel 1494 un trattato tra Spagna e Portogallo divideva il mondo in due e inventava l’Occidente come spazio, comunità e cultura. Mai nessuno si sarebbe potuto aspettare che una semplice firma avesse conseguenze così gigantesche e durature.
Che cos'è la massoneria? Società filantropica, rete d'influenza o realtà iniziatica con una propria visione dell'uomo e del divino? Questo volume ne racconta le origini e lo sviluppo storico, le genealogie culturali, la struttura dei primi tre gradi e dei principali alti gradi, il lessico e i simboli, fino alla ricezione ecclesiale e alle ragioni dell'incompatibilità con la dottrina cattolica. Con linguaggio accessibile, l'autore offre al lettore non specialista una guida essenziale per orientarsi in un tema spesso avvolto da miti e caricature ma al contempo serio e complesso: la massoneria è infatti l'officina segreta che ha forgiato la modernità e pone a tutti una sfida che non è solo culturale o politica, ma prima di tutto spirituale.
Concubina, imperatrice, santa: il profilo di Elena Augusta sfugge a una definizione univoca. Una vita in continua trasformazione, la sua, dal punto di vista personale, politico, spirituale e geografico, che rende la metafora del viaggio quella più adatta a descriverne la condizione esistenziale, ma anche l'epoca in cui visse. In quel periodo, infatti, si verificarono alcune delle rivoluzioni culturali più decisive per la storia occidentale: la conversione dell'Impero, l'assetto politico-istituzionale della Chiesa con i suoi nuovi e monumentali luoghi di culto, i primi pellegrinaggi cristiani, la venerazione delle reliquie; tutti fenomeni per i quali la tradizione ha assegnato un ruolo speciale ad Elena. Il volume parte dalla ricostruzione dei dati storici certi sull'Augusta per interrogarsi sul significato delle imprese a lei attribuite nella storia della cultura occidentale. Un viaggio, dunque, che attraverso lo studio della figura di Elena intreccia teologia, politica, immagini e luoghi di culto, restituendo un modello femminile destinato a lasciare un segno duraturo nella memoria collettiva occidentale.
Dall'alba del XXI secolo l'Occidente appare in declino. Guerre, crisi economiche ricorrenti, instabilità politica e l'ascesa di nuove grandi potenze - in particolare la Cina, accanto ad altri attori sempre più assertivi - mettono in discussione l'ordine mondiale a guida occidentale. Molti temono il caos globale. Ma è un'illusione ritenere che l'Occidente detenga il monopolio dell'architettura politica che rende possibili cooperazione e pace tra le nazioni. Ripercorrendo cinquemila anni di vicende umane, Amitav Acharya - tra i più autorevoli studiosi di relazioni internazionali - mostra che un ordine mondiale esisteva ben prima dell'ascesa occidentale. Dall'antica Sumer e dall'Egitto all'India e alla Grecia, fino alla Mesoamerica, passando per i califfati medievali, gli imperi eurasiatici e l'Africa, emergono valori umanitari, interdipendenze economiche e norme di condotta tra Stati affermatisi in diverse aree del pianeta. La storia rivela che l'ordine non coincide con il dominio di un solo polo: è una tessitura plurale che si ricompone, integra nuovi attori e rinegozia gerarchie. Di qui la tesi centrale del libro: anche se l'Occidente arretra, l'ordine perdura. Il suo declino non preannuncia la fine della civiltà globale, ma apre la strada a più centri di potere e a un assetto più equo, in cui il "Resto" del mondo abbia maggiore voce e responsabilità. Invece di cedere alla paura, Acharya invita l'Occidente a imparare dal passato e a cooperare con le nuove potenze per forgiare un ordine condiviso, capace di affrontare sfide comuni - guerre, sicurezza energetica, disuguaglianze - senza ricadere nelle contrapposizioni tra blocchi. Oltre le interpretazioni geopolitiche convenzionali, "Storia e futuro dell'ordine mondiale" offre la prospettiva storica necessaria per comprendere il presente e orientarsi nel mondo che viene. Prefazione di Franco Cardini.
Quella della frontiera adriatica è una storia di ferite non rimarginate. E il sangue negli ultimi anni è stato la ragione, quando non il pretesto, per fare della memoria della violenza un’arma politica e, sempre più spesso, ha trasformato il dibattito istituzionale in dolorosa mistificazione. A partire da questa lacerazione Gianni Cuperlo ha scelto finalmente di attraversare una storia che è sua da tanti punti di vista: di triestino, italiano, antifascista, comunista. Le pagine che ne sono emerse sono trasparenti e irradianti come cristallo: capaci di tenere insieme l’esperienza personale e un’attenta bibliografia. Così la frontiera ferita non è solo quella che attraversa il confine tra italiani e slavi, ma è il margine della stessa coscienza europea, segnata da una serie di conflitti che hanno permesso di costruire una democrazia internazionalista oggi chiaramente in crisi, ma che sta a noi continuare a immaginare.
Ottant'anni di storia: un percorso intenso, intriso di speranze e di delusioni, di traumi e di mutamenti inavvertiti. Quanto siamo cambiati nel corso di essi? E quanta parte di questa storia è presente nella memoria del paese? Nel nostro orizzonte collettivo sono sempre meno «costitutivi» gli anni duri, conflittuali ma al tempo stesso solidali, della Ricostruzione, le speranze e talora le illusioni del «miracolo economico», la ventata riformatrice degli anni sessanta e settanta (pur segnati, questi ultimi, dalle tragedie della «strategia della tensione» e degli «anni di piombo») o l'ottimismo rampante degli anni ottanta (sia pur minato da germi che sarebbero dilagati). Ed è sempre più presente, invece, la memoria della dissoluzione successiva: di qui l'importanza di uno sguardo d'insieme, come il libro propone. Non è solo italiana la crisi e la scomparsa dei grandi partiti di massa, così come l'affermarsi di populismi aggressivi: colpisce però la rapidità che il processo ha assunto in un paese in cui la «democrazia dei partiti» era stata molto radicata e profonda. Da questo punto di vista il capitolo che analizza gli ultimi dieci anni segnala un salto di qualità che ha trovato espressione nel governo guidato da Giorgia Meloni. Nel suo operare infatti vi è sia la negazione o la deformazione di tratti fondanti della storia nazionale sia una progressiva trasformazione delle istituzioni cui dovrebbero contribuire al tempo stesso progetti generali esplicitamente perseguiti e modifiche parziali via via introdotte. Vi è cioè il tentativo di delineare una diversa fisionomia culturale e istituzionale del paese, e anche su questo il libro invita a riflettere.

