
Pino Scaccia, a circa vent'anni di distanza dal suo precedente libro "Armir", sulle tracce di un esercito perduto, ritorna nei luoghi della tragica Campagna di Russia della seconda guerra mondiale, dove persero la vita migliaia di soldati italiani, mandati allo sbaraglio, equipaggiati in tutta fretta, in modo assolutamente inadeguato per far fronte alla durezza dell'inverno nelle steppe russe. Oggi con questo nuovo reportage Scaccia torna alla ricerca di ulteriori notizie sugli italiani dispersi. L'autore parte per la smisurata valle del Don, si districa nei meandri della burocrazia russa, visita cimiteri, fosse comuni, ma innanzitutto intervista persone. Ci sono 80.000 famiglie toccate da questa tragedia e ancora oggi i discendenti di questi soldati non si arrendono e vogliono almeno ricostruire gli ultimi giorni di vita dei loro cari. Ci sono testimoni, ancora vivi, soprattutto vecchie contadine, che avevano nascosto e accolto tanti italiani "così belli, ma così tanto affamati". Nel libro tanti racconti, anche i ricordi trasmessi da genitore a figlio, che contribuiscono alla scoperta e al recupero di indizi preziosi.
Alessandria d'Egitto e Roma 48-44 a.C. Dopo il lunghissimo viaggio di ritorno dall'Oriente, Romolo e Tarquinio sono stati forzatamente arruolati nelle legioni romane e costretti così a rimandare il loro rientro a Roma. Fabiola invece è già nella capitale e, ormai certa di essere la figlia illegittima di Cesare, ha come unico pensiero quello di ucciderlo e vendicare la violenza subita dalla madre. Corrompere alcuni senatori già ostili a Cesare, grazie ai guadagni del lupanare di cui si è appropriata e all'amore incondizionato di Bruto che non esita a sostenerla, sembra la strada più semplice, anche se non priva di incognite e pericoli. Nel frattempo in Egitto l'amicizia di Romolo e Tarquinio si è incrinata per la prima volta. L'aruspice infatti è fuggito dall'esercito di Cesare abbandonando Romolo in balia della guerra e dei legionari, dai quali verrà riconosciuto come ex schiavo, arrestato, rimandato a Roma e costretto a combattere nell'arena. Sarà ancora una volta il suo coraggio, oltre che la sua forza fisica, a salvarlo e a fargli guadagnare la stima di Cesare, mentre Tarquinio sta ritornando a Roma, guidato da una nuova e inquietante profezia di Mitra che minaccia l'Aquila e forse anche i suoi due amici. Una profezia che metterà alla prova il loro legame e porrà Romolo di fronte alla sua coscienza, combattuta tra la verità, l'affetto per sua sorella e la fedeltà a Cesare.
Prima metà dell'Ottocento: nello sterminato Impero ottomano, che abbraccia "ventinove popoli, sei religioni, quattro razze, quaranta lingue e quattro climi diversi", la provincia d'Albania è in rivolta. A ottantadue anni il pascià Ali di Tepeleni ha deciso di sfidare il sultano. Vuole ricreare lo stato albanese, come ha fatto il grande Scanderbeg quattrocento anni prima di lui. Ma il suo popolo non sembra disposto a seguirlo... Intanto, nella capitale dell'Impero, la 'nicchia della vergogna' aspetta la testa mozzata di Ali, o quella dei generali che non saranno riusciti a sconfiggerlo. E il suo guardiano, il giovane Abdullah, a volte sogna di finire anche lui nella nicchia, ma è solo un sogno, perché Abdullah è un uomo docile che non si ribella mai, neanche contro se stesso. Ismail Kadaré ripercorre la storia della rivolta di Ali pascià trasformandola in una metafora degli orrori del Novecento: personaggi ed eventi reali s'intrecciano a spaventose fantasie come la "denazionalizzazione", il lento e metodico processo che permette di soffocare l'identità di un popolo, realizzato "in base all'antica dottrina segreta del cra-cra . Pubblicato per la prima volta in Italia, "La nicchia della vergogna" è romanzo visionario e affascinante, tra i più cupi di Kadaré, che tuttavia non rinuncia a gettare una debole luce di speranza nell'"immenso impasto grigio del cielo".
Gigi e Filippo. Due veri amici. Ciò che li unisce è ciò che non hanno: donne, avventure, occasioni. Ma in due, si sa, i pesi si sopportano meglio. Ed è per questo che uscire il sabato sera, passando il tempo a guardare il divertimento e le donne degli altri, non è poi così doloroso. Anzi, per Gigi e Filippo "odiare il sabato" è una forma di resistenza. Poi un giorno Gigi conosce una ragazza. Se ne innamora. Lei ricambia. Diventano una coppia. Il tacito patto tra i due amici salta e la bilancia della fortuna pende all'improvviso verso Gigi. Filippo resta a guardare, ma "odiare il sabato" da solo è impossibile. Così si ritrova a sperare nel fallimento sentimentale dell'amico. Finché un giorno Gigi lo chiama. Ma per comunicargli che si sposa. Per Filippo è il baratro. Allora parte, se ne va lontano, e finalmente qualcosa succede: conosce Marlén, una ballerina straniera e bellissima, e la convince a tornare in Italia con lui. Sembrerebbe l'inizio di una nuova vita, eppure il destino ha in serbo un'altra prova. La più terribile, la più dura. Filippo continua a chiedersi perché, e fino all'ultima verità. Una verità che trasforma vittime in carnefici. Una verità dove i buoni non vincono mai.
L'antefatto di questa storia l'hanno scritto e raccontato in tanti - un meteorite si schianta sulla Terra, il genere umano si estingue - ma in pochi hanno descritto ciò che avviene dopo. Il dopo, secondo Paolo Villaggio, assomiglia molto a un tribunale. Ci sono i giudici - Dio, Gesù, Buddha, Maometto, le divinità indiane e diversi intrusi -, c'è un segretario - la Colomba - e ci sono i "chiamati in giudizio" - l'umanità intera. All'inizio, certo, c'è confusione, parecchia confusione. Ogni divinità vuole prevalere, avere la prima - o l'ultima - parola, stabilire la supremazia in base alla conta dei fedeli. Ben presto, però, il Giudizio comincia, non c'è tempo da perdere. In rigoroso ordine alfabetico, uomini e donne vengono invitati a esporre la bontà o meno del loro operato terreno. Come un cronista appassionato e curioso, Paolo Villaggio assiste alla "chiamata" e alle "testimonianze", concentrandosi sui personaggi più noti della Storia. Da Maria Antonietta a Hitler, da Leonardo da Vinci a Cristoforo Colombo, da papa Wojtyla a Zinédine Zidane. Paolo Villaggio compone alla sua maniera un rocambolesco ritratto di famiglia dell'Umanità. E sullo sfondo, tra i Grandi, un piccolo ragioniere spintona per farsi largo, perché anche lui ha qualcosa da dire.
Gilgul, nella Qabbalah ebraica, è il frenetico movimento delle anime vagabonde che ruotano intorno a noi quando la separazione dal corpo è dovuta a circostanze ingiuste o dolorose. Tanto violenti possono essere i conflitti che attendono gli spiriti rimasti sulla terra, che la tradizione parla addirittura di "scintille d'anime" prodotte dalla loro frantumazione. Gad Lerner si addentra nel suo gilgul familiare, nelle "scintille d'anime" della sua storia personale. Suo padre Moshé reca il trauma della Galizia yiddish spazzata via dalla furia della guerra. Dietro di lui si staglia enigmatica la figura di nonna Teta, incompresa e dileggiata perché estranea alla raffinatezza levantina della Beirut in cui è cresciuta Tali, la moglie di Moshé. Ma anche la Beirut degli anni Quaranta si rivela un recinto di beatitudine illusoria. Vano è il tentativo di rimuovere lo sterminio degli ebrei d'Europa e la Guerra d'indipendenza nella nativa Palestina: anche se taciuti, questi eventi si ripercuotono nella vicenda familiare generando malessere e inconsapevolezza. Un'indagine sulla memoria e sui conflitti familiari si rivela occasione per un viaggio nel mondo contemporaneo minato dalla crisi dei nazionalismi. Una storia sospesa tra biografia e reportage.
Gli attentati alle Torri Gemelle, quelli ai treni in Spagna nel 2004, e alla metropolitana a Londra nel 2005, l'assassinio di Benazir Bhutto, lo tsunami nel Sudest asiatico e la grande crisi economica: tutto questo sarebbe da sempre scritto nella Bibbia, insieme a molte altre predizioni che potrebbero cambiare il nostro mondo. Basta sapere come trovare i messaggi nascosti. Ci hanno provato per secoli rabbini e scienziati autorevoli seguendo l'antica tradizione cabalistica ebraica, finché nel 1994 il matematico Eliyahu Rips ha scoperto i codici ELS (Equidistant Letter Sequence). Il suo metodo è stato presentato sulla prestigiosa rivista "Statistical Science" e anche i più scettici hanno dovuto ricredersi di fronte a troppe coincidenze diventate realtà. Dopo i due precedenti volumi, Michael Drosnin completa la sua trilogia sul Codice Genesi e, con l'ausilio di computer e di sofisticati programmi di decrittazione, ci accompagna a leggere il presente e a definire il futuro. Nel 2008, sei mesi prima delle elezioni, aveva predetto a Obama che sarebbe diventato presidente, e nello stesso messaggio lo avvertiva di un attentato contro di lui e di un attacco nucleare contro gli Stati Uniti. Profezie che possono essere ancora scongiurate purché si ascolti il dettato custodito nella Torah, che rivela il rifugio segreto di Osama Bin Laden e dei suoi arsenali atomici.
13 agosto 1944: il giovane Lucien Carr, per difendersi dalle avances dell'amico David Kammerer, lo ammazza e ne getta il corpo nelle acque dello Hudson. Due altri suoi amici, William Burroughs e Jack Kerouac, vengono arrestati per non aver denunciato l'omicidio. Forse anche per elaborare a modo loro l'accaduto, i due scrittori ne tracciano in seguito un resoconto a quattro mani iperrealistico e visionario, dissepolto solo in anni recenti. Raccontando a capitoli alternati, Burroughs e Kerouac assumono il punto di vista di due personaggi-narratori: Burroughs quello di Will Dennison, barista originario del Nevada, sempre preceduto dalla sua "ombra di un metro e novanta", Kerouac quello del marinaio Mike Ryko, "un finlandese diciannovenne dai capelli rossi". Attraverso il loro sguardo e intorno ai protagonisti del tragico fatto di cronaca vediamo così delinearsi una folta compagnia anarco-utopista e sgangherata, euforica e malinconica, che trascorre giorni e notti bevendo e fumando in pub luminescenti, leggendo Faulkner e sognando di raggiungere Parigi. Sullo sfondo, una New York caotica, atterrita e aggressiva, una metropoli di fine guerra in cui il caos visivo è tutt'uno con quello acustico, con le radio che trasmettono le note della Prima Sinfonia di Brahms o il reportage concitato di un giornalista su un circo in fiamme dove "gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche".
La prosa di Landolfi, lascia intravedere in filigrana un'ambizione poetica dirompente ma al tempo stesso messa a tacere, forse per l'oscuro timore evocato in un racconto del 1937, "Night must fall" - che a lasciarsi andare "ne sarebbe venuto fuori qualcosa di troppo bello ... e allora tutto sarebbe finito e riprecipitato in una voragine senza fondo ". Ancorché non esercitata, tuttavia, quella "divina facoltà" non poteva che riaffiorare: non a caso, fra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, mentre si accentua il suo sdegnoso isolamento, Landolfi abbandona ogni progetto di romanzo per dedicarsi a una scrittura diaristica, e dunque 'innocente', che prepara il ritorno alla poesia. "La prosa m'opprime: Non la parola che dirime, Mi giova, Ma l'avventurosa prova Del verso gettato al vento" leggiamo in "Viola di morte", diario in versi apparso nel 1972, dove Landolfi ci mostra quel volto che sempre aveva velato "in modo quasi ossessivo, come se fosse dominato da un puro istinto di sopravvivenza che lo costringa a ripetere continuamente il suo nome" (Citati). Ed è il volto lunare e tenebroso, talora deformato dal rancore, di chi, murato in "queste aride sedi Di terrore e d'angoscia", non conosce che la "Soverchiante fatica Della vita vissuta", il dileguarsi dell'amore e il dilagare della morte - castigo terribile di un Dio livido e iniquo.

